“Sulla gobba del tempo”: un’imperdibile silloge poetica

Bentornati sul mio blog!

In questa nuova pagina sono lieto, anzi orgoglioso, di presentarvi “Sulla gobba del tempo”, una raccolta poetica di recentissima pubblicazione, della quale ho curato personalmente l’introduzione. L’opera raccoglie i versi degli autori Bianca Mannu, Giuseppa Sicura, Carlo Onnis e Mariatina Biggio; è ricca e complessa, impegnata e impegnativa per le tematiche storiche e sociali di rilievo trattate, ma anche di piacevole lettura nei brani maggior “lirismo”. Non nascondo che il lavoro di analisi propedeutico alla stesura della prefazione è stato lungo, ha richiesto numerose revisioni ed un confronto continuo con gli autori: essi sono persone dall’immensa cultura e dall’enorme cuore, ai quali devo tanto per la pazienza nei miei confronti e che ammiro per la caparbietà nel condurre quotidianamente il loro ruolo di poeti e di “cittadini del mondo per un mondo migliore”. Di seguito presenterò “Sulla gobba del tempo” citando direttamente alcuni stralci della mia introduzione.

Sulla gobba del tempo raccoglie una serie di testi nati dalla penna di quattro autori parecchio differenti fra loro per formazione, tematiche e stile. Le poesie sono state composte in maniera indipendente, in tempi differenti e non nascono per rispondere ad un progetto di base prestabilito. […] A fare da collante alla silloge vi sono delle tematiche principali, dei soggetti ricorrenti che hanno tuttavia condotto gli autori a creazioni di scrittura caratterizzate ciascuna da una fisionomia unica e tutte degne di approfondita analisi. Il titolo Sulla gobba del tempo [..] evoca lo spirito che lega le poesie. Il primo elemento che emerge è proprio il tempo. Ogni poeta ne ha espresso ampiamente nel proprio contributo la sua concezione personale; la scelta dell’immagine della gobba rivelerebbe invece la particolare visione del tempo condivisa dai quattro autori. […] non è escluso che gobba del tempo possa fare riferimento all’immagine della curvatura dello spazio-tempo relativa alla fisica einstaniana. [..] L’altro importante tema condiviso in questa silloge è l’atteggiamento critico alle ideologie conformanti del pensiero collettivo indotto, dall’annichilimento delle specificità individuali, all’omologazione mentale e comportamentale, all’assoggettamento delle persone a valori materiali e psicologici allettanti, spacciati come vitali, ma in realtà vacui. […] 

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Gli autori Biggio, Mannu, Onnis, Sicura costituiscono, dal punto di vista letterario, un quartetto significativo: la loro produzione dimostra quanto la poesia abbia ancora al giorno d’oggi un’opportunità concreta, come essa possa perseguire un compito storico e sociale denso di significati e riesca al contempo a regalare al lettore opere dotate di una freschezza sorprendente dal punto di vista estetico e formale. […] I poeti vogliono esprimere l’ambiguo senso del proprio tempo: alla base della loro opera stanno l’analisi critica di certi aspetti della contemporaneità,  l’elaborazione di testi che utilizzano modalità poetiche innovative articolate con la proposta di nuove letture della realtà e di suoi significati inediti rispetto a quelli comunemente accettati. Le tematiche storiche, politiche e sociali attuali vengono riprese svincolandosi da canoni stilistici ripetuti, evitando di rievocare verità acriticamente assunte. Vi è una particolare attenzione per la qualità della scrittura, per la ricerca formale e lessicale a dispetto della banalità e della mediocrità imperante nei linguaggi comunicativi largamente impiegati al giorno d’oggi. I poeti lavorano sulla parola come elemento che, a prescindere dal suo  peso semantico, ha un ruolo estetico, per cui scelta della forma e del suono sono qualità necessarie per il raggiungimento del risultato ricercato. Quanto premesso annuncia una silloge di non facile lettura, destinata indubbiamente ad un pubblico attento e preparato: i temi sono spesso forti, intensi, espressi talora con spirito satirico, sebbene non manchino notevoli suggestioni di delicatezza discorsiva, visioni e sentimenti più tenui. Ogni testo manifesta il notevole investimento del suo autore rispetto alla tematica prescelta e si volge al coinvolgimento emotivo del lettore. Ciascuno degli autori richiede una differente modalità di approccio: si passa da testi più diretti ed accessibili dal punto di vista verbale e del significato, ad altri che presentano più livelli di interpretazione, una struttura formale assai complessa ed un linguaggio raffinato.

La raccolta di Mariatina Battistina Biggio è intitolata Isola di nuove stagioni: il titolo rivela il forte legame della poetessa con la propria terra, la Sardegna, della quale descrive le bellezze, racconta le contraddizioni, senza scordare tuttavia la speranza per un futuro migliore. […] la Biggio anche di fronte a tematiche scottanti come l’emigrazione, la povertà e la guerra, il razzismo, le devianze giovanili, la violenza domestica sulle donne, sembra continuare a credere fermamente in un’inevitabile possibilità di miglioramento. Emerge la sua forte spiritualità, un saldo sentimento religioso, un’irremovibile fiducia nell’amore che, come un volano, fa funzionare gli esseri umani e il mondo intero. […] il suo stile poetico resta sempre controllato, mai violento o polemico. Il suo modo istintivo di fare poesia, il suo sentimento materno verso la realtà, facilitano l’avvicinamento del lettore ai testi: le atmosfere sono intime, abbondano le locuzioni affettive, compaiono continue immagini relative alla sfera sentimentale e familiare, il linguaggio è semplice, diretto ed immediato.

