IMAGO: la performance che squarcia il velo tra sogno e realtà

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog che, tra alti e bassi, cerco di tener vivo con contributi di interesse e di qualità.

Qualche giorno fa sono stato invitato ad uno spettacolo per farne la recensione: eccomi qui a parlarvi di “Imago”, performance di improvvisazione artistica, suoni e danza sperimentale. L’evento si è svolto giovedì 16 novembre a Trieste nel teatro di San Giovanni. Di questa singolare e intensa serata vi darò una personalissima interpretazione, arricchita dall’approfondita chiacchierata fatta “a freddo” con Francesco Amerise, autore, nonché cantore-musico e attore – sciamano nella messa in scena. Alla realizzazione del lavoro hanno contribuito Federica Miani (costumista) e Stefania Simsig (realizzatrice delle maschere di scena). Sul palco Mariangela Miceli, ballerina e performer, ha interpretato col movimento le suggestioni sonore, accompagnata da Giada Abbatessa e Serena Bertagna nel ruolo delle statue – albero danzanti.

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Imago non è un musical o un concerto nella forma convenzionale. Gli elementi scenici e i codici comunicativi adottati non compongono un prodotto completo in ogni dettaglio; lo spettatore non deve “sorbire” uno show preconfezionato, deve bensì specchiarsi nelle azioni presentate, lasciarsi influenzare dai messaggi sonori e farsi guidare liberamente dal loro flusso. L’idea è quella di offrire al pubblico, attraverso un’equilibrata commistione tra linguaggi artistici, degli spunti da cogliere a mente libera, con i sensi aperti. Bisogna concedersi alle suggestioni, abbandonarsi al viaggio onirico ed (extra)-sensoriale. Gli spunti di cui si parla sono dei simboli archetipici introdotti in maniera più o meno esplicita. L’archetipo è un significante universale, per questo dotato di immensa potenza simbolica; esso funziona nella nostra interiorità da stimolo primordiale e squarcia le singolarità culturali e le  specificità identitarie, storiche e geografiche. Chi osserva, quindi, non solo sprofonda nel palcoscenico, ma leggendo dentro agli archetipi, sprofonda in sé stesso. Il simbolo archetipico più ricorrente è il numero tre. I colori scelti per gli abiti di scena e per il fondale sono appunto tre, il nero, il bianco e il rosso: si tratta dei tre toni legati alle trasformazioni alchemiche della materia che, da materia grezza, diventa materia nobile.

Il palco è spoglio, adornato in alto solo da un certo numero di maschere bianche e, sulla sinistra, da una sorta di altare su cui poggia una strana maschera di colore bruno e dorato. Non esiste una trama definita come tipico del racconto tradizionale: le azioni che si susseguono devono fungere da apertura a nuovi possibili aventi, a nuove svolte. Lo spettatore si deve muovere nella stessa dimensione interiore che guida i protagonisti nella loro improvvisazione: il dialogo strettissimo fra i quattro protagonisti determina l’esito della performance; di fatti ogni minima sfumatura vocale, sonora, gestuale, comporta la risposta dell’altro. Ciascuna persona della platea completa gli eventi secondo la sua unica sensibilità, il suo livello di immedesimazione, il suo bagaglio esperienziale.

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Lo sciamano dà il via al rito insufflando la vita sotto forma di molecole di polvere; seduto tra i suoi strumenti pregni di mistero e magia guida il movimento esistenziale delle tre anime danzanti col flusso sonoro. Il suono prodotto è un continuum di paesaggi sonori, uno sfumare di suggestioni vocali e strumentali in cui il gesto agisce nel tessere il filo del canto, modella lo spessore e la densità del suono. Gli strumenti evocano mondi terrestri lontani tra loro, ambienti intimi, situazioni spaventose e spazi immaginifici. La ballerina entra in scena sbendata. Al centro del palco si abbassa al livello pavimentale e, come in un parto all’inverso, si veste di un velo bianco che accompagnerà la sua danza. Pare uno spirito che lotta per la sua libertà, per acquisire la sua identità: continuamente ricade a terra, è come schiacciata dalla dipendenza dei destini. Ai lati due alte statue dalla forma di alberi antropomorfi, forse a simboleggiare il fato, la dominano con il movimento dei loro rami – scettro; lo fanno con volti indifferenti, distaccati. Il velo limita la danza della vita che diventa un ballo cieco: questo velo può essere sia simbolo di una determinazione soggettiva anelata, sia del labile limite tra mondo fisico e mondo dello spirito. Vi sono rare espansioni nello spazio, il movimento viene represso, controllato, limitato, imposto dalle sacerdotesse – albero. L’anima danzante soffre, subisce una sorta di esorcismo al suono dello scacciapensieri, balla poi in tondo come una bambola meccanica al tintinnio del carillon. Attraverso la gestualità e la danza possiamo vedere il suono: sciamano e danzatrice “raccontano” il suono.

In alto le maschere forse ridono, forse piangono. Con il loro bianco laccato e le orbite oculari squallidamente vuote sono, forse, le presenze-assenze di antenati. Sono tante e confondono lo sguardo. Sembra a tratti di catapultarsi in una casa patrizia romana, nella sala in cui si svolgeva il culto delle anime dei parenti defunti le cui sembianze erano richiamate dal maschere funerarie o da busti riposti entro nicchie. Ma queste maschere sono prive di fisionomia, con la loro vuotezza ci ricordano che l’esistenza è ciclica e il viaggio terreno è solo un passaggio uguale per tutti, un percorso iniziatico che inizia e finisce (però) altrove. Anonime ci portano a domandarci chi siamo oggi, chi siamo stati e come saremo nel domani.

D’un tratto lo spirito danzante, forse scampato al peggio, forse avendo espiato una qualche colpa, oppure reputato oramai pronto a passare ad uno status superiore, esce finalmente dal velo: sembra ri-nascere a seguito di uno strano travaglio. Si dirige sul fondo del palco verso l’altare e indossa la maschera a tre facce. Tre facce: saranno le tre età della vita? Passato, presente e futuro? Nascita vita e morte, o magari i mondi di sopra, di mezzo e di sotto? O forse i tre stai della materia? Ognuno può leggere in quelle maschere un senso. A prescindere da ogni possibile interpretazione lo spirito prima anonimo non riesce comunque a determinare la sua vera identità e viene “accettato” solo perché indossa maschere. La maschera è dunque un altro tipo di velo, di barriera, di finzione, di annullamento di sé. La maschera di cui parliamo non è quella della falsa identità del ruolo teatrale per l’attore o del ribaltamento dell’ordine costituito carnevalesco: è, purtroppo, la condizione necessaria ad ogni essere umano per poter vivere nella società nel rispetto più o meno fedele delle sue convenzioni. Forse la maschera “è” l’essere umano stesso.

La musica finisce. L’esibizione si conclude con l’uscita dello sciamano che porta via con sé l’anima danzante. Lei ha abbandonato la maschera tripla: con questa azione infrange ancora una volta quel limite tra essenza ed apparenza, fisicità e astrazione, vita e morte… Sarà questa la fine della vicenda, se tutto il racconto non ha una vera e propria trama? Dove vanno ora quel deus ex-machina e quella creatura al contempo libera e dannata? Le sacerdotesse albero avranno sùbito altri spiriti vergini da domare come bestiole inermi? …o questo andar via di spalle indifferenti è solo un’altra suggestione per farci immaginare ulteriori svolgimenti?

