Francesco Liccari: la musica di un “sognatore lucido”

Ciao a tutti!

Oggi vi voglio presentare Francesco Liccari, cantautore triestino che mi ha colpito non solo per la sua musica, ma anche per la sua personalità. Classe 1990, Francesco può essere inserito artisticamente nel filone folk-rock moderno; nelle sue canzoni crea una fusione magistralmente equilibrata tra musica tradizionale e d’autore, con varie contaminazioni stilistiche nelle quali introduce modalità comunicative assolutamente personali ed inedite. Pur essendo così giovane dimostra un atteggiamento umano e musicale molto riflessivo, introspettivo, maturo; la sua formazione scientifica abbinata alla passione per la letteratura e per la filosofia sono senza dubbio gli altri ingredienti fondamentali del suo modo di concepire e vivere la musica. Queste righe sono il risultato di una lunga chiacchierata fatta con Francesco: è stato un incontro molto profondo e vario in cui lui stesso si è definito “contemporaneamente un caso di ottimista e di pessimista”. Francesco Liccari ha già realizzato due  EP, “Memories of forgotten seasons” e “Raw notes”. I suoi riferimenti musicali vanno da Bob Dylan, Leonard Cohen, Cat Stevens, Lou Reed (e Velvet Underground), David Bowie, Woody Guthrie, Donovan, per arrivare agli italiani De André, Guccini, Branduardi e Bennato. Ognuno di essi gli ha in qualche modo fornito riferimenti e suggestioni, tuttavia nella “lista delle influenze” vi sono anche nomi apparentemente distanti da questi appena citati, come i Ramones (per la loro semplicità), i Pink Floyd (per la capacità di creare ambientazioni sonore e di trascinarvi dentro l’ascoltatore) e compositori contemporanei come Philip Glass (per la sua ricerca minimalista e la capacità di lavorare sulle emozioni date da minime variazioni di un tema musicale).

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In effetti i brani di Francesco richiamano più o meno direttamente, di sicuro idealmente, questi colossi della musica degli ultimi decenni. Suoni acustici caldi e poco filtrati da effetti sono alla base delle composizioni di Francesco Liccari che punta alla semplicità strutturale, timbrica. Il suo è un lavoro basato più sull’espressione e sul colore, che sulla varietà strumentale e strutturale. Il giovane cantautore vuole fare musica per esprimersi oltre i vincoli e le strutture già sperimentate, utilizza per esempio tempi dispari per trasmettere particolari sensazioni e potenziare il significato testuale dei brani. La scelta della lingua inglese è dovuta alla maggiore libertà con cui si può e si sa esprimere: ama giocare con i diversi significati che può avere la stessa parola, che permette differenti letture e l’evocazione di più immagini. Anche se l’idea generale nasce in italiano, o addirittura in dialetto triestino, la canzone è pensata in inglese, lingua da lui percepita come più introspettiva. Chi ascolta i brani, quindi, il più delle volte non capisce chiaramente il senso (o i sensi) del testo: Francesco canta per chi vuole farsi coinvolgere emotivamente, per chi vuole entrare in contatto emotivo e che quindi è disposto a leggere e tradurre i testi in un secondo momento o semplicemente ad avvicinarsi a lui per parlarne di persona. Ecco la chiave del mondo artistico di Francesco Liccari: l’empatia, l’immedesimazione, la condivisione, la ricerca interiore.