Bianca Mannu risulta essere, tra i quattro della silloge poetica, l’autrice più complessa da avvicinare e comprendere appieno. Viene richiesto al lettore un particolare sforzo: si deve innanzitutto ri-conoscere il significato letterale dei termini impiegati, il senso di citazioni e richiami ad altri autori, alla letteratura e alla filosofia classica e moderna. La scelta di vocaboli inusuali risponde al gusto della scrittrice per locuzioni dotate di un certo valore estetico e di un particolare effetto poetico. L’intento è quello di interloquire con il lettore in maniera intelligente e stimolante. Numerose le figure retoriche e il periodare articolato. La sottoraccolta Temporaneamente è suddivisa in quattro sezioni sul tema dell’esistenza, come fosse contenuta in un prisma a più facce, e ogni sezione costituisce un punto di osservazione della scrittrice sulla vita e sulle sue caratteristiche. Nella sezione Curva minore si guarda con stupore all’irrisorietà materiale dell’individuo umano. La forza vitale è un’onda di lancio iniziale che il soggetto può cogliere con meraviglia, ma solo a posteriori, cioè quando si impossessa del linguaggio e quando quel momento di spinta primigenia è oramai spento. La vita si configura come una sapiente funzione biologica che tuttavia non corrisponde ad un progetto razionale. […] La meravigliosa e contraddittoria convivenza tra fisicità e parola viene analizzata nella sezione Coabitazioni: una volta che la successione di spinte vitali è diventata un fenomeno ordinario, l’urlo nativo viene trasformato in parola tramite il corpo. L’emissione vitale, l’alito originario, è adesso suono e segno: attraverso il linguaggio l’uomo controlla, manipola l’esterno, descrive il passato, è in contatto col presente, preconizza il futuro. Per mezzo dello strumento-linguaggio pretende, in sintesi, di appropriarsi del tempo. Tuttavia la parola, che è intenzione, azione, comando, ma pure identità (individuale, etnica, storica e sociale), è un “inganno” poiché dipende da quella corporeità materiale destinata a disperdersi irrimediabilmente nella liquidità del tempo. […] La sezione Homo politicus affronta la tematica dell’umanità come organizzazione collettiva. L’autrice si immedesima nel ruolo di chi subisce gli effetti delle decisioni sbagliate dei gruppi dirigenti e non ha la possibilità o la capacità di esprimere il proprio dissenso e ribaltare la sua condizione. Nell’ultima sezione si domanda: a che serve la poesia? Risposta: la poesia serve a nulla! Nella sua inutilità la poesia deve allontanarsi da un atteggiamento di autocompiacimento estetizzante e deve provare a descrivere l’umanità stando distante dalle logiche del profitto.

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Lontano dalle modalità della Mannu vi è Carlo Onnis, accostabile invece per alcune analogie tematiche e stilistiche alla Biggio. Ad accomunarli sono il legame con le stesse origini regionali più volte richiamate, il sentimento amoroso vissuto con gentilezza e dolcezza, la presenza costante – più o meno palese – della nostalgia e l’uso metaforico del paesaggio come specchio di uno stato interiore. Tuttavia la voglia di rinascere propria della Biggio è in Onnis sostituita da un senso di latente malinconia. Il titolo In-canto sarebbe espressione di specifiche scelte stilistico-compositive; i singoli testi verrebbero infatti offerti al lettore come “canti” di un intero poema. In ognuno la musicalità del verso si fa melodia e rende inconfondibili le poesie di Carlo Onnis. Nel titolo ritroviamo anche quella particolare carica suggestiva che caratterizza la sua produzione: il poeta crede nella bellezza come valore assoluto; la sua visione del mondo e della vita sembrano libere da qualsiasi possibile problematicità e contrasto. Per l’autore il sogno non costituisce una dimensione strettamente individuale, ma prospetta una necessaria valenza sociale: sognare è una reazione vitale, un atteggiamento importante come stretto riferimento alla realtà. Reagire alla problematicità esistenziale, contro la quale si prova un senso di distacco attraverso la lente interiore della bellezza, comporta una presa di posizione cosciente, matura ed equilibrata che equivale ad un atteggiamento positivo, critico, a volte provocatorio e altre satirico. […] La solitudine acquista una sua posizione vitalistica, che rende la dimensione individuale necessaria ad analizzare e rivalutare il tessuto del passato e ad accettarlo nel presente con gli occhi della memoria. […]