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…non esiste una risposta giusta, quello che vuole regalarci lo spettacolo è proprio questo restar sospesi: in Imago qualsiasi lettura è valida, lecita, accetta. Sognare è reale, lecito, concreto, è un’esperienza che dobbiamo imparare a compiere con naturalezza e abbandono senza considerare questi momenti e queste dimensioni come banali fughe dalla realtà e dalla quotidianità. Spero che anche gli altri spettatori, come me, siano cascati entro “altri mondi”, un po’ come fece l’Alice di Lewis Carrol… Non importa se quelli in cui siamo stati noi, eliminando le barriere fisiche del teatro, fossero (o no) altrettanto meravigliosi. L’importante, per chi partecipa ad Imago, non è sprofondare o salire, espandersi o restringersi, ma viaggiare attraversando le dimensioni che vanno oltre la soglia dei sensi, squarciare il velo tra sogno e realtà.

Imago è uno spettacolo che suggerisco con sincerità a voi lettori e che auguro vivamente possa trovare tanti spazi in cui andare in scena.

***le fotografie sono state gentilmente concesse da Samuele Borlandi e da Federico Mullner.

per contatti: Francesco Amerise – 3491344827 – www.facebook.com/francy.lahmia

Alla prossima!

Giuberto

 

Banda Berimbau: un ponte di musica tra Trieste e il Brasile

Bentornati! Oggi voglio presentarvi la Banda Berimbau, storica formazione musicale che ha base a Trieste e che si dedica alla musica del Brasile nelle sue varie forme ed espressioni. Per sapere esattamente quale è stata la genesi del gruppo, l’evoluzione del progetto, la sua forma attuale e le idee per il futuro, ho parlato con Alessandro “Pai” Benni (uno dei fondatori della Banda) e con Davide Angiolini (direttore artistico).

Ciao ragazzi e grazie per la vostra disponibilità. Frequento da poco il vostro gruppo, ma sin da subito sono rimasto affascinato dalla musica a cui si dedica e dalle sue attività. La Banda Berimbau infatti si articola in maniera abbastanza complessa ed interessante: sarebbe bello far conoscere a chi legge la vostra realtà. Quando e come nasce la Banda?

A: nel 1995 suonavo la chitarra in un trio che si dedicava alla bossa nova e ad altri generi appartenenti alla tradizione brasiliana e si chiamava proprio Banda Berimbau! In quegli anni, grazie alla spinta delle teorie di Basaglia*, si svolgevano presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste dei progetti di musicoterapia nei quali venivano coinvolti, insieme alle persone in cura, studenti, medici e insegnanti provenienti dal Brasile. Così nel 1996 il musicoterapeuta e musicista brasiliano Alberto Chicayban organizzò un gruppo di batucada che si esibì al carnevale di Muggia: con strumenti raccattati qua e là si esibirono insieme pazienti del Centro di Igiene Mentale, musicisti locali (tra cui il sottoscritto) e studenti sudamericani. Fu un’esperienza unica, così si pensò di organizzare meglio quel l’idea e nel 1999 venne fondata la vera e propria Banda Berimbau.

*[Franco Basaglia è stato uno psichiatra, neurologo e professore, fondatore della concezione moderna della salute mentale, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia e ispiratore della cosiddetta Legge Basaglia (n. 180/1978) che introdusse un’importante revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti sul territorio. – Fonte: Wikipedia]

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Quali sono stati i passi più significativi per la crescita del gruppo?

A: senza dubbio la partecipazione al Raduno delle Scuole di Samba Italiane tenutosi a Milano nel carnevale del 2000 ha dato la giusta spinta all’evoluzione della Banda. È stata la prima vera opportunità di confronto con altre realtà già esistenti nel nostro Paese e da lì abbiamo colto numerosi spunti musicali, tecnici e organizzativi che tuttora teniamo in vita e pratichiamo. Poi è stato fondamentale per i membri della Banda viaggiare in Brasile: imparare sul luogo d’origine i ritmi per comprenderne meglio il significato e la tradizione. Col tempo abbiamo curato anche i nostri strumenti: ogni viaggio è tutt’oggi occasione per riempire le valigie di percussioni da portare qui per i nostri soci. Non vanno poi scordati stage, masterclass e seminari tenuti da grandi maestri che molti di noi hanno frequentato in giro per l’Europa per poi riportare le conoscenze acquisite all’interno della Banda. Cito infine i corsi tenuti direttamente per la Banda da musicisti quali Mestre Marcao del GRES Academicos de Salgueiro, Mestre Mario Pam degli Ile Ayie, Mestre Afonso della Naçao Leao Coroado, Gilson Silveira, Kal Do Santos, Dudu Tucci, Dudu Fuentes e tanti altri.

Su quali modelli nasce la Banda Berimbau dal punto di vista organizzativo e per le sue finalità?

D: la Banda Berimbau è un’associazione che si rifà all’organizzazione e alle finalità dei gruppi tipici della tradizione musicale percussiva brasiliana, come i “Blocos afro” di Salvador, i “Gremios Ricreativo Escolas de Samba” di Rio e le Naçao de Maracatú di Recife e Olinda. Questi gruppi hanno un legame molto forte con la loro terra e sono saldamente connessi al tessuto sociale, infatti oltre a tramandare le tradizioni e la cultura locale, hanno innanzitutto una funzione di aggregazione e mirano ad affrontare le problematiche sociali. Solo a Rio le scuole di samba stanno trasformando le loro esibizioni in veri e propri show che coinvolgono musicisti di professione: la messa in palio di notevoli cifre ha fatto sì che all’aspetto tradizionale se ne sostituisse progressivamente uno più spettacolare e più legato al business.  La Banda Berimbau utilizza la musica come collante sociale e cerca di unire e accogliere tutte le persone che hanno voglia di imparare a suonare, indipendentemente dal loro genere, età, capacità tecniche, abilità e disabilità.

Come insegnate a suonare le percussioni? Servono delle competenze musicali e quale percorso si compie all’interno del gruppo?

A: come già detto, chiunque abbia la passione per la musica brasiliana e in particolare per le sue percussioni può frequentare la Banda. Il metodo messo a punto per l’insegnamento è un compromesso tra il metodo orale – sillabico usato tradizionalmente in Brasile e un’impostazione nozionistica di base che permetta a tutti di acquisire almeno dei rudimenti di teoria ritmica per poter capire meglio ciò che si suona.

D: per questo sono stati organizzati tre livelli: un corso base aperto a chi si approccia per la prima volta alla musica brasiliana, uno intermedio per chi ha acquisito una certa competenza sui ritmi e sugli strumenti o possiede già una buona tecnica acquisita con attraverso altri percorsi di studio e il terzo livello, quello più avanzato e in cui si richiede una maggiore serietà, cioè la Banda Berimbau vera e propria, che si esibisce in pubblico in occasione sfilate, manifestazioni e concerti.

A quanti anni si può iniziare a frequentare la vostra associazione?

D: è attiva la Scuola dei Bambini alla quale si possono iscrivere i piccoli. Il primo gruppo comprende i bimbi dai tre agli otto anni e il secondo dagli otto anni fino ai sedici.

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Se non sbaglio la Banda Berimbau non si dedica solo alle percussioni e comunque si articola in più progetti complementari: potreste descriverli in breve?

D: Abbiamo varei tipologie di spettacoli: “Canta Italia” abbina ritmiche brasiliane a melodie delle canzoni italiane più note; lo spettacolo “Canta Mondo”, realizzato con in cantante e attore Leonardo Zanier e il chitarrista Tiziano Bole, abbina ritmi brasiliani ai brani più noti delle varie tradizioni nazionali soprattutto rock e pop. Esiste poi il progetto “Binho Carvalho Show” che si concentra totalmente sulla canzone tradizionale brasiliana. Accanto a questi primi spettacoli più tradizionali esiste  “Talkin’ Vibes” in cui l’elettronica si mescola a ritmiche brasiliane rivisitate in chiave più moderna. Infine la Banda si dedica a spettacoli che si incentrano ognuno su un genere specifico come il Samba e il Maracatú. Parallelamente, la Banda Berimbau sviluppa progetti educativi di percussione e introduzione al ritmo e alla musica d’insieme all’interno di scuole, centri estivi e centri diurni per bambini e ragazzi diversamente abili. Il progetto AquaBrasil mette insieme aquagym e percussioni brasiliane dal vivo a bordo vasca in piscina, creando un’attivita’ mista tra ballo, sport e canto. Insomma…ce n’è per tutti i gusti.