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Il processo compositivo è per Francesco Liccari un vero e proprio processo catartico attraverso cui si libera di un peso interiore. …e le tematiche non sono infatti leggere: si parla di vita e morte, di amori malati finiti in violenza, di relazioni spezzate, del rapporto uomo donna ed in generale delle relazioni umane. Si presentano persino immagini assolutamente negative del mondo, visioni della sua fine, della corruzione del genere umano. L’uomo resta comunque al centro e Francesco è particolarmente ispirato dal ruolo dell’individuo nella società che più si allarga e più si uniforma, così da rendere il singolo una nullità, “un arredo”, una vittima del sistema-branco privata di ogni individualità e considerazione. La stessa vittima arriva quindi, sommersa d’indifferenza, a non considerare più a sua volta chi le sta intorno. Non solo i testi sono impegnati nel tentativo di analizzare e discutere questo intrico sociale e psicologico che caratterizza e affligge noi del genere umano, ma Francesco stesso si impegna col suo modo di fare musica per abbattere queste barriere di anonimia. L’esibizione dal vivo deve portare ad un’osmosi tra l’artista e il pubblico, ogni brano viene eseguito ogni volta in base ai sentimenti del momento, all’aria che si respira, all’atmosfera del luogo, libero da cliché, modi e formule prestabilite. È una ricerca di calore, di condivisione del dolore …e della gioia, visto che nei brani di Francesco Liccari non manca l’aspetto ironico, sarcastico; lui è un “sognatore lucido” e molte delle storie che narra in canzone sono la trascrizione dei sogni che ha fatto. Gli spunti per i testi sono poi fatti reali di cronaca, situazioni vissute o semplicemente immaginate.

La produzione finora “pubblica” di Francesco consiste, come anticipato, in due lavori.

“Memories of forgotten seasons”, prodotto da Farace Records, raccoglie brani di differenti tematiche (la solitudine, la morte, l’amore), ma accomunati da simili atmosfere e sensazioni musicali.

“Raw notes” invece si caratterizza per l’eterogeneità musicale e per il modo in cui sono concepiti e scritti i testi: si basano spesso sulla contrapposizione tra figure, non sempre le storie sono definite, ma si tratta di racconti a metà, o suggeriti “a macchie”, perché vengano completati dalla fantasia di chi ascolta. Compare poi il gioco identità e ricordi, si parla di come i ricordi pian piano svaniscono e con essi si perdano pezzi di vita.

Dal 2016 Francesco collabora in studio e dal vivo con il bassista Enrico Casasola.

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Francesco sta attualmente lavorando al prossimo EP che conterrà quattro brani e vedrà la luce nel 2018: il filo conduttore sarà l’amore, sia quello caduto in un dramma, ma anche quello più allegro, o quell’amore fatuo e superficiale che anima molte delle promesse fatte tra amanti. Mentre poi Francesco continua a portare in giro la sua musica suonando e cantando dal vivo, punta anche a comporre in lingua italiana.

Per il 2019 ha invece in programma la preparazione e l’uscita di un album che, probabilmente, avrà la struttura di un “concept” e che richiederà un lavoro impegnativo poiché dovrà costituire un “tassello definitivo” del suo percorso artistico che gli auguro lungo e proficuo.

Qui sotto una serie di link per poter contattare Francesco, avere altre info su di lui e per poter ascoltare la sua musica!

http://francescoliccari.it/

https://www.facebook.com/FrancescoLiccari/

https://twitter.com/Franz_Liccari

https://www.youtube.com/channel/UCP9PzgCttvHeMGelWMjvgzA

Alla prossima!

Giuberto

IMAGO: la performance che squarcia il velo tra sogno e realtà

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog che, tra alti e bassi, cerco di tener vivo con contributi di interesse e di qualità.

Qualche giorno fa sono stato invitato ad uno spettacolo per farne la recensione: eccomi qui a parlarvi di “Imago”, performance di improvvisazione artistica, suoni e danza sperimentale. L’evento si è svolto giovedì 16 novembre a Trieste nel teatro di San Giovanni. Di questa singolare e intensa serata vi darò una personalissima interpretazione, arricchita dall’approfondita chiacchierata fatta “a freddo” con Francesco Amerise, autore, nonché cantore-musico e attore – sciamano nella messa in scena. Alla realizzazione del lavoro hanno contribuito Federica Miani (costumista) e Stefania Simsig (realizzatrice delle maschere di scena). Sul palco Mariangela Miceli, ballerina e performer, ha interpretato col movimento le suggestioni sonore, accompagnata da Giada Abbatessa e Serena Bertagna nel ruolo delle statue – albero danzanti.