La critica esistenziale e storico-sociale, così come in Bianca Mannu, sono elementi ricorrenti nella poesia di Giuseppa Sicura: l’autrice si focalizza sugli argomenti salienti della nostra contemporaneità, senza slegarsi definitivamente dai cenni autobiografici e dall’analisi interiore. […] Ella confida nella forza della parola poetica come strumento capace di smuovere menti e cuori della gente. Le tematiche sono affrontate con forte coinvolgimento emotivo: le reazioni passano dal grido d’allarme al coro di protesta, dall’invocazione al richiamo, alla contestazione collettiva. La guerra, che si ripresenta scleroticamente come un’infezione della Storia curata male, le fughe di genti dalle terre di origine flagellate dai conflitti, l’immigrazione clandestina, la crisi del sistema economico, l’ottusità della scienza, sono fenomeni delineati in quanto esito di un sistema di controllo politico, ideologico ed economico, da parte dei “vili gestori”, che ha ribaltato i valori fondanti dell’intera umanità. […] La poetessa non disdegna i linguaggi mediatici odierni e i nuovi mezzi di comunicazione; li sperimenta, ma senza dubbi ne evidenzia gli aspetti deleteri offrendo terreno fertile alla sua poetica, dove l’inquietudine spesso s’insinua tra i versi a rimarcare il bisogno di un mondo più a misura d’uomo, apostrofando come falsa e illusoria, una realtà che priva di qualsiasi umanità i rapporti interpersonali e determina la diffusione di una conoscenza effimera. […]

Questa sopra è solo una parziale rassegna degli elementi che ci avviamo a incontrare nella silloge. La lettura si anticipa intensa, mai monotona o prevedibile; pagina dopo pagina ogni poesia regalerà l’apertura verso innumerevoli immagini, emozioni e spunti per riflessioni sulla condizione umana.

Spero vivamente che la raccolta conosca una meritata diffusione e che questo mio intervento sia in grado di valorizzare ulteriormente l’importanza – tematica e stilistica – delle poesie contenute. Ringrazio ancora Bianca, Giuseppa, Carlo e Mariatina per la grande fiducia che mi hanno concesso nell’affidarmi il delicato compito di curare la loro prefazione. Ringrazio voi lettori per la consueta attenzione e vi invito a contattare gli autori per avere una copia di “Sulla gobba del tempo”

https://www.facebook.com/giuseppa.sicura

Alla prossima!

Giuberto

 

Bianca Mannu: la scrittura come “messaggio in bottiglia”

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog www.giubertoatzori.it

L’articolo – intervista di oggi è dedicato a Bianca Mannu, autrice poetessa che merita di essere conosciuta sia per lasua personalità piacevole, che per la produzione letteraria davvero particolare ed interessante. La incontrai per la prima volta nel 2013 quando a Cagliari era attivo il Centro Culturale NAI, presso il quale settimanalmente si riunivano artisti di ogni genere per divulgare la loro attività, mettersi in discussione, scambiare esperienze e pareri, instaurare collaborazioni. Rimasi parecchio colpito dalla presentazione della raccolta poetica “Trafori di senso” pubblicata di recente da Bianca, così subito scrissi una recensione per il sito www.oubliettemagazine.it In seguito mi occupai della stesura della sinossi della raccolta “Dove trasvola il falco”. Sarà però la stessa autrice a presentarsi e a parlarci del lavoro che svolge…

Benvenuta Bianca e grazie per aver accettato di comparire sul mio blog: ci conosciamo da tempo e per me è un vero piacere ed un onore continuare, sebbene a distanza, a leggerti e farti leggere dagli altri. Finora hai pubblicato diverse opere: di che generi letterari si tratta e quali sono i titoli?

Ciao Giuberto. Mi piace questo tuo logo sintetico  e contemporaneamente autentico, sintesi davvero eufonica dei tuoi nomi. Sono felice di questo prezioso coinvolgimento, date la mia condizione recessiva e la mia solitudine, sì, un po’ casuali e un po’ volute, che si sposano meglio con “sarditudine”, più che con sardità.

Intanto chiarisco subito che la mia nascita pubblica come “persona che scrive” risale al 2003 circa, ad eccezione di alcuni precedenti e distanziati interventi pubblici: 1) nel ’75 diversi interventi su La Pagina dei Ragazzi  de L’UNIONE SARDA sugli effetti formativi del “fare poesia” nella scuola dell’obbligo; 2) qualche lettura pubblica estemporanea; 3) qualche pubblicazione episodica e marginale in piccole antologie, e forse la presentazione di un’opera altrui. Sono diventata “Bianca Mannu che scrive”, dunque maggiorenne, dopo il compimento dei sessant’anni. Consideravo e ho considerato come “apprendistato” quanto avevo scritto per l’addietro, al punto che, quando nel 2002 decisi  di avere sufficiente materiale in versi per una prima sortita (quantità + qualità, presunte), rimandai la stampa per poter compiere un’ulteriore elaborazione dei lavori del trentennio fine secolo, più i testi dei primi tre fertili anni del XXI. Fu quello il mio esame di maturità scrittoria: a bozza pronta, poco convinta dei “brava” di qualche amica/o di magra formazione letteraria, mi rivolsi al critico cagliaritano più accreditato del momento, Giovanni Mameli, e gli chiesi un giudizio di massima. Mi lodò con asciuttezza, m’indicò la via dei concorsi e delle riviste letterarie, per farmi strada, e la pratica austera dell’autocritica e della sorveglianza linguistica. Da una stamperia uscì Misteriosi ritorni,  che conteneva tre sillogi, 75 composizioni: non fece botto, com’era scontato. Per farla breve, ho partecipato raramente a concorsi, non ho allevato un mio pubblico, e le poche riviste letterarie locali, da cui diventare visibile, erano fortilizi occupati da proff e da poeti in limba e lingua, intellighenzia da feudo, “gens blasés” avversi alle neofite di 3^ età prive di pedigree sociale, quale io ero e sono. Io volevo scrivere e non impiegare il mio tempo da pensionata a costruire relazioni che non avevo avuto e che neppure desideravo. Discende dalla coscienza di questa mia “marginalità”, ma anche dal mio pronunciato orgoglio sociale e personale, la mia progressiva “disattenzione” verso la “firma editoriale”. Insomma “andavo a nozze” con poesia e prosa, senza testimoni e con l’abito cucito dalla sartina all’angolo, perché testardamente l’accento mi cadeva sulle ragioni nobili delle “nozze”, e la posta era la durata della relazione. Questo è ancora il retro pensiero del mio tranquillo disincanto, che però mi frutta una grande e solitaria libertà.  Riporto di seguito l’elenco dei miei testi pubblicati

