Francesco Liccari: la musica di un “sognatore lucido”

Ciao a tutti!

Oggi vi voglio presentare Francesco Liccari, cantautore triestino che mi ha colpito non solo per la sua musica, ma anche per la sua personalità. Classe 1990, Francesco può essere inserito artisticamente nel filone folk-rock moderno; nelle sue canzoni crea una fusione magistralmente equilibrata tra musica tradizionale e d’autore, con varie contaminazioni stilistiche nelle quali introduce modalità comunicative assolutamente personali ed inedite. Pur essendo così giovane dimostra un atteggiamento umano e musicale molto riflessivo, introspettivo, maturo; la sua formazione scientifica abbinata alla passione per la letteratura e per la filosofia sono senza dubbio gli altri ingredienti fondamentali del suo modo di concepire e vivere la musica. Queste righe sono il risultato di una lunga chiacchierata fatta con Francesco: è stato un incontro molto profondo e vario in cui lui stesso si è definito “contemporaneamente un caso di ottimista e di pessimista”. Francesco Liccari ha già realizzato due  EP, “Memories of forgotten seasons” e “Raw notes”. I suoi riferimenti musicali vanno da Bob Dylan, Leonard Cohen, Cat Stevens, Lou Reed (e Velvet Underground), David Bowie, Woody Guthrie, Donovan, per arrivare agli italiani De André, Guccini, Branduardi e Bennato. Ognuno di essi gli ha in qualche modo fornito riferimenti e suggestioni, tuttavia nella “lista delle influenze” vi sono anche nomi apparentemente distanti da questi appena citati, come i Ramones (per la loro semplicità), i Pink Floyd (per la capacità di creare ambientazioni sonore e di trascinarvi dentro l’ascoltatore) e compositori contemporanei come Philip Glass (per la sua ricerca minimalista e la capacità di lavorare sulle emozioni date da minime variazioni di un tema musicale).

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In effetti i brani di Francesco richiamano più o meno direttamente, di sicuro idealmente, questi colossi della musica degli ultimi decenni. Suoni acustici caldi e poco filtrati da effetti sono alla base delle composizioni di Francesco Liccari che punta alla semplicità strutturale, timbrica. Il suo è un lavoro basato più sull’espressione e sul colore, che sulla varietà strumentale e strutturale. Il giovane cantautore vuole fare musica per esprimersi oltre i vincoli e le strutture già sperimentate, utilizza per esempio tempi dispari per trasmettere particolari sensazioni e potenziare il significato testuale dei brani. La scelta della lingua inglese è dovuta alla maggiore libertà con cui si può e si sa esprimere: ama giocare con i diversi significati che può avere la stessa parola, che permette differenti letture e l’evocazione di più immagini. Anche se l’idea generale nasce in italiano, o addirittura in dialetto triestino, la canzone è pensata in inglese, lingua da lui percepita come più introspettiva. Chi ascolta i brani, quindi, il più delle volte non capisce chiaramente il senso (o i sensi) del testo: Francesco canta per chi vuole farsi coinvolgere emotivamente, per chi vuole entrare in contatto emotivo e che quindi è disposto a leggere e tradurre i testi in un secondo momento o semplicemente ad avvicinarsi a lui per parlarne di persona. Ecco la chiave del mondo artistico di Francesco Liccari: l’empatia, l’immedesimazione, la condivisione, la ricerca interiore.

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Il processo compositivo è per Francesco Liccari un vero e proprio processo catartico attraverso cui si libera di un peso interiore. …e le tematiche non sono infatti leggere: si parla di vita e morte, di amori malati finiti in violenza, di relazioni spezzate, del rapporto uomo donna ed in generale delle relazioni umane. Si presentano persino immagini assolutamente negative del mondo, visioni della sua fine, della corruzione del genere umano. L’uomo resta comunque al centro e Francesco è particolarmente ispirato dal ruolo dell’individuo nella società che più si allarga e più si uniforma, così da rendere il singolo una nullità, “un arredo”, una vittima del sistema-branco privata di ogni individualità e considerazione. La stessa vittima arriva quindi, sommersa d’indifferenza, a non considerare più a sua volta chi le sta intorno. Non solo i testi sono impegnati nel tentativo di analizzare e discutere questo intrico sociale e psicologico che caratterizza e affligge noi del genere umano, ma Francesco stesso si impegna col suo modo di fare musica per abbattere queste barriere di anonimia. L’esibizione dal vivo deve portare ad un’osmosi tra l’artista e il pubblico, ogni brano viene eseguito ogni volta in base ai sentimenti del momento, all’aria che si respira, all’atmosfera del luogo, libero da cliché, modi e formule prestabilite. È una ricerca di calore, di condivisione del dolore …e della gioia, visto che nei brani di Francesco Liccari non manca l’aspetto ironico, sarcastico; lui è un “sognatore lucido” e molte delle storie che narra in canzone sono la trascrizione dei sogni che ha fatto. Gli spunti per i testi sono poi fatti reali di cronaca, situazioni vissute o semplicemente immaginate.

La produzione finora “pubblica” di Francesco consiste, come anticipato, in due lavori.

“Memories of forgotten seasons”, prodotto da Farace Records, raccoglie brani di differenti tematiche (la solitudine, la morte, l’amore), ma accomunati da simili atmosfere e sensazioni musicali.

“Raw notes” invece si caratterizza per l’eterogeneità musicale e per il modo in cui sono concepiti e scritti i testi: si basano spesso sulla contrapposizione tra figure, non sempre le storie sono definite, ma si tratta di racconti a metà, o suggeriti “a macchie”, perché vengano completati dalla fantasia di chi ascolta. Compare poi il gioco identità e ricordi, si parla di come i ricordi pian piano svaniscono e con essi si perdano pezzi di vita.

Dal 2016 Francesco collabora in studio e dal vivo con il bassista Enrico Casasola.

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Francesco sta attualmente lavorando al prossimo EP che conterrà quattro brani e vedrà la luce nel 2018: il filo conduttore sarà l’amore, sia quello caduto in un dramma, ma anche quello più allegro, o quell’amore fatuo e superficiale che anima molte delle promesse fatte tra amanti. Mentre poi Francesco continua a portare in giro la sua musica suonando e cantando dal vivo, punta anche a comporre in lingua italiana.

Per il 2019 ha invece in programma la preparazione e l’uscita di un album che, probabilmente, avrà la struttura di un “concept” e che richiederà un lavoro impegnativo poiché dovrà costituire un “tassello definitivo” del suo percorso artistico che gli auguro lungo e proficuo.

Qui sotto una serie di link per poter contattare Francesco, avere altre info su di lui e per poter ascoltare la sua musica!

http://francescoliccari.it/

https://www.facebook.com/FrancescoLiccari/

https://twitter.com/Franz_Liccari

https://www.youtube.com/channel/UCP9PzgCttvHeMGelWMjvgzA

Alla prossima!

Giuberto

IMAGO: la performance che squarcia il velo tra sogno e realtà

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog che, tra alti e bassi, cerco di tener vivo con contributi di interesse e di qualità.

Qualche giorno fa sono stato invitato ad uno spettacolo per farne la recensione: eccomi qui a parlarvi di “Imago”, performance di improvvisazione artistica, suoni e danza sperimentale. L’evento si è svolto giovedì 16 novembre a Trieste nel teatro di San Giovanni. Di questa singolare e intensa serata vi darò una personalissima interpretazione, arricchita dall’approfondita chiacchierata fatta “a freddo” con Francesco Amerise, autore, nonché cantore-musico e attore – sciamano nella messa in scena. Alla realizzazione del lavoro hanno contribuito Federica Miani (costumista) e Stefania Simsig (realizzatrice delle maschere di scena). Sul palco Mariangela Miceli, ballerina e performer, ha interpretato col movimento le suggestioni sonore, accompagnata da Giada Abbatessa e Serena Bertagna nel ruolo delle statue – albero danzanti.

