IMAGO: la performance che squarcia il velo tra sogno e realtà

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog che, tra alti e bassi, cerco di tener vivo con contributi di interesse e di qualità.

Qualche giorno fa sono stato invitato ad uno spettacolo per farne la recensione: eccomi qui a parlarvi di “Imago”, performance di improvvisazione artistica, suoni e danza sperimentale. L’evento si è svolto giovedì 16 novembre a Trieste nel teatro di San Giovanni. Di questa singolare e intensa serata vi darò una personalissima interpretazione, arricchita dall’approfondita chiacchierata fatta “a freddo” con Francesco Amerise, autore, nonché cantore-musico e attore – sciamano nella messa in scena. Alla realizzazione del lavoro hanno contribuito Federica Miani (costumista) e Stefania Simsig (realizzatrice delle maschere di scena). Sul palco Mariangela Miceli, ballerina e performer, ha interpretato col movimento le suggestioni sonore, accompagnata da Giada Abbatessa e Serena Bertagna nel ruolo delle statue – albero danzanti.

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Imago non è un musical o un concerto nella forma convenzionale. Gli elementi scenici e i codici comunicativi adottati non compongono un prodotto completo in ogni dettaglio; lo spettatore non deve “sorbire” uno show preconfezionato, deve bensì specchiarsi nelle azioni presentate, lasciarsi influenzare dai messaggi sonori e farsi guidare liberamente dal loro flusso. L’idea è quella di offrire al pubblico, attraverso un’equilibrata commistione tra linguaggi artistici, degli spunti da cogliere a mente libera, con i sensi aperti. Bisogna concedersi alle suggestioni, abbandonarsi al viaggio onirico ed (extra)-sensoriale. Gli spunti di cui si parla sono dei simboli archetipici introdotti in maniera più o meno esplicita. L’archetipo è un significante universale, per questo dotato di immensa potenza simbolica; esso funziona nella nostra interiorità da stimolo primordiale e squarcia le singolarità culturali e le  specificità identitarie, storiche e geografiche. Chi osserva, quindi, non solo sprofonda nel palcoscenico, ma leggendo dentro agli archetipi, sprofonda in sé stesso. Il simbolo archetipico più ricorrente è il numero tre. I colori scelti per gli abiti di scena e per il fondale sono appunto tre, il nero, il bianco e il rosso: si tratta dei tre toni legati alle trasformazioni alchemiche della materia che, da materia grezza, diventa materia nobile.

Il palco è spoglio, adornato in alto solo da un certo numero di maschere bianche e, sulla sinistra, da una sorta di altare su cui poggia una strana maschera di colore bruno e dorato. Non esiste una trama definita come tipico del racconto tradizionale: le azioni che si susseguono devono fungere da apertura a nuovi possibili aventi, a nuove svolte. Lo spettatore si deve muovere nella stessa dimensione interiore che guida i protagonisti nella loro improvvisazione: il dialogo strettissimo fra i quattro protagonisti determina l’esito della performance; di fatti ogni minima sfumatura vocale, sonora, gestuale, comporta la risposta dell’altro. Ciascuna persona della platea completa gli eventi secondo la sua unica sensibilità, il suo livello di immedesimazione, il suo bagaglio esperienziale.

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Lo sciamano dà il via al rito insufflando la vita sotto forma di molecole di polvere; seduto tra i suoi strumenti pregni di mistero e magia guida il movimento esistenziale delle tre anime danzanti col flusso sonoro. Il suono prodotto è un continuum di paesaggi sonori, uno sfumare di suggestioni vocali e strumentali in cui il gesto agisce nel tessere il filo del canto, modella lo spessore e la densità del suono. Gli strumenti evocano mondi terrestri lontani tra loro, ambienti intimi, situazioni spaventose e spazi immaginifici. La ballerina entra in scena sbendata. Al centro del palco si abbassa al livello pavimentale e, come in un parto all’inverso, si veste di un velo bianco che accompagnerà la sua danza. Pare uno spirito che lotta per la sua libertà, per acquisire la sua identità: continuamente ricade a terra, è come schiacciata dalla dipendenza dei destini. Ai lati due alte statue dalla forma di alberi antropomorfi, forse a simboleggiare il fato, la dominano con il movimento dei loro rami – scettro; lo fanno con volti indifferenti, distaccati. Il velo limita la danza della vita che diventa un ballo cieco: questo velo può essere sia simbolo di una determinazione soggettiva anelata, sia del labile limite tra mondo fisico e mondo dello spirito. Vi sono rare espansioni nello spazio, il movimento viene represso, controllato, limitato, imposto dalle sacerdotesse – albero. L’anima danzante soffre, subisce una sorta di esorcismo al suono dello scacciapensieri, balla poi in tondo come una bambola meccanica al tintinnio del carillon. Attraverso la gestualità e la danza possiamo vedere il suono: sciamano e danzatrice “raccontano” il suono.

