Drumline e Drumsquad: la spettacolare tradizione ritmica americana prende vita a Trieste

Bentornati sul mio blog!
Oggi vi presento una nuova realtà musicale che sta prendendo vita a Trieste: si tratta dei gruppi Drumline e Drumsquad.
Come spiega il nome stesso si tratta di formazioni che vogliono riproporre la forte tradizione americana delle bande di percussioni (e talvolta di fiati) che accompagnano ogni momento della vita sportiva, scolastica, universitaria e sociale. Negli USA i college – e non solo – dedicano numerose ore alla formazione teorica e tecnica dei bambini e dei ragazzi che entrano a far parte delle drumlines: queste, seguite appassionatamente dalla gente come le nostre squadre di calcio, preparano repertori e spettacoli sempre più complessi e scenografici, sfidandosi tra loro fino all’ultimo colpo di bacchetta.

 

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Il maestro Angelo Losciardi ha voluto introdurre a Trieste questo modello musicale e organizzativo: ci rivela che in Italia esistono solo altre quattro formazioni note di drumline. L’idea di Angelo è quella di preparare degli spettacoli di ritmo e coreografia che possano coinvolgere ed entusiasmare il pubblico in occasione di avvenimenti pubblici e privati.
L’accesso a queste drumlines triestine é aperto sia ai neofiti che ai percussionisti intermedi e di livello avanzato: corsi, lezioni e programmi sono suddivisi in base alla preparazione tecnica dei vari membri. Sono stati costruiti così anche due gruppi a seconda della fascia d’età: il vero e proprio gruppo Drumline Trieste e il Drumsquad per i più piccoli.

 

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L’esordio del progetto è avvenuto in occasione del recente Carnevale, in una bellissima Piazza Unità popolata da un pubblico curioso ed entusiasta che ha accolto con fervore la novità.
L’idea, che finora è stata finora “in fase di collaudo”, prenderà sempre più forma: nuovi ritmi sono in preparazione da parte di Angelo Losciardi e le divise per i musicisti stanno per vedere la luce!
Cosa aspettarsi da queste Drumlines triestine? Di certo tanto ritmo, tantissima energia e divertimento e soprattutto tante e diversificate occasioni per vederli ed ascoltarli nelle loro esibizioni di musica, gesto e movimento.
State sempre in allerta per le novità imminenti e per gli eventi in preparazione!

Potete avere informazioni sul progetto tramite:
Angelo Losciardi: 3289153801
Associazione Notabene: www.arpsnotabene.com

Grazie mille e alla prossima!!!
Giuberto

Banda Berimbau: un ponte di musica tra Trieste e il Brasile

Bentornati! Oggi voglio presentarvi la Banda Berimbau, storica formazione musicale che ha base a Trieste e che si dedica alla musica del Brasile nelle sue varie forme ed espressioni. Per sapere esattamente quale è stata la genesi del gruppo, l’evoluzione del progetto, la sua forma attuale e le idee per il futuro, ho parlato con Alessandro “Pai” Benni (uno dei fondatori della Banda) e con Davide Angiolini (direttore artistico).

Ciao ragazzi e grazie per la vostra disponibilità. Frequento da poco il vostro gruppo, ma sin da subito sono rimasto affascinato dalla musica a cui si dedica e dalle sue attività. La Banda Berimbau infatti si articola in maniera abbastanza complessa ed interessante: sarebbe bello far conoscere a chi legge la vostra realtà. Quando e come nasce la Banda?

A: nel 1995 suonavo la chitarra in un trio che si dedicava alla bossa nova e ad altri generi appartenenti alla tradizione brasiliana e si chiamava proprio Banda Berimbau! In quegli anni, grazie alla spinta delle teorie di Basaglia*, si svolgevano presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste dei progetti di musicoterapia nei quali venivano coinvolti, insieme alle persone in cura, studenti, medici e insegnanti provenienti dal Brasile. Così nel 1996 il musicoterapeuta e musicista brasiliano Alberto Chicayban organizzò un gruppo di batucada che si esibì al carnevale di Muggia: con strumenti raccattati qua e là si esibirono insieme pazienti del Centro di Igiene Mentale, musicisti locali (tra cui il sottoscritto) e studenti sudamericani. Fu un’esperienza unica, così si pensò di organizzare meglio quel l’idea e nel 1999 venne fondata la vera e propria Banda Berimbau.

*[Franco Basaglia è stato uno psichiatra, neurologo e professore, fondatore della concezione moderna della salute mentale, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia e ispiratore della cosiddetta Legge Basaglia (n. 180/1978) che introdusse un’importante revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti sul territorio. – Fonte: Wikipedia]

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Quali sono stati i passi più significativi per la crescita del gruppo?

A: senza dubbio la partecipazione al Raduno delle Scuole di Samba Italiane tenutosi a Milano nel carnevale del 2000 ha dato la giusta spinta all’evoluzione della Banda. È stata la prima vera opportunità di confronto con altre realtà già esistenti nel nostro Paese e da lì abbiamo colto numerosi spunti musicali, tecnici e organizzativi che tuttora teniamo in vita e pratichiamo. Poi è stato fondamentale per i membri della Banda viaggiare in Brasile: imparare sul luogo d’origine i ritmi per comprenderne meglio il significato e la tradizione. Col tempo abbiamo curato anche i nostri strumenti: ogni viaggio è tutt’oggi occasione per riempire le valigie di percussioni da portare qui per i nostri soci. Non vanno poi scordati stage, masterclass e seminari tenuti da grandi maestri che molti di noi hanno frequentato in giro per l’Europa per poi riportare le conoscenze acquisite all’interno della Banda. Cito infine i corsi tenuti direttamente per la Banda da musicisti quali Mestre Marcao del GRES Academicos de Salgueiro, Mestre Mario Pam degli Ile Ayie, Mestre Afonso della Naçao Leao Coroado, Gilson Silveira, Kal Do Santos, Dudu Tucci, Dudu Fuentes e tanti altri.