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Imago non è un musical o un concerto nella forma convenzionale. Gli elementi scenici e i codici comunicativi adottati non compongono un prodotto completo in ogni dettaglio; lo spettatore non deve “sorbire” uno show preconfezionato, deve bensì specchiarsi nelle azioni presentate, lasciarsi influenzare dai messaggi sonori e farsi guidare liberamente dal loro flusso. L’idea è quella di offrire al pubblico, attraverso un’equilibrata commistione tra linguaggi artistici, degli spunti da cogliere a mente libera, con i sensi aperti. Bisogna concedersi alle suggestioni, abbandonarsi al viaggio onirico ed (extra)-sensoriale. Gli spunti di cui si parla sono dei simboli archetipici introdotti in maniera più o meno esplicita. L’archetipo è un significante universale, per questo dotato di immensa potenza simbolica; esso funziona nella nostra interiorità da stimolo primordiale e squarcia le singolarità culturali e le  specificità identitarie, storiche e geografiche. Chi osserva, quindi, non solo sprofonda nel palcoscenico, ma leggendo dentro agli archetipi, sprofonda in sé stesso. Il simbolo archetipico più ricorrente è il numero tre. I colori scelti per gli abiti di scena e per il fondale sono appunto tre, il nero, il bianco e il rosso: si tratta dei tre toni legati alle trasformazioni alchemiche della materia che, da materia grezza, diventa materia nobile.

Il palco è spoglio, adornato in alto solo da un certo numero di maschere bianche e, sulla sinistra, da una sorta di altare su cui poggia una strana maschera di colore bruno e dorato. Non esiste una trama definita come tipico del racconto tradizionale: le azioni che si susseguono devono fungere da apertura a nuovi possibili aventi, a nuove svolte. Lo spettatore si deve muovere nella stessa dimensione interiore che guida i protagonisti nella loro improvvisazione: il dialogo strettissimo fra i quattro protagonisti determina l’esito della performance; di fatti ogni minima sfumatura vocale, sonora, gestuale, comporta la risposta dell’altro. Ciascuna persona della platea completa gli eventi secondo la sua unica sensibilità, il suo livello di immedesimazione, il suo bagaglio esperienziale.

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Lo sciamano dà il via al rito insufflando la vita sotto forma di molecole di polvere; seduto tra i suoi strumenti pregni di mistero e magia guida il movimento esistenziale delle tre anime danzanti col flusso sonoro. Il suono prodotto è un continuum di paesaggi sonori, uno sfumare di suggestioni vocali e strumentali in cui il gesto agisce nel tessere il filo del canto, modella lo spessore e la densità del suono. Gli strumenti evocano mondi terrestri lontani tra loro, ambienti intimi, situazioni spaventose e spazi immaginifici. La ballerina entra in scena sbendata. Al centro del palco si abbassa al livello pavimentale e, come in un parto all’inverso, si veste di un velo bianco che accompagnerà la sua danza. Pare uno spirito che lotta per la sua libertà, per acquisire la sua identità: continuamente ricade a terra, è come schiacciata dalla dipendenza dei destini. Ai lati due alte statue dalla forma di alberi antropomorfi, forse a simboleggiare il fato, la dominano con il movimento dei loro rami – scettro; lo fanno con volti indifferenti, distaccati. Il velo limita la danza della vita che diventa un ballo cieco: questo velo può essere sia simbolo di una determinazione soggettiva anelata, sia del labile limite tra mondo fisico e mondo dello spirito. Vi sono rare espansioni nello spazio, il movimento viene represso, controllato, limitato, imposto dalle sacerdotesse – albero. L’anima danzante soffre, subisce una sorta di esorcismo al suono dello scacciapensieri, balla poi in tondo come una bambola meccanica al tintinnio del carillon. Attraverso la gestualità e la danza possiamo vedere il suono: sciamano e danzatrice “raccontano” il suono.

In alto le maschere forse ridono, forse piangono. Con il loro bianco laccato e le orbite oculari squallidamente vuote sono, forse, le presenze-assenze di antenati. Sono tante e confondono lo sguardo. Sembra a tratti di catapultarsi in una casa patrizia romana, nella sala in cui si svolgeva il culto delle anime dei parenti defunti le cui sembianze erano richiamate dal maschere funerarie o da busti riposti entro nicchie. Ma queste maschere sono prive di fisionomia, con la loro vuotezza ci ricordano che l’esistenza è ciclica e il viaggio terreno è solo un passaggio uguale per tutti, un percorso iniziatico che inizia e finisce (però) altrove. Anonime ci portano a domandarci chi siamo oggi, chi siamo stati e come saremo nel domani.

D’un tratto lo spirito danzante, forse scampato al peggio, forse avendo espiato una qualche colpa, oppure reputato oramai pronto a passare ad uno status superiore, esce finalmente dal velo: sembra ri-nascere a seguito di uno strano travaglio. Si dirige sul fondo del palco verso l’altare e indossa la maschera a tre facce. Tre facce: saranno le tre età della vita? Passato, presente e futuro? Nascita vita e morte, o magari i mondi di sopra, di mezzo e di sotto? O forse i tre stai della materia? Ognuno può leggere in quelle maschere un senso. A prescindere da ogni possibile interpretazione lo spirito prima anonimo non riesce comunque a determinare la sua vera identità e viene “accettato” solo perché indossa maschere. La maschera è dunque un altro tipo di velo, di barriera, di finzione, di annullamento di sé. La maschera di cui parliamo non è quella della falsa identità del ruolo teatrale per l’attore o del ribaltamento dell’ordine costituito carnevalesco: è, purtroppo, la condizione necessaria ad ogni essere umano per poter vivere nella società nel rispetto più o meno fedele delle sue convenzioni. Forse la maschera “è” l’essere umano stesso.

La musica finisce. L’esibizione si conclude con l’uscita dello sciamano che porta via con sé l’anima danzante. Lei ha abbandonato la maschera tripla: con questa azione infrange ancora una volta quel limite tra essenza ed apparenza, fisicità e astrazione, vita e morte… Sarà questa la fine della vicenda, se tutto il racconto non ha una vera e propria trama? Dove vanno ora quel deus ex-machina e quella creatura al contempo libera e dannata? Le sacerdotesse albero avranno sùbito altri spiriti vergini da domare come bestiole inermi? …o questo andar via di spalle indifferenti è solo un’altra suggestione per farci immaginare ulteriori svolgimenti?

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…non esiste una risposta giusta, quello che vuole regalarci lo spettacolo è proprio questo restar sospesi: in Imago qualsiasi lettura è valida, lecita, accetta. Sognare è reale, lecito, concreto, è un’esperienza che dobbiamo imparare a compiere con naturalezza e abbandono senza considerare questi momenti e queste dimensioni come banali fughe dalla realtà e dalla quotidianità. Spero che anche gli altri spettatori, come me, siano cascati entro “altri mondi”, un po’ come fece l’Alice di Lewis Carrol… Non importa se quelli in cui siamo stati noi, eliminando le barriere fisiche del teatro, fossero (o no) altrettanto meravigliosi. L’importante, per chi partecipa ad Imago, non è sprofondare o salire, espandersi o restringersi, ma viaggiare attraversando le dimensioni che vanno oltre la soglia dei sensi, squarciare il velo tra sogno e realtà.

Imago è uno spettacolo che suggerisco con sincerità a voi lettori e che auguro vivamente possa trovare tanti spazi in cui andare in scena.

***le fotografie sono state gentilmente concesse da Samuele Borlandi e da Federico Mullner.

per contatti: Francesco Amerise – 3491344827 – www.facebook.com/francy.lahmia

Alla prossima!

Giuberto

 

Banda Berimbau: un ponte di musica tra Trieste e il Brasile

Bentornati! Oggi voglio presentarvi la Banda Berimbau, storica formazione musicale che ha base a Trieste e che si dedica alla musica del Brasile nelle sue varie forme ed espressioni. Per sapere esattamente quale è stata la genesi del gruppo, l’evoluzione del progetto, la sua forma attuale e le idee per il futuro, ho parlato con Alessandro “Pai” Benni (uno dei fondatori della Banda) e con Davide Angiolini (direttore artistico).

Ciao ragazzi e grazie per la vostra disponibilità. Frequento da poco il vostro gruppo, ma sin da subito sono rimasto affascinato dalla musica a cui si dedica e dalle sue attività. La Banda Berimbau infatti si articola in maniera abbastanza complessa ed interessante: sarebbe bello far conoscere a chi legge la vostra realtà. Quando e come nasce la Banda?