Quali sono stati i palchi, o le occasioni, di maggior prestigio nei quali vi siete esibiti? Avete anche lavorato a delle produzioni?

D: tra le principali esibizioni di livello degli ultimi anni vanno menzionate: Festa Tradicional Italiana di Belo Horizonte (Brasile), tre edizioni dell’Exit Fest di Novi Sad (Serbia), Rock for People (Repubblica Ceca), Notte Bianca di Napoli e di Bucarest, TRL su MTV Italia, numerose edizioni del Dubai Summer Festival, Dubai Shopping Fest, Abu Dhabi National Day, Carnevale delle Culture di BerlinoLatinoAmericando di Milano, Rototom Reggae Sunsplash e Rototom Free, Carnevale di Venezia, Capodanno in Piazza San Marco a Venezia. Inoltre le aperture dei concerti di Gilberto Gil, Toquinho, Beth Carvalho, Sud Sound System. In Brasile la Banda si è esibita inoltre a Salvador de Bahia, Rio de Janeiro e Recife con numerosi gruppi tra i principali al mondo nel genere (GRES Academicos do SalgueiroBangalafumengaIle AyièEstrela Brilhante, Naçao Leao Coroado, Naçao Estrela Brilhante de Igarassu, Kizumba). Per quanto riguarda le produzioni, nel 2014 è uscito il DVD Live Banda Berimbau e Binho Carvalho Show che documenta lo straordinario concerto che ha conquistato i settemila spettatori di TriesteEstate 2012. Precedentemente, all’interno dell’album Jardim Electrico, a tribute to Os Mutantes, che ha riscosso un enorme successo di critica in Europa, Usa e Brasile, è stato incluso un brano inciso insieme al gruppo indie Franklin Delano.

Presumo che la Banda abbia ricevuto dei riconoscimenti o dei premi…

D: abbiamo sempre evitato competizioni o concorsi, chi ci voleva cio ha sempre contattato direttamente, non abbiamo mai avuto per fortuna bisogno di fare concorsi o cose analoghe… Una volta esisteva una specie di concorso informale tra “baterie de samba” in Veneto e noi tra il 2006 e 2008 (unici tre anni in cui la hanno organizzata) siamo arrivati primi, terzi e secondi. Nel 2016 l’Associazione Culturale Berimbau è stata insignita del Premio Regionale Solidarietà da parte della Consulta Provinciale di coordinamento delle associazioni delle persone con disabilità e delle loro famiglie (prov. di Gorizia), quale ente meritevole di aver dato aiuto e favorito l’inclusione alle persone con gravi difficoltà.

Quanti membri conta attualmente l’associazione e quanti sono i componenti della Banda che si esibisce?

D: gli iscritti all’associazione sono attualmente un centinaio, di cui quaranta sono membri effettivi della Banda vera e propria.

Immagino che nel corso degli anni il gruppo sia stato frequentato da tante persone: in relazione agli aspetti umani e musicali, quali sono state le più belle soddisfazioni per voi che dirigete la Banda?

A: di sicuro la cosa più curiosa e soddisfacente è stata quella di insegnare la musica brasiliana a dei brasiliani residenti a Trieste che nella loro terra d’origine non avevano avuto modo di studiarla e praticarla. Un grande appagamento, oltre che una grossa responsabilità, è sapere che per molte persone la frequenza delle nostra attività è un modo per affrontare e superare gravi problematiche personali. È bello anche che la Banda sia stata frequentata da bravissimi musicisti che hanno scelto il nostro gruppo per confrontarsi e completare le loro conoscenze. Insomma, ognuno frequenta la Banda con modi, aspirazioni e motivazioni molto differenti!

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Ultima ed importantissima domanda: potete parlare del progetti di volontariato e di utilità sociale che sostenete direttamente e a distanza?

D: per seguire ulteriormente la sua vocazione sociale, Banda Berimbau sostiene economicamente un centro di recupero per ragazzi di Salvador de Bahia(il C.C.O.R. nel Calabetao), il tutto per tramite dell’associazione italiana “Ragazzi di Val”. Con il nostro contributo finanziamo dei corsi di percussioni seguiti dal maestro Mario Pam, direttore dell’importantissimo gruppo Ilê Aijê e parte delle spese del centro. Il secondo destinatario dei contributi di beneficenza è la sede locale dell’Associazione Donatori di Midollo Osseo (ADMO). Collaboriamo poi con l’Associazione Donatori  Sangue di Trieste, organizzando varie donazioni “di gruppo” nel corso dell’anno.

Vi ringrazio ragazzi! Invito i lettori a dare uno sguardo al sito www.bandaberimbau.com e cercare video, notizie ed eventi su YouTube e sulla loro pagina Facebook. 

Grazie mille per l’attenzione è come di consueto commentate e condividete!

Alla prossima,

Giuberto

Giorgio Del Rio: percussionista e batterista con l’Africa nell’anima.

Ciao e bentornati!!!

Continua la serie di articoli-intervista che su questo mio blog sto dedicando a musicisti e band. Oggi vi presento Giorgio del Rio. Batterista e percussionista, ritengo Giorgio una personalità “storica” dell’ambiente musicale sardo, visto il suo percorso formativo, artistico e per le sue attività didattiche che si snodano a cavallo tra la musica occidentale/rock più “pesante” e quella più autentica dell’Africa nera, con  esperienze che si aprono ad ambiti altrettanto differenti come il reggae e il musical. Ma parliamo direttamente con lui…

Ciao Giorgio, grazie per la tua disponibilità! Io ti ho conosciuto anni fa come batterista metal-progressive (Red Crystal), poi come batterista reggae (Zaman), come percussionista in vari progetti (Guney Africa, Almamediterranea) e infine ad accompagnare dei lavori complessi, a cavallo tra teatro e musica (Serendip)… Probabilmente ignoro qualche altra tua esperienza importante. Innanzi tutto potresti raccontarci brevemente le tue tappe artistiche fondamentali?

Ciao a tutti voi che leggete e grazie a te per avermi contattato! Veniamo subito a noi: ho iniziato a suonare la batteria nel 1980 e dopo qualche anno ho capito che era necessario studiare, quindi decisi di prendere lezioni da un grande batterista dell’epoca, Augusto Luridiana. Contemporaneamente sono entrato a far parte di una band metal con la quale registrai un disco e feci delle date in Italia; finito il periodo metal entrai a far parte dei Red Crystal: quel periodo fu caratterizzato da una intensa attività live. La mia curiosità mi spinse a cercare le origini del ritmo e nel 1999 ebbi la fortuna di conoscere un grande maestro di percussioni: Sena M’Baye,  all’epoca primo percussionista del balletto nazionale senegalese… Così iniziai la mia avventura africana! Quasi per caso conobbi Momar Gaye, cantante e percussionista che mi coinvolse nel suo progetto di afro reggae degli Zaman: furono anni meravigliosi fatti di tanti concerti in giro per la Sardegna e qualche data in Italia. Insieme a Momar ed altri otto percussionisti demmo vita inoltre ad un gruppo etnico tradizionale chiamato Guney Africa; dopo circa sette anni passati con gli Zaman entrai a suonare negli Almamediterranea, formazione storica cagliaritana con la quale ho passato cinque anni ricchi di concerti e soddisfazioni. Nel 2012 conobbi Manuel Cossu che mi propose di far parte di un suo progetto musicale inedito, veramente intrigante e particolare,  che coinvolge quattro cantanti ed altrettanti musicisti: questo è attualmente il mio progetto principale, i Serendip.