Su quali modelli nasce la Banda Berimbau dal punto di vista organizzativo e per le sue finalità?

D: la Banda Berimbau è un’associazione che si rifà all’organizzazione e alle finalità dei gruppi tipici della tradizione musicale percussiva brasiliana, come i “Blocos afro” di Salvador, i “Gremios Ricreativo Escolas de Samba” di Rio e le Naçao de Maracatú di Recife e Olinda. Questi gruppi hanno un legame molto forte con la loro terra e sono saldamente connessi al tessuto sociale, infatti oltre a tramandare le tradizioni e la cultura locale, hanno innanzitutto una funzione di aggregazione e mirano ad affrontare le problematiche sociali. Solo a Rio le scuole di samba stanno trasformando le loro esibizioni in veri e propri show che coinvolgono musicisti di professione: la messa in palio di notevoli cifre ha fatto sì che all’aspetto tradizionale se ne sostituisse progressivamente uno più spettacolare e più legato al business.  La Banda Berimbau utilizza la musica come collante sociale e cerca di unire e accogliere tutte le persone che hanno voglia di imparare a suonare, indipendentemente dal loro genere, età, capacità tecniche, abilità e disabilità.

Come insegnate a suonare le percussioni? Servono delle competenze musicali e quale percorso si compie all’interno del gruppo?

A: come già detto, chiunque abbia la passione per la musica brasiliana e in particolare per le sue percussioni può frequentare la Banda. Il metodo messo a punto per l’insegnamento è un compromesso tra il metodo orale – sillabico usato tradizionalmente in Brasile e un’impostazione nozionistica di base che permetta a tutti di acquisire almeno dei rudimenti di teoria ritmica per poter capire meglio ciò che si suona.

D: per questo sono stati organizzati tre livelli: un corso base aperto a chi si approccia per la prima volta alla musica brasiliana, uno intermedio per chi ha acquisito una certa competenza sui ritmi e sugli strumenti o possiede già una buona tecnica acquisita con attraverso altri percorsi di studio e il terzo livello, quello più avanzato e in cui si richiede una maggiore serietà, cioè la Banda Berimbau vera e propria, che si esibisce in pubblico in occasione sfilate, manifestazioni e concerti.

A quanti anni si può iniziare a frequentare la vostra associazione?

D: è attiva la Scuola dei Bambini alla quale si possono iscrivere i piccoli. Il primo gruppo comprende i bimbi dai tre agli otto anni e il secondo dagli otto anni fino ai sedici.

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Se non sbaglio la Banda Berimbau non si dedica solo alle percussioni e comunque si articola in più progetti complementari: potreste descriverli in breve?

D: Abbiamo varei tipologie di spettacoli: “Canta Italia” abbina ritmiche brasiliane a melodie delle canzoni italiane più note; lo spettacolo “Canta Mondo”, realizzato con in cantante e attore Leonardo Zanier e il chitarrista Tiziano Bole, abbina ritmi brasiliani ai brani più noti delle varie tradizioni nazionali soprattutto rock e pop. Esiste poi il progetto “Binho Carvalho Show” che si concentra totalmente sulla canzone tradizionale brasiliana. Accanto a questi primi spettacoli più tradizionali esiste  “Talkin’ Vibes” in cui l’elettronica si mescola a ritmiche brasiliane rivisitate in chiave più moderna. Infine la Banda si dedica a spettacoli che si incentrano ognuno su un genere specifico come il Samba e il Maracatú. Parallelamente, la Banda Berimbau sviluppa progetti educativi di percussione e introduzione al ritmo e alla musica d’insieme all’interno di scuole, centri estivi e centri diurni per bambini e ragazzi diversamente abili. Il progetto AquaBrasil mette insieme aquagym e percussioni brasiliane dal vivo a bordo vasca in piscina, creando un’attivita’ mista tra ballo, sport e canto. Insomma…ce n’è per tutti i gusti.

Quali sono stati i palchi, o le occasioni, di maggior prestigio nei quali vi siete esibiti? Avete anche lavorato a delle produzioni?

D: tra le principali esibizioni di livello degli ultimi anni vanno menzionate: Festa Tradicional Italiana di Belo Horizonte (Brasile), tre edizioni dell’Exit Fest di Novi Sad (Serbia), Rock for People (Repubblica Ceca), Notte Bianca di Napoli e di Bucarest, TRL su MTV Italia, numerose edizioni del Dubai Summer Festival, Dubai Shopping Fest, Abu Dhabi National Day, Carnevale delle Culture di BerlinoLatinoAmericando di Milano, Rototom Reggae Sunsplash e Rototom Free, Carnevale di Venezia, Capodanno in Piazza San Marco a Venezia. Inoltre le aperture dei concerti di Gilberto Gil, Toquinho, Beth Carvalho, Sud Sound System. In Brasile la Banda si è esibita inoltre a Salvador de Bahia, Rio de Janeiro e Recife con numerosi gruppi tra i principali al mondo nel genere (GRES Academicos do SalgueiroBangalafumengaIle AyièEstrela Brilhante, Naçao Leao Coroado, Naçao Estrela Brilhante de Igarassu, Kizumba). Per quanto riguarda le produzioni, nel 2014 è uscito il DVD Live Banda Berimbau e Binho Carvalho Show che documenta lo straordinario concerto che ha conquistato i settemila spettatori di TriesteEstate 2012. Precedentemente, all’interno dell’album Jardim Electrico, a tribute to Os Mutantes, che ha riscosso un enorme successo di critica in Europa, Usa e Brasile, è stato incluso un brano inciso insieme al gruppo indie Franklin Delano.

