“Sulla gobba del tempo”: un’imperdibile silloge poetica

Bentornati sul mio blog!

In questa nuova pagina sono lieto, anzi orgoglioso, di presentarvi “Sulla gobba del tempo”, una raccolta poetica di recentissima pubblicazione, della quale ho curato personalmente l’introduzione. L’opera raccoglie i versi degli autori Bianca Mannu, Giuseppa Sicura, Carlo Onnis e Mariatina Biggio; è ricca e complessa, impegnata e impegnativa per le tematiche storiche e sociali di rilievo trattate, ma anche di piacevole lettura nei brani maggior “lirismo”. Non nascondo che il lavoro di analisi propedeutico alla stesura della prefazione è stato lungo, ha richiesto numerose revisioni ed un confronto continuo con gli autori: essi sono persone dall’immensa cultura e dall’enorme cuore, ai quali devo tanto per la pazienza nei miei confronti e che ammiro per la caparbietà nel condurre quotidianamente il loro ruolo di poeti e di “cittadini del mondo per un mondo migliore”. Di seguito presenterò “Sulla gobba del tempo” citando direttamente alcuni stralci della mia introduzione.

Sulla gobba del tempo raccoglie una serie di testi nati dalla penna di quattro autori parecchio differenti fra loro per formazione, tematiche e stile. Le poesie sono state composte in maniera indipendente, in tempi differenti e non nascono per rispondere ad un progetto di base prestabilito. […] A fare da collante alla silloge vi sono delle tematiche principali, dei soggetti ricorrenti che hanno tuttavia condotto gli autori a creazioni di scrittura caratterizzate ciascuna da una fisionomia unica e tutte degne di approfondita analisi. Il titolo Sulla gobba del tempo [..] evoca lo spirito che lega le poesie. Il primo elemento che emerge è proprio il tempo. Ogni poeta ne ha espresso ampiamente nel proprio contributo la sua concezione personale; la scelta dell’immagine della gobba rivelerebbe invece la particolare visione del tempo condivisa dai quattro autori. […] non è escluso che gobba del tempo possa fare riferimento all’immagine della curvatura dello spazio-tempo relativa alla fisica einstaniana. [..] L’altro importante tema condiviso in questa silloge è l’atteggiamento critico alle ideologie conformanti del pensiero collettivo indotto, dall’annichilimento delle specificità individuali, all’omologazione mentale e comportamentale, all’assoggettamento delle persone a valori materiali e psicologici allettanti, spacciati come vitali, ma in realtà vacui. […] 

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Gli autori Biggio, Mannu, Onnis, Sicura costituiscono, dal punto di vista letterario, un quartetto significativo: la loro produzione dimostra quanto la poesia abbia ancora al giorno d’oggi un’opportunità concreta, come essa possa perseguire un compito storico e sociale denso di significati e riesca al contempo a regalare al lettore opere dotate di una freschezza sorprendente dal punto di vista estetico e formale. […] I poeti vogliono esprimere l’ambiguo senso del proprio tempo: alla base della loro opera stanno l’analisi critica di certi aspetti della contemporaneità,  l’elaborazione di testi che utilizzano modalità poetiche innovative articolate con la proposta di nuove letture della realtà e di suoi significati inediti rispetto a quelli comunemente accettati. Le tematiche storiche, politiche e sociali attuali vengono riprese svincolandosi da canoni stilistici ripetuti, evitando di rievocare verità acriticamente assunte. Vi è una particolare attenzione per la qualità della scrittura, per la ricerca formale e lessicale a dispetto della banalità e della mediocrità imperante nei linguaggi comunicativi largamente impiegati al giorno d’oggi. I poeti lavorano sulla parola come elemento che, a prescindere dal suo  peso semantico, ha un ruolo estetico, per cui scelta della forma e del suono sono qualità necessarie per il raggiungimento del risultato ricercato. Quanto premesso annuncia una silloge di non facile lettura, destinata indubbiamente ad un pubblico attento e preparato: i temi sono spesso forti, intensi, espressi talora con spirito satirico, sebbene non manchino notevoli suggestioni di delicatezza discorsiva, visioni e sentimenti più tenui. Ogni testo manifesta il notevole investimento del suo autore rispetto alla tematica prescelta e si volge al coinvolgimento emotivo del lettore. Ciascuno degli autori richiede una differente modalità di approccio: si passa da testi più diretti ed accessibili dal punto di vista verbale e del significato, ad altri che presentano più livelli di interpretazione, una struttura formale assai complessa ed un linguaggio raffinato.

La raccolta di Mariatina Battistina Biggio è intitolata Isola di nuove stagioni: il titolo rivela il forte legame della poetessa con la propria terra, la Sardegna, della quale descrive le bellezze, racconta le contraddizioni, senza scordare tuttavia la speranza per un futuro migliore. […] la Biggio anche di fronte a tematiche scottanti come l’emigrazione, la povertà e la guerra, il razzismo, le devianze giovanili, la violenza domestica sulle donne, sembra continuare a credere fermamente in un’inevitabile possibilità di miglioramento. Emerge la sua forte spiritualità, un saldo sentimento religioso, un’irremovibile fiducia nell’amore che, come un volano, fa funzionare gli esseri umani e il mondo intero. […] il suo stile poetico resta sempre controllato, mai violento o polemico. Il suo modo istintivo di fare poesia, il suo sentimento materno verso la realtà, facilitano l’avvicinamento del lettore ai testi: le atmosfere sono intime, abbondano le locuzioni affettive, compaiono continue immagini relative alla sfera sentimentale e familiare, il linguaggio è semplice, diretto ed immediato.

Bianca Mannu risulta essere, tra i quattro della silloge poetica, l’autrice più complessa da avvicinare e comprendere appieno. Viene richiesto al lettore un particolare sforzo: si deve innanzitutto ri-conoscere il significato letterale dei termini impiegati, il senso di citazioni e richiami ad altri autori, alla letteratura e alla filosofia classica e moderna. La scelta di vocaboli inusuali risponde al gusto della scrittrice per locuzioni dotate di un certo valore estetico e di un particolare effetto poetico. L’intento è quello di interloquire con il lettore in maniera intelligente e stimolante. Numerose le figure retoriche e il periodare articolato. La sottoraccolta Temporaneamente è suddivisa in quattro sezioni sul tema dell’esistenza, come fosse contenuta in un prisma a più facce, e ogni sezione costituisce un punto di osservazione della scrittrice sulla vita e sulle sue caratteristiche. Nella sezione Curva minore si guarda con stupore all’irrisorietà materiale dell’individuo umano. La forza vitale è un’onda di lancio iniziale che il soggetto può cogliere con meraviglia, ma solo a posteriori, cioè quando si impossessa del linguaggio e quando quel momento di spinta primigenia è oramai spento. La vita si configura come una sapiente funzione biologica che tuttavia non corrisponde ad un progetto razionale. […] La meravigliosa e contraddittoria convivenza tra fisicità e parola viene analizzata nella sezione Coabitazioni: una volta che la successione di spinte vitali è diventata un fenomeno ordinario, l’urlo nativo viene trasformato in parola tramite il corpo. L’emissione vitale, l’alito originario, è adesso suono e segno: attraverso il linguaggio l’uomo controlla, manipola l’esterno, descrive il passato, è in contatto col presente, preconizza il futuro. Per mezzo dello strumento-linguaggio pretende, in sintesi, di appropriarsi del tempo. Tuttavia la parola, che è intenzione, azione, comando, ma pure identità (individuale, etnica, storica e sociale), è un “inganno” poiché dipende da quella corporeità materiale destinata a disperdersi irrimediabilmente nella liquidità del tempo. […] La sezione Homo politicus affronta la tematica dell’umanità come organizzazione collettiva. L’autrice si immedesima nel ruolo di chi subisce gli effetti delle decisioni sbagliate dei gruppi dirigenti e non ha la possibilità o la capacità di esprimere il proprio dissenso e ribaltare la sua condizione. Nell’ultima sezione si domanda: a che serve la poesia? Risposta: la poesia serve a nulla! Nella sua inutilità la poesia deve allontanarsi da un atteggiamento di autocompiacimento estetizzante e deve provare a descrivere l’umanità stando distante dalle logiche del profitto.