 Giorgio del Rio (djembe)

So che hai studiato in Senegal e in altri Paesi africani le tecniche e i ritmi tradizionali. Ci racconti qualcosa? Qual è stato l’impatto con la loro cultura? Quale è la loro reazione nei confronti di uno “straniero” che vuole imparare le loro musiche e le loro tradizioni?

Come accennato prima, ho avuto la fortuna di conoscere Sena M’Baye, un grandissimo percussionista che dopo qualche anno di studi qua in Italia mi portò a casa sua in Senegal: ricordo ancora oggi l’emozione del primo viaggio, fu fantastico! Fui accolto benissimo dalla sua famiglia (sua madre e suo padre facevano parte del balletto nazionale a Dakar) e mi trovai benissimo, tanto che rientrato in Italia non vedevo l’ora di ripartire. Negli anni successivi tornai a Dakar ed ogni anno avevo la fortuna di studiare con uno dei più grandi percussionisti senegalesi, Mahamadou Fal Khoulè, un vero maestro sia di percussioni che di vita! Nel 2005 ebbi l’occasione di studiare in Burkina Faso con Sekou Dembelè e conoscere la realtà di un altro Paese dell’Africa dell’ovest. Nel 2007 feci un altro viaggio di studi, ma questa volta in Guinea, dove ho avuto l’onore di studiare con Yamoussa Camarà nella meravigliosa isola di Tamarà, esperienza così bella che ho ripetuto nel 2008 e 2012.

Parliamo della tua attività didattica…

L’anno 2000 fu caratterizzato dai primi corsi sia di batteria che di percussioni. Capii che era giusto trasmettere le mie esperienze e informazioni e così inaugurai il primo corso di percussioni presso la scuola di danza Afrodanza, iniziando così una meravigliosa collaborazione con Donatella Padiglione, coinvolgendo Momar Gaye come insegnante di danza. Attualmente insegno nella mia sala privata sia percussioni che batteria e in questi anni ho avuto alcuni allievi che poi sono diventati bravissimi, cito tra tutti Raphael Saini tra i batteristi, Davide Madeddu e Andrea Alberton tra i percussionisti. In estate fermo i corsi che riprendo nei primi giorni di ottobre. Per chi fosse interessato può contattarmi al 3470091730 (piccolo spazio pubblicità!)

Quali sono i progetti live e discografici in cantiere?

Attualmente suono in quattro gruppi: Serendip (progetto di brani inediti) con il quale ho registrato un ep, con la cover band MP4 (band della quale fanno parte quattro musicisti dei Serendip), con Legend (tributo a Marley), gruppo del quale fanno parte Momar Gaye ed altri musicisti degli Zaman ed infine con i Guney Africa! Insomma, non mi annoio!!!!

Cosa consigli a un ragazzo che inizia a suonare la batteria o le percussioni?

La prima cosa che suggerisco è di pensare alla musica come un’espressione personale e quindi ovviamente cercare di imparare questa vera e propria lingua universale! Questo significa studiare per poter esprimersi al meglio e divertirsi poi: come dice il proverbio, “se sono rose fioriranno” , insomma non pensare alla musica come un lavoro ma come fonte di gioia!

Giorgio del Rio (drums)

Domanda finale da “ascoltatore medio” (faccio spesso una domanda da ascoltatore medio!!!): senti di essere più un “batterista” o un “percussionista”? …e in ogni caso: quanto la tecnica e il modo di pensare da batterista influenza il modo di approcciarti alle percussioni e viceversa?

Per quanto riguarda la prima domanda sarebbe come chiedere “quale figlio ami di più?” Suonare la batteria è meraviglioso come suonare le percussioni! Sono molto fortunato perché sono riuscito ad amare in egual modo le due tecniche. E’ innegabile poi il fatto che suonare le percussioni mi abbia migliorato tantissimo come batterista aprendo la mente a soluzioni ritmiche veramente interessanti e, viceversa, ho potuto sfruttare pienamente la tecnica di uso dei polsi suonando le percussioni.

Benissimo! Ti ringrazio per questa intervista: spero che il tuo percorso artistico prosegua arricchendosi ulteriormente e che molte persone conoscano la tua arte e soprattutto imparino il tuo modo di vivere la musica!

Ecco come contattare Giorgio e avere maggiori info sui suoi progetti:

Facebook: Giorgio Del Rio

Yotube : Giorgio Del Rio

Sito internet www.theserendip.it

E-mail: joedelrio@virgilio.it

 

Cari lettori, vi saluto e vi chiedo di condividere e commentare!!!

A presto!

Giuberto

“In my Mind”: il nuovo album dei Caribeasts

Ciao a tutti e benvenuti ancora una volta sul mio blog!

L’articolo di oggi è dedicato all’album “In My Mind” del duo strumentale The Caribeasts composto da Michele Sestu al pianoforte e da Stefano Di Carlo alle percussioni. Il nome stesso della band descrive pienamente il carattere della musica e le sonorità di questo lavoro: abbiamo a che fare con dei musicisti “maledettamente” capaci ed espressivi che si muovono nell’ambito della musica che possiamo molto ampiamente definire “latin”. Perché ascoltare questo disco? Beh, i motivi sono tanti! Innanzitutto per gli appassionati delle atmosfere Sud Americane e Caraibiche, questo è un concentrato di evocazioni, atmosfere, riferimenti che non deluderà affatto. Per chi ascolta con orecchio critico c’è da restare stupiti dalla bravura di Michele e di Stefano: ritmi intensi, mai troppo carichi e ripetitivi, melodie fortemente evocative capaci di rapire la nostra mente e di farla viaggiare in luoghi lontani. Ma siamo – fortunatamente – davvero lontani dalla stucchevolezza e dalla banalità dei cliché che caratterizzano una buona parte di lavori “qualunquisti”, anni luce distanti rispetto a quei dischi e a quelle formazioni che attingono a piene mani pattern, modi e strutture d’area afro-caraibica e le assemblano insieme senza attenzione e senso. I The Caribeasts si esprimono in un modo totalmente diverso dallo pseudo latino-americano urlato e standardizzato che viene propinato dalle radio commerciali.

CARIBEASTS

In My Mind” condensa in nove tracce colori e sapori sonori caldi e coinvolgenti, lo fa attraverso una rielaborazione unica che rivela il carattere, il gusto, la formazione e l’esperienza dei due musicisti. Un duo sardo che richiama l’Oltreoceano, ma che fa sentire anche la sua voce personale. Stilisticamente emerge il tocco Classico del piano, ma anche il riferimento a generi più europei e a noi vicini riscontrabili nel gusto leggero di “No More” o quello più retrò di “Waltz For You” e di “Bahamas”. L’apparato ritmico non fa una piega: preciso ed efficace, mai carente, mai troppo esuberante. In primo piano sono le congas che specie in “Limbolumbia” svolgono una funzione melodica attraverso il dialogo e l’intreccio con il pianoforte. Stupendo l’uso elegante di altri strumenti a percussione che sostengono, decorano, ma non sporcano. Insomma, stupirà l’equilibrio di questo duo; è un duo che colpisce, nella sua essenzialità, per la sua completezza.

Ora passiamo a delle brevissime domande ai The Caribeasts: Michele Sestu e Stefano Di Carlo. Ciao ragazzi, grazie per la vostra disponibilità e complimenti sinceri per questo vostro lavoro. Innanzitutto vi chiedo due parole su di voi, la vostra formazione ed esperienza e sul progetto The Caribeasts.

Perché il titolo “In My Mind” e, per chi legge, potreste definire meglio il genere della vostra musica?