In alto le maschere forse ridono, forse piangono. Con il loro bianco laccato e le orbite oculari squallidamente vuote sono, forse, le presenze-assenze di antenati. Sono tante e confondono lo sguardo. Sembra a tratti di catapultarsi in una casa patrizia romana, nella sala in cui si svolgeva il culto delle anime dei parenti defunti le cui sembianze erano richiamate dal maschere funerarie o da busti riposti entro nicchie. Ma queste maschere sono prive di fisionomia, con la loro vuotezza ci ricordano che l’esistenza è ciclica e il viaggio terreno è solo un passaggio uguale per tutti, un percorso iniziatico che inizia e finisce (però) altrove. Anonime ci portano a domandarci chi siamo oggi, chi siamo stati e come saremo nel domani.

D’un tratto lo spirito danzante, forse scampato al peggio, forse avendo espiato una qualche colpa, oppure reputato oramai pronto a passare ad uno status superiore, esce finalmente dal velo: sembra ri-nascere a seguito di uno strano travaglio. Si dirige sul fondo del palco verso l’altare e indossa la maschera a tre facce. Tre facce: saranno le tre età della vita? Passato, presente e futuro? Nascita vita e morte, o magari i mondi di sopra, di mezzo e di sotto? O forse i tre stai della materia? Ognuno può leggere in quelle maschere un senso. A prescindere da ogni possibile interpretazione lo spirito prima anonimo non riesce comunque a determinare la sua vera identità e viene “accettato” solo perché indossa maschere. La maschera è dunque un altro tipo di velo, di barriera, di finzione, di annullamento di sé. La maschera di cui parliamo non è quella della falsa identità del ruolo teatrale per l’attore o del ribaltamento dell’ordine costituito carnevalesco: è, purtroppo, la condizione necessaria ad ogni essere umano per poter vivere nella società nel rispetto più o meno fedele delle sue convenzioni. Forse la maschera “è” l’essere umano stesso.

La musica finisce. L’esibizione si conclude con l’uscita dello sciamano che porta via con sé l’anima danzante. Lei ha abbandonato la maschera tripla: con questa azione infrange ancora una volta quel limite tra essenza ed apparenza, fisicità e astrazione, vita e morte… Sarà questa la fine della vicenda, se tutto il racconto non ha una vera e propria trama? Dove vanno ora quel deus ex-machina e quella creatura al contempo libera e dannata? Le sacerdotesse albero avranno sùbito altri spiriti vergini da domare come bestiole inermi? …o questo andar via di spalle indifferenti è solo un’altra suggestione per farci immaginare ulteriori svolgimenti?

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…non esiste una risposta giusta, quello che vuole regalarci lo spettacolo è proprio questo restar sospesi: in Imago qualsiasi lettura è valida, lecita, accetta. Sognare è reale, lecito, concreto, è un’esperienza che dobbiamo imparare a compiere con naturalezza e abbandono senza considerare questi momenti e queste dimensioni come banali fughe dalla realtà e dalla quotidianità. Spero che anche gli altri spettatori, come me, siano cascati entro “altri mondi”, un po’ come fece l’Alice di Lewis Carrol… Non importa se quelli in cui siamo stati noi, eliminando le barriere fisiche del teatro, fossero (o no) altrettanto meravigliosi. L’importante, per chi partecipa ad Imago, non è sprofondare o salire, espandersi o restringersi, ma viaggiare attraversando le dimensioni che vanno oltre la soglia dei sensi, squarciare il velo tra sogno e realtà.

Imago è uno spettacolo che suggerisco con sincerità a voi lettori e che auguro vivamente possa trovare tanti spazi in cui andare in scena.

***le fotografie sono state gentilmente concesse da Samuele Borlandi e da Federico Mullner.

per contatti: Francesco Amerise – 3491344827 – www.facebook.com/francy.lahmia

Alla prossima!