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Lontano dalle modalità della Mannu vi è Carlo Onnis, accostabile invece per alcune analogie tematiche e stilistiche alla Biggio. Ad accomunarli sono il legame con le stesse origini regionali più volte richiamate, il sentimento amoroso vissuto con gentilezza e dolcezza, la presenza costante – più o meno palese – della nostalgia e l’uso metaforico del paesaggio come specchio di uno stato interiore. Tuttavia la voglia di rinascere propria della Biggio è in Onnis sostituita da un senso di latente malinconia. Il titolo In-canto sarebbe espressione di specifiche scelte stilistico-compositive; i singoli testi verrebbero infatti offerti al lettore come “canti” di un intero poema. In ognuno la musicalità del verso si fa melodia e rende inconfondibili le poesie di Carlo Onnis. Nel titolo ritroviamo anche quella particolare carica suggestiva che caratterizza la sua produzione: il poeta crede nella bellezza come valore assoluto; la sua visione del mondo e della vita sembrano libere da qualsiasi possibile problematicità e contrasto. Per l’autore il sogno non costituisce una dimensione strettamente individuale, ma prospetta una necessaria valenza sociale: sognare è una reazione vitale, un atteggiamento importante come stretto riferimento alla realtà. Reagire alla problematicità esistenziale, contro la quale si prova un senso di distacco attraverso la lente interiore della bellezza, comporta una presa di posizione cosciente, matura ed equilibrata che equivale ad un atteggiamento positivo, critico, a volte provocatorio e altre satirico. […] La solitudine acquista una sua posizione vitalistica, che rende la dimensione individuale necessaria ad analizzare e rivalutare il tessuto del passato e ad accettarlo nel presente con gli occhi della memoria. […]

La critica esistenziale e storico-sociale, così come in Bianca Mannu, sono elementi ricorrenti nella poesia di Giuseppa Sicura: l’autrice si focalizza sugli argomenti salienti della nostra contemporaneità, senza slegarsi definitivamente dai cenni autobiografici e dall’analisi interiore. […] Ella confida nella forza della parola poetica come strumento capace di smuovere menti e cuori della gente. Le tematiche sono affrontate con forte coinvolgimento emotivo: le reazioni passano dal grido d’allarme al coro di protesta, dall’invocazione al richiamo, alla contestazione collettiva. La guerra, che si ripresenta scleroticamente come un’infezione della Storia curata male, le fughe di genti dalle terre di origine flagellate dai conflitti, l’immigrazione clandestina, la crisi del sistema economico, l’ottusità della scienza, sono fenomeni delineati in quanto esito di un sistema di controllo politico, ideologico ed economico, da parte dei “vili gestori”, che ha ribaltato i valori fondanti dell’intera umanità. […] La poetessa non disdegna i linguaggi mediatici odierni e i nuovi mezzi di comunicazione; li sperimenta, ma senza dubbi ne evidenzia gli aspetti deleteri offrendo terreno fertile alla sua poetica, dove l’inquietudine spesso s’insinua tra i versi a rimarcare il bisogno di un mondo più a misura d’uomo, apostrofando come falsa e illusoria, una realtà che priva di qualsiasi umanità i rapporti interpersonali e determina la diffusione di una conoscenza effimera. […]

Questa sopra è solo una parziale rassegna degli elementi che ci avviamo a incontrare nella silloge. La lettura si anticipa intensa, mai monotona o prevedibile; pagina dopo pagina ogni poesia regalerà l’apertura verso innumerevoli immagini, emozioni e spunti per riflessioni sulla condizione umana.

Spero vivamente che la raccolta conosca una meritata diffusione e che questo mio intervento sia in grado di valorizzare ulteriormente l’importanza – tematica e stilistica – delle poesie contenute. Ringrazio ancora Bianca, Giuseppa, Carlo e Mariatina per la grande fiducia che mi hanno concesso nell’affidarmi il delicato compito di curare la loro prefazione. Ringrazio voi lettori per la consueta attenzione e vi invito a contattare gli autori per avere una copia di “Sulla gobba del tempo”

https://www.facebook.com/giuseppa.sicura

Alla prossima!

Giuberto

 

Bianca Mannu: la scrittura come “messaggio in bottiglia”

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog www.giubertoatzori.it

L’articolo – intervista di oggi è dedicato a Bianca Mannu, autrice poetessa che merita di essere conosciuta sia per lasua personalità piacevole, che per la produzione letteraria davvero particolare ed interessante. La incontrai per la prima volta nel 2013 quando a Cagliari era attivo il Centro Culturale NAI, presso il quale settimanalmente si riunivano artisti di ogni genere per divulgare la loro attività, mettersi in discussione, scambiare esperienze e pareri, instaurare collaborazioni. Rimasi parecchio colpito dalla presentazione della raccolta poetica “Trafori di senso” pubblicata di recente da Bianca, così subito scrissi una recensione per il sito www.oubliettemagazine.it In seguito mi occupai della stesura della sinossi della raccolta “Dove trasvola il falco”. Sarà però la stessa autrice a presentarsi e a parlarci del lavoro che svolge…

Benvenuta Bianca e grazie per aver accettato di comparire sul mio blog: ci conosciamo da tempo e per me è un vero piacere ed un onore continuare, sebbene a distanza, a leggerti e farti leggere dagli altri. Finora hai pubblicato diverse opere: di che generi letterari si tratta e quali sono i titoli?

Ciao Giuberto. Mi piace questo tuo logo sintetico  e contemporaneamente autentico, sintesi davvero eufonica dei tuoi nomi. Sono felice di questo prezioso coinvolgimento, date la mia condizione recessiva e la mia solitudine, sì, un po’ casuali e un po’ volute, che si sposano meglio con “sarditudine”, più che con sardità.

Intanto chiarisco subito che la mia nascita pubblica come “persona che scrive” risale al 2003 circa, ad eccezione di alcuni precedenti e distanziati interventi pubblici: 1) nel ’75 diversi interventi su La Pagina dei Ragazzi  de L’UNIONE SARDA sugli effetti formativi del “fare poesia” nella scuola dell’obbligo; 2) qualche lettura pubblica estemporanea; 3) qualche pubblicazione episodica e marginale in piccole antologie, e forse la presentazione di un’opera altrui. Sono diventata “Bianca Mannu che scrive”, dunque maggiorenne, dopo il compimento dei sessant’anni. Consideravo e ho considerato come “apprendistato” quanto avevo scritto per l’addietro, al punto che, quando nel 2002 decisi  di avere sufficiente materiale in versi per una prima sortita (quantità + qualità, presunte), rimandai la stampa per poter compiere un’ulteriore elaborazione dei lavori del trentennio fine secolo, più i testi dei primi tre fertili anni del XXI. Fu quello il mio esame di maturità scrittoria: a bozza pronta, poco convinta dei “brava” di qualche amica/o di magra formazione letteraria, mi rivolsi al critico cagliaritano più accreditato del momento, Giovanni Mameli, e gli chiesi un giudizio di massima. Mi lodò con asciuttezza, m’indicò la via dei concorsi e delle riviste letterarie, per farmi strada, e la pratica austera dell’autocritica e della sorveglianza linguistica. Da una stamperia uscì Misteriosi ritorni,  che conteneva tre sillogi, 75 composizioni: non fece botto, com’era scontato. Per farla breve, ho partecipato raramente a concorsi, non ho allevato un mio pubblico, e le poche riviste letterarie locali, da cui diventare visibile, erano fortilizi occupati da proff e da poeti in limba e lingua, intellighenzia da feudo, “gens blasés” avversi alle neofite di 3^ età prive di pedigree sociale, quale io ero e sono. Io volevo scrivere e non impiegare il mio tempo da pensionata a costruire relazioni che non avevo avuto e che neppure desideravo. Discende dalla coscienza di questa mia “marginalità”, ma anche dal mio pronunciato orgoglio sociale e personale, la mia progressiva “disattenzione” verso la “firma editoriale”. Insomma “andavo a nozze” con poesia e prosa, senza testimoni e con l’abito cucito dalla sartina all’angolo, perché testardamente l’accento mi cadeva sulle ragioni nobili delle “nozze”, e la posta era la durata della relazione. Questo è ancora il retro pensiero del mio tranquillo disincanto, che però mi frutta una grande e solitaria libertà.  Riporto di seguito l’elenco dei miei testi pubblicati

2006 esce una raccolta di  versi, Fabellae,  per Aipsa edizioni.

2010 vede la luce Da nonna Annetta, La  Riflessione, romanzo.

2012 escono Crepuscoli (racconti), per Booksprintedizioni, Quot dies (poesie) e Camilla (racconto  lungo) per Youcanprintedizioni.