A: nel 1995 suonavo la chitarra in un trio che si dedicava alla bossa nova e ad altri generi appartenenti alla tradizione brasiliana e si chiamava proprio Banda Berimbau! In quegli anni, grazie alla spinta delle teorie di Basaglia*, si svolgevano presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste dei progetti di musicoterapia nei quali venivano coinvolti, insieme alle persone in cura, studenti, medici e insegnanti provenienti dal Brasile. Così nel 1996 il musicoterapeuta e musicista brasiliano Alberto Chicayban organizzò un gruppo di batucada che si esibì al carnevale di Muggia: con strumenti raccattati qua e là si esibirono insieme pazienti del Centro di Igiene Mentale, musicisti locali (tra cui il sottoscritto) e studenti sudamericani. Fu un’esperienza unica, così si pensò di organizzare meglio quel l’idea e nel 1999 venne fondata la vera e propria Banda Berimbau.

*[Franco Basaglia è stato uno psichiatra, neurologo e professore, fondatore della concezione moderna della salute mentale, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia e ispiratore della cosiddetta Legge Basaglia (n. 180/1978) che introdusse un’importante revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti sul territorio. – Fonte: Wikipedia]

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Quali sono stati i passi più significativi per la crescita del gruppo?

A: senza dubbio la partecipazione al Raduno delle Scuole di Samba Italiane tenutosi a Milano nel carnevale del 2000 ha dato la giusta spinta all’evoluzione della Banda. È stata la prima vera opportunità di confronto con altre realtà già esistenti nel nostro Paese e da lì abbiamo colto numerosi spunti musicali, tecnici e organizzativi che tuttora teniamo in vita e pratichiamo. Poi è stato fondamentale per i membri della Banda viaggiare in Brasile: imparare sul luogo d’origine i ritmi per comprenderne meglio il significato e la tradizione. Col tempo abbiamo curato anche i nostri strumenti: ogni viaggio è tutt’oggi occasione per riempire le valigie di percussioni da portare qui per i nostri soci. Non vanno poi scordati stage, masterclass e seminari tenuti da grandi maestri che molti di noi hanno frequentato in giro per l’Europa per poi riportare le conoscenze acquisite all’interno della Banda. Cito infine i corsi tenuti direttamente per la Banda da musicisti quali Mestre Marcao del GRES Academicos de Salgueiro, Mestre Mario Pam degli Ile Ayie, Mestre Afonso della Naçao Leao Coroado, Gilson Silveira, Kal Do Santos, Dudu Tucci, Dudu Fuentes e tanti altri.

Su quali modelli nasce la Banda Berimbau dal punto di vista organizzativo e per le sue finalità?

D: la Banda Berimbau è un’associazione che si rifà all’organizzazione e alle finalità dei gruppi tipici della tradizione musicale percussiva brasiliana, come i “Blocos afro” di Salvador, i “Gremios Ricreativo Escolas de Samba” di Rio e le Naçao de Maracatú di Recife e Olinda. Questi gruppi hanno un legame molto forte con la loro terra e sono saldamente connessi al tessuto sociale, infatti oltre a tramandare le tradizioni e la cultura locale, hanno innanzitutto una funzione di aggregazione e mirano ad affrontare le problematiche sociali. Solo a Rio le scuole di samba stanno trasformando le loro esibizioni in veri e propri show che coinvolgono musicisti di professione: la messa in palio di notevoli cifre ha fatto sì che all’aspetto tradizionale se ne sostituisse progressivamente uno più spettacolare e più legato al business.  La Banda Berimbau utilizza la musica come collante sociale e cerca di unire e accogliere tutte le persone che hanno voglia di imparare a suonare, indipendentemente dal loro genere, età, capacità tecniche, abilità e disabilità.

Come insegnate a suonare le percussioni? Servono delle competenze musicali e quale percorso si compie all’interno del gruppo?

A: come già detto, chiunque abbia la passione per la musica brasiliana e in particolare per le sue percussioni può frequentare la Banda. Il metodo messo a punto per l’insegnamento è un compromesso tra il metodo orale – sillabico usato tradizionalmente in Brasile e un’impostazione nozionistica di base che permetta a tutti di acquisire almeno dei rudimenti di teoria ritmica per poter capire meglio ciò che si suona.

D: per questo sono stati organizzati tre livelli: un corso base aperto a chi si approccia per la prima volta alla musica brasiliana, uno intermedio per chi ha acquisito una certa competenza sui ritmi e sugli strumenti o possiede già una buona tecnica acquisita con attraverso altri percorsi di studio e il terzo livello, quello più avanzato e in cui si richiede una maggiore serietà, cioè la Banda Berimbau vera e propria, che si esibisce in pubblico in occasione sfilate, manifestazioni e concerti.

A quanti anni si può iniziare a frequentare la vostra associazione?

D: è attiva la Scuola dei Bambini alla quale si possono iscrivere i piccoli. Il primo gruppo comprende i bimbi dai tre agli otto anni e il secondo dagli otto anni fino ai sedici.

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Se non sbaglio la Banda Berimbau non si dedica solo alle percussioni e comunque si articola in più progetti complementari: potreste descriverli in breve?

D: Abbiamo varei tipologie di spettacoli: “Canta Italia” abbina ritmiche brasiliane a melodie delle canzoni italiane più note; lo spettacolo “Canta Mondo”, realizzato con in cantante e attore Leonardo Zanier e il chitarrista Tiziano Bole, abbina ritmi brasiliani ai brani più noti delle varie tradizioni nazionali soprattutto rock e pop. Esiste poi il progetto “Binho Carvalho Show” che si concentra totalmente sulla canzone tradizionale brasiliana. Accanto a questi primi spettacoli più tradizionali esiste  “Talkin’ Vibes” in cui l’elettronica si mescola a ritmiche brasiliane rivisitate in chiave più moderna. Infine la Banda si dedica a spettacoli che si incentrano ognuno su un genere specifico come il Samba e il Maracatú. Parallelamente, la Banda Berimbau sviluppa progetti educativi di percussione e introduzione al ritmo e alla musica d’insieme all’interno di scuole, centri estivi e centri diurni per bambini e ragazzi diversamente abili. Il progetto AquaBrasil mette insieme aquagym e percussioni brasiliane dal vivo a bordo vasca in piscina, creando un’attivita’ mista tra ballo, sport e canto. Insomma…ce n’è per tutti i gusti.

Quali sono stati i palchi, o le occasioni, di maggior prestigio nei quali vi siete esibiti? Avete anche lavorato a delle produzioni?

D: tra le principali esibizioni di livello degli ultimi anni vanno menzionate: Festa Tradicional Italiana di Belo Horizonte (Brasile), tre edizioni dell’Exit Fest di Novi Sad (Serbia), Rock for People (Repubblica Ceca), Notte Bianca di Napoli e di Bucarest, TRL su MTV Italia, numerose edizioni del Dubai Summer Festival, Dubai Shopping Fest, Abu Dhabi National Day, Carnevale delle Culture di BerlinoLatinoAmericando di Milano, Rototom Reggae Sunsplash e Rototom Free, Carnevale di Venezia, Capodanno in Piazza San Marco a Venezia. Inoltre le aperture dei concerti di Gilberto Gil, Toquinho, Beth Carvalho, Sud Sound System. In Brasile la Banda si è esibita inoltre a Salvador de Bahia, Rio de Janeiro e Recife con numerosi gruppi tra i principali al mondo nel genere (GRES Academicos do SalgueiroBangalafumengaIle AyièEstrela Brilhante, Naçao Leao Coroado, Naçao Estrela Brilhante de Igarassu, Kizumba). Per quanto riguarda le produzioni, nel 2014 è uscito il DVD Live Banda Berimbau e Binho Carvalho Show che documenta lo straordinario concerto che ha conquistato i settemila spettatori di TriesteEstate 2012. Precedentemente, all’interno dell’album Jardim Electrico, a tribute to Os Mutantes, che ha riscosso un enorme successo di critica in Europa, Usa e Brasile, è stato incluso un brano inciso insieme al gruppo indie Franklin Delano.