Giuberto

 

Massimo Aresu: “la Voce”

Bentornati ancora una volta! Oggi voglio presentarvi il mio più caro amico, Massimo Aresu. Non voglio parlarvi di lui semplicemente per il rapporto fraterno che ci lega sin da piccoli, ma per la sua interessante professione e per l’impegnativo percorso che ha compiuto finora. Massimo Aresu è un doppiatore di livello, nonché un bravissimo speaker radiofonico …e anche un intenso cantante! Insomma, un po’ come accade ai personaggi dei migliori romanzi che compiono una strabiliante parabola di vita, anche Massimo, con la sua voce calda e unica e animato da una gigante passione e da una dote innata, ha fatto quel grande salto che dalla bellissima isola di Sardegna lo ha portato a lavorare nella Capitale. Ma chiediamo a lui come ha avuto inizio questo viaggio artistico e professionale.

Ciao Massimo! Io conosco bene tutta la tua storia e in parte l’ho condivisa, innanzitutto in prima persona e poi a distanza. Raccontaci in quale maniera sono nate le tue passioni che poi si sono trasformate in lavoro: fare radio e fare doppiaggio.

Ciao! Tra le due è nata prima la passione per la radio, ma ancora prima quella, più in generale, di parlare dentro a un microfono! Ricordo ancora quando a tre anni mi regalarono la prima radio con microfono incorporato, feci impazzire tutti gli invitati a furia di parlarci dentro! Ho iniziato a girare quella manopola in maniera assidua in cerca di stazioni radiofoniche sin dalle scuole elementari. Col tempo quello strumento cominciò ad avere per me una vera e propria funzione sociale, io sono figlio unico e mi faceva una gran compagnia: così ho iniziato a emulare, a imitare le trasmissioni radiofoniche che ascoltavo, ingegnandomi con sistemi rudimentali fatti di mangianastri, cuffie e il mitico “Canta Tu”…  Avevo trovato un modo per mixare le musiche e parlarci sopra! Ero ancora un bambino… Negli anni successivi sono arrivati altri apparecchi più “tecnologici” come le piastre per le musicassette, il mixer e i piatti per i vinili (con breve parentesi annessa da dj, piuttosto fallimentare a esser sincero!). Molto più tardi sono subentrati i CD e i computer con i loro software di automazione che hanno cambiato tutto, ma ormai ero già al liceo e nel pomeriggio lavoravo in una radio locale, che raggiungevo a piedi nel pomeriggio, zaino in spalla, dopo aver finito i compiti!

L’amore per il doppiaggio invece è nato quando avevo sedici anni: è difficile da spiegare… mi intrigava, mi rapiva letteralmente l’idea di poter avere tante fisicità, tanti volti e caratteri diversi, entrarci dentro e dare anima a personaggi anche diametralmente opposti a me. In poche parole potevo essere più persone contemporaneamente! E quando ho cominciato a seguire i turni di lavorazione in sala sono rimasto stregato dalla magia di quel buio, dove da fermi davanti a un leggio, in un qualsiasi momento del giorno e dell’anno, si possono evocare le ambientazioni più svariate, essere chiunque e ovunque nello spazio e nel tempo. Si può dare vita alle emozioni, di qualunque natura esse siano, modellarle e plasmarle a proprio piacimento a seconda di quello che la scena richiede.

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Giusto per spiegare in maniera semplice il tuo lavoro, cosa significa esattamente “doppiare” un attore in un film?

Partiamo dal principio: l’attore che interpreta un ruolo è supportato dal proprio vissuto ed è lui a scegliere i tempi e i modi che rendono “vero” quel personaggio: quando respirare, quando fermarsi, quando cambiare espressione. Tanto è più bravo l’attore sullo schermo, tanto il doppiatore sarà facilitato nel suo lavoro. Credo che un buon doppiaggio sia quello che restituisce nella propria lingua precisamente lo stesso carico emozionale che l’attore ha trasmesso nel suo idioma. Bisogna centrare con precisione millimetrica ogni singola sfumatura recitativa dell’interprete originale, la sua espressione, i movimenti; e se piange quanto piange, e se ride quanto ride, e gli occhi… gli occhi ti dicono tutto, come insegnano i grandi maestri del passato. Ah, tutto ciò va fatto da fermo, immobile al buio davanti a un leggio… Se invece l’attore corre e nel frattempo parla al telefono nel frastuono di una metropoli all’ora di punta col cellulare in mano, tu devi riprodurre con la voce lo stesso identico fiatone che avresti in quella situazione! Senza l’aiuto del fisico che si muove… Affascinante, no?

In qualche modo bisogna avere delle competenze “teatrali e interpretative”. Quindi doppiare non è narrare…

Il narratore può essere un fine lettore, però non fa da intermediario tra un’emozione scritta e un’azione… che è prerogativa del doppiatore.