2013 Tra fori di senso e Alluci scalzi (sillogi di poesia) per Youcanprint Edizioni

2014: Il silenzio scolora (poesie)per Mariapuntaoru Editrice e I Racconti di Bianca per Edizioni THOTH.

2016: Dove trasvola il falco Edizioni THOTH.

A quale genere appartengono? Non saprei dirlo, perché non riesco a vedermi inquadrata in un modello, né per le opere in versi, né per quelle di narrativa. Certamente tutte portano le tracce del mio, tuttora attivo, nutrimento culturale, che  come un fiume di pianura, involve questioni, modelli e materiali diversi, ma non tende a tracimare in situazioni di vistosa eminenza, né vuole rappresentarle con gli stigmi e gli stilemi dello psicologismo o del sentimentalismo, come è l’uso. Quelle in prosa, pur incentrandosi sulle mie esperienze sommesse – ma attraversate dalle profonde inquietudini personali e da quelle che, dal mondo vivente, mi raggiungono nella carne e nel pensiero – hanno mobilitato le mie energie compositive nell’inquadramento contestuale, adeguato a conferire alle sequenze narrative la naturale innervazione in direzione dei loro gangli motori, specialmente nel romanzo “Da nonna Annetta”. Certo di un tale problema non sarei venuta a capo, se non avessi potuto attingere agli strumenti per pensare che il pensatoio tardo-novecentesco europeo ha deposto in me, malgrado la mia molto parziale acquisizione. (Mi riferisco a Deleuze, a Foucoult , a Bataille, a Derrida a Athusser e Balibar a Adorno, allo stesso Bauman e al loro lascito percettivo). Il loro articolato e contrastante discutere teorico-filosofico sopra meccanismi rilevanti dell’essere sociale (Marx capofila) pensa il soggetto emancipato-liberato dal titanismo romantico totalizzante, lo re-inscrive in concezioni ridefinite e fluide, quale esito e luogo d’impatto delle tensioni materiali, politico-sociali e ideali, scarico delle flessioni della nostra globale contemporaneità. (Contemporaneità vuol dire sistema organizzante uomini in attività materiali, secondo desideri, pensieri e  risposte forzose al diktat del mercato e alle ragioni del profitto, che tutto – cose, persone e loro facoltà- sussume e fa agire sotto la sua logica ferrea). Ecco, i miei racconti esprimono condizioni che sento di mia pertinenza in quanto io stessa soggetto di un sistema-mondo che tende a degradarmi in modo non perspicuo, ambiguo. Tale opacità si profila talora gelidamente, (di questa, talvolta, son forzata a scrivere senza offrire e offrirmi consolazioni pietistiche), ma al contempo devo testimoniare del suo eccitare drammaticità contenute e, per così dire, aderenti alla misura usuale, e a volte parzialmente dissimulate in essa. Proprio questa opacità dissimulante del finto“normale”- che lavora così bene nel far sprofondare noi, genti dei margini,  nell’ irrilevanza soggettiva  e oggettiva, che ci inabissa nell’ottusità di testa, ma che ritorna come un inspiegabile mal di pancia – incalza il mio bisogno di scavare nei tratti della nostra contemporaneità conflittuale e scoprirvi anche la nostra inconsapevole o denegata correità. E ciò va anche a motivare le mie opere in versi.

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Ammetto che avvicinarsi ai tuoi versi non è così immediato e semplice: leggere le tue composizioni richiede attenzione, una cultura di rilievo necessaria a comprendere la moltitudine di riferimenti e citazioni e possibilmente… un buon dizionario! Nella vita quotidiana sei tuttavia una persona estremamente affabile, socievole e mai sfuggente. Ciò che mi colpisce pertanto della tua produzione poetica è la ricerca e la ricercatezza linguistica che paragonai ad un lavoro di cesello, intaglio ed intarsio. Visto che abitualmente utilizzi un linguaggio forbito, ma mai ermetico, la tua passione in letteratura per la parola “rara” e per i più “astrusa” è un gioco di stile, un modo di mantenere vivi gli aspetti della lingua italiana che tendono al disuso, o cos’altro?

Sono perfettamente consapevole della non immediata fruibilità dei miei versi. Mi sono sempre posta il quesito, senza volermi paragonare ai grandi, ma anche trovandomi distante da false modestie: forse che Dante, Petrarca, Leopardi, Carducci, lo stesso Pascoli apparentemente vicino ai piccoli affetti familiari della gente senza istruzione, sono immediatamente fruibili? Neanche per sogno! Dei loro ritmi, delle loro figure retoriche e di certa loro sapienza si faceva condita la nostra formazione minima. Mio nonno, terza elementare, leggeva Dante e ne sapeva a memoria lunghi passi. Così molti contadini toscani, quasi analfabeti. Mia nonna, ancora da adulta e con una schiera di figlioli da allevare senza servitù e in povertà, leggeva appassionatamente i romanzi, compreso Manzoni e quelli della Scapigliatura, compreso Verga e, credo, D’Annunzio con la sua raffinata retorica. Leggere significa appropriarsi linguaggio e concetti insieme: inserirsi in un’osmosi empatica, conoscitiva e espressiva. Ecco che allora ci sembra che artisti ricchi di logica e di scienza siano trasparenti, diretti, quasi familiari. In realtà , magari inconsapevolmente, siamo stati  aiutati a intercettarne alcuni codici e ce li ritroviamo dentro come un che di risaputo. Farsi poeta, farsi scrittore non è  semplicemente farsi praticante del bello stile. Anche perché il bello stile in quanto tale non esiste, se non come osso. Farsi poeta è un azzardo.  Intanto è un modo di entrare inermi in relazione con la sfinge della vita, col mondo di fuori intrecciato col nostro ignoto di dentro, tentare di acchiapparne le propaggini linguistiche e piegarle a significazioni che si presentano come dense d’anima e inattese. Così talora scopriamo il legame,  insieme intimo e deciduo, che la parola cercata ha con le cose e con le relazioni umane; anzi quasi identifichiamo queste ultime con le declinazioni vocali e verbali, faticosamente estirpate dalla pigra memoria o rapite a un dizionario che, allusivamente, si apre a tante finzioni e a tante verità possibili . Quando da bambina ripetevo le filastrocche o da scolara  ripetevo le poesie, che avevo già cantilenato per la maestra e per l’approvazione che poteva venirne, non era solo per il piacere del suono ripetuto, era perché esse continuavano a significarmi dentro, erano immagini visive, concettuali ed emozionali con cui conoscevo qualcosa che da sola non avrei mai scoperto. A prescindere dalla ricerca del risultato, che è essere poeta per gli altri (cosa non scontata), colui che crede di poter condensare i flussi e i reflussi del suo mondo interiore e i moti con cui il mondo di fuori s’insinua dentro di lui coagulandosi e sciogliendosi  in immagini verbali magmatiche, non è un mero contemplatore di bellezze stilistiche cristallizzate, ma un complesso relais nella cui sensibilità convergono effetti verbali non catalogati, rappresentazioni provenienti da correnti culturali del passato e del presente, da teorie conoscitive e dai loro intrecci aporetici, da istanze religiose o ordinatrici, da istanze di rottura, da pulsioni morali,  dall’impatto di vari modelli estetici, dalla loro accettazione e/o ripulsa  e da quanto altro la fame individuale di relazioni con vivi e morti saprà deglutire e metabolizzare. Questo materiale, più o meno mobile, più o meno convogliabile nelle sfere del pensabile e del rappresentabile, entra a formare nell’io creativo una sorta di filosofia più o meno esplicita, un sistema generale di senso, che si combina con l’estetica (gusto) personale del dicibile e dei modi con cui  un certo individuo (poeta o scrittore ) ritiene possa essere detto: la poetica. Io non credo che la luce  o la bellezza risieda in certe parole piuttosto che in altre e che quindi assiepare termini ritenuti preziosi, perché inusuali, sia una pratica di sicuro effetto poetico. Al contrario è la pratica di chi forse colma col suono il vuoto di senso, con effetti talora incautamente comici. Neppure credo che la poeticità risieda nello stare il più possibile prossimi al senso comune e alle scansioni della comunicazione quotidiana. Quest’ultima è un genere di comunicazione povera, elementare: può capitare che volendo sottolineare la sua povertà io ne faccia un uso rappresentativo in un contesto che lo esige, allora la sua efficacia è piena. Nel mio caso – volendo esprimere, raccontare, rappresentare, simbolizzare, interpretare il mio senso della vita e la molteplicità dei miei legami con la natura di cui con gli altri umani faccio parte, attraverso la mediazione delle conoscenze acquisite, delle forme culturali e linguistiche che ne spiegano la storia e ne preconizzano sviluppi inclusivi e armoniosi, o che invece evidenziano il dramma, il disagio, l’ansia, la fragilità, la discordia, ma anche la partecipazione solidale – rivendico la libertà di usare tutte le possibilità che sono capace di attivare con la ricca duttilità della lingua italiana, come può fare un musicista che scrivendo musica voglia utilizzare tutta la scala cromatica. Infatti io non sono ermetica e non voglio fare dell’ermetismo, voglio, se possibile, costruire un discorso, non esclusivamente orientato a stuzzicare emozioni e sentimenti elementari o retoricamente gonfi, ma che, rispettoso della reale complessità umana, interloquisca lucidamente tramite l’intelligenza e il coraggio della verità, quella continuamente interrogabile.