In My Mind è il titolo del primo brano composto da Michele per i The Caribeasts. È un titolo significativo che riassume il motto compositivo del pianista Michele Sestu, ovvero: “Se suona bene nella mia mente, suonerà bene ovunque”. Abbiamo voluto dare questo titolo anche al primo album, in quanto contiene musica che rispecchia questo motto. Il nostro genere musicale é il jazz caraibico, del quale ci consideriamo pionieri e forse inventori. Si tratta di un tipo di musica che ingloba i generi musicali di tutti i Caraibi, sviluppati e conditi con alcune particolarità tipiche del linguaggio jazz.

Come è avvenuta la fase compositiva e chi si è occupato delle registrazioni?

Inizialmente, i primi brani sono stati composti da Michele al piano, con indicazioni di massima sul ruolo delle percussioni, in modo da lasciare un abbondante margine tecnico-espressivo a Stefano. Ultimamente, con l’acquisizione di nuove capacità da parte di entrambi, sta avvenendo anche il contrario. Ne è un esempio “Verraco Loco”, la cui idea compositiva è attribuibile interamente al percussionista Stefano Di Carlo, sebbene il pianoforte ha mantenuto un ampio margine di intervento. In fin dei conti, ognuno di noi due compone la propria parte, che é strettamente interconnessa alla parte dell’altro, anche grazie a un espediente unico, quale la particolare accordatura del set di percussioni. Il risultato è una musica composta da un unico compositore con due menti e quattro, anzi sei braccia (il mostro / bestia dei Caraibi … the caribeasts). La musica del primo album è stato registrato da Pierpaolo Meloni, Audiostudio, a Sestu, con cui abbiamo in progetto di registrare un EP interamente in analogico.

A proposito di interconnessione; alcune persone, hanno notato, che dal vivo nessuno di voi due stacca il tempo. Come fate?

Anche questa è una nostra caratteristica di unicità. Si tratta di un’evoluzione delle tecniche di direzione d’orchestra, applicate alla nostra formazione di due elementi, senza peraltro avere il direttore d’orchestra. Mi spiego meglio: i direttori d’orchestra, quelli bravi, difficilmente staccano il tempo gesticolando nel vuoto prima dell’inizio di un brano, eppure riescono a far attaccare decine, se non centinaia di orchestrali simultaneamente, con enorme sicurezza e con la velocità corretta. Come fanno? Bene, osservateli e capirete.

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Quali spazi accolgono la vostra musica qui in Sardegna? Avete anche degli appuntamenti altrove?

Il nostro show é adatto alle sale dotate almeno di un pianoforte acustico. Questo é il nostro unico requisito. A Cagliari ci sono alcuni locali adatti, sia per la dotazione del pianoforte che per il connubio col nostro genere che, sottolineiamo, é unico. Abbiamo suonato per l’inaugurazione della lodevole iniziativa “Un pianoforte per Cagliari” e in alcuni dei locali sopra menzionati. Confidiamo di fissare un appuntamento ricorrente in uno di questi locali a partire da settembre del 2016, una sorta di esclusiva. Per quanto riguarda l’estero, stiamo cercando di suscitare l’interesse di una major, di cui adesso non possiamo divulgare ulteriori dettagli, in modo da unire la stagione concertistica alla produzione discografica. Del resto possiamo contare su un repertorio di trenta brani originali, nonché di un album già prodotto, pronto per la commercializzazione.

Domanda da “ascoltatore medio”: perché un duo strumentale e nessuna parte vocale?

Perché la musica è capace di comunicare più delle parole. Ovvero, la comunicazione mediata dalle parole, essendo una forma di comunicazione denotativa, obbliga l’ascoltatore a percepire un significato preconfezionato da cui non c’è via di scampo. La musica strumentale, essendo una forma di espressione connotativa, permette di trasmettere il senso, l’archetipo della sensazione, che ogni ascoltatore percepisce a livello inconscio e ne trae un risultato sensoriale proprio e immediato. In questo modo, la musica pura, strumentale, è di più facile percezione del cantato, anche se molti sono convinti del contrario.

Quali sono i canali nei quali poter trovare delle informazioni sulla vostra musica e sui concerti?

Abbiamo un sito web: www.thecaribeasts.com e la pagina facebook ufficiale.

Grazie di cuore ragazzi!

Cari lettori, non perdetevi dunque “In my Mind dei The Caribeasts” e i loro live!

Commentate e condividete!

Alla prossima,

Giuberto

LUA Pandeiro: le percussioni artigianali di qualità di Luca Astolfi

Ciao a tutti e bentornati!

Oggi continuiamo a parlare di musica, di percussioni e ancora del pandeiro brasiliano! Vorrei farvi conoscere un giovane musicista ed artigiano di Como, che ho conosciuto casualmente in rete e con il quale ho iniziato a collaborare qualche tempo fa come suonatore di pandeiro. In occasione di uno dei miei scambi di strumenti gli avevo richiesto telefonicamente “un pandeiro leggero”: dopo poche settimane mi era stato recapitato uno strumento fatto apposta per le mie esigenze e che è a dir poco straordinario! Questo “grandissimo ragazzo” si chiama Luca Astolfi e ha fondato il marchio LUA Pandeiro con il quale produce in maniera totalmente artigianale non solo pandeiro brasiliani, ma anche altre percussioni della cultura carioca, come i surdos e i tamborim.

(Riprendo la parentesi già inserita nell’articolo precedente dedicato a Bubi Staffa in modo da chiarire nuovamente a tutti i lettori cosa è il pandeiro: si tratta di un tamburo a cornice tipico della cultura musicale brasiliana, l’unico al mondo ad essere suonato in posizione orizzontale. E’ costituito da una cornice circolare di legno sul quale è tesa una pelle naturale o sintetica e lungo il diametro della cornice vibrano dei piattini metallici)

Luapandeiro1

Ciao Luca e grazie per aver accettato questa intervista e soprattutto un grazie a titolo personale per sostenermi come percussionista e per comparire come mio sponsor nel mio sito!  Innanzitutto trovo bellissimo il nome LUA che è sintetizza le tue inziali, ma che significa “luna” in portoghese… Iniziamo con le domande… Come e quando è nata la tua passione per la musica brasiliana?

Ciao Atzo, innanzitutto grazie a te per avermi proposto questa intervista. Sono molto felice di poter condividere con i lettori  quello che so e di quello che ho imparato e… inevitabilmente quello che in parte sono.

Tutto è iniziato quando da ragazzino (a circa 13 anni) ho iniziato a frequentare un’accademia di Capoeira, presso l’Associazione Italiana di Capoeira da Angola di Mestre Baixinho. Lì mi si è aperto un mondo che mi ha affascinato e rapito. Ho praticato la Capoeira per circa 8 anni e parallelamente ho iniziato a suonare le percussioni samba. Ho avuto anche la possibilità di frequentare un Workshop con Gilson Siveira, il quale mi ha fatto conoscere le potenzialità di questo fantastico strumento che è il pandeiro.

Cosa ti ha poi spinto a diventare un costruttore di percussioni? Hai imparato da solo o hai frequentato una scuola o dei corsi?

Il mio primo pandeiro veniva dal Brasile, era artigianale ed economico, ma come tutti i pandeiro economici pesava come il piombo… ma mi sono affezionato al suo bel suono! La pesantezza dello strumento di cui disponevo e il costo elevato dei pandeiro professionali mi ha spinto a 19 anni a creare il mio primo pandeiro.