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Imago non è un musical o un concerto nella forma convenzionale. Gli elementi scenici e i codici comunicativi adottati non compongono un prodotto completo in ogni dettaglio; lo spettatore non deve “sorbire” uno show preconfezionato, deve bensì specchiarsi nelle azioni presentate, lasciarsi influenzare dai messaggi sonori e farsi guidare liberamente dal loro flusso. L’idea è quella di offrire al pubblico, attraverso un’equilibrata commistione tra linguaggi artistici, degli spunti da cogliere a mente libera, con i sensi aperti. Bisogna concedersi alle suggestioni, abbandonarsi al viaggio onirico ed (extra)-sensoriale. Gli spunti di cui si parla sono dei simboli archetipici introdotti in maniera più o meno esplicita. L’archetipo è un significante universale, per questo dotato di immensa potenza simbolica; esso funziona nella nostra interiorità da stimolo primordiale e squarcia le singolarità culturali e le  specificità identitarie, storiche e geografiche. Chi osserva, quindi, non solo sprofonda nel palcoscenico, ma leggendo dentro agli archetipi, sprofonda in sé stesso. Il simbolo archetipico più ricorrente è il numero tre. I colori scelti per gli abiti di scena e per il fondale sono appunto tre, il nero, il bianco e il rosso: si tratta dei tre toni legati alle trasformazioni alchemiche della materia che, da materia grezza, diventa materia nobile.

Il palco è spoglio, adornato in alto solo da un certo numero di maschere bianche e, sulla sinistra, da una sorta di altare su cui poggia una strana maschera di colore bruno e dorato. Non esiste una trama definita come tipico del racconto tradizionale: le azioni che si susseguono devono fungere da apertura a nuovi possibili aventi, a nuove svolte. Lo spettatore si deve muovere nella stessa dimensione interiore che guida i protagonisti nella loro improvvisazione: il dialogo strettissimo fra i quattro protagonisti determina l’esito della performance; di fatti ogni minima sfumatura vocale, sonora, gestuale, comporta la risposta dell’altro. Ciascuna persona della platea completa gli eventi secondo la sua unica sensibilità, il suo livello di immedesimazione, il suo bagaglio esperienziale.

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Lo sciamano dà il via al rito insufflando la vita sotto forma di molecole di polvere; seduto tra i suoi strumenti pregni di mistero e magia guida il movimento esistenziale delle tre anime danzanti col flusso sonoro. Il suono prodotto è un continuum di paesaggi sonori, uno sfumare di suggestioni vocali e strumentali in cui il gesto agisce nel tessere il filo del canto, modella lo spessore e la densità del suono. Gli strumenti evocano mondi terrestri lontani tra loro, ambienti intimi, situazioni spaventose e spazi immaginifici. La ballerina entra in scena sbendata. Al centro del palco si abbassa al livello pavimentale e, come in un parto all’inverso, si veste di un velo bianco che accompagnerà la sua danza. Pare uno spirito che lotta per la sua libertà, per acquisire la sua identità: continuamente ricade a terra, è come schiacciata dalla dipendenza dei destini. Ai lati due alte statue dalla forma di alberi antropomorfi, forse a simboleggiare il fato, la dominano con il movimento dei loro rami – scettro; lo fanno con volti indifferenti, distaccati. Il velo limita la danza della vita che diventa un ballo cieco: questo velo può essere sia simbolo di una determinazione soggettiva anelata, sia del labile limite tra mondo fisico e mondo dello spirito. Vi sono rare espansioni nello spazio, il movimento viene represso, controllato, limitato, imposto dalle sacerdotesse – albero. L’anima danzante soffre, subisce una sorta di esorcismo al suono dello scacciapensieri, balla poi in tondo come una bambola meccanica al tintinnio del carillon. Attraverso la gestualità e la danza possiamo vedere il suono: sciamano e danzatrice “raccontano” il suono.