Come mai un’insegnante, che per anni ha lavorato con i piccoli, ha approdato ad una modalità espressiva tanto complessa? Banalmente ci si aspetterebbe da una maestra delle filastrocche, delle poesie o delle prose giocose o perlomeno più “leggere”…

Il linguaggio, specialmente quello verbale, il più duttile e segmentabile, è come una cipolla, conosce parecchie stratificazioni. A ogni età il suo strato. Il bambino non  concepisce ancora che “cane” non abbai. Crede all’identità di oggetto, nome, significato. Il maestro-la maestra smonta questa unicità tripartita e conduce gli scolari a distinguere gli oggetti dai loro simboli, dai segni; apre alla scoperta della flessibilità della parola e dunque agli accostamenti analogici e all’alterazione e moltiplicazione dei significati. Maestri e scolari crescono. Ma crescono quando il così detto Programma o paradigma di formazione, riuscendo a contenere e smussare la rapacità ottusa delle classi di potere, consente a fanciulli, maestri e platee di adulti a non lasciarsi irretire dall’economismo becero nel voler pesare in termini sordidamente monetari quanto valga quel loro frequentarsi tra i banchi. Quei versetti che facevo con loro e per loro, e di cui ho dato qualche saggio in Alluci scalzi, erano leggeri e  cantabili. Loro ne scrivevano di intelligenti, narrativi, rimati e non rimati e si contagiavano a vicenda.

Anche le tematiche che scegli sono assai impegnative: descrivi gli aspetti esteriori ed interiori dell’uomo anche nei suoi lati più scabri, la complessità dei sentimenti e dei rapporti interpersonali, parli di società e ambiente, parli di storia, racconti della tua vita personale e della tua terra. Quali sono le tue tematiche preferite, o meglio, quelle che maggiormente funzionano da ispirazione?

Non so chi per primo ha messo in circolazione questo concetto: tutto ciò che è umano mi concerne e mi chiama in causa. Non posso vivere chiusa nell’angustia della mia pancia.  Questo atteggiamento – che certo ci preesisteva come tratto culturale e valore, a me è venuto da mio padre, che non era esattamente un patriarca. Amando lui, ho amato quanto mi apriva la mente e dava estro all’intelligenza del cuore.  Sono nata in piena guerra, e la guerra, come non tutti sanno, era nata, come ancora oggi, dall’ybris del potere: usare uomini (e donne) e risorse di tutti, come strumenti di potere assoluto. Mio padre mi ha letto le fiabe più belle, ha dato aspettative felici alla mia esistenza, ha fatto del suo meglio perché io mi innamorassi del sogno di un’umanità meno efferata, meno rozza. Essendo rimasta delusa, ma non convinta della impermeabilità degli umani al desiderio di conservare per condividere per mezzo del lavoro i beni, continuo a sperare e ad arrabbiarmi per i troppi voluti fallimenti.

Anche se in una certa misura la tua scrittura traspira “femminilità”, delicatezza, tenerezza, emerge il tuo punto di vista molto critico e disilluso verso l’uomo come individuo e come insieme sociale: credi che l’umanità stia andando verso una deriva o che abbia almeno dei meriti parziali e potrà avere una possibilità di riscatto?

La possibilità di riscatto per gli offesi è una ricerca su cui non si dovrebbe demordere. Le donne sono gli esseri che, al pari dei minori e dei maschi deprivati e schiavizzati, subiscono maggiori negazioni e oltraggi. Spesso l’oltraggio, la demolizione delle risorse vitali è avvenuta e avviene sotto le specie dell’amore, dell’affetto,della protezione, millantati. Le società patriarcali sono tante e tendono a unificarsi in un’unisona contrazione dei diritti sulla base di un non detto che sono le condizioni sociali di esistenza, da cui sempre comincia la minorità. Restano tuttora platealmente eluse le problematiche delle condizioni di base (favele, bidonvilles, baraccopoli e campi aperti o recintati, ghetti -i ghetti di Johannesburg, di Nairobi, di Gaza- i quartieri-ghetto della civile Europa e dell’Italia)  su cui sembra che in nessun modo si possa e si voglia trovare possibilità di incidere. Le condizioni di base – più invalicabili di ogni muro fisico che attesta materialmente la mutria dei potenti – insistono variamente correlate con le possibilità di facile uso sessuale, procreativo, strumentale dei deboli o indeboliti, che non possono scegliere il proprio status , da parte di chi debole non è. Il diritto conculcato sembra trovare salvaguardia in leggi apparentemente libertarie, ma che cessano di parlare con efficacia appena si affacciano su una soglia che annuncia e denuncia povertà.  Tuttavia i meccanismi discriminanti non sono semplici e neppure operano in modo strettamente manicheo, inoltre attraversano anche le condizioni sociali di alto livello.  Le donne,da sempre espropriate come genere, perfino della capacità di attribuirsi autonomamente dei modelli convenzionali, così come gli uomini fanno di se stessi, sono ancora costrette ad assumere psicologie posticce che corrispondono agli interessi e alle voglie della mascolinità imperante. Ancora tante donne, usate o designate a fare da emblema a una parità sociale morganatica,  si accontentano di essere oggetto di desiderio dell’altro. Persino la prostituzione, utilizzata contro le donne come tabe e colpa (incapacità femminile di assumere comportamenti etici autonomi, si diceva, e tuttora si ribadisce in forma metonimica) è stata invece, ed è, un prodotto di stampo eminentemente patriarcale, che non arretra e anzi si combina efficacemente con altre forme di corruzione e di sostanziale degrado. Sì, si avverte una deriva paurosa, accresciuta dallo spalancarsi della forbice economica, dalla distruzione dei legami sociali non fondati sul mercimonio e, quindi, dal prevalere dell’individualismo sostenuto dalla appropriazione privata e/o dalla progressiva dissipazione delle risorse di tutti …   Non sappiamo se e quando né da quale contesto partirà o se è già in corso un spinta tendenziale forte verso un cambiamento di rotta, ma, escludendo che si possa ormai più fare il salto violento e palingenetico, non resta che riaffermare la dura lotta quotidiana sociale per rimettere in piedi e rendere efficaci, fruibili gratuitamente, le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, le istituzioni culturali e scientifiche transnazionali sostenute da larghe contribuzioni, per produrre gli ordinamenti delle libere istituzioni internazionali a tutela dell’ambiente, dell’infanzia e della salute. Tutto ciò entra di necessità a far parte del retroterra culturale di ogni umano che si rispetti e, a maggior ragione, di un poeta o scrittore, sia di quello che si riconosce letterariamente impegnato in tale direzione, sia che rivendichi e percorra una sua fantasiosa ragione poetica.

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In quali misura la scrittura costituisce per te uno strumento di osservazione-descrizione del concreto, quanto un’arma di denuncia, quanto un bisogno espressivo, quanto un mezzo catartico e di fuga dal reale?

