Inanna: uno spettacolo per i sensi

Ciao a tutti e ben tornati!

Dopo un periodo di pausa – dovuto al mio trasferimento dalla Sardegna – sono orgoglioso di riprendere le pubblicazioni su questo blog: parto da un nuovo contesto, quello triestino, e sono sicuro di potervi regalare interessanti contributi e tante novità!

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Ripartiamo alla grandissima parlando degli Inanna. Non basta una semplice definizione per descrivere la completezza e la complessità del progetto Inanna. Ho avuto la fortuna di assistere alla serata del 7 febbraio 2017 al Teatro San Giovanni di Trieste: mi è servito qualche giorno perché le sensazioni provate sedimentassero in me e potessi scrivere queste righe. Innanzitutto gli Inanna portano al pubblico uno spettacolo che unisce più linguaggi artistici ed espressivi: musica, teatro, danza, in una performance che avvolge lo spettatore di suoni e visioni. Gli Inanna sono un’esperienza pressoché totale per i nostri sensi.
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Le musiche si presentavano come delle ampie ambientazioni capaci di trascinare i presenti avanti e indietro nel tempo; ovunque, nello spazio reale, in quello fantastico e in quello interiore. Francesco Amerise (canto e strumenti etnici acustici) e Federico Mullner (tastiere, computer e dispositivi elettronici) viaggiavano e vagavano in improvvisazioni che univano in-musica world, ambient, psichedelia, elettronica e tante altre influenze. Si viveva l’incanto di sorvolare terre antiche e lontane, ere perdute, epoche incrostate nel fondo della mente, la meraviglia di saltare nello spazio siderale o in un futuro fantascientifico-artificiale. Si ricadeva poi, come risucchiati, dentro gli spazi angusti del subconscio umano, nel tormento della sua psiche, nei livelli reconditi dei sentimenti e delle paure ancestrali. C’erano voci che sapevano di Tibet, di cattedrali medievali, di picchi montani irraggiungibili, perfino di profondità oceaniche; le percussioni conducevano in Medioriente, ovattate campane richiamavano minuscoli paesi accoccolati in valli distanti. Suoni lisci che sapevano di freschi risvegli sfumavano su ruvidità uditive: c’era una latente sensazione di tensione, di mistero, qualcosa di mistico e onirico, qualcosa di ipnotico e ossessivo.

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Poi, accanto alla musica che attraversava gli elementi della materia e l’intangibile, vi era la visione: le danze e i riti delle due figure in movimento intessevano un dialogo reciproco, una conversazione con la musica, una disputa col respiro e le attese degli spettatori. Emiliano Fantechi (kontakt juggling) era lo sciamano, il sacerdote, il granmaestro: statuario occupava il centro della scena, conduceva la cerimonia del viaggio e della regressione. Il suo era come un leggere nelle sfere di cristallo per intuirvi dei percorsi, pareva poter mescolare i tempi e i pensieri con una sola mano. Lo faceva con gran facilità, con la sicurezza irremovibile di un dio che gioca con vite e anime delle sue creature: il cristallo pareva liquido, fluido, gommoso; i globi diafani erano lenti di una visione che dal dentro portava fuori, e viceversa. Tutto annunciava una scena di sacrificio, tuttavia scampata. Kàartik (dance perfomer), ospite speciale della serata, era invece l’idolo: è apparso come un feticcio, una figura femminile archetipica, ornata a festa, ricolmata di doni e preghiere. Era il suo un incedere denso che univa in una favolosa alchimia danze indiane, mediterranee e danza contemporanea. L’ingresso in scena è stato sensuale, quasi provocatorio, ma progressivamente quel essere mitico ha dato il via alla decostruzione di sé: dapprima ha iniziato a provare pudore – come una simil-Eva da peccato originale – progressivamente ha perso la sua sicurezza e da donna si è spogliata della menzogna per rivelarsi uomo. Infine l’uomo si è ridotto ad una larva senza volto, senza identità, senza libertà; vi era la disperazione di un  grido di tormento – muto – che viene da uno spirito prigioniero del corpo materiale.

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Insomma, quello degli Inanna è uno spettacolo al quale non si assiste abitualmente: richiede immedesimazione, stimola l’immaginazione, coinvolge profondamente, ci chiama a riflettere.

Grazie per l’attenzione: commentate e condividete! Al prossimo articolo!

Giuberto