2006 esce una raccolta di  versi, Fabellae,  per Aipsa edizioni.

2010 vede la luce Da nonna Annetta, La  Riflessione, romanzo.

2012 escono Crepuscoli (racconti), per Booksprintedizioni, Quot dies (poesie) e Camilla (racconto  lungo) per Youcanprintedizioni.

2013 Tra fori di senso e Alluci scalzi (sillogi di poesia) per Youcanprint Edizioni

2014: Il silenzio scolora (poesie)per Mariapuntaoru Editrice e I Racconti di Bianca per Edizioni THOTH.

2016: Dove trasvola il falco Edizioni THOTH.

A quale genere appartengono? Non saprei dirlo, perché non riesco a vedermi inquadrata in un modello, né per le opere in versi, né per quelle di narrativa. Certamente tutte portano le tracce del mio, tuttora attivo, nutrimento culturale, che  come un fiume di pianura, involve questioni, modelli e materiali diversi, ma non tende a tracimare in situazioni di vistosa eminenza, né vuole rappresentarle con gli stigmi e gli stilemi dello psicologismo o del sentimentalismo, come è l’uso. Quelle in prosa, pur incentrandosi sulle mie esperienze sommesse – ma attraversate dalle profonde inquietudini personali e da quelle che, dal mondo vivente, mi raggiungono nella carne e nel pensiero – hanno mobilitato le mie energie compositive nell’inquadramento contestuale, adeguato a conferire alle sequenze narrative la naturale innervazione in direzione dei loro gangli motori, specialmente nel romanzo “Da nonna Annetta”. Certo di un tale problema non sarei venuta a capo, se non avessi potuto attingere agli strumenti per pensare che il pensatoio tardo-novecentesco europeo ha deposto in me, malgrado la mia molto parziale acquisizione. (Mi riferisco a Deleuze, a Foucoult , a Bataille, a Derrida a Athusser e Balibar a Adorno, allo stesso Bauman e al loro lascito percettivo). Il loro articolato e contrastante discutere teorico-filosofico sopra meccanismi rilevanti dell’essere sociale (Marx capofila) pensa il soggetto emancipato-liberato dal titanismo romantico totalizzante, lo re-inscrive in concezioni ridefinite e fluide, quale esito e luogo d’impatto delle tensioni materiali, politico-sociali e ideali, scarico delle flessioni della nostra globale contemporaneità. (Contemporaneità vuol dire sistema organizzante uomini in attività materiali, secondo desideri, pensieri e  risposte forzose al diktat del mercato e alle ragioni del profitto, che tutto – cose, persone e loro facoltà- sussume e fa agire sotto la sua logica ferrea). Ecco, i miei racconti esprimono condizioni che sento di mia pertinenza in quanto io stessa soggetto di un sistema-mondo che tende a degradarmi in modo non perspicuo, ambiguo. Tale opacità si profila talora gelidamente, (di questa, talvolta, son forzata a scrivere senza offrire e offrirmi consolazioni pietistiche), ma al contempo devo testimoniare del suo eccitare drammaticità contenute e, per così dire, aderenti alla misura usuale, e a volte parzialmente dissimulate in essa. Proprio questa opacità dissimulante del finto“normale”- che lavora così bene nel far sprofondare noi, genti dei margini,  nell’ irrilevanza soggettiva  e oggettiva, che ci inabissa nell’ottusità di testa, ma che ritorna come un inspiegabile mal di pancia – incalza il mio bisogno di scavare nei tratti della nostra contemporaneità conflittuale e scoprirvi anche la nostra inconsapevole o denegata correità. E ciò va anche a motivare le mie opere in versi.