La scrittura è per me un messaggio in bottiglia. Se l’emissario scrittore-poeta gli ha fornito un biglietto di viaggio in prima classe,(leggi: editore-recensore) pur non sapendo bene dove arriverà, sarà quasi certo che con un simile biglietto troverà “amicos de posada” o compagni di strada. Certo, dal punto di vista egoistico sarebbe di gran lunga più gratificante se al messaggio- poesia o  al messaggio-racconto succedesse una o più corresponsioni in parole vive, come nei simposi antichi dei nobili. Ma anche quella condizione, astrattamente felice, aveva le sue controindicazioni. Il mecenatismo dei nobili comportava ossequi servili, a volte avvilenti per cervelli sottili e sapienti. La libertà di pensiero era pericolosa per chi ambiva praticarla; e risultava pericolosa in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dello scrittore al suo mecenate. L’assolutismo monarchico e dittatoriale ha promosso e promuove intellettuali prezzolati e proni nei confronti del gerarca e dei suoi adulatori e scherani. Infidi e pericolosi, questi ultimi, non meno del loro Signore. Essere invisi al potere poteva e forse può ancora rappresentare un titolo onorifico, per cui, certo non molti, poterono e possono rischiare la morte. (Ricordo l’eroico direttore del museo di Ebla). Da questo punto di vista sono fortunata: non godo di esistenza che possa infastidire il potente. Ma che cosa c’è oggi che possa davvero infastidire il potente, rotto a ogni genere di transazione poco nobile, se non un altro suo pari che gli scompigli i giochi o lo ridimensioni? Ci sono forse popoli forti … e popoli proni … Quanto a me, io scrivo per rispondere a un’automotivazione: non fuggo nella dimensione del sogno gratuito, non trasformo il disagio in godimento cinico, non guarisco dal disagio né tampoco porto sollievo ai disagiati che difficilmente vogliono affrontare il disagio di leggermi. Scrivo per niente.

Gli autori, ed in generale gli artisti, hanno una responsabilità sul presente e sul fututo più gravosa rispetto alla “gente qualunque”? Credi che davvero con l’arte si possano influenzare positivamente gli altri e innescare delle inversioni di tendenza?

Si parla di responsabilità di un autore rispetto a un pubblico, quando l’autorevolezza dell’autore è in grado di influenzare la così detta opinione pubblica o una sensibile porzione di essa. Sarà accaduto non molte volte in cui un autore o giornalista si sia presentato come sostenitore di un contropotere o della verità. Émile Zola è stato capace di questo col suo “J’accuse” durante l’affaire Dreyfus a favore del capitano Alfred Dreyfus, innocente, ma condannato in omaggio all’antisemitismo imperante nell’esercito francese dopo Sédan.  Ci fu la claudicante e intelligentissima Rosa Luxemburg (e altri) a offrire il petto alla reazione militarista germanica. Solitamente la stampa si allinea col blocco di potere al comando e allora sposta davvero l’orientamento del pubblico. Oggi valgono forse regole diverse, per via della rete informatica che funge da sfogatoio di pancia, per effetto della contrazione del numero dei lettori dei giornali e del conflitto latente tra popolazioni e potere politico, a causa del complicarsi delle condizioni di esistenza di milioni di persone e dell’accentuarsi degli squilibri sociali …  Si può dire invece che l’educazione alla lettura e alla intelligente fruizione delle diverse forme d’arte è la via maestra, insieme con altre discipline, per la formazione  integrale della persona, per l’ingentilimento dei costumi, per l’affinamento della sensibilità e del mezzo espressivo. In periodo di crisi (crisi per i popoli) prevale l’idea biecamente commerciale dell’arte. L’arte della poesia consente pochi spazi di manovra al potere, anzi è considerata un orpello, a meno che non diventi “arma di distrazione di massa”…, masse di  piccole élites. Ma nei brevi perimetri associativi locali, la responsabilità culturale dei poeti e degli scrittori esiste, se non altro perché si propongono e sono letti pubblicamente, migrando da un gruppo all’altro. Pochissimi vengono letti in privato. Efficacia?  Soporifera, afflato consolatorio, funambolico: quasi roba per vecchi.   Ancora di più contano gli artisti teatranti, i cantanti e i musicofili; perché, non abbisognando di particolari  mediazioni, attirano il pubblico che li consuma come distrazioni del tempo libero; dunque essi sono il maggiore veicolo di diffusione di quanto di letterario viene prodotto localmente, opportunamente teatralizzato. Anche i loro vizi fanno scuola, se non altro perché si stagliano rispetto al brusio di fondo, incessante, sordo.

Apprezzo il fatto che oltre alla tradizionale pubblicazione cartacea, oggettivamente sempre meno apprezzata e frequentata, tu sia un’autrice davvero attiva sui social network. Come vivi questo modo di comunicare, quali sono i pro e i contro rispetto ai canali che avresti idealmente scelto per parlar di te e delle tue creazioni letterarie? Come affronti quel divario tra registri linguistici, rispettivamente quello “ricercato” della tua poesia e quello “telgrafico e schizofrenico” di internet?

La mia franchezza, la mia affabilità unite a una certa competenza non sono state apprezzate nel Paese di Wilson, lo zuccone, dove fisicamente vivo e dove la sciatteria intellettuale fa testo nelle associazioni culturali. A suo tempo, durante le mie frequentazioni libere e anche nel biennio che mi catturò in veste direttiva, molti hanno apprezzato quelle mie presunte doti, ma poi sono rientrati nei ranghi, dove si vuole che si prendano in considerazione cose e persone somiglianti e idee somiglianti all’inconsistenza. Essendo sola e di fresca adozione in città, ho voluto navigare in rete da incapace, un po’ per abreare la mente semiasfissiata e un po’ per proporre certi miei testi e leggere quelli altrui, senza cerimoniali. Siccome non mi lancio in comunicazioni di natura personale e in genere uso una cauta asciuttezza per interloquire, mi è andata bene, salvo poche occasioni in cui ho dovuto misurarmi con l’incontinenza verbale di qualche persona di sesso maschile che ha cercato di irridermi per l’età e per la mia ritrosia nell’entrare in corte . Naturalmente ho capito presto e bene il the lungo del mattino, il cicaleccio della sera, il narcisismo sciocco di certi maîtres à penser con la loro corte di femmine osannanti … Ho pazientemente controllato, senza chiudermi, l’invadenza delle immagini  e dei motti di spirito proposti come essenza etica, buona per tutte le occasioni,  e ho anche accettato la mia relativa irrilevanza. Per noia e pochissima perizia informatica, mi sono trovata a gestire tre profili a mio nome e alcune pagine dedicate ai miei libri. Su fb godo di alcune care amicizie che visito ogni tanto. Avendo voglia di regalare, a chi gradisce, certi miei scritti, ho tentato più volte di tenere dei blog letterari in siti diversi, ma con scarsa soddisfazione, vuoi per limiti di formattazione, per gli effetti distorcenti degli imposti pedaggi pubblicitari e per altro. Da parecchi anni frequento anche il sito www.larecherche.it, al quale mi sono inscritta diversi anni fa come Biancamannu aprendo una mia scheda personale, pubblicandovi in anteprima diversi miei testi e ottenendo anche commenti interessanti. Infine da due anni, e per generosa indicazione di un’amica, su www.blogger.com, ho aperto un blog di letteratura e cultura generale, reperibile a questo indirizzo  http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu dove oltre che poesie e brani narrativi compaiono mie recensioni critiche, note di costume, note su questioni letterarie e altro.

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Grazie ancora Bianca!

Potete sapere di più su Bianca Mannu, sulle sue pubblicazioni e attività consultando le seguenti pagine:

https://it-it.facebook.com/bianca.mannu.7

https://it-it.facebook.com/public/Bianca-Mannu

https://plus.google.com/+BiancaMannuAlfa

http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu

Case editrici

www.aipsa.com/

www.booksprintedizioni.it

www.youcanprint.it/servizi/editoriali/

www.thoth.it/edizioni

 

Cari lettori, vi saluto e ancora una volta vi invito a commentare e a condividere!

Alla prossima settimana!

Giuberto

Raphael Saini: il batterista con il rock nell’anima

Ciao e bentornati!!!

Oggi voglio presentarvi Raphael Saini, eccellente batterista, figura di spicco a livello regionale, nazionale e internazionale, non solo per la sua carriera strettamente live e discografica, ma anche per le sue iniziative di tipo didattico. Ma parliamone direttamente con lui…

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Ciao Raphael, grazie per la tua disponibilità! Sei noto oramai da anni come batterista di band di risonanza nazionale e internazionale. In quali ambiti musicali suoni e hai suonato? Potresti raccontarci brevemente come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica e le tue tappe artistiche fondamentali?