Presumo che la Banda abbia ricevuto dei riconoscimenti o dei premi…

D: abbiamo sempre evitato competizioni o concorsi, chi ci voleva cio ha sempre contattato direttamente, non abbiamo mai avuto per fortuna bisogno di fare concorsi o cose analoghe… Una volta esisteva una specie di concorso informale tra “baterie de samba” in Veneto e noi tra il 2006 e 2008 (unici tre anni in cui la hanno organizzata) siamo arrivati primi, terzi e secondi. Nel 2016 l’Associazione Culturale Berimbau è stata insignita del Premio Regionale Solidarietà da parte della Consulta Provinciale di coordinamento delle associazioni delle persone con disabilità e delle loro famiglie (prov. di Gorizia), quale ente meritevole di aver dato aiuto e favorito l’inclusione alle persone con gravi difficoltà.

Quanti membri conta attualmente l’associazione e quanti sono i componenti della Banda che si esibisce?

D: gli iscritti all’associazione sono attualmente un centinaio, di cui quaranta sono membri effettivi della Banda vera e propria.

Immagino che nel corso degli anni il gruppo sia stato frequentato da tante persone: in relazione agli aspetti umani e musicali, quali sono state le più belle soddisfazioni per voi che dirigete la Banda?

A: di sicuro la cosa più curiosa e soddisfacente è stata quella di insegnare la musica brasiliana a dei brasiliani residenti a Trieste che nella loro terra d’origine non avevano avuto modo di studiarla e praticarla. Un grande appagamento, oltre che una grossa responsabilità, è sapere che per molte persone la frequenza delle nostra attività è un modo per affrontare e superare gravi problematiche personali. È bello anche che la Banda sia stata frequentata da bravissimi musicisti che hanno scelto il nostro gruppo per confrontarsi e completare le loro conoscenze. Insomma, ognuno frequenta la Banda con modi, aspirazioni e motivazioni molto differenti!

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Ultima ed importantissima domanda: potete parlare del progetti di volontariato e di utilità sociale che sostenete direttamente e a distanza?

D: per seguire ulteriormente la sua vocazione sociale, Banda Berimbau sostiene economicamente un centro di recupero per ragazzi di Salvador de Bahia(il C.C.O.R. nel Calabetao), il tutto per tramite dell’associazione italiana “Ragazzi di Val”. Con il nostro contributo finanziamo dei corsi di percussioni seguiti dal maestro Mario Pam, direttore dell’importantissimo gruppo Ilê Aijê e parte delle spese del centro. Il secondo destinatario dei contributi di beneficenza è la sede locale dell’Associazione Donatori di Midollo Osseo (ADMO). Collaboriamo poi con l’Associazione Donatori  Sangue di Trieste, organizzando varie donazioni “di gruppo” nel corso dell’anno.

Vi ringrazio ragazzi! Invito i lettori a dare uno sguardo al sito www.bandaberimbau.com e cercare video, notizie ed eventi su YouTube e sulla loro pagina Facebook. 

Grazie mille per l’attenzione è come di consueto commentate e condividete!

Alla prossima,

Giuberto

Bianca Mannu: la scrittura come “messaggio in bottiglia”

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog www.giubertoatzori.it

L’articolo – intervista di oggi è dedicato a Bianca Mannu, autrice poetessa che merita di essere conosciuta sia per lasua personalità piacevole, che per la produzione letteraria davvero particolare ed interessante. La incontrai per la prima volta nel 2013 quando a Cagliari era attivo il Centro Culturale NAI, presso il quale settimanalmente si riunivano artisti di ogni genere per divulgare la loro attività, mettersi in discussione, scambiare esperienze e pareri, instaurare collaborazioni. Rimasi parecchio colpito dalla presentazione della raccolta poetica “Trafori di senso” pubblicata di recente da Bianca, così subito scrissi una recensione per il sito www.oubliettemagazine.it In seguito mi occupai della stesura della sinossi della raccolta “Dove trasvola il falco”. Sarà però la stessa autrice a presentarsi e a parlarci del lavoro che svolge…

Benvenuta Bianca e grazie per aver accettato di comparire sul mio blog: ci conosciamo da tempo e per me è un vero piacere ed un onore continuare, sebbene a distanza, a leggerti e farti leggere dagli altri. Finora hai pubblicato diverse opere: di che generi letterari si tratta e quali sono i titoli?

Ciao Giuberto. Mi piace questo tuo logo sintetico  e contemporaneamente autentico, sintesi davvero eufonica dei tuoi nomi. Sono felice di questo prezioso coinvolgimento, date la mia condizione recessiva e la mia solitudine, sì, un po’ casuali e un po’ volute, che si sposano meglio con “sarditudine”, più che con sardità.