In alto le maschere forse ridono, forse piangono. Con il loro bianco laccato e le orbite oculari squallidamente vuote sono, forse, le presenze-assenze di antenati. Sono tante e confondono lo sguardo. Sembra a tratti di catapultarsi in una casa patrizia romana, nella sala in cui si svolgeva il culto delle anime dei parenti defunti le cui sembianze erano richiamate dal maschere funerarie o da busti riposti entro nicchie. Ma queste maschere sono prive di fisionomia, con la loro vuotezza ci ricordano che l’esistenza è ciclica e il viaggio terreno è solo un passaggio uguale per tutti, un percorso iniziatico che inizia e finisce (però) altrove. Anonime ci portano a domandarci chi siamo oggi, chi siamo stati e come saremo nel domani.

D’un tratto lo spirito danzante, forse scampato al peggio, forse avendo espiato una qualche colpa, oppure reputato oramai pronto a passare ad uno status superiore, esce finalmente dal velo: sembra ri-nascere a seguito di uno strano travaglio. Si dirige sul fondo del palco verso l’altare e indossa la maschera a tre facce. Tre facce: saranno le tre età della vita? Passato, presente e futuro? Nascita vita e morte, o magari i mondi di sopra, di mezzo e di sotto? O forse i tre stai della materia? Ognuno può leggere in quelle maschere un senso. A prescindere da ogni possibile interpretazione lo spirito prima anonimo non riesce comunque a determinare la sua vera identità e viene “accettato” solo perché indossa maschere. La maschera è dunque un altro tipo di velo, di barriera, di finzione, di annullamento di sé. La maschera di cui parliamo non è quella della falsa identità del ruolo teatrale per l’attore o del ribaltamento dell’ordine costituito carnevalesco: è, purtroppo, la condizione necessaria ad ogni essere umano per poter vivere nella società nel rispetto più o meno fedele delle sue convenzioni. Forse la maschera “è” l’essere umano stesso.

La musica finisce. L’esibizione si conclude con l’uscita dello sciamano che porta via con sé l’anima danzante. Lei ha abbandonato la maschera tripla: con questa azione infrange ancora una volta quel limite tra essenza ed apparenza, fisicità e astrazione, vita e morte… Sarà questa la fine della vicenda, se tutto il racconto non ha una vera e propria trama? Dove vanno ora quel deus ex-machina e quella creatura al contempo libera e dannata? Le sacerdotesse albero avranno sùbito altri spiriti vergini da domare come bestiole inermi? …o questo andar via di spalle indifferenti è solo un’altra suggestione per farci immaginare ulteriori svolgimenti?

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…non esiste una risposta giusta, quello che vuole regalarci lo spettacolo è proprio questo restar sospesi: in Imago qualsiasi lettura è valida, lecita, accetta. Sognare è reale, lecito, concreto, è un’esperienza che dobbiamo imparare a compiere con naturalezza e abbandono senza considerare questi momenti e queste dimensioni come banali fughe dalla realtà e dalla quotidianità. Spero che anche gli altri spettatori, come me, siano cascati entro “altri mondi”, un po’ come fece l’Alice di Lewis Carrol… Non importa se quelli in cui siamo stati noi, eliminando le barriere fisiche del teatro, fossero (o no) altrettanto meravigliosi. L’importante, per chi partecipa ad Imago, non è sprofondare o salire, espandersi o restringersi, ma viaggiare attraversando le dimensioni che vanno oltre la soglia dei sensi, squarciare il velo tra sogno e realtà.

Imago è uno spettacolo che suggerisco con sincerità a voi lettori e che auguro vivamente possa trovare tanti spazi in cui andare in scena.

***le fotografie sono state gentilmente concesse da Samuele Borlandi e da Federico Mullner.

per contatti: Francesco Amerise – 3491344827 – www.facebook.com/francy.lahmia

Alla prossima!

Giuberto

 

Banda Berimbau: un ponte di musica tra Trieste e il Brasile

Bentornati! Oggi voglio presentarvi la Banda Berimbau, storica formazione musicale che ha base a Trieste e che si dedica alla musica del Brasile nelle sue varie forme ed espressioni. Per sapere esattamente quale è stata la genesi del gruppo, l’evoluzione del progetto, la sua forma attuale e le idee per il futuro, ho parlato con Alessandro “Pai” Benni (uno dei fondatori della Banda) e con Davide Angiolini (direttore artistico).