Ciao, grazie a te per l’ interesse nei confronti del mio lavoro! Ho suonato negli anni con una infinità di band come: Chaoswave, Master (Usa), Abomination (Usa), Visions of Atlantis (Austria), Iced Earth (Usa), Cripple Bastards (Italia), Arhythmia e tante altre. Ho mosso i miei primi passi nel mondo musicale quando avevo 14 anni e gradualmente mi sono appassionato sempre più alla batteria e alla musica indipendente. A 18 anni entrai in una band chiamata ABIURA che segnò il mio primo “vero” ingresso nell’ underground isolano: suonammo in tantissimi concerti e registrammo il nostro primo demo. Le cose si fecero ancora più serie quando entrai nei CHAOSWAVE con cui registrai due full lenght e partii in tour Europeo per sette volte, più una data negli stati uniti che saltò perché la band fu arrestata e rimandata in Europa… ma quella è un’altra storia! Questi primi tour all’estero cambiarono per sempre la mia vita e l’idea che avevo del mio futuro: ricordo ancora che durante l’ultimo tour dei Chaoswave, prima di scendere dal tour bus, mi promisi che NON sarebbe stata l’ultima volta che avrei fatto un’esperienza così e che avrei fatto qualunque cosa in mio potere per continuare a vivere quel tipo di esperienze. L’anno successivo i Chaoswave si sciolsero, ma fui subito chiamato da una band chiamata Visions Of Atlantis per il tour Europeo (il loro bassista era il fonico degli tour degli Evergrey) e da quel momento in poi… non sono mai restato per troppo tempo a casa!

Tra le tappe artistiche fondamentali non posso evitare di citare l’esperienza con gli americani ICED EARTH con i quali ho registrato il disco PLAGUES OF BABYLON (uscito per la Major Century media) ed ho fatto tutto il tour estivo e la prima parte del tour mondiale, esperienza molto formativa ed interessante perché quello che era nato come un “gioco” (ho fatto l’audizione senza pensare minimamente che l’avrei passata), mi ha permesso di fare un’esperienza grandissima: mi ha davvero permesso di capire meglio chi sono e cosa voglio dalla vita. Non fu un periodo facile dal punto di vista umano e lavorativo (dover imparare tutta la scaletta in pochissimo tempo e CONTEMPORANEAMENTE lavorare al disco nuovo e scrivere tutte le parti di batteria), ma è stata un’esperienza da cui al giorno d’oggi sono in grado di prendere tutte le cose positive e farne tesoro per il futuro. Da due anni ho l’onore di suonare con i Cripple Bastards: questa per me è senza dubbio una delle cose più belle che mi siano capitate nella mia carriera! Suono della musica che ADORO, con persone con cui mi trovo benissimo ed ho la possibilità di girare il mondo con una band storica, estremamente rispettata nel suo settore… senza contare che io stesso sono fan dei Cripple da quando avevo 18 anni! Attualmente suono anche con la band greca JADED STAR, formata dalla cantante MAXI NIL (Ex Visions of Atlantis), con loro ho registrato il disco “MEMORIES FROM THE FUTURE”.

Quali sono stati i tuoi maestri “reali” e quali quelli dai quali hai tratto ispirazione desunto tecniche e stili tramite lo studio dei metodi o gli ascolti?

Non sono mai stato un “talento naturale” o uno di quelli che impara subito le cose, anzi… Sono stato il batterista più scarso tra i miei amici quando avevo 15 – 18 anni!  Però mi sono impegnato tanto e non ho mai smesso di crederci! Considero il mio primo maestro Giorgio Del Rio, il primo insegnante a tenere a me e non considerarmi come un “bancomat”: il mio rispetto per lui ed il suo lavoro è sempre stato enorme. Successivamente ho potuto studiare con un altro grande della musica sarda che è Daniele Russo: con lui ho potuto approfondire il discorso “tecnico” dello strumento. La svolta però è arrivata qualche anno dopo quando ho deciso di iscrivermi al BATERAS BEAT a San Paolo (Brasile) ed imparare da zero tutta la parte teorica/pratica dello strumento: per questo devo ringraziare il mio mentore Dino Verdade che mi ha insegnato non solo a leggere la musica e solfeggiare, ma mi ha insegnato a trasformare la mia passione nel mio lavoro. Da quel momento in poi ho studiato con tutti i batteristi con cui ho potuto: Aquiles Priester, George Kollias, Fernando Schaefer e tanti altri.

Ci parli brevemente dei progetti live e in studio a cui lavori e collabori al momento?

In questo momento sto suonando con i Cripple Bastards, con i quali stiamo lavorando al disco nuovo e ci prepariamo per il tour giapponese di Settembre e sto suonando con lo storico rocker sardo JOE PERRINO nella sua band Rock/Metal GROG. Anche con i Grog registrerò qualcosa, probabilmente a settembre: sono molto onorato di poter legare il mio nome a quello di Joe Perrino. Suono con la band Greca JADED STAR (capitanata dalla mia cara amica ed eccellente cantante MAXI NIL) con i quali a breve inizieremo il lavoro di arrangiamento dei brani per il disco nuovo. Con loro ho fatto un tour Europeo di supporto ai Moonspell e diverse date tra Grecia e Inghilterra.

Parliamo della tua attività didattica. La prima domanda ricade ovviamente sulla fondazione di Bateras Beat, la prima scuola di batteria della Sardegna. Come nasce l’idea e come sta crescendo ed evolvendo questa iniziativa importantissima per la nostra Isola?

Quando ho avuto modo di studiare batteria in Brasile al BATERAS BEAT sono subito rimasto colpito dall’ ORGANIZZAZIONE della scuola e della didattica. Negli anni avevo sempre preso lezioni private che spesso e volentieri dopo un po’ tendevano a “perdersi” per strada, non capivo dove stavo andando ed essendo una persona parecchio disordinata perdevo i fogli con gli esercizi e molto spesso mi chiedevo se stessi effettivamente progredendo.  Al BATERAS BEAT ho ricominciato da zero con ORDINE e mi sono reso conto che molte basi mi mancavano, non avevo una conoscenza sufficiente della teoria e non avevo una conoscenza sufficiente di tanti ritmi base, senza contare che – oltre ai ritmi rock – non conoscevo nulla! Mi sono trovato così davanti ad una realtà magnifica e mi sono tuffato nello studio come un matto! Anni dopo aver finito tutto il programma BATERAS BEAT ho avuto l’onore di essere incaricato da Dino Verdade di aprire una scuola qui in Sardegna. Dopo qualche cambio di line up ho trovato in Efisio Pregio e Alex Picciau i due collaboratori con cui iniziare questa avventura: attualmente  abbiamo tre scuole e 182 iscritti. Per me insegnare e prendermi cura della scuola è qualcosa di estremamente importante e sono estremamente grato per la fiducia che la gente ripone in noi. Negli ultimi anni abbiamo portato tanti batteristi di fama internazionale per permettere ai Sardi di conoscere da vicino alcuni grandi nomi come: Thomas Lang, Virgil Donati, Dave Lombardo,Igor Cavalera, e tanti altri. A Settembre avremo come ospite la grandissima drummer brasiliana Vera Figueredo.

Parlaci ora del tuo metodo “The Double Bass Massacre”…

Double Bass Massacre è il mio nuovo metodo di doppia cassa che è una fusione di tutto quello che so sull’argomento! Ho messo insieme anni di lezioni con batteristi specialisti , più i miei esercizi e le mie conclusioni su alcuni argomenti che mi davano problemi. E’ un lavoro estremamente onesto su cui ho investito tanto tempo: se volete migliorare la vostra doppia cassa/doppio pedale… prendetene una copia su raphaelsaini.bigcartel.com

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Collabori con dei importanti marchi di strumenti musicali: quali sono e quale è il rapporto che ti lega a loro come artista?

Attualmente collaboro con TAMA, MEINL (10 anni), EVANS, PROMARK, SERIAL DRUMMER, AGAINST CLOTHING. Il rapporto che mi lega ai marchi è sempre un rapporto UMANO, conosco le persone che lavorano nelle aziende personalmente e la correttezza ed il rispetto vengono prima di tutto.  Molta gente non capisce che avere un endorsement non è avere qualcosa gratis ma poter contare sul supporto reale di persone che credono in quello che fai.

7) In quali canali web possiamo trovare delle informazioni su di te e sui tuoi progetti?

Youtube.com/raphaeldrums

Facebook.com/raphaelsainiofficial

Raphaelsaini.net

Una domanda finale che ritengo di fondamentale importanza: cosa consigli a un ragazzo che inizia a suonare la batteria o le percussioni, o a un genitore che vorrebbe che il figlio imparasse uno strumento?