Non esistono corsi in italia per imparare a costruire dei pandeiro. Quindi da buon studente di Facoltà scientifica quale Informatica, ho attuato la reverse engineering al mio pandeiro brasiliano …e poiché ho l’attitudine in parte derivata dalla mia famiglia (fin da mio nonno) ai lavori manuali con metallo e legno, ho potuto realizzare il mio primo pandeiro, un 12 pollici con platinelas in ottone e abafador in ferro. Col senno di poi devo ammettere che era brutto e pesante…. Ma non così brutto e non così pesante da togliermi la voglia di migliorare!

Ogni pezzo dei tuoi strumenti è realizzato a mano… Mediamente quanto tempo può servire per realizzare un pandeiro?

Ovvio che realizzo tutto a mano (ad eccezione della pelle che acquisto da un artigiano), dal taglio delle meccaniche, alla saldatura dei cerchi per i tiranti , alla piegatura e incollaggio del legno.  Purtroppo non posso vivere dalla realizzazione dei pandeiro: in Italia è uno strumento ancora poco conosciuto e non tutti sono disposti a spendere per uno strumento professionale. Quindi nel tempo libero, parallelamente al mio lavoro, riesco a mantenere questa passione. Perciò… potrei impiegare anche due mesi ad ultimare uno strumento!

Tu sei anche un musicista: quanto ritieni importante per un percussionista – oltre i ritmi e le tecniche – la conoscenza delle caratteristiche materiali e costruttive degli strumenti che si suonano? …e quanto credi possa essere significativo saper costruire?

Sicuramente è di aiuto per un musicista conoscere i materiali , i loro pregi, i difetti  e le caratteristiche sonore: in tale modo può aiutare l’artigiano a cui commissiona il “suo” strumento a trovare la combinazione di materiali adatta ad ottenere il suono che ricerca. Ogni musicista si prefigge di ottenere un particolare suono per il proprio strumento: questo ideale timbrico non è di facile descrizione, così il compito del costruttore è quello di studiare come ottenerlo. Per questo non esistono combinazioni fisse per i miei strumenti.

Parliamo di un argomento nevralgico per i percussionisti: la scelta tra pelli naturali e pelli sintetiche? Tu cosa preferisci quando costruisci e quando suoni?

Senza dubbio la pelle naturale,  anche se deve essere riaccordata più spesso.  In alternativa spezzo una lancia in favore delle  pelli Remo:  Renaissance , Fiberskyn e Skyndeep. Soprattutto quest’ultima è una delle migliori invenzioni degli ultimi tempi e particolarmente adatta ai pandeiro.

Pandeiro-evolution-skyndeep-remo

Hai chiamato una serie di pandeiro “Piuma”: probabilmente si tratta dei pandeiro più leggeri che si trovano in circolazione! A chi suona, avere uno strumento così leggero, garantisce minore fatica e pochi rischi di tendinite! Quali sono i materiali con cui realizzi cornice, meccaniche e platinelas?

Ho sempre cercato di realizzare pandeiro leggeri, che suonassero bene e che non costassero tanto. Grazie alle mie conoscenze scientifiche ho potuto studiare la combinazione vincente di materiali e spessori, per ottenere pandeiro leggeri , maneggevoli e bilanciati. La cornice è di multistrato composito di legni leggeri di diverse essenze (pioppo, pino, tanganica), le meccaniche sono di alluminio e acciaio Inox, platinelas e abafador di vari matriali e spessori: ferro,rame, bronzo, ottone, alpacca, alluminio.

Trovo molto interessante il sistema on/off che permette di avere in un unico strumento un pandeiro tradizionale e uno “muto”. Potresti descrivercelo?

Penso tu ti riferisca al sistema Hit-Hat: è una delle mie due principali innovazioni che ho apportato al pandeiro (l’altra è il regolatore di gioco per le platinelas). Si tratta sostanzialmente di un filo che se azionato permette di stoppare le platinelas e quindi rendere muto il pandeiro; al contrario, se rilasciato, le paltinelas ritornano a suonare liberamente. Comunque sul mio canale youtube sono presenti dei video di spiegazione.

Quali sono gli altri strumenti che costruisci?

Principalmente le percussioni brasiliane del samba: surdos, chocalho, quica, repinique, tamborim, ma anche shakers, bodhran e tamburi a cornice.

Ti occupi anche di laboratori musicali e di costruzione di strumenti se non erro… Parlacene brevemente!

Sì, da anni collaboro con l’associazione Parada Par Tucc di Como (www.paradapartucc.it che significa “parata per tutti”) che si occupa di promuovere l’arte in ogni sua forma: ogni anno vengono attivati dei laboratori gratuiti. Io mi occupo del laboratorio di percussioni samba e del laboratorio di costruzione strumenti.

Infine ti chiediamo i link dove possiamo trovare i tuoi recapiti, le schede dei tuoi strumenti e le recensioni!

Beh, c’è l’imbarazzo della scelta: per informazioni visitate pure il mio sito internet www.luapandeiro.com o le mie pagine social G+, Facebook  e il mio canale youtube. Per quanto riguarda le recensioni potete andare sempre sulla pagina Facebook o cercate la mia attività su Google maps.

Grazie mille davvero! Spero di poter suonare ancora altri dei tuoi strumenti e spero che sempre più persone ti conoscano e apprezzino il suono e la qualità delle tue creazioni artigianali!

Sono io che devo ringraziare te per quello che stai facendo, non ci sono molte persone che si dedicano alla divulgazione di informazioni nel mondo delle percussioni!

Grazie per l’attenzione! Commentate e condividete!!! A presto con un nuovo articolo!

Giuberto

Intervista a Paolo Sanna, percussionista sardo di fama internazionale

Benvenuti alla prima intervista del mio Blog!

Per inaugurare questa “serie” di articoli ho scelto un grande personaggio della Sardegna, un artista che dal suo piccolo centro del Medio Campidano si è spostato in giro per il mondo per poter prima studiare, imparare e ricercare e ha poi continuato a viaggiare per diffondere i risultati del suo lavoro in maniera creativa. Paolo è una persona dalla grande preparazione culturale e di enorme sensibilità. Il suo studio è un luogo di meraviglie musicali, le sue lezioni individuali e di gruppo si configurano come dei momenti di conoscenza – non solo di ritmi, tecniche e strumenti – ma anche di Storia, storie di popoli e di tradizioni. Per voi a seguire un’approfondita intervista che aiuterà a conoscerlo e a capirlo a fondo! Buona lettura!

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(Giacomo Salis / Paolo Sanna Percussion Duo – foto di Mauro Medda)

Ciao Paolo: a te il mio migliore benvenuto! Grazie per essere il primo ospite del mio blog “giubertoatzori.it” Averti qui per me è un immenso onore, oltre che un piacere! Partiamo con le domande…

Dove hai studiato durante la tua formazione?

Mi sono avvicinato alla batteria e alle percussioni in modo istintivo da ragazzino. Allora non c’erano certo i materiali che facilmente troviamo oggi e men che meno c’era internet, quindi comprai una copia del Gene Krupa (unico manuale in italiano allora disponibile e che ancora conservo) ed iniziai a studiare  da solo, ero veramente “preso” da tutto ciò che era batteria e percussioni. Ho iniziato a studiare batteria al C.P.M. di Milano nel 1985 con Alfredo Golino, un grande musicista e batterista, ma non posso certo considerarmi un suo allievo, anche perché andai via dalla scuola per poter viaggiare e portare le ricerche nella direzione che mi interessava di più. Ho poi studiato percussioni arabe per due anni alla scuola di percussioni Timba di Roma con Ahmed Yaghi, eccellente percussionista libanese. Sempre a Roma ho studiato percussione persiana con Siamak Kalili Guran, Kurdo iraniano, concentrandomi sul daff persiano. Siamak, cantante, percussionista e suonatore di tar e utar (cordofoni di area persiana) è laureato in canto, tar e utar al conservatorio di Teheran. Parallelamente, sempre a Roma, nello stesso periodo (parlo dei primi anni 90) ho preso lezioni di berimbau dal percussionista brasiliano di Bahia Marcos Rodrigues (ero rientrato dal mio primo viaggio in Brasile poco tempo prima), ho anche frequentato diversi laboratori, dal CIAK sempre a Roma, con Rosario Jermano per conoscere la sua tecnica slide usata col berimbau, a altri laboratori sia di batteria che di percussioni, con Celso Machado e altri… Sono sempre stato interessato ad argomenti particolari che spesso non vengono trattati  sui testi. Ho poi una schiera di quelli che io chiamo i miei “maestri inconsapevoli”… sono i musicisti che con i loro esempi, anche di vita, mi hanno dato degli input importanti.