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Ammetto che avvicinarsi ai tuoi versi non è così immediato e semplice: leggere le tue composizioni richiede attenzione, una cultura di rilievo necessaria a comprendere la moltitudine di riferimenti e citazioni e possibilmente… un buon dizionario! Nella vita quotidiana sei tuttavia una persona estremamente affabile, socievole e mai sfuggente. Ciò che mi colpisce pertanto della tua produzione poetica è la ricerca e la ricercatezza linguistica che paragonai ad un lavoro di cesello, intaglio ed intarsio. Visto che abitualmente utilizzi un linguaggio forbito, ma mai ermetico, la tua passione in letteratura per la parola “rara” e per i più “astrusa” è un gioco di stile, un modo di mantenere vivi gli aspetti della lingua italiana che tendono al disuso, o cos’altro?

Sono perfettamente consapevole della non immediata fruibilità dei miei versi. Mi sono sempre posta il quesito, senza volermi paragonare ai grandi, ma anche trovandomi distante da false modestie: forse che Dante, Petrarca, Leopardi, Carducci, lo stesso Pascoli apparentemente vicino ai piccoli affetti familiari della gente senza istruzione, sono immediatamente fruibili? Neanche per sogno! Dei loro ritmi, delle loro figure retoriche e di certa loro sapienza si faceva condita la nostra formazione minima. Mio nonno, terza elementare, leggeva Dante e ne sapeva a memoria lunghi passi. Così molti contadini toscani, quasi analfabeti. Mia nonna, ancora da adulta e con una schiera di figlioli da allevare senza servitù e in povertà, leggeva appassionatamente i romanzi, compreso Manzoni e quelli della Scapigliatura, compreso Verga e, credo, D’Annunzio con la sua raffinata retorica. Leggere significa appropriarsi linguaggio e concetti insieme: inserirsi in un’osmosi empatica, conoscitiva e espressiva. Ecco che allora ci sembra che artisti ricchi di logica e di scienza siano trasparenti, diretti, quasi familiari. In realtà , magari inconsapevolmente, siamo stati  aiutati a intercettarne alcuni codici e ce li ritroviamo dentro come un che di risaputo. Farsi poeta, farsi scrittore non è  semplicemente farsi praticante del bello stile. Anche perché il bello stile in quanto tale non esiste, se non come osso. Farsi poeta è un azzardo.  Intanto è un modo di entrare inermi in relazione con la sfinge della vita, col mondo di fuori intrecciato col nostro ignoto di dentro, tentare di acchiapparne le propaggini linguistiche e piegarle a significazioni che si presentano come dense d’anima e inattese. Così talora scopriamo il legame,  insieme intimo e deciduo, che la parola cercata ha con le cose e con le relazioni umane; anzi quasi identifichiamo queste ultime con le declinazioni vocali e verbali, faticosamente estirpate dalla pigra memoria o rapite a un dizionario che, allusivamente, si apre a tante finzioni e a tante verità possibili . Quando da bambina ripetevo le filastrocche o da scolara  ripetevo le poesie, che avevo già cantilenato per la maestra e per l’approvazione che poteva venirne, non era solo per il piacere del suono ripetuto, era perché esse continuavano a significarmi dentro, erano immagini visive, concettuali ed emozionali con cui conoscevo qualcosa che da sola non avrei mai scoperto. A prescindere dalla ricerca del risultato, che è essere poeta per gli altri (cosa non scontata), colui che crede di poter condensare i flussi e i reflussi del suo mondo interiore e i moti con cui il mondo di fuori s’insinua dentro di lui coagulandosi e sciogliendosi  in immagini verbali magmatiche, non è un mero contemplatore di bellezze stilistiche cristallizzate, ma un complesso relais nella cui sensibilità convergono effetti verbali non catalogati, rappresentazioni provenienti da correnti culturali del passato e del presente, da teorie conoscitive e dai loro intrecci aporetici, da istanze religiose o ordinatrici, da istanze di rottura, da pulsioni morali,  dall’impatto di vari modelli estetici, dalla loro accettazione e/o ripulsa  e da quanto altro la fame individuale di relazioni con vivi e morti saprà deglutire e metabolizzare. Questo materiale, più o meno mobile, più o meno convogliabile nelle sfere del pensabile e del rappresentabile, entra a formare nell’io creativo una sorta di filosofia più o meno esplicita, un sistema generale di senso, che si combina con l’estetica (gusto) personale del dicibile e dei modi con cui  un certo individuo (poeta o scrittore ) ritiene possa essere detto: la poetica. Io non credo che la luce  o la bellezza risieda in certe parole piuttosto che in altre e che quindi assiepare termini ritenuti preziosi, perché inusuali, sia una pratica di sicuro effetto poetico. Al contrario è la pratica di chi forse colma col suono il vuoto di senso, con effetti talora incautamente comici. Neppure credo che la poeticità risieda nello stare il più possibile prossimi al senso comune e alle scansioni della comunicazione quotidiana. Quest’ultima è un genere di comunicazione povera, elementare: può capitare che volendo sottolineare la sua povertà io ne faccia un uso rappresentativo in un contesto che lo esige, allora la sua efficacia è piena. Nel mio caso – volendo esprimere, raccontare, rappresentare, simbolizzare, interpretare il mio senso della vita e la molteplicità dei miei legami con la natura di cui con gli altri umani faccio parte, attraverso la mediazione delle conoscenze acquisite, delle forme culturali e linguistiche che ne spiegano la storia e ne preconizzano sviluppi inclusivi e armoniosi, o che invece evidenziano il dramma, il disagio, l’ansia, la fragilità, la discordia, ma anche la partecipazione solidale – rivendico la libertà di usare tutte le possibilità che sono capace di attivare con la ricca duttilità della lingua italiana, come può fare un musicista che scrivendo musica voglia utilizzare tutta la scala cromatica. Infatti io non sono ermetica e non voglio fare dell’ermetismo, voglio, se possibile, costruire un discorso, non esclusivamente orientato a stuzzicare emozioni e sentimenti elementari o retoricamente gonfi, ma che, rispettoso della reale complessità umana, interloquisca lucidamente tramite l’intelligenza e il coraggio della verità, quella continuamente interrogabile.