Intanto chiarisco subito che la mia nascita pubblica come “persona che scrive” risale al 2003 circa, ad eccezione di alcuni precedenti e distanziati interventi pubblici: 1) nel ’75 diversi interventi su La Pagina dei Ragazzi  de L’UNIONE SARDA sugli effetti formativi del “fare poesia” nella scuola dell’obbligo; 2) qualche lettura pubblica estemporanea; 3) qualche pubblicazione episodica e marginale in piccole antologie, e forse la presentazione di un’opera altrui. Sono diventata “Bianca Mannu che scrive”, dunque maggiorenne, dopo il compimento dei sessant’anni. Consideravo e ho considerato come “apprendistato” quanto avevo scritto per l’addietro, al punto che, quando nel 2002 decisi  di avere sufficiente materiale in versi per una prima sortita (quantità + qualità, presunte), rimandai la stampa per poter compiere un’ulteriore elaborazione dei lavori del trentennio fine secolo, più i testi dei primi tre fertili anni del XXI. Fu quello il mio esame di maturità scrittoria: a bozza pronta, poco convinta dei “brava” di qualche amica/o di magra formazione letteraria, mi rivolsi al critico cagliaritano più accreditato del momento, Giovanni Mameli, e gli chiesi un giudizio di massima. Mi lodò con asciuttezza, m’indicò la via dei concorsi e delle riviste letterarie, per farmi strada, e la pratica austera dell’autocritica e della sorveglianza linguistica. Da una stamperia uscì Misteriosi ritorni,  che conteneva tre sillogi, 75 composizioni: non fece botto, com’era scontato. Per farla breve, ho partecipato raramente a concorsi, non ho allevato un mio pubblico, e le poche riviste letterarie locali, da cui diventare visibile, erano fortilizi occupati da proff e da poeti in limba e lingua, intellighenzia da feudo, “gens blasés” avversi alle neofite di 3^ età prive di pedigree sociale, quale io ero e sono. Io volevo scrivere e non impiegare il mio tempo da pensionata a costruire relazioni che non avevo avuto e che neppure desideravo. Discende dalla coscienza di questa mia “marginalità”, ma anche dal mio pronunciato orgoglio sociale e personale, la mia progressiva “disattenzione” verso la “firma editoriale”. Insomma “andavo a nozze” con poesia e prosa, senza testimoni e con l’abito cucito dalla sartina all’angolo, perché testardamente l’accento mi cadeva sulle ragioni nobili delle “nozze”, e la posta era la durata della relazione. Questo è ancora il retro pensiero del mio tranquillo disincanto, che però mi frutta una grande e solitaria libertà.  Riporto di seguito l’elenco dei miei testi pubblicati

2006 esce una raccolta di  versi, Fabellae,  per Aipsa edizioni.

2010 vede la luce Da nonna Annetta, La  Riflessione, romanzo.

2012 escono Crepuscoli (racconti), per Booksprintedizioni, Quot dies (poesie) e Camilla (racconto  lungo) per Youcanprintedizioni.

2013 Tra fori di senso e Alluci scalzi (sillogi di poesia) per Youcanprint Edizioni

2014: Il silenzio scolora (poesie)per Mariapuntaoru Editrice e I Racconti di Bianca per Edizioni THOTH.

2016: Dove trasvola il falco Edizioni THOTH.

A quale genere appartengono? Non saprei dirlo, perché non riesco a vedermi inquadrata in un modello, né per le opere in versi, né per quelle di narrativa. Certamente tutte portano le tracce del mio, tuttora attivo, nutrimento culturale, che  come un fiume di pianura, involve questioni, modelli e materiali diversi, ma non tende a tracimare in situazioni di vistosa eminenza, né vuole rappresentarle con gli stigmi e gli stilemi dello psicologismo o del sentimentalismo, come è l’uso. Quelle in prosa, pur incentrandosi sulle mie esperienze sommesse – ma attraversate dalle profonde inquietudini personali e da quelle che, dal mondo vivente, mi raggiungono nella carne e nel pensiero – hanno mobilitato le mie energie compositive nell’inquadramento contestuale, adeguato a conferire alle sequenze narrative la naturale innervazione in direzione dei loro gangli motori, specialmente nel romanzo “Da nonna Annetta”. Certo di un tale problema non sarei venuta a capo, se non avessi potuto attingere agli strumenti per pensare che il pensatoio tardo-novecentesco europeo ha deposto in me, malgrado la mia molto parziale acquisizione. (Mi riferisco a Deleuze, a Foucoult , a Bataille, a Derrida a Athusser e Balibar a Adorno, allo stesso Bauman e al loro lascito percettivo). Il loro articolato e contrastante discutere teorico-filosofico sopra meccanismi rilevanti dell’essere sociale (Marx capofila) pensa il soggetto emancipato-liberato dal titanismo romantico totalizzante, lo re-inscrive in concezioni ridefinite e fluide, quale esito e luogo d’impatto delle tensioni materiali, politico-sociali e ideali, scarico delle flessioni della nostra globale contemporaneità. (Contemporaneità vuol dire sistema organizzante uomini in attività materiali, secondo desideri, pensieri e  risposte forzose al diktat del mercato e alle ragioni del profitto, che tutto – cose, persone e loro facoltà- sussume e fa agire sotto la sua logica ferrea). Ecco, i miei racconti esprimono condizioni che sento di mia pertinenza in quanto io stessa soggetto di un sistema-mondo che tende a degradarmi in modo non perspicuo, ambiguo. Tale opacità si profila talora gelidamente, (di questa, talvolta, son forzata a scrivere senza offrire e offrirmi consolazioni pietistiche), ma al contempo devo testimoniare del suo eccitare drammaticità contenute e, per così dire, aderenti alla misura usuale, e a volte parzialmente dissimulate in essa. Proprio questa opacità dissimulante del finto“normale”- che lavora così bene nel far sprofondare noi, genti dei margini,  nell’ irrilevanza soggettiva  e oggettiva, che ci inabissa nell’ottusità di testa, ma che ritorna come un inspiegabile mal di pancia – incalza il mio bisogno di scavare nei tratti della nostra contemporaneità conflittuale e scoprirvi anche la nostra inconsapevole o denegata correità. E ciò va anche a motivare le mie opere in versi.