Ciao ragazzi e grazie per la vostra disponibilità. Frequento da poco il vostro gruppo, ma sin da subito sono rimasto affascinato dalla musica a cui si dedica e dalle sue attività. La Banda Berimbau infatti si articola in maniera abbastanza complessa ed interessante: sarebbe bello far conoscere a chi legge la vostra realtà. Quando e come nasce la Banda?

A: nel 1995 suonavo la chitarra in un trio che si dedicava alla bossa nova e ad altri generi appartenenti alla tradizione brasiliana e si chiamava proprio Banda Berimbau! In quegli anni, grazie alla spinta delle teorie di Basaglia*, si svolgevano presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste dei progetti di musicoterapia nei quali venivano coinvolti, insieme alle persone in cura, studenti, medici e insegnanti provenienti dal Brasile. Così nel 1996 il musicoterapeuta e musicista brasiliano Alberto Chicayban organizzò un gruppo di batucada che si esibì al carnevale di Muggia: con strumenti raccattati qua e là si esibirono insieme pazienti del Centro di Igiene Mentale, musicisti locali (tra cui il sottoscritto) e studenti sudamericani. Fu un’esperienza unica, così si pensò di organizzare meglio quel l’idea e nel 1999 venne fondata la vera e propria Banda Berimbau.

*[Franco Basaglia è stato uno psichiatra, neurologo e professore, fondatore della concezione moderna della salute mentale, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia e ispiratore della cosiddetta Legge Basaglia (n. 180/1978) che introdusse un’importante revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti sul territorio. – Fonte: Wikipedia]

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Quali sono stati i passi più significativi per la crescita del gruppo?

A: senza dubbio la partecipazione al Raduno delle Scuole di Samba Italiane tenutosi a Milano nel carnevale del 2000 ha dato la giusta spinta all’evoluzione della Banda. È stata la prima vera opportunità di confronto con altre realtà già esistenti nel nostro Paese e da lì abbiamo colto numerosi spunti musicali, tecnici e organizzativi che tuttora teniamo in vita e pratichiamo. Poi è stato fondamentale per i membri della Banda viaggiare in Brasile: imparare sul luogo d’origine i ritmi per comprenderne meglio il significato e la tradizione. Col tempo abbiamo curato anche i nostri strumenti: ogni viaggio è tutt’oggi occasione per riempire le valigie di percussioni da portare qui per i nostri soci. Non vanno poi scordati stage, masterclass e seminari tenuti da grandi maestri che molti di noi hanno frequentato in giro per l’Europa per poi riportare le conoscenze acquisite all’interno della Banda. Cito infine i corsi tenuti direttamente per la Banda da musicisti quali Mestre Marcao del GRES Academicos de Salgueiro, Mestre Mario Pam degli Ile Ayie, Mestre Afonso della Naçao Leao Coroado, Gilson Silveira, Kal Do Santos, Dudu Tucci, Dudu Fuentes e tanti altri.

Su quali modelli nasce la Banda Berimbau dal punto di vista organizzativo e per le sue finalità?

D: la Banda Berimbau è un’associazione che si rifà all’organizzazione e alle finalità dei gruppi tipici della tradizione musicale percussiva brasiliana, come i “Blocos afro” di Salvador, i “Gremios Ricreativo Escolas de Samba” di Rio e le Naçao de Maracatú di Recife e Olinda. Questi gruppi hanno un legame molto forte con la loro terra e sono saldamente connessi al tessuto sociale, infatti oltre a tramandare le tradizioni e la cultura locale, hanno innanzitutto una funzione di aggregazione e mirano ad affrontare le problematiche sociali. Solo a Rio le scuole di samba stanno trasformando le loro esibizioni in veri e propri show che coinvolgono musicisti di professione: la messa in palio di notevoli cifre ha fatto sì che all’aspetto tradizionale se ne sostituisse progressivamente uno più spettacolare e più legato al business.  La Banda Berimbau utilizza la musica come collante sociale e cerca di unire e accogliere tutte le persone che hanno voglia di imparare a suonare, indipendentemente dal loro genere, età, capacità tecniche, abilità e disabilità.