Come mai un’insegnante, che per anni ha lavorato con i piccoli, ha approdato ad una modalità espressiva tanto complessa? Banalmente ci si aspetterebbe da una maestra delle filastrocche, delle poesie o delle prose giocose o perlomeno più “leggere”…

Il linguaggio, specialmente quello verbale, il più duttile e segmentabile, è come una cipolla, conosce parecchie stratificazioni. A ogni età il suo strato. Il bambino non  concepisce ancora che “cane” non abbai. Crede all’identità di oggetto, nome, significato. Il maestro-la maestra smonta questa unicità tripartita e conduce gli scolari a distinguere gli oggetti dai loro simboli, dai segni; apre alla scoperta della flessibilità della parola e dunque agli accostamenti analogici e all’alterazione e moltiplicazione dei significati. Maestri e scolari crescono. Ma crescono quando il così detto Programma o paradigma di formazione, riuscendo a contenere e smussare la rapacità ottusa delle classi di potere, consente a fanciulli, maestri e platee di adulti a non lasciarsi irretire dall’economismo becero nel voler pesare in termini sordidamente monetari quanto valga quel loro frequentarsi tra i banchi. Quei versetti che facevo con loro e per loro, e di cui ho dato qualche saggio in Alluci scalzi, erano leggeri e  cantabili. Loro ne scrivevano di intelligenti, narrativi, rimati e non rimati e si contagiavano a vicenda.

Anche le tematiche che scegli sono assai impegnative: descrivi gli aspetti esteriori ed interiori dell’uomo anche nei suoi lati più scabri, la complessità dei sentimenti e dei rapporti interpersonali, parli di società e ambiente, parli di storia, racconti della tua vita personale e della tua terra. Quali sono le tue tematiche preferite, o meglio, quelle che maggiormente funzionano da ispirazione?

Non so chi per primo ha messo in circolazione questo concetto: tutto ciò che è umano mi concerne e mi chiama in causa. Non posso vivere chiusa nell’angustia della mia pancia.  Questo atteggiamento – che certo ci preesisteva come tratto culturale e valore, a me è venuto da mio padre, che non era esattamente un patriarca. Amando lui, ho amato quanto mi apriva la mente e dava estro all’intelligenza del cuore.  Sono nata in piena guerra, e la guerra, come non tutti sanno, era nata, come ancora oggi, dall’ybris del potere: usare uomini (e donne) e risorse di tutti, come strumenti di potere assoluto. Mio padre mi ha letto le fiabe più belle, ha dato aspettative felici alla mia esistenza, ha fatto del suo meglio perché io mi innamorassi del sogno di un’umanità meno efferata, meno rozza. Essendo rimasta delusa, ma non convinta della impermeabilità degli umani al desiderio di conservare per condividere per mezzo del lavoro i beni, continuo a sperare e ad arrabbiarmi per i troppi voluti fallimenti.

Anche se in una certa misura la tua scrittura traspira “femminilità”, delicatezza, tenerezza, emerge il tuo punto di vista molto critico e disilluso verso l’uomo come individuo e come insieme sociale: credi che l’umanità stia andando verso una deriva o che abbia almeno dei meriti parziali e potrà avere una possibilità di riscatto?