Come mai hai scelto di andare via dalla Sardegna per trasferirti a Roma?

In Sardegna il doppiaggio è un settore inesistente. Si fa anche a Milano e a Torino, ma la piazza principale è Roma.

Qual è stato il primo impatto con la vita in una grande città e soprattutto come avviene l’inserimento nell’industria del doppiaggio?

All’inizio non è stato per nulla facile. Da buon isolano quale sono mi mancava “la mia casa” da morire, il mio mare, i miei luoghi, la mia famiglia. Inoltre nel doppiaggio puoi lavorare per tanti anni quasi esclusivamente ai cosiddetti “turni di brusio”, voci fuori campo, scene di gruppo o piccoli ruoli. Le prime parti arrivano col tempo… ma con pazienza, studio e tenacia piano piano arrivano delle belle soddisfazioni!

Attualmente per chi lavori e che ruoli svolgi?

Lavoro con le più importanti società di doppiaggio che operano nella Capitale. Negli ultimi anni molti direttori hanno avuto fiducia in me e mi hanno affidato ruoli da protagonista in diversi film, personaggi ricorrenti in telefilm famosi e, più di recente, sono stato scelto come voce narrante per alcuni documentari naturalistici e non. Nel 2016 ho vinto il provino per un grosso marchio automobilistico di cui sono voce ufficiale per la campagna radio-televisiva nazionale! Lascio ai lettori la curiosità di scoprire di cosa si tratta…

Riprendiamo il discorso della radio. Attualmente lavori anche come speaker: come hai iniziato?

Ho fatto le mie prime esperienze in Sardegna all’età del liceo a Radio Kalaritana. Posso affermare con orgoglio di essere tra gli ultimi ad aver trasmesso in FM senza l’ausilio di software di automazione: puntavo le canzoni manualmente e prendevo l’intro a orecchio: questo richiede molto impegno, ma è anche tanto divertente! Poi è arrivata l’esperienza importante di Studio One, in cui ho potuto toccare con mano per la prima volta i canoni di linguaggio propri di una radio commerciale. E a diciannove anni sono passato a Radiolina, la prima radio nata in Sardegna. Credo di essere stato lo speaker più giovane in onda fino ad allora in una regionale. Dopo il trasferimento nella “città eterna”, in cui per lungo tempo mi sono dedicato esclusivamente al doppiaggio, ho ripreso a fare radio nel 2011 a Centro Suono e dal 2014 sono in onda durante il weekend nella più grossa emittente dell’Italia centrale.

Domanda conclusiva: cosa consigli a chi vuole intraprendere una carriera come quella del doppiatore per poter avere tutte le carte in regola e tentare tale strada?

Consiglio senza dubbio di frequentare una buona scuola di teatro e studiare recitazione! E’ fondamentale inoltre avere un’ottima conoscenza e padronanza della dizione, altrimenti non si va da nessuna parte… Crederesti a un poliziotto di Miami in tv che parla con l’accento sardo? O toscano, o lombardo? Per percorrere questa strada, a mio avviso, è necessario disporre di tutti gli strumenti basilari per imparare con l’esperienza a interpretare tutte le infinite sfaccettature espressive e comunicative dell’essere umano.

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Dove possiamo trovare dei video con la tua voce?

qui sono Stanislas, intento a raccontare storie e miti sui vampiri: https://www.youtube.com/watch?v=zse3wPRGC3E

qui Passerotto McGee, in una piacevole commedia australiana fatta di amori e di fuoristrada: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10211625511983990/?type=3

qui il biondo Terry, un poco di buono che si gioca tutto il denaro del matrimonio con una giovane italiana che pensa di fuggire con lui a Canterbury: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10207124068130707/?type=3

qui il giovane Gautier, assassino per amore: https://www.youtube.com/watch?v=Ktbs1mkq4MA

qui invece sono Ban, in un anime giapponese che associa a ogni personaggio uno dei sette peccati capitali, io rappresento l’avarizia:  https://www.youtube.com/watch?v=yoeNRKkZ0RU&t=4s

qui il brillante agente Burns della serie “Rizzoli and Isles”: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10208502264504755/?type=3

qui sono voce narrante di uno dei documentari naturalistici meglio girati degli ultimi anni, a mio avviso: “Jungle Planet”: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10211791418011537/?type=3

e qui interpreto uno scritto di Erri De Luca che mi ha molto colpito a Capodanno, perché ho trasmesso per il terzo anno consecutivo: https://www.youtube.com/watch?v=vf8RmDr7bq0

Grazie mille Massimo per questa chiacchierata insieme!