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Ammetto che avvicinarsi ai tuoi versi non è così immediato e semplice: leggere le tue composizioni richiede attenzione, una cultura di rilievo necessaria a comprendere la moltitudine di riferimenti e citazioni e possibilmente… un buon dizionario! Nella vita quotidiana sei tuttavia una persona estremamente affabile, socievole e mai sfuggente. Ciò che mi colpisce pertanto della tua produzione poetica è la ricerca e la ricercatezza linguistica che paragonai ad un lavoro di cesello, intaglio ed intarsio. Visto che abitualmente utilizzi un linguaggio forbito, ma mai ermetico, la tua passione in letteratura per la parola “rara” e per i più “astrusa” è un gioco di stile, un modo di mantenere vivi gli aspetti della lingua italiana che tendono al disuso, o cos’altro?

Sono perfettamente consapevole della non immediata fruibilità dei miei versi. Mi sono sempre posta il quesito, senza volermi paragonare ai grandi, ma anche trovandomi distante da false modestie: forse che Dante, Petrarca, Leopardi, Carducci, lo stesso Pascoli apparentemente vicino ai piccoli affetti familiari della gente senza istruzione, sono immediatamente fruibili? Neanche per sogno! Dei loro ritmi, delle loro figure retoriche e di certa loro sapienza si faceva condita la nostra formazione minima. Mio nonno, terza elementare, leggeva Dante e ne sapeva a memoria lunghi passi. Così molti contadini toscani, quasi analfabeti. Mia nonna, ancora da adulta e con una schiera di figlioli da allevare senza servitù e in povertà, leggeva appassionatamente i romanzi, compreso Manzoni e quelli della Scapigliatura, compreso Verga e, credo, D’Annunzio con la sua raffinata retorica. Leggere significa appropriarsi linguaggio e concetti insieme: inserirsi in un’osmosi empatica, conoscitiva e espressiva. Ecco che allora ci sembra che artisti ricchi di logica e di scienza siano trasparenti, diretti, quasi familiari. In realtà , magari inconsapevolmente, siamo stati  aiutati a intercettarne alcuni codici e ce li ritroviamo dentro come un che di risaputo. Farsi poeta, farsi scrittore non è  semplicemente farsi praticante del bello stile. Anche perché il bello stile in quanto tale non esiste, se non come osso. Farsi poeta è un azzardo.  Intanto è un modo di entrare inermi in relazione con la sfinge della vita, col mondo di fuori intrecciato col nostro ignoto di dentro, tentare di acchiapparne le propaggini linguistiche e piegarle a significazioni che si presentano come dense d’anima e inattese. Così talora scopriamo il legame,  insieme intimo e deciduo, che la parola cercata ha con le cose e con le relazioni umane; anzi quasi identifichiamo queste ultime con le declinazioni vocali e verbali, faticosamente estirpate dalla pigra memoria o rapite a un dizionario che, allusivamente, si apre a tante finzioni e a tante verità possibili . Quando da bambina ripetevo le filastrocche o da scolara  ripetevo le poesie, che avevo già cantilenato per la maestra e per l’approvazione che poteva venirne, non era solo per il piacere del suono ripetuto, era perché esse continuavano a significarmi dentro, erano immagini visive, concettuali ed emozionali con cui conoscevo qualcosa che da sola non avrei mai scoperto. A prescindere dalla ricerca del risultato, che è essere poeta per gli altri (cosa non scontata), colui che crede di poter condensare i flussi e i reflussi del suo mondo interiore e i moti con cui il mondo di fuori s’insinua dentro di lui coagulandosi e sciogliendosi  in immagini verbali magmatiche, non è un mero contemplatore di bellezze stilistiche cristallizzate, ma un complesso relais nella cui sensibilità convergono effetti verbali non catalogati, rappresentazioni provenienti da correnti culturali del passato e del presente, da teorie conoscitive e dai loro intrecci aporetici, da istanze religiose o ordinatrici, da istanze di rottura, da pulsioni morali,  dall’impatto di vari modelli estetici, dalla loro accettazione e/o ripulsa  e da quanto altro la fame individuale di relazioni con vivi e morti saprà deglutire e metabolizzare. Questo materiale, più o meno mobile, più o meno convogliabile nelle sfere del pensabile e del rappresentabile, entra a formare nell’io creativo una sorta di filosofia più o meno esplicita, un sistema generale di senso, che si combina con l’estetica (gusto) personale del dicibile e dei modi con cui  un certo individuo (poeta o scrittore ) ritiene possa essere detto: la poetica. Io non credo che la luce  o la bellezza risieda in certe parole piuttosto che in altre e che quindi assiepare termini ritenuti preziosi, perché inusuali, sia una pratica di sicuro effetto poetico. Al contrario è la pratica di chi forse colma col suono il vuoto di senso, con effetti talora incautamente comici. Neppure credo che la poeticità risieda nello stare il più possibile prossimi al senso comune e alle scansioni della comunicazione quotidiana. Quest’ultima è un genere di comunicazione povera, elementare: può capitare che volendo sottolineare la sua povertà io ne faccia un uso rappresentativo in un contesto che lo esige, allora la sua efficacia è piena. Nel mio caso – volendo esprimere, raccontare, rappresentare, simbolizzare, interpretare il mio senso della vita e la molteplicità dei miei legami con la natura di cui con gli altri umani faccio parte, attraverso la mediazione delle conoscenze acquisite, delle forme culturali e linguistiche che ne spiegano la storia e ne preconizzano sviluppi inclusivi e armoniosi, o che invece evidenziano il dramma, il disagio, l’ansia, la fragilità, la discordia, ma anche la partecipazione solidale – rivendico la libertà di usare tutte le possibilità che sono capace di attivare con la ricca duttilità della lingua italiana, come può fare un musicista che scrivendo musica voglia utilizzare tutta la scala cromatica. Infatti io non sono ermetica e non voglio fare dell’ermetismo, voglio, se possibile, costruire un discorso, non esclusivamente orientato a stuzzicare emozioni e sentimenti elementari o retoricamente gonfi, ma che, rispettoso della reale complessità umana, interloquisca lucidamente tramite l’intelligenza e il coraggio della verità, quella continuamente interrogabile.