La possibilità di riscatto per gli offesi è una ricerca su cui non si dovrebbe demordere. Le donne sono gli esseri che, al pari dei minori e dei maschi deprivati e schiavizzati, subiscono maggiori negazioni e oltraggi. Spesso l’oltraggio, la demolizione delle risorse vitali è avvenuta e avviene sotto le specie dell’amore, dell’affetto,della protezione, millantati. Le società patriarcali sono tante e tendono a unificarsi in un’unisona contrazione dei diritti sulla base di un non detto che sono le condizioni sociali di esistenza, da cui sempre comincia la minorità. Restano tuttora platealmente eluse le problematiche delle condizioni di base (favele, bidonvilles, baraccopoli e campi aperti o recintati, ghetti -i ghetti di Johannesburg, di Nairobi, di Gaza- i quartieri-ghetto della civile Europa e dell’Italia)  su cui sembra che in nessun modo si possa e si voglia trovare possibilità di incidere. Le condizioni di base – più invalicabili di ogni muro fisico che attesta materialmente la mutria dei potenti – insistono variamente correlate con le possibilità di facile uso sessuale, procreativo, strumentale dei deboli o indeboliti, che non possono scegliere il proprio status , da parte di chi debole non è. Il diritto conculcato sembra trovare salvaguardia in leggi apparentemente libertarie, ma che cessano di parlare con efficacia appena si affacciano su una soglia che annuncia e denuncia povertà.  Tuttavia i meccanismi discriminanti non sono semplici e neppure operano in modo strettamente manicheo, inoltre attraversano anche le condizioni sociali di alto livello.  Le donne,da sempre espropriate come genere, perfino della capacità di attribuirsi autonomamente dei modelli convenzionali, così come gli uomini fanno di se stessi, sono ancora costrette ad assumere psicologie posticce che corrispondono agli interessi e alle voglie della mascolinità imperante. Ancora tante donne, usate o designate a fare da emblema a una parità sociale morganatica,  si accontentano di essere oggetto di desiderio dell’altro. Persino la prostituzione, utilizzata contro le donne come tabe e colpa (incapacità femminile di assumere comportamenti etici autonomi, si diceva, e tuttora si ribadisce in forma metonimica) è stata invece, ed è, un prodotto di stampo eminentemente patriarcale, che non arretra e anzi si combina efficacemente con altre forme di corruzione e di sostanziale degrado. Sì, si avverte una deriva paurosa, accresciuta dallo spalancarsi della forbice economica, dalla distruzione dei legami sociali non fondati sul mercimonio e, quindi, dal prevalere dell’individualismo sostenuto dalla appropriazione privata e/o dalla progressiva dissipazione delle risorse di tutti …   Non sappiamo se e quando né da quale contesto partirà o se è già in corso un spinta tendenziale forte verso un cambiamento di rotta, ma, escludendo che si possa ormai più fare il salto violento e palingenetico, non resta che riaffermare la dura lotta quotidiana sociale per rimettere in piedi e rendere efficaci, fruibili gratuitamente, le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, le istituzioni culturali e scientifiche transnazionali sostenute da larghe contribuzioni, per produrre gli ordinamenti delle libere istituzioni internazionali a tutela dell’ambiente, dell’infanzia e della salute. Tutto ciò entra di necessità a far parte del retroterra culturale di ogni umano che si rispetti e, a maggior ragione, di un poeta o scrittore, sia di quello che si riconosce letterariamente impegnato in tale direzione, sia che rivendichi e percorra una sua fantasiosa ragione poetica.

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In quali misura la scrittura costituisce per te uno strumento di osservazione-descrizione del concreto, quanto un’arma di denuncia, quanto un bisogno espressivo, quanto un mezzo catartico e di fuga dal reale?

La scrittura è per me un messaggio in bottiglia. Se l’emissario scrittore-poeta gli ha fornito un biglietto di viaggio in prima classe,(leggi: editore-recensore) pur non sapendo bene dove arriverà, sarà quasi certo che con un simile biglietto troverà “amicos de posada” o compagni di strada. Certo, dal punto di vista egoistico sarebbe di gran lunga più gratificante se al messaggio- poesia o  al messaggio-racconto succedesse una o più corresponsioni in parole vive, come nei simposi antichi dei nobili. Ma anche quella condizione, astrattamente felice, aveva le sue controindicazioni. Il mecenatismo dei nobili comportava ossequi servili, a volte avvilenti per cervelli sottili e sapienti. La libertà di pensiero era pericolosa per chi ambiva praticarla; e risultava pericolosa in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dello scrittore al suo mecenate. L’assolutismo monarchico e dittatoriale ha promosso e promuove intellettuali prezzolati e proni nei confronti del gerarca e dei suoi adulatori e scherani. Infidi e pericolosi, questi ultimi, non meno del loro Signore. Essere invisi al potere poteva e forse può ancora rappresentare un titolo onorifico, per cui, certo non molti, poterono e possono rischiare la morte. (Ricordo l’eroico direttore del museo di Ebla). Da questo punto di vista sono fortunata: non godo di esistenza che possa infastidire il potente. Ma che cosa c’è oggi che possa davvero infastidire il potente, rotto a ogni genere di transazione poco nobile, se non un altro suo pari che gli scompigli i giochi o lo ridimensioni? Ci sono forse popoli forti … e popoli proni … Quanto a me, io scrivo per rispondere a un’automotivazione: non fuggo nella dimensione del sogno gratuito, non trasformo il disagio in godimento cinico, non guarisco dal disagio né tampoco porto sollievo ai disagiati che difficilmente vogliono affrontare il disagio di leggermi. Scrivo per niente.

Gli autori, ed in generale gli artisti, hanno una responsabilità sul presente e sul fututo più gravosa rispetto alla “gente qualunque”? Credi che davvero con l’arte si possano influenzare positivamente gli altri e innescare delle inversioni di tendenza?