Consiglio di impegnarsi e NON PERDERE TEMPO. Vuoi studiare? Inizia oggi… Vuoi andare da un maestro? Non aspettare per dei mesi, chiamalo oggi! Vuoi entrare in una band? Comincia oggi a cercare dei componenti. Lascia stare Facebook, pokemon vari ed eventuali, Age of Empyres (dove io ho perso purtroppo troppe ore)… Il tempo che si ha da giovani non è paragonabile al tempo che abbiamo da adulti tra lavoro, famiglia etc etc. Ritengo poi che un genitore non debba forzare un figlio a fare nulla, ma al massimo assecondare le sue idee… se vuole suonare bene, altrimenti inutile forzarlo. Consiglio ai ragazzi anche di cercare di imparare a conoscere il settore della musica e non farsi imbambolare dai tanti parolai che ci sono in giro, nessuno può promettere un lavoro o una carriera. Suonate e studiate prima di tutto perché amate suonare, tutto il resto… arriverà con pazienza se sarete attenti e farete le scelte giuste.

Ti ringrazio di cuore per questa intervista: è stato un piacere ed un onore! Ti do un augurio enorme per una carriera sempre più ricca e perché continui ad avere i meritati riconoscimenti per la serietà con cui porti avanti la tua attività di musicista ed insegnante!

Gentilissimi amici, condividete e commentate!!!

Giuberto

“Toccos de Ballu”: il nuovo lavoro di Emanuele Garau

Ciao a tutti voi e bentornati sul mio Blog!

Considero l’articolo di oggi davvero speciale perché è dedicato a “Toccos de Ballu”, l’ultimo lavoro di Emanuele Garau, studioso di cultura e tradizioni sarde e cantante con il quale collaboro dal 2009. In questo disco compaiono le mie percussioni e sono inoltre orgoglioso di aver curato la grafica della copertina e del disco. Emanuele Garau è uno dei maggiori rappresentanti della musica e delle tradizioni sarde grazie al suo pluriennale lavoro di ricerca, rielaborazione, pubblicazione e divulgazione: sono ormai numerosi i suoi libri e i suoi dischi, tantissime le serate in piazze e teatri nelle quali come cantante e presentatore interpreta e diffonde la “storia” musicale della nostra Isola.

Stampa

Il lavoro “Toccos de Ballu”, recentemente pubblicato dall’editore NOR, si articola in un libro e in un CD musicale allegato. Il libro si presenta come una sorta di guida che espone le varie tipologie coreutiche della tradizione sarda: vengono fornite per ogni “genere” di ballo delle informazioni essenziali, corrette e al contempo esaustive. Si analizzano nello specifico: Ballu lestru, Ballu campidanesu, Danza, Dillu, Passu Torrau, Scottis, Ballu tundu logudoresu, Ballu brincu, Ballu de Ottana, Passu ‘e trese, Baddu a passu, Ballu aristanesu, Ballu ‘e ischina, Ballu tundu iscanesu e Ballittu.

Il disco allegato contiene ben 18 tracce suonate dai musicisti che collaborano da anni con Emanuele Garau e da numerosi ospiti. Si possono così ascoltare una varietà di sonorità, stili personali e generi che – tra strumentali e cantati – rivelano le varie anime della Sardegna e dei suonatori che ne interpretano il patrimonio musicale. Nel disco si possono ascoltare: Emanuele Garau (voce), Valentino Serra (chitarra), Giuseppe Roberto Atzori (percussioni), Antonello Carta e Augusto Ibba (fisarmonica), Efisio Puddu (organetto diatonico e trunfa), Massimo Congiu (launeddas), Gianluca Piras (sulittu), Mattia Murru, Samuele Meloni e Matteo Chessa (organetto diatonico).

Il lavoro verrà presentato in due distinti appuntamenti:

-Lunedì 11 luglio alle ore 20.00 nella piazza San Domenico a Cagliari;

-Mercoledì 13 luglio alle 19.30 presso il cortile del Palazzo Municipale di Cagliari in via Roma.

“Toccos de ballu” è dunque un pezzo prezioso che non può mancare nella libreria degli appassionati di balli, canti e tradizioni sarde! Non mancate inoltre alle presentazioni durante le quali avrete modo di conoscere di persona Emanuele Garau, i suoi musicisti, la pubblicazione e potrete partecipare in prima persona ai momenti di ballo collettivo.

Troverete ulteriori info su www.emanuelegarau.it e cercando su facebook Emanuele Garau

Grazie ancora una volta per l’attenzione e vi invito a condividere e commentare!

Alla prossima!

Giuberto

Intervista a Bubi Staffa, il re del Pandeiro “Universatile”

Bentornati!

Oggi voglio parlarvi di un musicista italiano che grazie alla sua tecnica e alla sua sensibilità ha elevato il pandeiro brasiliano* a strumento di estrema espressività e versatilità. Vi parlo di Bubi Staffa, autore del magnifico “Metodo per Pandeiro Autodidatta” edito da Volontè e Co.

*(Apro una parentesi per descrivere in pillole cosa è il pandeiro: si tratta di un tamburo a cornice tipico della cultura musicale brasiliana, l’unico al mondo ad essere suonato in posizione orizzontale. E’ costituito da una cornice circolare di legno sul quale è tesa una pelle naturale o sintetica e lungo il diametro della cornice vibrano dei piattini metallici)

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Ciao Bubi! Sei riconosciuto a livello nazionale, e non solo, come uno dei maggiori interpreti del pandeiro moderno. Potresti spiegare a chi legge, in poche parole, che differenza esiste tra il pandeiro suonato con la tecnica moderna e quello suonato con la tecnica tradizionale?

Innanzi tutto grazie di cuore per le belle parole e per avermi concesso questo spazio.

Ciò che differenzia le due tecniche è fondamentalmente il tipo e la posizione dei colpi che vengono portati, mi spiego meglio, la tecnica tradizione nasce e si sviluppa per suonare essenzialmente ritmi che fanno parte della tradizione musicale brasiliana (samba, choro, coco, baiao, frevo, embolada, ecc.) e prevede un numero limitato di colpi portati con determinate parti della mano che percuote lo strumento, ad esempio il suono grave viene suonato esclusivamente dal pollice e lo slap dalla parte alta della mano, in oltre la mano che regge no strumento rimane ferma.

La tecnica moderna invece nasce nei primi anni novanta grazie a Marcos Suzano, che per primo ha intuito le potenzialità dello strumento, ed è stata poi ulteriormente sviluppata negli ultimi anni da Sergio Krakowski. Presenta due caratteristiche particolari che la differenziano dalla tradizionale e che hanno ampliato esponenzialmente le possibilità ritmiche ed espressive dello strumento: tutti i suoni (gravi, slaps e accenti sugli acuti) vengono portati sia con la parte bassa che con quella alta della mano che percuote, ciò da la possibilità di poterli inserire in qualsiasi posizione della “griglia” di ottavi o sedicesimi dando così la possibilità di suonare molteplici melodie ritmiche; la mano che impugna lo strumento diventa il vero motore ritmico dello strumento, ruotando sotto la mano che percuote, è lei che “decide” le velocità, le dinamiche, gli accenti e il tipo di “griglia” dando una notevole spinta e velocità all’esecuzione.

Per le rispettive tecniche in cosa differiscono gli strumenti dal punto di vista costruttivo?

Il pandeiro usato con la tecnica moderna solitamente ha la corsa delle platinelas più corta e la pelle (naturale) più grossa in modo da avere un suono più grave, asciutto e preciso, più adatto a ritmiche “batteristiche”.

Ci parli del tuo pandeiro Officine Quantum (dei quali spero di poter fare una recensione specifica in futuro)?

Il pandeiro che suono nasce dalla collaborazione con Enrico Spiga delle Officine Quantum e dal desiderio comune di creare uno strumento dalla qualità superiore che avesse uno spettro di frequenze specifico per un utilizzo moderno: ha quindi una pelle naturale di capra piuttosto spessa (0,4mm) ma soprattutto delle platinelas dal profilo particolare, di ottone e bronzo termo trattate, con un abafador sovradimensionato in alluminio e con all’interno due tappini di bottiglia martellati. Tutto ciò mi conferisce una pasta, una miscela di frequenze bilanciatissima, gravi profondi e corposi, slaps potenti e aperti e un suono di platinelas perfetto, né troppo squillante e né troppo scuro, ideale per suonare qualsiasi genere musicale. In oltre il fusto, in noce tanganica, è alto 5cm, il che mi conferisce una presa salda e sicura.

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Hai coniato l’aggettivo “universatile” per descrivere il pandeiro…

…esatto, e direi che rende l’idea di quello che questo piccolo tamburo può fare!

Dove hai studiato durante la tua formazione? (scuole e maestri) A parte il pandeiro suoni anche altre percussioni e strumenti in genere?