Presumo che la Banda abbia ricevuto dei riconoscimenti o dei premi…

D: abbiamo sempre evitato competizioni o concorsi, chi ci voleva cio ha sempre contattato direttamente, non abbiamo mai avuto per fortuna bisogno di fare concorsi o cose analoghe… Una volta esisteva una specie di concorso informale tra “baterie de samba” in Veneto e noi tra il 2006 e 2008 (unici tre anni in cui la hanno organizzata) siamo arrivati primi, terzi e secondi. Nel 2016 l’Associazione Culturale Berimbau è stata insignita del Premio Regionale Solidarietà da parte della Consulta Provinciale di coordinamento delle associazioni delle persone con disabilità e delle loro famiglie (prov. di Gorizia), quale ente meritevole di aver dato aiuto e favorito l’inclusione alle persone con gravi difficoltà.

Quanti membri conta attualmente l’associazione e quanti sono i componenti della Banda che si esibisce?

D: gli iscritti all’associazione sono attualmente un centinaio, di cui quaranta sono membri effettivi della Banda vera e propria.

Immagino che nel corso degli anni il gruppo sia stato frequentato da tante persone: in relazione agli aspetti umani e musicali, quali sono state le più belle soddisfazioni per voi che dirigete la Banda?

A: di sicuro la cosa più curiosa e soddisfacente è stata quella di insegnare la musica brasiliana a dei brasiliani residenti a Trieste che nella loro terra d’origine non avevano avuto modo di studiarla e praticarla. Un grande appagamento, oltre che una grossa responsabilità, è sapere che per molte persone la frequenza delle nostra attività è un modo per affrontare e superare gravi problematiche personali. È bello anche che la Banda sia stata frequentata da bravissimi musicisti che hanno scelto il nostro gruppo per confrontarsi e completare le loro conoscenze. Insomma, ognuno frequenta la Banda con modi, aspirazioni e motivazioni molto differenti!

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Ultima ed importantissima domanda: potete parlare del progetti di volontariato e di utilità sociale che sostenete direttamente e a distanza?

D: per seguire ulteriormente la sua vocazione sociale, Banda Berimbau sostiene economicamente un centro di recupero per ragazzi di Salvador de Bahia(il C.C.O.R. nel Calabetao), il tutto per tramite dell’associazione italiana “Ragazzi di Val”. Con il nostro contributo finanziamo dei corsi di percussioni seguiti dal maestro Mario Pam, direttore dell’importantissimo gruppo Ilê Aijê e parte delle spese del centro. Il secondo destinatario dei contributi di beneficenza è la sede locale dell’Associazione Donatori di Midollo Osseo (ADMO). Collaboriamo poi con l’Associazione Donatori  Sangue di Trieste, organizzando varie donazioni “di gruppo” nel corso dell’anno.

Vi ringrazio ragazzi! Invito i lettori a dare uno sguardo al sito www.bandaberimbau.com e cercare video, notizie ed eventi su YouTube e sulla loro pagina Facebook. 

Grazie mille per l’attenzione è come di consueto commentate e condividete!

Alla prossima,

Giuberto

Angelo Losciardi: la batteria come scelta e vocazione

Bentornati! Questa volta ho il piacere di presentarvi un eccellente batterista triestino: Angelo Losciardi. Parliamo direttamente con lui per conoscerlo a fondo!

Grazie Angelo per essere qui con noi: benvenuto! Sei un giovane batterista che ha raggiunto da piccolo importanti tappe: quali sono state le occasioni che ti hanno fatto conoscere?

Grazie, fin da subito mi sono concentrato sulla didattica, ho avuto il piacere di formare, consigliare e conoscere un sacco di ragazzi. Nel 2010 fui convocato al Drumworld festival a Torino tra i venti migliori batteristi d’Italia under 25 e fu dopo quell’evento che iniziarono le collaborazioni con vari artisti e con i più prestigiosi marchi nazionali e mondiali di batteria tra cui Pearl, Sabian, Evans, Pro Mark, Fbt, Girap, Bode, con i quali ancora oggi sono orgoglioso di collaborare come endorser.

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Quali sono stati i tuoi primi maestri? Quali invece i generi di riferimento e quali i batteristi che maggiormente ti hanno ispirato?

Iniziai da piccolo nella banda Arcobaleno di Trieste con il mio primo maestro, Giorgio Vusio, il quale riuscì a trasmettermi la passione per questo strumento. In seguito viaggiai molto, studiai presso l’ accademia Dante Agostini che ha sede a Parigi e girai per l’Italia facendo lezioni e prendendo parte alle masterclass tenute da grandissimi batteristi come Agostino Marangolo, Christian Meyer , Tullio de Piscopo, Pierpaolo Ferroni, Gaetano Fasano, Giorgio di Tullio e nomi Internazionali come  Dave We kl, JoJo Mayer, Omar Hakim, Dennis Chambers e tantissimi altri. Questi nomi combaciano con i batteristi che mi hanno maggiormente ispirato e stregato. I generi di riferimento invece sono cambiati nelle diverse fasi della mia vita e dei miei studi, essendo principalmente  nella didattica, tutto ciò che ho studiato può essere adattabile e finalizzato con la giusta conoscenza a qualsiasi genere.

Decidere di fare il musicista: quando e perché?

Fin da subito nei miei sogni. Nella realtà invece più o meno dopo il Drumworld di Torino, quando grazie ai primi successi, contratti e soddisfazioni raggiunte, convinsi i miei genitori che poteva essere una cosa possibile.

Hai poi deciso di dedicarti alla didattica: lezioni private e clinics. Cosa ti appassiona di questo aspetto della musica?

Personalmente il raggiungere il massimo che puoi tirar fuori dallo strumento e dalle tue abilità (che poi scopri non si raggiunge mai). Nelle clincs  il protagonista è il batterista, quindi puoi far vedere e scoprire gli aspetti tecnici e musicali dello strumento ed ispirare o aiutare un sacco di ragazzi. La soddisfazione nel vederli poi applicare i tuoi consigli è impagabile, come per un allenatore vedere il proprio giocatore fare una bella partita o una gran carriera.

Ti manca l’esperienza live? Pensi di lanciarti in futuro, se dovessi avere delle proposte interessanti, in nuovi progetti dal vivo?

Sì, mi manca, ed è proprio per questo motivo che da poco ho iniziato delle collaborazioni con artisti nazionali oltre che con alcuni bravissimi insegnanti della nostra Città con l’obiettivo di tornare live anche qui a Trieste.

Quanto ti rispecchi nei tuoi allievi? Quali tue ingenuità del passato rivedi in loro e cosa gli consigli per poter imparare a suonare in modo serio?

In alcuni moltissimo. Nei più piccoli vedo spesso la grande spensieratezza, fantasia e creatività che mi han accompagnato nella mia prima fase. Nei più grandi vedo  la passione crescere, mista alle paure ed i dubbi da cui anche io ero afflitto… su tutte trovarsi al bivio tra hobby e professione dovendo fare i conti con la vita (e come nel mio caso non avendo qualcuno che mi garantisse una sicurezza economica, un paracadute in caso di caduta). A queste persone consiglio ciò che ho fatto io, cioè seguire il cuore, fino in fondo! Le scelte della propria vita sono comuqnue qualcosa di personale… l’importante è non avere rimorsi. Negli allievi più grandi ancora, come ad esempio pensionati e persone molto adulte, vedo la capacità di mettersi in gioco, il mantenersi vivi, la capacità di ottenere ugualmente dei bellissimi risultati e soddisfazioni studiando col giusto metodo.

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Quindi un bravo insegnante è una sorta di fratello maggiore, una guida, un modello, un padre… Vivi l’insegnamento come una responsabilità?

Decisamente. Mi è capitato di frequentare corsi e grandi accademie dove sembrava di entrare ed uscire da un negozio: se mi fosse capitato nella prima fase degli studi probabilmente non avrei mai continuato a studiare questo strumento. Non è il mio stile… Come dici, giustamente, mi sento molto responsabile e sta nella bravura dell’insegnante capire i pro e contro dell’allievo, vedere su cosa lavorare, farlo migliorare negli aspetti attraverso i quali megli si esprime, nonché nel riuscire a motivarlo. Il più bravo insegnante da cui andai a lezione è stato Dom Famularo, leggenda ancora viva della batteria, il maestro dei maestri. Finite le lezioni con lui, grazie alla passione che ci metteva, non vedevo l’ora di volare nella mia città per studiare anche di notte le cose trattate.