Come mai un’insegnante, che per anni ha lavorato con i piccoli, ha approdato ad una modalità espressiva tanto complessa? Banalmente ci si aspetterebbe da una maestra delle filastrocche, delle poesie o delle prose giocose o perlomeno più “leggere”…

Il linguaggio, specialmente quello verbale, il più duttile e segmentabile, è come una cipolla, conosce parecchie stratificazioni. A ogni età il suo strato. Il bambino non  concepisce ancora che “cane” non abbai. Crede all’identità di oggetto, nome, significato. Il maestro-la maestra smonta questa unicità tripartita e conduce gli scolari a distinguere gli oggetti dai loro simboli, dai segni; apre alla scoperta della flessibilità della parola e dunque agli accostamenti analogici e all’alterazione e moltiplicazione dei significati. Maestri e scolari crescono. Ma crescono quando il così detto Programma o paradigma di formazione, riuscendo a contenere e smussare la rapacità ottusa delle classi di potere, consente a fanciulli, maestri e platee di adulti a non lasciarsi irretire dall’economismo becero nel voler pesare in termini sordidamente monetari quanto valga quel loro frequentarsi tra i banchi. Quei versetti che facevo con loro e per loro, e di cui ho dato qualche saggio in Alluci scalzi, erano leggeri e  cantabili. Loro ne scrivevano di intelligenti, narrativi, rimati e non rimati e si contagiavano a vicenda.

Anche le tematiche che scegli sono assai impegnative: descrivi gli aspetti esteriori ed interiori dell’uomo anche nei suoi lati più scabri, la complessità dei sentimenti e dei rapporti interpersonali, parli di società e ambiente, parli di storia, racconti della tua vita personale e della tua terra. Quali sono le tue tematiche preferite, o meglio, quelle che maggiormente funzionano da ispirazione?

Non so chi per primo ha messo in circolazione questo concetto: tutto ciò che è umano mi concerne e mi chiama in causa. Non posso vivere chiusa nell’angustia della mia pancia.  Questo atteggiamento – che certo ci preesisteva come tratto culturale e valore, a me è venuto da mio padre, che non era esattamente un patriarca. Amando lui, ho amato quanto mi apriva la mente e dava estro all’intelligenza del cuore.  Sono nata in piena guerra, e la guerra, come non tutti sanno, era nata, come ancora oggi, dall’ybris del potere: usare uomini (e donne) e risorse di tutti, come strumenti di potere assoluto. Mio padre mi ha letto le fiabe più belle, ha dato aspettative felici alla mia esistenza, ha fatto del suo meglio perché io mi innamorassi del sogno di un’umanità meno efferata, meno rozza. Essendo rimasta delusa, ma non convinta della impermeabilità degli umani al desiderio di conservare per condividere per mezzo del lavoro i beni, continuo a sperare e ad arrabbiarmi per i troppi voluti fallimenti.

Anche se in una certa misura la tua scrittura traspira “femminilità”, delicatezza, tenerezza, emerge il tuo punto di vista molto critico e disilluso verso l’uomo come individuo e come insieme sociale: credi che l’umanità stia andando verso una deriva o che abbia almeno dei meriti parziali e potrà avere una possibilità di riscatto?