Come insegnate a suonare le percussioni? Servono delle competenze musicali e quale percorso si compie all’interno del gruppo?

A: come già detto, chiunque abbia la passione per la musica brasiliana e in particolare per le sue percussioni può frequentare la Banda. Il metodo messo a punto per l’insegnamento è un compromesso tra il metodo orale – sillabico usato tradizionalmente in Brasile e un’impostazione nozionistica di base che permetta a tutti di acquisire almeno dei rudimenti di teoria ritmica per poter capire meglio ciò che si suona.

D: per questo sono stati organizzati tre livelli: un corso base aperto a chi si approccia per la prima volta alla musica brasiliana, uno intermedio per chi ha acquisito una certa competenza sui ritmi e sugli strumenti o possiede già una buona tecnica acquisita con attraverso altri percorsi di studio e il terzo livello, quello più avanzato e in cui si richiede una maggiore serietà, cioè la Banda Berimbau vera e propria, che si esibisce in pubblico in occasione sfilate, manifestazioni e concerti.

A quanti anni si può iniziare a frequentare la vostra associazione?

D: è attiva la Scuola dei Bambini alla quale si possono iscrivere i piccoli. Il primo gruppo comprende i bimbi dai tre agli otto anni e il secondo dagli otto anni fino ai sedici.

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Se non sbaglio la Banda Berimbau non si dedica solo alle percussioni e comunque si articola in più progetti complementari: potreste descriverli in breve?

D: Abbiamo varei tipologie di spettacoli: “Canta Italia” abbina ritmiche brasiliane a melodie delle canzoni italiane più note; lo spettacolo “Canta Mondo”, realizzato con in cantante e attore Leonardo Zanier e il chitarrista Tiziano Bole, abbina ritmi brasiliani ai brani più noti delle varie tradizioni nazionali soprattutto rock e pop. Esiste poi il progetto “Binho Carvalho Show” che si concentra totalmente sulla canzone tradizionale brasiliana. Accanto a questi primi spettacoli più tradizionali esiste  “Talkin’ Vibes” in cui l’elettronica si mescola a ritmiche brasiliane rivisitate in chiave più moderna. Infine la Banda si dedica a spettacoli che si incentrano ognuno su un genere specifico come il Samba e il Maracatú. Parallelamente, la Banda Berimbau sviluppa progetti educativi di percussione e introduzione al ritmo e alla musica d’insieme all’interno di scuole, centri estivi e centri diurni per bambini e ragazzi diversamente abili. Il progetto AquaBrasil mette insieme aquagym e percussioni brasiliane dal vivo a bordo vasca in piscina, creando un’attivita’ mista tra ballo, sport e canto. Insomma…ce n’è per tutti i gusti.

Quali sono stati i palchi, o le occasioni, di maggior prestigio nei quali vi siete esibiti? Avete anche lavorato a delle produzioni?

D: tra le principali esibizioni di livello degli ultimi anni vanno menzionate: Festa Tradicional Italiana di Belo Horizonte (Brasile), tre edizioni dell’Exit Fest di Novi Sad (Serbia), Rock for People (Repubblica Ceca), Notte Bianca di Napoli e di Bucarest, TRL su MTV Italia, numerose edizioni del Dubai Summer Festival, Dubai Shopping Fest, Abu Dhabi National Day, Carnevale delle Culture di BerlinoLatinoAmericando di Milano, Rototom Reggae Sunsplash e Rototom Free, Carnevale di Venezia, Capodanno in Piazza San Marco a Venezia. Inoltre le aperture dei concerti di Gilberto Gil, Toquinho, Beth Carvalho, Sud Sound System. In Brasile la Banda si è esibita inoltre a Salvador de Bahia, Rio de Janeiro e Recife con numerosi gruppi tra i principali al mondo nel genere (GRES Academicos do SalgueiroBangalafumengaIle AyièEstrela Brilhante, Naçao Leao Coroado, Naçao Estrela Brilhante de Igarassu, Kizumba). Per quanto riguarda le produzioni, nel 2014 è uscito il DVD Live Banda Berimbau e Binho Carvalho Show che documenta lo straordinario concerto che ha conquistato i settemila spettatori di TriesteEstate 2012. Precedentemente, all’interno dell’album Jardim Electrico, a tribute to Os Mutantes, che ha riscosso un enorme successo di critica in Europa, Usa e Brasile, è stato incluso un brano inciso insieme al gruppo indie Franklin Delano.