Grazie a voi lettori e follower per l’attenzione… condividete e commentate!!!

Giuberto

Inanna: uno spettacolo per i sensi

Ciao a tutti e ben tornati!

Dopo un periodo di pausa – dovuto al mio trasferimento dalla Sardegna – sono orgoglioso di riprendere le pubblicazioni su questo blog: parto da un nuovo contesto, quello triestino, e sono sicuro di potervi regalare interessanti contributi e tante novità!

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Ripartiamo alla grandissima parlando degli Inanna. Non basta una semplice definizione per descrivere la completezza e la complessità del progetto Inanna. Ho avuto la fortuna di assistere alla serata del 7 febbraio 2017 al Teatro San Giovanni di Trieste: mi è servito qualche giorno perché le sensazioni provate sedimentassero in me e potessi scrivere queste righe. Innanzitutto gli Inanna portano al pubblico uno spettacolo che unisce più linguaggi artistici ed espressivi: musica, teatro, danza, in una performance che avvolge lo spettatore di suoni e visioni. Gli Inanna sono un’esperienza pressoché totale per i nostri sensi.
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Le musiche si presentavano come delle ampie ambientazioni capaci di trascinare i presenti avanti e indietro nel tempo; ovunque, nello spazio reale, in quello fantastico e in quello interiore. Francesco Amerise (canto e strumenti etnici acustici) e Federico Mullner (tastiere, computer e dispositivi elettronici) viaggiavano e vagavano in improvvisazioni che univano in-musica world, ambient, psichedelia, elettronica e tante altre influenze. Si viveva l’incanto di sorvolare terre antiche e lontane, ere perdute, epoche incrostate nel fondo della mente, la meraviglia di saltare nello spazio siderale o in un futuro fantascientifico-artificiale. Si ricadeva poi, come risucchiati, dentro gli spazi angusti del subconscio umano, nel tormento della sua psiche, nei livelli reconditi dei sentimenti e delle paure ancestrali. C’erano voci che sapevano di Tibet, di cattedrali medievali, di picchi montani irraggiungibili, perfino di profondità oceaniche; le percussioni conducevano in Medioriente, ovattate campane richiamavano minuscoli paesi accoccolati in valli distanti. Suoni lisci che sapevano di freschi risvegli sfumavano su ruvidità uditive: c’era una latente sensazione di tensione, di mistero, qualcosa di mistico e onirico, qualcosa di ipnotico e ossessivo.

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Poi, accanto alla musica che attraversava gli elementi della materia e l’intangibile, vi era la visione: le danze e i riti delle due figure in movimento intessevano un dialogo reciproco, una conversazione con la musica, una disputa col respiro e le attese degli spettatori. Emiliano Fantechi (kontakt juggling) era lo sciamano, il sacerdote, il granmaestro: statuario occupava il centro della scena, conduceva la cerimonia del viaggio e della regressione. Il suo era come un leggere nelle sfere di cristallo per intuirvi dei percorsi, pareva poter mescolare i tempi e i pensieri con una sola mano. Lo faceva con gran facilità, con la sicurezza irremovibile di un dio che gioca con vite e anime delle sue creature: il cristallo pareva liquido, fluido, gommoso; i globi diafani erano lenti di una visione che dal dentro portava fuori, e viceversa. Tutto annunciava una scena di sacrificio, tuttavia scampata. Kàartik (dance perfomer), ospite speciale della serata, era invece l’idolo: è apparso come un feticcio, una figura femminile archetipica, ornata a festa, ricolmata di doni e preghiere. Era il suo un incedere denso che univa in una favolosa alchimia danze indiane, mediterranee e danza contemporanea. L’ingresso in scena è stato sensuale, quasi provocatorio, ma progressivamente quel essere mitico ha dato il via alla decostruzione di sé: dapprima ha iniziato a provare pudore – come una simil-Eva da peccato originale – progressivamente ha perso la sua sicurezza e da donna si è spogliata della menzogna per rivelarsi uomo. Infine l’uomo si è ridotto ad una larva senza volto, senza identità, senza libertà; vi era la disperazione di un  grido di tormento – muto – che viene da uno spirito prigioniero del corpo materiale.

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Insomma, quello degli Inanna è uno spettacolo al quale non si assiste abitualmente: richiede immedesimazione, stimola l’immaginazione, coinvolge profondamente, ci chiama a riflettere.

Grazie per l’attenzione: commentate e condividete! Al prossimo articolo!

Giuberto