La possibilità di riscatto per gli offesi è una ricerca su cui non si dovrebbe demordere. Le donne sono gli esseri che, al pari dei minori e dei maschi deprivati e schiavizzati, subiscono maggiori negazioni e oltraggi. Spesso l’oltraggio, la demolizione delle risorse vitali è avvenuta e avviene sotto le specie dell’amore, dell’affetto,della protezione, millantati. Le società patriarcali sono tante e tendono a unificarsi in un’unisona contrazione dei diritti sulla base di un non detto che sono le condizioni sociali di esistenza, da cui sempre comincia la minorità. Restano tuttora platealmente eluse le problematiche delle condizioni di base (favele, bidonvilles, baraccopoli e campi aperti o recintati, ghetti -i ghetti di Johannesburg, di Nairobi, di Gaza- i quartieri-ghetto della civile Europa e dell’Italia)  su cui sembra che in nessun modo si possa e si voglia trovare possibilità di incidere. Le condizioni di base – più invalicabili di ogni muro fisico che attesta materialmente la mutria dei potenti – insistono variamente correlate con le possibilità di facile uso sessuale, procreativo, strumentale dei deboli o indeboliti, che non possono scegliere il proprio status , da parte di chi debole non è. Il diritto conculcato sembra trovare salvaguardia in leggi apparentemente libertarie, ma che cessano di parlare con efficacia appena si affacciano su una soglia che annuncia e denuncia povertà.  Tuttavia i meccanismi discriminanti non sono semplici e neppure operano in modo strettamente manicheo, inoltre attraversano anche le condizioni sociali di alto livello.  Le donne,da sempre espropriate come genere, perfino della capacità di attribuirsi autonomamente dei modelli convenzionali, così come gli uomini fanno di se stessi, sono ancora costrette ad assumere psicologie posticce che corrispondono agli interessi e alle voglie della mascolinità imperante. Ancora tante donne, usate o designate a fare da emblema a una parità sociale morganatica,  si accontentano di essere oggetto di desiderio dell’altro. Persino la prostituzione, utilizzata contro le donne come tabe e colpa (incapacità femminile di assumere comportamenti etici autonomi, si diceva, e tuttora si ribadisce in forma metonimica) è stata invece, ed è, un prodotto di stampo eminentemente patriarcale, che non arretra e anzi si combina efficacemente con altre forme di corruzione e di sostanziale degrado. Sì, si avverte una deriva paurosa, accresciuta dallo spalancarsi della forbice economica, dalla distruzione dei legami sociali non fondati sul mercimonio e, quindi, dal prevalere dell’individualismo sostenuto dalla appropriazione privata e/o dalla progressiva dissipazione delle risorse di tutti …   Non sappiamo se e quando né da quale contesto partirà o se è già in corso un spinta tendenziale forte verso un cambiamento di rotta, ma, escludendo che si possa ormai più fare il salto violento e palingenetico, non resta che riaffermare la dura lotta quotidiana sociale per rimettere in piedi e rendere efficaci, fruibili gratuitamente, le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, le istituzioni culturali e scientifiche transnazionali sostenute da larghe contribuzioni, per produrre gli ordinamenti delle libere istituzioni internazionali a tutela dell’ambiente, dell’infanzia e della salute. Tutto ciò entra di necessità a far parte del retroterra culturale di ogni umano che si rispetti e, a maggior ragione, di un poeta o scrittore, sia di quello che si riconosce letterariamente impegnato in tale direzione, sia che rivendichi e percorra una sua fantasiosa ragione poetica.

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In quali misura la scrittura costituisce per te uno strumento di osservazione-descrizione del concreto, quanto un’arma di denuncia, quanto un bisogno espressivo, quanto un mezzo catartico e di fuga dal reale?

La scrittura è per me un messaggio in bottiglia. Se l’emissario scrittore-poeta gli ha fornito un biglietto di viaggio in prima classe,(leggi: editore-recensore) pur non sapendo bene dove arriverà, sarà quasi certo che con un simile biglietto troverà “amicos de posada” o compagni di strada. Certo, dal punto di vista egoistico sarebbe di gran lunga più gratificante se al messaggio- poesia o  al messaggio-racconto succedesse una o più corresponsioni in parole vive, come nei simposi antichi dei nobili. Ma anche quella condizione, astrattamente felice, aveva le sue controindicazioni. Il mecenatismo dei nobili comportava ossequi servili, a volte avvilenti per cervelli sottili e sapienti. La libertà di pensiero era pericolosa per chi ambiva praticarla; e risultava pericolosa in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dello scrittore al suo mecenate. L’assolutismo monarchico e dittatoriale ha promosso e promuove intellettuali prezzolati e proni nei confronti del gerarca e dei suoi adulatori e scherani. Infidi e pericolosi, questi ultimi, non meno del loro Signore. Essere invisi al potere poteva e forse può ancora rappresentare un titolo onorifico, per cui, certo non molti, poterono e possono rischiare la morte. (Ricordo l’eroico direttore del museo di Ebla). Da questo punto di vista sono fortunata: non godo di esistenza che possa infastidire il potente. Ma che cosa c’è oggi che possa davvero infastidire il potente, rotto a ogni genere di transazione poco nobile, se non un altro suo pari che gli scompigli i giochi o lo ridimensioni? Ci sono forse popoli forti … e popoli proni … Quanto a me, io scrivo per rispondere a un’automotivazione: non fuggo nella dimensione del sogno gratuito, non trasformo il disagio in godimento cinico, non guarisco dal disagio né tampoco porto sollievo ai disagiati che difficilmente vogliono affrontare il disagio di leggermi. Scrivo per niente.

Gli autori, ed in generale gli artisti, hanno una responsabilità sul presente e sul fututo più gravosa rispetto alla “gente qualunque”? Credi che davvero con l’arte si possano influenzare positivamente gli altri e innescare delle inversioni di tendenza?