In una proporzione, dando un valore numerico da uno a cinque, come componi la formula del batterista ideale con questi elementi: preparazione tecnica, stile personale, musicalità?

Sono tutti aspetti fondamentali. Dipende certamente il fine che uno ha. Vi sono certi generi musicali, per esempio, che non necessitano di grande tecnica. Basti pensare a Ringo Starr, conosciuto da tutti e che ha fatto una carriera formidabile, ma che è anche anni luce lontano dal livello tecnico di un JoJo Mayer o di tantissimi ragazzi e giovanissimi italiani che nessuno conosce.  Darei cosi indicativamente un 4 alla preparazione tecnica, mentre sicuramente un 5 allo stile personale e alla musicalità .

 

Parliamo brevemente dei tuoi endorsment.

La Pearl è  tra i marchi mondiali di batterie più importanti al mondo, sempre all’ avanguardia: ha da poco presentato a Los Angeles i suoi ultimi gioielli, come ad esempio la Pearl Midtown. Posso confermare essere una bomba come qualità/prezzo! Lo stesso si può dire di Sabian, che da anni ha praticamente il monopolio sulla produzione di piatti per batteria. Girap invece rappresenta per me più di una collaborazione: è un gruppo di professionisti ed amici da cui ogni giorno posso anche io imparare qualcosa. Pro Mark  mi offre una grandissima scelta di bacchette, adattabili alle mie esigenze nei diversi generi. Evans infine ha da sempre fama mondiale: è un marchio di pelli con il quale sto iniziando a collaborare e che quindi sto appena iniziando a conoscere bene.

Attualmente lavori con l’Associazione Nota Bene  di Trieste. Quali sono le vostre attività e la vostra missione?

Molteplici. Di base quella di dare la possibilità a tutti di avvicinarsi alla musica, avere una sede nella quale provare e studiare, nonché la possibilità ai nostri soci di esibirsi alle varie manifestazioni che proponiamo. Pertanto vi è la possibilità di seguire i corsi tenuti da nostri insegnanti, di aderire alle nostre iniziative musicali che hanno già visto esibirsi le nostre band (prossimo evento per band fissato il 26 marzo ) e altri eventi per musicisti solisti, come ad esempio contest di strumento. Al più presto contiamo inoltre di proporre ai nostri soci dei seminari con artisti di fama internazionale, dando la possibilità a tutti di prenderne parte senza dover viaggiare… come per esempio ho dovuto fare io!

A chi consiglieresti di lanciarsi nella carriera musicale e a chi lo sconsiglieresti? Che attitudini caratteriali e tecniche servono?

Consiglierei di intraprendere questa professione a chi ha  la passione pura e la convinzione vera. Questa è l’unica attitudine caratteriale comune tra tutti i grandi artisti che ho conosciuto. Se solo dieci anni fa lavoravano i talenti, ad oggi il mondo della batteria e musicale in generale si è evoluto tantissimo… basta guardare un po’ di video su you tube per capire che di talenti ormai ogni città ne è piena. Solo la serietà, la professionalità e la determinazione oggi possono fare la differenza, senza di queste sconsiglierei questa strada.

Hai progetti di immediata realizzazione?

Come accennavo prima, oltre a continuare nella didattica e come endorser dei vari marchi,  c’è il progetto dell’incisione di un disco con artisti della nostra città che poi verrà presentato live qui a Trieste, oltre che la realizzazione di alcuni brani con Luca vicini, bassista dei Subsonica, sempre per promuovere i marchi.

Ecco qua sotto dei link dove trovare info e video su Angelo Losciardi:

www.angelo-losciardi.com

https://www.facebook.com/angelo.losciardi

 

Grazie Angelo!

Cari lettori, grazie ancora una volta per l’attenzione: commentate e condividete!

A presto,

Giuberto

Raphael Saini: il batterista con il rock nell’anima

Ciao e bentornati!!!

Oggi voglio presentarvi Raphael Saini, eccellente batterista, figura di spicco a livello regionale, nazionale e internazionale, non solo per la sua carriera strettamente live e discografica, ma anche per le sue iniziative di tipo didattico. Ma parliamone direttamente con lui…

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Ciao Raphael, grazie per la tua disponibilità! Sei noto oramai da anni come batterista di band di risonanza nazionale e internazionale. In quali ambiti musicali suoni e hai suonato? Potresti raccontarci brevemente come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica e le tue tappe artistiche fondamentali?

Ciao, grazie a te per l’ interesse nei confronti del mio lavoro! Ho suonato negli anni con una infinità di band come: Chaoswave, Master (Usa), Abomination (Usa), Visions of Atlantis (Austria), Iced Earth (Usa), Cripple Bastards (Italia), Arhythmia e tante altre. Ho mosso i miei primi passi nel mondo musicale quando avevo 14 anni e gradualmente mi sono appassionato sempre più alla batteria e alla musica indipendente. A 18 anni entrai in una band chiamata ABIURA che segnò il mio primo “vero” ingresso nell’ underground isolano: suonammo in tantissimi concerti e registrammo il nostro primo demo. Le cose si fecero ancora più serie quando entrai nei CHAOSWAVE con cui registrai due full lenght e partii in tour Europeo per sette volte, più una data negli stati uniti che saltò perché la band fu arrestata e rimandata in Europa… ma quella è un’altra storia! Questi primi tour all’estero cambiarono per sempre la mia vita e l’idea che avevo del mio futuro: ricordo ancora che durante l’ultimo tour dei Chaoswave, prima di scendere dal tour bus, mi promisi che NON sarebbe stata l’ultima volta che avrei fatto un’esperienza così e che avrei fatto qualunque cosa in mio potere per continuare a vivere quel tipo di esperienze. L’anno successivo i Chaoswave si sciolsero, ma fui subito chiamato da una band chiamata Visions Of Atlantis per il tour Europeo (il loro bassista era il fonico degli tour degli Evergrey) e da quel momento in poi… non sono mai restato per troppo tempo a casa!

Tra le tappe artistiche fondamentali non posso evitare di citare l’esperienza con gli americani ICED EARTH con i quali ho registrato il disco PLAGUES OF BABYLON (uscito per la Major Century media) ed ho fatto tutto il tour estivo e la prima parte del tour mondiale, esperienza molto formativa ed interessante perché quello che era nato come un “gioco” (ho fatto l’audizione senza pensare minimamente che l’avrei passata), mi ha permesso di fare un’esperienza grandissima: mi ha davvero permesso di capire meglio chi sono e cosa voglio dalla vita. Non fu un periodo facile dal punto di vista umano e lavorativo (dover imparare tutta la scaletta in pochissimo tempo e CONTEMPORANEAMENTE lavorare al disco nuovo e scrivere tutte le parti di batteria), ma è stata un’esperienza da cui al giorno d’oggi sono in grado di prendere tutte le cose positive e farne tesoro per il futuro. Da due anni ho l’onore di suonare con i Cripple Bastards: questa per me è senza dubbio una delle cose più belle che mi siano capitate nella mia carriera! Suono della musica che ADORO, con persone con cui mi trovo benissimo ed ho la possibilità di girare il mondo con una band storica, estremamente rispettata nel suo settore… senza contare che io stesso sono fan dei Cripple da quando avevo 18 anni! Attualmente suono anche con la band greca JADED STAR, formata dalla cantante MAXI NIL (Ex Visions of Atlantis), con loro ho registrato il disco “MEMORIES FROM THE FUTURE”.

Quali sono stati i tuoi maestri “reali” e quali quelli dai quali hai tratto ispirazione desunto tecniche e stili tramite lo studio dei metodi o gli ascolti?