Quando mi sono avvicinato allo strumento, nel 1999, non esisteva nessuno, o quasi che lo suonasse o lo insegnasse qui in Italia e internet era ancora una cosa piuttosto lontana. Ho cominciato così da solo, con un pandeiraccio pesantissimo rifacendomi alle spiegazioni elementari di un mio amico che aveva visto una volta un percussionista che lo suonava. Capite che in queste condizioni, se non avessi avuto la motivazione (che ho tutt’ora) ad andare avanti avrei mollato dopo tre giorni. Invece, supplendo con la mia logica alle lacune tecniche che avevo e suonando sui dischi di Carlinhos Brown, Jackson do Pandeiro, Gilbero Gil ma soprattutto James Brown e Maceo Packer, piano piano sono riuscito a tirare fuori qualcosa di simile ad una accompagnamento samba prima e funk più tardi. Poi nel 2000 ho ascoltato per la prima volta Marcos Suzano e vidi la luce. Cominciai a cercare di suonare a modo mio, con la mia tecnica auto costruita, quello che faceva lui e in quel modo la sviluppai ulteriormente. Ma tutto cambiò nel 2003 quando partecipai ad un suo seminario a Milano e mi scontrai con la tecnica moderna e soprattutto con il movimento della mano sinistra. Piano piano ho rivisto tutta la mia “proto tecnica” (con la quale ero già in grado di fare cosine carine) e, con notevole fatica, ho imparato ad usare la mano sinistra e portare i colpi con tutte le parti della mano destra, così come avevo visto fare da Suzano. Da allora non mi sono più fermato e ho continuato a progredire e a scoprire sempre nuove soluzioni e possibilità.

Suono solo il pandeiro, posso dire di essere uno specialista. Poi suono anche la chitarra, il basso e il banjo….ma non lo dico a nessuno.

Quali sono stati all’inizio della tua carriera i riferimenti artistici? Chi sono i percussionisti del presente che apprezzi maggiormente? Quali quelli del passato?

Per quello che riguarda il pandeiro, come dicevo qui sopra, i primi che mi hanno “guidato” sono stati Jackson do Pandeiro, Carlinhos Brown e Marcos Suzano, poi è venuto Sergio Krakowski e ascoltandolo e vedendolo in azione ho capito e messo in pratica altre cose. Per quel che riguarda i percussionisti, non essendo io un percussionista, non ne conosco tanti, mi piace piuttosto capire e cercare di riprodurre col pandeiro quello che le percussioni fanno nei vari generi (medio orientale, irlandese, indiano, caraibico, nord americano, jazz ecc.). Anche certi batteristi hanno influenzato il mio modo di suonare come Zigaboo Modeliste dei Meaters o Clyde Stubblenfield di James Brown.

Parliamo del tuo “Metodo per pandeiro autodidatta” corredato da un DVD. Io ho trovato il tuo lavoro estremamente chiaro ed esaustivo. Come nasce questo progetto e come ha preso forma?

Nasce dall’idea di insegnare un metodo di studio il più naturale possibile, basato essenzialmente sull’ascolto e sulla riproduzione prima vocale e poi strumentale dei più svariati ritmi, esattamente come si imparava a suonare prima dell’avvento della notazione e delle scuole di musica moderne, cioè cantando, “dicendo” e imitando quello che poi si sarebbe suonato sullo strumento. Per fare ciò ho sviluppato il metodo “bi-vocale” attraverso il quale intendo il pandeiro come strumento che emette due voci sovrapposte, la prima cioè la griglia dei sedicesimi affidata alla mano che impugna lo strumento, che sta sotto e da la direzione; e la seconda che è ciò che fa la mano destra, che canta che da vita alle varie melodie ritmiche scegliendo e posizionando i colpi che diventano “TUM”, “PA” e “CI” (rispettivamente gravi medi/slaps e accenti acuti) Col mio metodo invito a pensare al pandeiro come strumento attraverso il quale cantare le ritmiche cantare le proprie improvvisazioni, ascoltare e riprodurre, sperimentare. Ritengo questo il modo più semplice e diretto per imparare ad esprimere la propria musicalità, e fino ad ora direi che ha riscosso un buon successo.

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Se non sbaglio il metodo è stato tradotto anche in lingua inglese… A che pubblico vuole rispondere?

A settembre uscirà la versione in inglese per tutti i tedeschi, francesi, nord americani, e giapponesi che in questi ultimi tre anni mi hanno chiesto di pensare anche a loro.

Tra le tecniche esposte nel metodo c’è quella della “mano alta”. Da suonatore di musica popolare del sud Italia so dirti che esiste qualcosa di simile nella tecnica del tamburello: “la mano alta” è una tua invenzione o è l’elaborazione di qualcosa già presente nella tradizione panderistica?

Non so se sia una mia invenzione, sta di fatto che la mia mano destra col tempo ha cominciato da sola a comportarsi in modo diverso in certi passaggi molto veloci. Non ho fatto altro che cavalcare l’onda e sviluppare quella che poi ho chiamato tecnica della “mano alta”. In pratica la mano che percuote non sta sullo sullo strumento suonando tutti i colpi, ma rimane leggermente alta (mentre sotto il pandeiro continua a suonare grazie alla rotazione) e scende solo per produrre i gravi, medi o accenti acuti della melodia. Ciò comporta un minor dispendio di energie a favore di una maggior velocità e agilità esecutiva. Io la uso soprattutto per passaggi e grooves molto veloci e per improvvisare.

Potresti dire qualcosa sul “pandeiro muto” del quale sei sublime esecutore?

Si tratta semplicemente di un pandeiro senza platinelas. Non ricordo come il nome “pandeiro muto” sia venuto fuori, sta di fatto che non si tratta affatto di uno strumento muto ma di un pandeiro con una voce propria ben definita e ricca di sfumature. L’ho sentito suonare per la prima volta da Scott Feiner sul suo primo disco e da Krakowski in seguito e sono rimasto colpito dal fascino che esprimeva. Può essere suonato come un pandeiro normale, chiaramente tutto il suono che ne uscirà sarà prodotto solo dalle vibrazioni della pelle per cui può ricordare un bodhran, un rebolo, un atabaque, un surdo, una kanjira, un adufe o un bendir. Ma la vera novità secondo me è data dallo “strisciato” sulla pelle che trasforma il muto in un rullante suonato con le spazzole.

Quali sono i tuoi progetti attuali sia nel live, che nella didattica e anche per quanto riguarda eventuali lavori discografici?

Per quello che riguarda i live suono (come unico “ritmista”) in formazioni di jazz, pop/funk, latin, folk e samba/Bossa Nova. Mi piace spingere il pandeiro sempre più in là, nei più svariati stili e generi musicali. La tecnica moderna mi da la possibilità di avere infinite frecce al mio arco. Recentemente ho musicato dal vivo col pandeiro la proiezione di un film muto di Buster Keaton e sto lavorando con un mio amico chitarrista alla realizzazione di una colonna sonora di un altro film dei primi anni ’20 anche questa suonata rigorosamente dal vivo. In oltre mi interessa molto coniugare il pandeiro alla danza (soprattutto contemporanea), all’Hip Hop e al teatro, sono idee che in futuro cercherò di concretizzare. Per quello che riguarda l’insegnamento continuo a fare corsi on-line su Skype corsi intensivi e workshops in giro per l’Italia. Per ora non ci sono progetti discografici all’orizzonte.

Domanda conclusiva: quali sono i tuoi progetti e le tue ambizioni come musicista? Cosa consigli a chi vorrebbe suonare a livello professionale e inizia da zero con il pandeiro?

La mia ambizione più grande non riguarda me, che comunque mi auguro di suonare il mio strumento sempre di più e sempre meglio, riguarda piuttosto il pandeiro che spero si diffonda sempre di più, soprattutto qui in Italia, dove il concetto di ritmo e percussione è ancora molto (troppo) legato alla batteria e alle percussioni latine, e che venga riconosciuto e apprezzato come strumento a se stante, con una sua storia, una sua voce e un suo specifico impiego. Io nel mio piccolo sto cercando di farlo conoscere il più possibile, ma sento che c’è ancora tanto lavoro da fare.

Potrete trovare materiali e informazioni su Bubi ai seguenti Link: (ti chiedo di aggiungere per favore dei riferimenti)

su facebook come Bubi Staffa

su youtube come bubi staffa dove ho postato vari video che dimostrano l’enorme versatilità del pandeiro

Grazie mille!!!

GRAZIE A TE!!!

Alla prossima cari lettori! Intanto commentate e condividete!

Giuberto