Presumo che la Banda abbia ricevuto dei riconoscimenti o dei premi…

D: abbiamo sempre evitato competizioni o concorsi, chi ci voleva cio ha sempre contattato direttamente, non abbiamo mai avuto per fortuna bisogno di fare concorsi o cose analoghe… Una volta esisteva una specie di concorso informale tra “baterie de samba” in Veneto e noi tra il 2006 e 2008 (unici tre anni in cui la hanno organizzata) siamo arrivati primi, terzi e secondi. Nel 2016 l’Associazione Culturale Berimbau è stata insignita del Premio Regionale Solidarietà da parte della Consulta Provinciale di coordinamento delle associazioni delle persone con disabilità e delle loro famiglie (prov. di Gorizia), quale ente meritevole di aver dato aiuto e favorito l’inclusione alle persone con gravi difficoltà.

Quanti membri conta attualmente l’associazione e quanti sono i componenti della Banda che si esibisce?

D: gli iscritti all’associazione sono attualmente un centinaio, di cui quaranta sono membri effettivi della Banda vera e propria.

Immagino che nel corso degli anni il gruppo sia stato frequentato da tante persone: in relazione agli aspetti umani e musicali, quali sono state le più belle soddisfazioni per voi che dirigete la Banda?

A: di sicuro la cosa più curiosa e soddisfacente è stata quella di insegnare la musica brasiliana a dei brasiliani residenti a Trieste che nella loro terra d’origine non avevano avuto modo di studiarla e praticarla. Un grande appagamento, oltre che una grossa responsabilità, è sapere che per molte persone la frequenza delle nostra attività è un modo per affrontare e superare gravi problematiche personali. È bello anche che la Banda sia stata frequentata da bravissimi musicisti che hanno scelto il nostro gruppo per confrontarsi e completare le loro conoscenze. Insomma, ognuno frequenta la Banda con modi, aspirazioni e motivazioni molto differenti!

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Ultima ed importantissima domanda: potete parlare del progetti di volontariato e di utilità sociale che sostenete direttamente e a distanza?

D: per seguire ulteriormente la sua vocazione sociale, Banda Berimbau sostiene economicamente un centro di recupero per ragazzi di Salvador de Bahia(il C.C.O.R. nel Calabetao), il tutto per tramite dell’associazione italiana “Ragazzi di Val”. Con il nostro contributo finanziamo dei corsi di percussioni seguiti dal maestro Mario Pam, direttore dell’importantissimo gruppo Ilê Aijê e parte delle spese del centro. Il secondo destinatario dei contributi di beneficenza è la sede locale dell’Associazione Donatori di Midollo Osseo (ADMO). Collaboriamo poi con l’Associazione Donatori  Sangue di Trieste, organizzando varie donazioni “di gruppo” nel corso dell’anno.

Vi ringrazio ragazzi! Invito i lettori a dare uno sguardo al sito www.bandaberimbau.com e cercare video, notizie ed eventi su YouTube e sulla loro pagina Facebook. 

Grazie mille per l’attenzione è come di consueto commentate e condividete!

Alla prossima,

Giuberto

Inanna: uno spettacolo per i sensi

Ciao a tutti e ben tornati!

Dopo un periodo di pausa – dovuto al mio trasferimento dalla Sardegna – sono orgoglioso di riprendere le pubblicazioni su questo blog: parto da un nuovo contesto, quello triestino, e sono sicuro di potervi regalare interessanti contributi e tante novità!