Si parla di responsabilità di un autore rispetto a un pubblico, quando l’autorevolezza dell’autore è in grado di influenzare la così detta opinione pubblica o una sensibile porzione di essa. Sarà accaduto non molte volte in cui un autore o giornalista si sia presentato come sostenitore di un contropotere o della verità. Émile Zola è stato capace di questo col suo “J’accuse” durante l’affaire Dreyfus a favore del capitano Alfred Dreyfus, innocente, ma condannato in omaggio all’antisemitismo imperante nell’esercito francese dopo Sédan.  Ci fu la claudicante e intelligentissima Rosa Luxemburg (e altri) a offrire il petto alla reazione militarista germanica. Solitamente la stampa si allinea col blocco di potere al comando e allora sposta davvero l’orientamento del pubblico. Oggi valgono forse regole diverse, per via della rete informatica che funge da sfogatoio di pancia, per effetto della contrazione del numero dei lettori dei giornali e del conflitto latente tra popolazioni e potere politico, a causa del complicarsi delle condizioni di esistenza di milioni di persone e dell’accentuarsi degli squilibri sociali …  Si può dire invece che l’educazione alla lettura e alla intelligente fruizione delle diverse forme d’arte è la via maestra, insieme con altre discipline, per la formazione  integrale della persona, per l’ingentilimento dei costumi, per l’affinamento della sensibilità e del mezzo espressivo. In periodo di crisi (crisi per i popoli) prevale l’idea biecamente commerciale dell’arte. L’arte della poesia consente pochi spazi di manovra al potere, anzi è considerata un orpello, a meno che non diventi “arma di distrazione di massa”…, masse di  piccole élites. Ma nei brevi perimetri associativi locali, la responsabilità culturale dei poeti e degli scrittori esiste, se non altro perché si propongono e sono letti pubblicamente, migrando da un gruppo all’altro. Pochissimi vengono letti in privato. Efficacia?  Soporifera, afflato consolatorio, funambolico: quasi roba per vecchi.   Ancora di più contano gli artisti teatranti, i cantanti e i musicofili; perché, non abbisognando di particolari  mediazioni, attirano il pubblico che li consuma come distrazioni del tempo libero; dunque essi sono il maggiore veicolo di diffusione di quanto di letterario viene prodotto localmente, opportunamente teatralizzato. Anche i loro vizi fanno scuola, se non altro perché si stagliano rispetto al brusio di fondo, incessante, sordo.

Apprezzo il fatto che oltre alla tradizionale pubblicazione cartacea, oggettivamente sempre meno apprezzata e frequentata, tu sia un’autrice davvero attiva sui social network. Come vivi questo modo di comunicare, quali sono i pro e i contro rispetto ai canali che avresti idealmente scelto per parlar di te e delle tue creazioni letterarie? Come affronti quel divario tra registri linguistici, rispettivamente quello “ricercato” della tua poesia e quello “telgrafico e schizofrenico” di internet?

La mia franchezza, la mia affabilità unite a una certa competenza non sono state apprezzate nel Paese di Wilson, lo zuccone, dove fisicamente vivo e dove la sciatteria intellettuale fa testo nelle associazioni culturali. A suo tempo, durante le mie frequentazioni libere e anche nel biennio che mi catturò in veste direttiva, molti hanno apprezzato quelle mie presunte doti, ma poi sono rientrati nei ranghi, dove si vuole che si prendano in considerazione cose e persone somiglianti e idee somiglianti all’inconsistenza. Essendo sola e di fresca adozione in città, ho voluto navigare in rete da incapace, un po’ per abreare la mente semiasfissiata e un po’ per proporre certi miei testi e leggere quelli altrui, senza cerimoniali. Siccome non mi lancio in comunicazioni di natura personale e in genere uso una cauta asciuttezza per interloquire, mi è andata bene, salvo poche occasioni in cui ho dovuto misurarmi con l’incontinenza verbale di qualche persona di sesso maschile che ha cercato di irridermi per l’età e per la mia ritrosia nell’entrare in corte . Naturalmente ho capito presto e bene il the lungo del mattino, il cicaleccio della sera, il narcisismo sciocco di certi maîtres à penser con la loro corte di femmine osannanti … Ho pazientemente controllato, senza chiudermi, l’invadenza delle immagini  e dei motti di spirito proposti come essenza etica, buona per tutte le occasioni,  e ho anche accettato la mia relativa irrilevanza. Per noia e pochissima perizia informatica, mi sono trovata a gestire tre profili a mio nome e alcune pagine dedicate ai miei libri. Su fb godo di alcune care amicizie che visito ogni tanto. Avendo voglia di regalare, a chi gradisce, certi miei scritti, ho tentato più volte di tenere dei blog letterari in siti diversi, ma con scarsa soddisfazione, vuoi per limiti di formattazione, per gli effetti distorcenti degli imposti pedaggi pubblicitari e per altro. Da parecchi anni frequento anche il sito www.larecherche.it, al quale mi sono inscritta diversi anni fa come Biancamannu aprendo una mia scheda personale, pubblicandovi in anteprima diversi miei testi e ottenendo anche commenti interessanti. Infine da due anni, e per generosa indicazione di un’amica, su www.blogger.com, ho aperto un blog di letteratura e cultura generale, reperibile a questo indirizzo  http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu dove oltre che poesie e brani narrativi compaiono mie recensioni critiche, note di costume, note su questioni letterarie e altro.

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Grazie ancora Bianca!

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Giuberto