Non sono mai stato un “talento naturale” o uno di quelli che impara subito le cose, anzi… Sono stato il batterista più scarso tra i miei amici quando avevo 15 – 18 anni!  Però mi sono impegnato tanto e non ho mai smesso di crederci! Considero il mio primo maestro Giorgio Del Rio, il primo insegnante a tenere a me e non considerarmi come un “bancomat”: il mio rispetto per lui ed il suo lavoro è sempre stato enorme. Successivamente ho potuto studiare con un altro grande della musica sarda che è Daniele Russo: con lui ho potuto approfondire il discorso “tecnico” dello strumento. La svolta però è arrivata qualche anno dopo quando ho deciso di iscrivermi al BATERAS BEAT a San Paolo (Brasile) ed imparare da zero tutta la parte teorica/pratica dello strumento: per questo devo ringraziare il mio mentore Dino Verdade che mi ha insegnato non solo a leggere la musica e solfeggiare, ma mi ha insegnato a trasformare la mia passione nel mio lavoro. Da quel momento in poi ho studiato con tutti i batteristi con cui ho potuto: Aquiles Priester, George Kollias, Fernando Schaefer e tanti altri.

Ci parli brevemente dei progetti live e in studio a cui lavori e collabori al momento?

In questo momento sto suonando con i Cripple Bastards, con i quali stiamo lavorando al disco nuovo e ci prepariamo per il tour giapponese di Settembre e sto suonando con lo storico rocker sardo JOE PERRINO nella sua band Rock/Metal GROG. Anche con i Grog registrerò qualcosa, probabilmente a settembre: sono molto onorato di poter legare il mio nome a quello di Joe Perrino. Suono con la band Greca JADED STAR (capitanata dalla mia cara amica ed eccellente cantante MAXI NIL) con i quali a breve inizieremo il lavoro di arrangiamento dei brani per il disco nuovo. Con loro ho fatto un tour Europeo di supporto ai Moonspell e diverse date tra Grecia e Inghilterra.

Parliamo della tua attività didattica. La prima domanda ricade ovviamente sulla fondazione di Bateras Beat, la prima scuola di batteria della Sardegna. Come nasce l’idea e come sta crescendo ed evolvendo questa iniziativa importantissima per la nostra Isola?

Quando ho avuto modo di studiare batteria in Brasile al BATERAS BEAT sono subito rimasto colpito dall’ ORGANIZZAZIONE della scuola e della didattica. Negli anni avevo sempre preso lezioni private che spesso e volentieri dopo un po’ tendevano a “perdersi” per strada, non capivo dove stavo andando ed essendo una persona parecchio disordinata perdevo i fogli con gli esercizi e molto spesso mi chiedevo se stessi effettivamente progredendo.  Al BATERAS BEAT ho ricominciato da zero con ORDINE e mi sono reso conto che molte basi mi mancavano, non avevo una conoscenza sufficiente della teoria e non avevo una conoscenza sufficiente di tanti ritmi base, senza contare che – oltre ai ritmi rock – non conoscevo nulla! Mi sono trovato così davanti ad una realtà magnifica e mi sono tuffato nello studio come un matto! Anni dopo aver finito tutto il programma BATERAS BEAT ho avuto l’onore di essere incaricato da Dino Verdade di aprire una scuola qui in Sardegna. Dopo qualche cambio di line up ho trovato in Efisio Pregio e Alex Picciau i due collaboratori con cui iniziare questa avventura: attualmente  abbiamo tre scuole e 182 iscritti. Per me insegnare e prendermi cura della scuola è qualcosa di estremamente importante e sono estremamente grato per la fiducia che la gente ripone in noi. Negli ultimi anni abbiamo portato tanti batteristi di fama internazionale per permettere ai Sardi di conoscere da vicino alcuni grandi nomi come: Thomas Lang, Virgil Donati, Dave Lombardo,Igor Cavalera, e tanti altri. A Settembre avremo come ospite la grandissima drummer brasiliana Vera Figueredo.

Parlaci ora del tuo metodo “The Double Bass Massacre”…

Double Bass Massacre è il mio nuovo metodo di doppia cassa che è una fusione di tutto quello che so sull’argomento! Ho messo insieme anni di lezioni con batteristi specialisti , più i miei esercizi e le mie conclusioni su alcuni argomenti che mi davano problemi. E’ un lavoro estremamente onesto su cui ho investito tanto tempo: se volete migliorare la vostra doppia cassa/doppio pedale… prendetene una copia su raphaelsaini.bigcartel.com

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Collabori con dei importanti marchi di strumenti musicali: quali sono e quale è il rapporto che ti lega a loro come artista?

Attualmente collaboro con TAMA, MEINL (10 anni), EVANS, PROMARK, SERIAL DRUMMER, AGAINST CLOTHING. Il rapporto che mi lega ai marchi è sempre un rapporto UMANO, conosco le persone che lavorano nelle aziende personalmente e la correttezza ed il rispetto vengono prima di tutto.  Molta gente non capisce che avere un endorsement non è avere qualcosa gratis ma poter contare sul supporto reale di persone che credono in quello che fai.

7) In quali canali web possiamo trovare delle informazioni su di te e sui tuoi progetti?

Youtube.com/raphaeldrums

Facebook.com/raphaelsainiofficial

Raphaelsaini.net

Una domanda finale che ritengo di fondamentale importanza: cosa consigli a un ragazzo che inizia a suonare la batteria o le percussioni, o a un genitore che vorrebbe che il figlio imparasse uno strumento?

Consiglio di impegnarsi e NON PERDERE TEMPO. Vuoi studiare? Inizia oggi… Vuoi andare da un maestro? Non aspettare per dei mesi, chiamalo oggi! Vuoi entrare in una band? Comincia oggi a cercare dei componenti. Lascia stare Facebook, pokemon vari ed eventuali, Age of Empyres (dove io ho perso purtroppo troppe ore)… Il tempo che si ha da giovani non è paragonabile al tempo che abbiamo da adulti tra lavoro, famiglia etc etc. Ritengo poi che un genitore non debba forzare un figlio a fare nulla, ma al massimo assecondare le sue idee… se vuole suonare bene, altrimenti inutile forzarlo. Consiglio ai ragazzi anche di cercare di imparare a conoscere il settore della musica e non farsi imbambolare dai tanti parolai che ci sono in giro, nessuno può promettere un lavoro o una carriera. Suonate e studiate prima di tutto perché amate suonare, tutto il resto… arriverà con pazienza se sarete attenti e farete le scelte giuste.

Ti ringrazio di cuore per questa intervista: è stato un piacere ed un onore! Ti do un augurio enorme per una carriera sempre più ricca e perché continui ad avere i meritati riconoscimenti per la serietà con cui porti avanti la tua attività di musicista ed insegnante!

Gentilissimi amici, condividete e commentate!!!

Giuberto

Intervista a Paolo Sanna, percussionista sardo di fama internazionale

Benvenuti alla prima intervista del mio Blog!

Per inaugurare questa “serie” di articoli ho scelto un grande personaggio della Sardegna, un artista che dal suo piccolo centro del Medio Campidano si è spostato in giro per il mondo per poter prima studiare, imparare e ricercare e ha poi continuato a viaggiare per diffondere i risultati del suo lavoro in maniera creativa. Paolo è una persona dalla grande preparazione culturale e di enorme sensibilità. Il suo studio è un luogo di meraviglie musicali, le sue lezioni individuali e di gruppo si configurano come dei momenti di conoscenza – non solo di ritmi, tecniche e strumenti – ma anche di Storia, storie di popoli e di tradizioni. Per voi a seguire un’approfondita intervista che aiuterà a conoscerlo e a capirlo a fondo! Buona lettura!

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(Giacomo Salis / Paolo Sanna Percussion Duo – foto di Mauro Medda)

Ciao Paolo: a te il mio migliore benvenuto! Grazie per essere il primo ospite del mio blog “giubertoatzori.it” Averti qui per me è un immenso onore, oltre che un piacere! Partiamo con le domande…

Dove hai studiato durante la tua formazione?