Lo studio della batteria e delle percussioni è andato di pari passo, o le percussioni sono arrivate dopo?

Non ho mai separato le due cose. Fin dall’inizio  è stato del tutto naturale portare avanti lo studio della batteria e delle percussioni, studiando con vari battenti e con le mani le tecniche relative di ogni strumento… credo nasca anche da questo il fatto che normalmente suono su dei set “ibridi”.

Hai viaggiato in vari Paesi del mondo per imparare le tecniche, conoscere gli strumenti, i ritmi e le culture. Dove hai studiato, con chi e quali strumenti? Ai tuoi allievi raccomandi sempre di avere “rispetto”: cosa significa esattamente?

Ho “incontrato” il berimbau nel mio primo viaggio in Brasile e li potei apprendere da vicino i primi rudimenti sullo strumento: questo primo viaggio durò poco più di un mese, non potevo fermarmi oltre, ma venivo da tre mesi trascorsi in Mexico,  dove ebbi la possibilità di avvicinare dei musicisti locali. Si trattava di un trio tromba, contrabbasso, marimba. Il suonatore di marimba suonava anche le maracas in modo pazzesco, così chiesi delle lezioni, riuscii a convincerlo e per tre mesi non feci altro… Dopo aver comprato un paio di maracas in cuoio fu un continuo lavorare sulla tecnica (strumento a torto poco considerato in occidente) e sul gesto. Dopo i tre mesi in Messico mi spostai in Brasile, come dicevo, e mi avvicinai al berimbau,  ai caxixi di varie misure e forme e altre piccole percussioni. Sono tornato a Bahia l’ultima volta qualche anno fa per raccogliere altro materiale musicale, cd, percussioni per portare avanti studi e ricerche. Gli altri luoghi dove sono stato sono il nord Africa, Algeria, poi l’estremo oriente, South Korea, Japan, dove ho ricercato e raccolto materiali relativi a sciamanismo, musica, percussioni. Da queste esperienze ho capito che il rispetto per le “culture altre” deve essere il primo elemento che ti porta verso il confronto, verso ciò che può interessarti. Ai miei allievi parlo di rispetto,  cioè quel tipo di rispetto che nasce dalla conoscenza, ma parlo anche di onestà.

Il tuo studio è una “bottega” di strumenti e sei un profondo conoscitore della provenienza e della storia di ognuno di essi. Che tipo di legame hai con questi oggetti? Anche se la domanda potrebbe essere banale: hai uno o più strumenti che preferisci o con i quali riesci ad esprimerti al meglio?

Credo fermamente che dentro ogni strumento, ogni percussione, ci sia la storia di un popolo, che qualche volta può essere anche tragica: penso alla deportazione dei neri africani nelle Americhe. Dentro uno strumento può esserci il rito, la gioia, il pianto e il dolore, ci può essere la festa, il gioco… ecco perché parlo di “rispetto” che nasce dalla conoscenza. Sono molto legato alle mie percussioni, che spesso ho raccolto nei miei viaggi… Non ho degli strumenti preferiti, credo però ci siano degli strumenti che permettono un uso più “intimo”, penso ad una kalimba o allo stesso berimbau che per essere suonato deve quasi essere abbracciato, giusto per fare degli esempi.

Passiamo all’anello di giunzione che permette meglio di comprendere la tua arte. Hai acquisito tecniche e ritmi di svariata origine, ma non ti esibisci in pubblico con strumenti come la darbouka e il berimbau dei quali sei un superbo esecutore… Come è avvenuto il passaggio all’improvvisazione sperimentale radicale? In breve potresti dire a chi non ne è a conoscenza i suoi caratteri fondamentali?

Non c’è stato un vero e proprio passaggio verso la sperimentazione, anche in questo caso mi sono interessato da subito a chi sperimentava col suono, il silenzio, il rumore; ho assemblato i miei set con quello che avevo. Sono totalmente immerso nella musica sperimentale, gong, lamiere e metalli vari, tamburi e gli oggetti trovati per caso fanno parte dei miei set sin dall’inizio. Dico questo perché inizialmente ho studiato batteria jazz e anche attraverso l’ascolto di musica di ricerca, sperimentale (chiamiamola come ci pare) ho ricercato e studiato gli stili più moderni avvicinandomi anche alla musica contemporanea. Per fare dei nomi: credo che musicisti USA come Milford Graves, Rashied Ali, Andrew Cyrille, Sunny Murray, giusto per citare velocemente i primi che mi vengono in mente , ma in realtà sono molti di più, abbiano indicato una strada precisa possibile da seguire proprio perché sono stati tra i primi a scardinare idee e concetti aprendo nuove strade. Subito dopo il free jazz americano in Europa è nata una “scuola” di sperimentatori che praticava la libera improvvisazione non idiomatica, penso ai primi musicisti che filtrando il free americano, (ma non solo quello naturalmente), hanno creato una musica con identità propria: parlo di  AMM con Eddie Prevost, Tony Oxley o Spontaneus Music Ensemble gestito da John Stevens, ma anche Paul Lovens e molti altri musicisti arrivati subito dopo e totalmente immersi nella libera improvvisazione non idiomatica.

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(Paolo Sanna – foto di Mauro Medda)

Due parole su: strumenti preparati, tecniche estese, importanza del gesto esecutivo.

Fu John Cage che parlò di pianoforte preparato dando chiare indicazioni per un possibile utilizzo dello stesso, in modo allargarne le possibilità. Quando mi riferisco alle tecniche estese vorrei che fosse molto chiaro un concetto: per usare le tecniche estese bisogna avere una conoscenza precisa e completa delle tecniche “standard” …e da queste aprirsi alle tecniche estese, sperimentando e ricercando su uno strumento che può essere preparato o non preparato. Trovare nuove soluzioni (e quindi ripensare lo strumento con nuove idee) è fondamentale nel mio fare musica. Qui entra in gioco anche l’idea di gesto esecutivo che aiuta ad arrivare ai risultati cercati. Credo che la creatività sia elemento fondamentale e credo anche che la creatività debba essere alimentata continuamente con input quali ascolti, letture, scambi con musicisti e altro.

Appartieni ad una nicchia di musicisti e di ascoltatori molto stretta e nel tuo specifico ambito sei stato definito una figura di punta a livello internazionale: dove e da chi sei stato menzionato? Quanti dischi hai pubblicato finora? Quali sono i Paesi nei quali è più facile trovare degli spazi per il genere che pratichi?