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Ripartiamo alla grandissima parlando degli Inanna. Non basta una semplice definizione per descrivere la completezza e la complessità del progetto Inanna. Ho avuto la fortuna di assistere alla serata del 7 febbraio 2017 al Teatro San Giovanni di Trieste: mi è servito qualche giorno perché le sensazioni provate sedimentassero in me e potessi scrivere queste righe. Innanzitutto gli Inanna portano al pubblico uno spettacolo che unisce più linguaggi artistici ed espressivi: musica, teatro, danza, in una performance che avvolge lo spettatore di suoni e visioni. Gli Inanna sono un’esperienza pressoché totale per i nostri sensi.
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Le musiche si presentavano come delle ampie ambientazioni capaci di trascinare i presenti avanti e indietro nel tempo; ovunque, nello spazio reale, in quello fantastico e in quello interiore. Francesco Amerise (canto e strumenti etnici acustici) e Federico Mullner (tastiere, computer e dispositivi elettronici) viaggiavano e vagavano in improvvisazioni che univano in-musica world, ambient, psichedelia, elettronica e tante altre influenze. Si viveva l’incanto di sorvolare terre antiche e lontane, ere perdute, epoche incrostate nel fondo della mente, la meraviglia di saltare nello spazio siderale o in un futuro fantascientifico-artificiale. Si ricadeva poi, come risucchiati, dentro gli spazi angusti del subconscio umano, nel tormento della sua psiche, nei livelli reconditi dei sentimenti e delle paure ancestrali. C’erano voci che sapevano di Tibet, di cattedrali medievali, di picchi montani irraggiungibili, perfino di profondità oceaniche; le percussioni conducevano in Medioriente, ovattate campane richiamavano minuscoli paesi accoccolati in valli distanti. Suoni lisci che sapevano di freschi risvegli sfumavano su ruvidità uditive: c’era una latente sensazione di tensione, di mistero, qualcosa di mistico e onirico, qualcosa di ipnotico e ossessivo.

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Poi, accanto alla musica che attraversava gli elementi della materia e l’intangibile, vi era la visione: le danze e i riti delle due figure in movimento intessevano un dialogo reciproco, una conversazione con la musica, una disputa col respiro e le attese degli spettatori. Emiliano Fantechi (kontakt juggling) era lo sciamano, il sacerdote, il granmaestro: statuario occupava il centro della scena, conduceva la cerimonia del viaggio e della regressione. Il suo era come un leggere nelle sfere di cristallo per intuirvi dei percorsi, pareva poter mescolare i tempi e i pensieri con una sola mano. Lo faceva con gran facilità, con la sicurezza irremovibile di un dio che gioca con vite e anime delle sue creature: il cristallo pareva liquido, fluido, gommoso; i globi diafani erano lenti di una visione che dal dentro portava fuori, e viceversa. Tutto annunciava una scena di sacrificio, tuttavia scampata. Kàartik (dance perfomer), ospite speciale della serata, era invece l’idolo: è apparso come un feticcio, una figura femminile archetipica, ornata a festa, ricolmata di doni e preghiere. Era il suo un incedere denso che univa in una favolosa alchimia danze indiane, mediterranee e danza contemporanea. L’ingresso in scena è stato sensuale, quasi provocatorio, ma progressivamente quel essere mitico ha dato il via alla decostruzione di sé: dapprima ha iniziato a provare pudore – come una simil-Eva da peccato originale – progressivamente ha perso la sua sicurezza e da donna si è spogliata della menzogna per rivelarsi uomo. Infine l’uomo si è ridotto ad una larva senza volto, senza identità, senza libertà; vi era la disperazione di un  grido di tormento – muto – che viene da uno spirito prigioniero del corpo materiale.

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Insomma, quello degli Inanna è uno spettacolo al quale non si assiste abitualmente: richiede immedesimazione, stimola l’immaginazione, coinvolge profondamente, ci chiama a riflettere.

Grazie per l’attenzione: commentate e condividete! Al prossimo articolo!

Giuberto