Mi sono avvicinato alla batteria e alle percussioni in modo istintivo da ragazzino. Allora non c’erano certo i materiali che facilmente troviamo oggi e men che meno c’era internet, quindi comprai una copia del Gene Krupa (unico manuale in italiano allora disponibile e che ancora conservo) ed iniziai a studiare  da solo, ero veramente “preso” da tutto ciò che era batteria e percussioni. Ho iniziato a studiare batteria al C.P.M. di Milano nel 1985 con Alfredo Golino, un grande musicista e batterista, ma non posso certo considerarmi un suo allievo, anche perché andai via dalla scuola per poter viaggiare e portare le ricerche nella direzione che mi interessava di più. Ho poi studiato percussioni arabe per due anni alla scuola di percussioni Timba di Roma con Ahmed Yaghi, eccellente percussionista libanese. Sempre a Roma ho studiato percussione persiana con Siamak Kalili Guran, Kurdo iraniano, concentrandomi sul daff persiano. Siamak, cantante, percussionista e suonatore di tar e utar (cordofoni di area persiana) è laureato in canto, tar e utar al conservatorio di Teheran. Parallelamente, sempre a Roma, nello stesso periodo (parlo dei primi anni 90) ho preso lezioni di berimbau dal percussionista brasiliano di Bahia Marcos Rodrigues (ero rientrato dal mio primo viaggio in Brasile poco tempo prima), ho anche frequentato diversi laboratori, dal CIAK sempre a Roma, con Rosario Jermano per conoscere la sua tecnica slide usata col berimbau, a altri laboratori sia di batteria che di percussioni, con Celso Machado e altri… Sono sempre stato interessato ad argomenti particolari che spesso non vengono trattati  sui testi. Ho poi una schiera di quelli che io chiamo i miei “maestri inconsapevoli”… sono i musicisti che con i loro esempi, anche di vita, mi hanno dato degli input importanti.

Lo studio della batteria e delle percussioni è andato di pari passo, o le percussioni sono arrivate dopo?

Non ho mai separato le due cose. Fin dall’inizio  è stato del tutto naturale portare avanti lo studio della batteria e delle percussioni, studiando con vari battenti e con le mani le tecniche relative di ogni strumento… credo nasca anche da questo il fatto che normalmente suono su dei set “ibridi”.

Hai viaggiato in vari Paesi del mondo per imparare le tecniche, conoscere gli strumenti, i ritmi e le culture. Dove hai studiato, con chi e quali strumenti? Ai tuoi allievi raccomandi sempre di avere “rispetto”: cosa significa esattamente?

Ho “incontrato” il berimbau nel mio primo viaggio in Brasile e li potei apprendere da vicino i primi rudimenti sullo strumento: questo primo viaggio durò poco più di un mese, non potevo fermarmi oltre, ma venivo da tre mesi trascorsi in Mexico,  dove ebbi la possibilità di avvicinare dei musicisti locali. Si trattava di un trio tromba, contrabbasso, marimba. Il suonatore di marimba suonava anche le maracas in modo pazzesco, così chiesi delle lezioni, riuscii a convincerlo e per tre mesi non feci altro… Dopo aver comprato un paio di maracas in cuoio fu un continuo lavorare sulla tecnica (strumento a torto poco considerato in occidente) e sul gesto. Dopo i tre mesi in Messico mi spostai in Brasile, come dicevo, e mi avvicinai al berimbau,  ai caxixi di varie misure e forme e altre piccole percussioni. Sono tornato a Bahia l’ultima volta qualche anno fa per raccogliere altro materiale musicale, cd, percussioni per portare avanti studi e ricerche. Gli altri luoghi dove sono stato sono il nord Africa, Algeria, poi l’estremo oriente, South Korea, Japan, dove ho ricercato e raccolto materiali relativi a sciamanismo, musica, percussioni. Da queste esperienze ho capito che il rispetto per le “culture altre” deve essere il primo elemento che ti porta verso il confronto, verso ciò che può interessarti. Ai miei allievi parlo di rispetto,  cioè quel tipo di rispetto che nasce dalla conoscenza, ma parlo anche di onestà.

Il tuo studio è una “bottega” di strumenti e sei un profondo conoscitore della provenienza e della storia di ognuno di essi. Che tipo di legame hai con questi oggetti? Anche se la domanda potrebbe essere banale: hai uno o più strumenti che preferisci o con i quali riesci ad esprimerti al meglio?

Credo fermamente che dentro ogni strumento, ogni percussione, ci sia la storia di un popolo, che qualche volta può essere anche tragica: penso alla deportazione dei neri africani nelle Americhe. Dentro uno strumento può esserci il rito, la gioia, il pianto e il dolore, ci può essere la festa, il gioco… ecco perché parlo di “rispetto” che nasce dalla conoscenza. Sono molto legato alle mie percussioni, che spesso ho raccolto nei miei viaggi… Non ho degli strumenti preferiti, credo però ci siano degli strumenti che permettono un uso più “intimo”, penso ad una kalimba o allo stesso berimbau che per essere suonato deve quasi essere abbracciato, giusto per fare degli esempi.

Passiamo all’anello di giunzione che permette meglio di comprendere la tua arte. Hai acquisito tecniche e ritmi di svariata origine, ma non ti esibisci in pubblico con strumenti come la darbouka e il berimbau dei quali sei un superbo esecutore… Come è avvenuto il passaggio all’improvvisazione sperimentale radicale? In breve potresti dire a chi non ne è a conoscenza i suoi caratteri fondamentali?

Non c’è stato un vero e proprio passaggio verso la sperimentazione, anche in questo caso mi sono interessato da subito a chi sperimentava col suono, il silenzio, il rumore; ho assemblato i miei set con quello che avevo. Sono totalmente immerso nella musica sperimentale, gong, lamiere e metalli vari, tamburi e gli oggetti trovati per caso fanno parte dei miei set sin dall’inizio. Dico questo perché inizialmente ho studiato batteria jazz e anche attraverso l’ascolto di musica di ricerca, sperimentale (chiamiamola come ci pare) ho ricercato e studiato gli stili più moderni avvicinandomi anche alla musica contemporanea. Per fare dei nomi: credo che musicisti USA come Milford Graves, Rashied Ali, Andrew Cyrille, Sunny Murray, giusto per citare velocemente i primi che mi vengono in mente , ma in realtà sono molti di più, abbiano indicato una strada precisa possibile da seguire proprio perché sono stati tra i primi a scardinare idee e concetti aprendo nuove strade. Subito dopo il free jazz americano in Europa è nata una “scuola” di sperimentatori che praticava la libera improvvisazione non idiomatica, penso ai primi musicisti che filtrando il free americano, (ma non solo quello naturalmente), hanno creato una musica con identità propria: parlo di  AMM con Eddie Prevost, Tony Oxley o Spontaneus Music Ensemble gestito da John Stevens, ma anche Paul Lovens e molti altri musicisti arrivati subito dopo e totalmente immersi nella libera improvvisazione non idiomatica.

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(Paolo Sanna – foto di Mauro Medda)

Due parole su: strumenti preparati, tecniche estese, importanza del gesto esecutivo.

Fu John Cage che parlò di pianoforte preparato dando chiare indicazioni per un possibile utilizzo dello stesso, in modo allargarne le possibilità. Quando mi riferisco alle tecniche estese vorrei che fosse molto chiaro un concetto: per usare le tecniche estese bisogna avere una conoscenza precisa e completa delle tecniche “standard” …e da queste aprirsi alle tecniche estese, sperimentando e ricercando su uno strumento che può essere preparato o non preparato. Trovare nuove soluzioni (e quindi ripensare lo strumento con nuove idee) è fondamentale nel mio fare musica. Qui entra in gioco anche l’idea di gesto esecutivo che aiuta ad arrivare ai risultati cercati. Credo che la creatività sia elemento fondamentale e credo anche che la creatività debba essere alimentata continuamente con input quali ascolti, letture, scambi con musicisti e altro.

Appartieni ad una nicchia di musicisti e di ascoltatori molto stretta e nel tuo specifico ambito sei stato definito una figura di punta a livello internazionale: dove e da chi sei stato menzionato? Quanti dischi hai pubblicato finora? Quali sono i Paesi nei quali è più facile trovare degli spazi per il genere che pratichi?