Sì, spesso si usa la parola nicchia quando si parla di libera improvvisazione non idiomatica. Io stesso mi considero un musicista “non allineato” e  indipendente, infatti tutti i miei lavori li produco io e vendo i miei cd nei concerti o spedisco a chi è interessato. Sento verso me e il mio lavoro molta attenzione e interesse oltre che rispetto e stima da parte di diversi percussionisti e musicisti in genere, sia italiani che stranieri. Basta cercare in rete le recensioni e le interviste che parlano dei miei lavori per farsi un’idea più precisa; ho avuto e ho con una certa regolarità recensioni in Italia, Spagna e in USA. Per quanto riguarda gli spazi: in Italia sono pochi, credo sia vincente l’autogestione tra musicisti che si uniscono per creare eventi, piccoli festival e scambi. In questo periodo sono in uscita diversi miei lavori: un live in trio con Elia Casu e Giacomo Salis per Floating Forest (una piccola label e collettivo indipendente di Verbania), i miei lavori in solo e diversi progetti sono usciti per Setola di Maiale (label indipendente  di Pordenone). Altri lavori che mi vedono presente sono usciti due anni fa in Usa: sono stato coinvolto come unico europeo in un progetto nato dalla scena dei percussionisti creativi di Los Angeles… Nel progetto ogni percussionista presentava un solo; il tutto è uscito per Castor and Pollux Music, del percussionista californiano Nathan Hubbard. In Italia sono uscito per Ticonzero di Cagliari e per la siciliana Improvvisatore Involontario e sono presente in altre label come ospite nei lavori di alcuni amici musicisti. Credo di aver suonato in circa 40 dischi…

Mi capita di suonare in Europa in festival indipendenti e sempre legati a musiche di ricerca. Forse la nazione dove ho fatto più performance, oltre l’Italia naturalmente, è la Spagna, dove torno periodicamente… ma ho suonato e spero di continuare a farlo, in tutte le nazioni dell’Europa occidentale.

In Sardegna collabori con alcuni musicisti: chi sono? Anche a raggio più ampio condividi progetti live e discografici, scambio di strumenti, informazioni e tecniche con un insieme di musicisti come te che è una sorta di “carboneria”: spiega un po’ di chi si tratta!

In Sardegna ho collaborato e incontrato un numero considerevole di musicisti. Da Alessandro Olla, docente in Conservatorio di musica elettronica, col quale collaboro da tanti anni, a Simon Balestrazzi, che mi ha ospitato in due suoi lavori, senza dimenticare il MOEX, un collettivo di sperimentatori sardi che invitava negli anni novanta importanti musicisti europei per fare dei laboratori e concerti. Parlo di musicisti del calibro di Tim Hodgkinson, Jean Marc Montera o Victor Nubla, con i quali si improvvisava e si suonava. Quella del MOEX fu un’esperienza molto importante allora, che permise un confronto e uno scambio continuo, gli stessi Olla e Balestrazzi ne facevano parte. Oggi il mio progetto in solo è centrale. In Sardegna sto lavorando in duo con Giacomo Salis, percussionista creativo di San Sperate molto interessante: Giacomo ha una curiosità che raramente  trovo in altri musicisti. Il duo è in continua crescita ed è stato documentato per ora con un live nel lato B di una cassetta uscita in Germania per Gravity’s Rainbow Tapes, una label che pubblica musica sperimentale (il lato A della stessa è un importante e interessante progetto in solo di Giacomo, My Problem Child). Presto usciranno dei nuovi lavori che documenteranno le nostre performance. Con Giacomo c’è uno scambio continuo di musica, testi e impressioni, siamo convinti che alimentando la nostra creatività in questo modo e condividendo il più possibile si arrivi ad avere un linguaggio comune …lavorando in area estrema è fondamentale fare in questo modo. Ho poi diversi progetti fuori Sardegna, sempre documentati su cd: il duo col cornettista Luca Santini, di Rovereto (un creativo visionario con un approccio personale e interessantissimo alla cornetta), la collaborazione con Luca Pissavini e Antonio Mainenti documentata su Bunch Records di Milano (label dello stesso Pissavini che sta anche facendo uscire dei miei lavori in solo), ci sono poi lavori usciti in trio con Mauro Basilio, violoncellista che sta a Parigi e Fabrizio Bozzi Fenu che fa base tra Marsiglia e Cagliari, un lavoro in trio con Mauro Sambo, grande polistrumentista di Venezia, in trio con Giacomo Salis uscito per la norvegese Petroglyphe music il mese scorso, senza dimenticare OnGaku2 e il Collettivo di Resistenza Culturale gestiti insieme al chitarrista Elia Casu. Ho poi dei contatti continui con molti musicisti, percussionisti, che condividono idee e meccanismi legati al fare libera improvvisazione, ma questo credo sia normale tra creativi con la giusta apertura mentale!

Sei una persona molto riservata. Non mi pare che ami troppo la pubblicità e che ti interessi ottenere l’appoggio dei grandi sponsor o riscuotere clamori mediatici e del grande pubblico.  Trovo curioso notare come un artista del tuo spessore, pur essendo profondamente rispettato e conosciuto, sia quasi totalmente “fuori” dalle cerchie dei musicisti e degli spettacoli della Sardegna… Come mai? E’ solo una scelta personale o forse qualcosa potrebbe funzionare diversamente tra gli artisti dell’Isola?

Si, credo che il mio carattere mi porti verso quel tipo di riservatezza che dicevi, per me è normale, non sento proprio il bisogno di ostentare, ci sono i miei lavori, i progetti, i concerti, le interviste e le recensioni che testimoniano chiaramente quello che sono. Ma sarebbe stupido negare che questi aspetti non debbano essere curati. Non sono interessato a sponsor perché preferisco comprare e suonare gli strumenti che mi interessano e piacciono veramente: ho dei piatti fatti a mano in Turchia che compro direttamente dagli artigiani locali e molte delle mie percussioni sono artigianali, sono dei pezzi unici. Non mi interessa avere uno strumento costruito in serie con un suono standard, lo trovo poco interessante, ma naturalmente sono gusti personali. Entro in difficoltà se devo comprare, ad esempio, uno strumento brasiliano costruito in Cina: si possono infatti reperire degli strumenti originali che suonano meglio.

Il fatto di essere poco presente dentro la cerchia dei musicisti sardi credo sia un caso. Io, come ho detto più volte, mi muovo in un’area particolare e sono poco o nulla interessato a suonare in contesti quali la piazza. Comunque il tutto è legato anche al fatto che ho diversi progetti fuori Sardegna.

Nel tuo modo di vivere la musica è presente anche una componente spirituale?

Sono profondamente ateo, ho un grande rispetto per tutte le religioni e vorrei che lo stesso rispetto ci fosse verso chi è ateo: sono convinto che “una certa componente spirituale” sia presente in ogni persona. Gli studi e le ricerche mi portano spesso ad avvicinarmi al rito, sia esso sciamanico o terapeutico; mi trovo a studiare spesso forme animistiche di religioni considerate a torto primitive e che io invece trovo logiche e giuste. Mi piace immergermi in letture zen e considero la poesia zen, sia antica che moderna, molto interessante.

Quali sono i tuoi progetti futuri e cosa vorresti per il futuro della nostra Sardegna dal punto di vista musicale?

Come dicevo prima ci sono dei lavori in uscita per diverse etichette indipendenti, quindi… stay tuned! Poi porterò in giro i lavori e i progetti che mi vedono coinvolto nel circuito indipendente sia in Italia che all’estero. Sono sempre molto attento a ciò succede in area free impro e sono disponibile per collaborazioni varie …se rientrano nel mio modo di vivere la musica.

Per la Sardegna vorrei che ci fossero più occasioni e possibilità, più opportunità per i musicisti di far conoscere i propri progetti fuori dall’Isola, in modo particolare quei lavori di qualità che spesso stentano a trovare la visibilità che meriterebbero!

Vorrei infine ringraziarti per questa intervista e ringraziare chi ha speso qualche minuto per leggerla.

Grazie a te Paolo! Ci vedremo presto per nuove lezioni, chiacchierate e interviste!

Potrete trovare materiali e contatti su Paolo Sanna ai seguenti link:

https://www.facebook.com/paolo.sanna.1481?__mref=message

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fpaoperc.wix.com%2Fpaolosannaperc&h=aAQGTtmte