Sì, spesso si usa la parola nicchia quando si parla di libera improvvisazione non idiomatica. Io stesso mi considero un musicista “non allineato” e  indipendente, infatti tutti i miei lavori li produco io e vendo i miei cd nei concerti o spedisco a chi è interessato. Sento verso me e il mio lavoro molta attenzione e interesse oltre che rispetto e stima da parte di diversi percussionisti e musicisti in genere, sia italiani che stranieri. Basta cercare in rete le recensioni e le interviste che parlano dei miei lavori per farsi un’idea più precisa; ho avuto e ho con una certa regolarità recensioni in Italia, Spagna e in USA. Per quanto riguarda gli spazi: in Italia sono pochi, credo sia vincente l’autogestione tra musicisti che si uniscono per creare eventi, piccoli festival e scambi. In questo periodo sono in uscita diversi miei lavori: un live in trio con Elia Casu e Giacomo Salis per Floating Forest (una piccola label e collettivo indipendente di Verbania), i miei lavori in solo e diversi progetti sono usciti per Setola di Maiale (label indipendente  di Pordenone). Altri lavori che mi vedono presente sono usciti due anni fa in Usa: sono stato coinvolto come unico europeo in un progetto nato dalla scena dei percussionisti creativi di Los Angeles… Nel progetto ogni percussionista presentava un solo; il tutto è uscito per Castor and Pollux Music, del percussionista californiano Nathan Hubbard. In Italia sono uscito per Ticonzero di Cagliari e per la siciliana Improvvisatore Involontario e sono presente in altre label come ospite nei lavori di alcuni amici musicisti. Credo di aver suonato in circa 40 dischi…

Mi capita di suonare in Europa in festival indipendenti e sempre legati a musiche di ricerca. Forse la nazione dove ho fatto più performance, oltre l’Italia naturalmente, è la Spagna, dove torno periodicamente… ma ho suonato e spero di continuare a farlo, in tutte le nazioni dell’Europa occidentale.

In Sardegna collabori con alcuni musicisti: chi sono? Anche a raggio più ampio condividi progetti live e discografici, scambio di strumenti, informazioni e tecniche con un insieme di musicisti come te che è una sorta di “carboneria”: spiega un po’ di chi si tratta!

In Sardegna ho collaborato e incontrato un numero considerevole di musicisti. Da Alessandro Olla, docente in Conservatorio di musica elettronica, col quale collaboro da tanti anni, a Simon Balestrazzi, che mi ha ospitato in due suoi lavori, senza dimenticare il MOEX, un collettivo di sperimentatori sardi che invitava negli anni novanta importanti musicisti europei per fare dei laboratori e concerti. Parlo di musicisti del calibro di Tim Hodgkinson, Jean Marc Montera o Victor Nubla, con i quali si improvvisava e si suonava. Quella del MOEX fu un’esperienza molto importante allora, che permise un confronto e uno scambio continuo, gli stessi Olla e Balestrazzi ne facevano parte. Oggi il mio progetto in solo è centrale. In Sardegna sto lavorando in duo con Giacomo Salis, percussionista creativo di San Sperate molto interessante: Giacomo ha una curiosità che raramente  trovo in altri musicisti. Il duo è in continua crescita ed è stato documentato per ora con un live nel lato B di una cassetta uscita in Germania per Gravity’s Rainbow Tapes, una label che pubblica musica sperimentale (il lato A della stessa è un importante e interessante progetto in solo di Giacomo, My Problem Child). Presto usciranno dei nuovi lavori che documenteranno le nostre performance. Con Giacomo c’è uno scambio continuo di musica, testi e impressioni, siamo convinti che alimentando la nostra creatività in questo modo e condividendo il più possibile si arrivi ad avere un linguaggio comune …lavorando in area estrema è fondamentale fare in questo modo. Ho poi diversi progetti fuori Sardegna, sempre documentati su cd: il duo col cornettista Luca Santini, di Rovereto (un creativo visionario con un approccio personale e interessantissimo alla cornetta), la collaborazione con Luca Pissavini e Antonio Mainenti documentata su Bunch Records di Milano (label dello stesso Pissavini che sta anche facendo uscire dei miei lavori in solo), ci sono poi lavori usciti in trio con Mauro Basilio, violoncellista che sta a Parigi e Fabrizio Bozzi Fenu che fa base tra Marsiglia e Cagliari, un lavoro in trio con Mauro Sambo, grande polistrumentista di Venezia, in trio con Giacomo Salis uscito per la norvegese Petroglyphe music il mese scorso, senza dimenticare OnGaku2 e il Collettivo di Resistenza Culturale gestiti insieme al chitarrista Elia Casu. Ho poi dei contatti continui con molti musicisti, percussionisti, che condividono idee e meccanismi legati al fare libera improvvisazione, ma questo credo sia normale tra creativi con la giusta apertura mentale!

Sei una persona molto riservata. Non mi pare che ami troppo la pubblicità e che ti interessi ottenere l’appoggio dei grandi sponsor o riscuotere clamori mediatici e del grande pubblico.  Trovo curioso notare come un artista del tuo spessore, pur essendo profondamente rispettato e conosciuto, sia quasi totalmente “fuori” dalle cerchie dei musicisti e degli spettacoli della Sardegna… Come mai? E’ solo una scelta personale o forse qualcosa potrebbe funzionare diversamente tra gli artisti dell’Isola?

Si, credo che il mio carattere mi porti verso quel tipo di riservatezza che dicevi, per me è normale, non sento proprio il bisogno di ostentare, ci sono i miei lavori, i progetti, i concerti, le interviste e le recensioni che testimoniano chiaramente quello che sono. Ma sarebbe stupido negare che questi aspetti non debbano essere curati. Non sono interessato a sponsor perché preferisco comprare e suonare gli strumenti che mi interessano e piacciono veramente: ho dei piatti fatti a mano in Turchia che compro direttamente dagli artigiani locali e molte delle mie percussioni sono artigianali, sono dei pezzi unici. Non mi interessa avere uno strumento costruito in serie con un suono standard, lo trovo poco interessante, ma naturalmente sono gusti personali. Entro in difficoltà se devo comprare, ad esempio, uno strumento brasiliano costruito in Cina: si possono infatti reperire degli strumenti originali che suonano meglio.

Il fatto di essere poco presente dentro la cerchia dei musicisti sardi credo sia un caso. Io, come ho detto più volte, mi muovo in un’area particolare e sono poco o nulla interessato a suonare in contesti quali la piazza. Comunque il tutto è legato anche al fatto che ho diversi progetti fuori Sardegna.

Nel tuo modo di vivere la musica è presente anche una componente spirituale?

Sono profondamente ateo, ho un grande rispetto per tutte le religioni e vorrei che lo stesso rispetto ci fosse verso chi è ateo: sono convinto che “una certa componente spirituale” sia presente in ogni persona. Gli studi e le ricerche mi portano spesso ad avvicinarmi al rito, sia esso sciamanico o terapeutico; mi trovo a studiare spesso forme animistiche di religioni considerate a torto primitive e che io invece trovo logiche e giuste. Mi piace immergermi in letture zen e considero la poesia zen, sia antica che moderna, molto interessante.

Quali sono i tuoi progetti futuri e cosa vorresti per il futuro della nostra Sardegna dal punto di vista musicale?

Come dicevo prima ci sono dei lavori in uscita per diverse etichette indipendenti, quindi… stay tuned! Poi porterò in giro i lavori e i progetti che mi vedono coinvolto nel circuito indipendente sia in Italia che all’estero. Sono sempre molto attento a ciò succede in area free impro e sono disponibile per collaborazioni varie …se rientrano nel mio modo di vivere la musica.

Per la Sardegna vorrei che ci fossero più occasioni e possibilità, più opportunità per i musicisti di far conoscere i propri progetti fuori dall’Isola, in modo particolare quei lavori di qualità che spesso stentano a trovare la visibilità che meriterebbero!

Vorrei infine ringraziarti per questa intervista e ringraziare chi ha speso qualche minuto per leggerla.

Grazie a te Paolo! Ci vedremo presto per nuove lezioni, chiacchierate e interviste!

Potrete trovare materiali e contatti su Paolo Sanna ai seguenti link:

https://www.facebook.com/paolo.sanna.1481?__mref=message

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fpaoperc.wix.com%2Fpaolosannaperc&h=aAQGTtmte