Si parla di responsabilità di un autore rispetto a un pubblico, quando l’autorevolezza dell’autore è in grado di influenzare la così detta opinione pubblica o una sensibile porzione di essa. Sarà accaduto non molte volte in cui un autore o giornalista si sia presentato come sostenitore di un contropotere o della verità. Émile Zola è stato capace di questo col suo “J’accuse” durante l’affaire Dreyfus a favore del capitano Alfred Dreyfus, innocente, ma condannato in omaggio all’antisemitismo imperante nell’esercito francese dopo Sédan.  Ci fu la claudicante e intelligentissima Rosa Luxemburg (e altri) a offrire il petto alla reazione militarista germanica. Solitamente la stampa si allinea col blocco di potere al comando e allora sposta davvero l’orientamento del pubblico. Oggi valgono forse regole diverse, per via della rete informatica che funge da sfogatoio di pancia, per effetto della contrazione del numero dei lettori dei giornali e del conflitto latente tra popolazioni e potere politico, a causa del complicarsi delle condizioni di esistenza di milioni di persone e dell’accentuarsi degli squilibri sociali …  Si può dire invece che l’educazione alla lettura e alla intelligente fruizione delle diverse forme d’arte è la via maestra, insieme con altre discipline, per la formazione  integrale della persona, per l’ingentilimento dei costumi, per l’affinamento della sensibilità e del mezzo espressivo. In periodo di crisi (crisi per i popoli) prevale l’idea biecamente commerciale dell’arte. L’arte della poesia consente pochi spazi di manovra al potere, anzi è considerata un orpello, a meno che non diventi “arma di distrazione di massa”…, masse di  piccole élites. Ma nei brevi perimetri associativi locali, la responsabilità culturale dei poeti e degli scrittori esiste, se non altro perché si propongono e sono letti pubblicamente, migrando da un gruppo all’altro. Pochissimi vengono letti in privato. Efficacia?  Soporifera, afflato consolatorio, funambolico: quasi roba per vecchi.   Ancora di più contano gli artisti teatranti, i cantanti e i musicofili; perché, non abbisognando di particolari  mediazioni, attirano il pubblico che li consuma come distrazioni del tempo libero; dunque essi sono il maggiore veicolo di diffusione di quanto di letterario viene prodotto localmente, opportunamente teatralizzato. Anche i loro vizi fanno scuola, se non altro perché si stagliano rispetto al brusio di fondo, incessante, sordo.

Apprezzo il fatto che oltre alla tradizionale pubblicazione cartacea, oggettivamente sempre meno apprezzata e frequentata, tu sia un’autrice davvero attiva sui social network. Come vivi questo modo di comunicare, quali sono i pro e i contro rispetto ai canali che avresti idealmente scelto per parlar di te e delle tue creazioni letterarie? Come affronti quel divario tra registri linguistici, rispettivamente quello “ricercato” della tua poesia e quello “telgrafico e schizofrenico” di internet?

La mia franchezza, la mia affabilità unite a una certa competenza non sono state apprezzate nel Paese di Wilson, lo zuccone, dove fisicamente vivo e dove la sciatteria intellettuale fa testo nelle associazioni culturali. A suo tempo, durante le mie frequentazioni libere e anche nel biennio che mi catturò in veste direttiva, molti hanno apprezzato quelle mie presunte doti, ma poi sono rientrati nei ranghi, dove si vuole che si prendano in considerazione cose e persone somiglianti e idee somiglianti all’inconsistenza. Essendo sola e di fresca adozione in città, ho voluto navigare in rete da incapace, un po’ per abreare la mente semiasfissiata e un po’ per proporre certi miei testi e leggere quelli altrui, senza cerimoniali. Siccome non mi lancio in comunicazioni di natura personale e in genere uso una cauta asciuttezza per interloquire, mi è andata bene, salvo poche occasioni in cui ho dovuto misurarmi con l’incontinenza verbale di qualche persona di sesso maschile che ha cercato di irridermi per l’età e per la mia ritrosia nell’entrare in corte . Naturalmente ho capito presto e bene il the lungo del mattino, il cicaleccio della sera, il narcisismo sciocco di certi maîtres à penser con la loro corte di femmine osannanti … Ho pazientemente controllato, senza chiudermi, l’invadenza delle immagini  e dei motti di spirito proposti come essenza etica, buona per tutte le occasioni,  e ho anche accettato la mia relativa irrilevanza. Per noia e pochissima perizia informatica, mi sono trovata a gestire tre profili a mio nome e alcune pagine dedicate ai miei libri. Su fb godo di alcune care amicizie che visito ogni tanto. Avendo voglia di regalare, a chi gradisce, certi miei scritti, ho tentato più volte di tenere dei blog letterari in siti diversi, ma con scarsa soddisfazione, vuoi per limiti di formattazione, per gli effetti distorcenti degli imposti pedaggi pubblicitari e per altro. Da parecchi anni frequento anche il sito www.larecherche.it, al quale mi sono inscritta diversi anni fa come Biancamannu aprendo una mia scheda personale, pubblicandovi in anteprima diversi miei testi e ottenendo anche commenti interessanti. Infine da due anni, e per generosa indicazione di un’amica, su www.blogger.com, ho aperto un blog di letteratura e cultura generale, reperibile a questo indirizzo  http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu dove oltre che poesie e brani narrativi compaiono mie recensioni critiche, note di costume, note su questioni letterarie e altro.

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Grazie ancora Bianca!

Potete sapere di più su Bianca Mannu, sulle sue pubblicazioni e attività consultando le seguenti pagine:

https://it-it.facebook.com/bianca.mannu.7

https://it-it.facebook.com/public/Bianca-Mannu

https://plus.google.com/+BiancaMannuAlfa

http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu

Case editrici

www.aipsa.com/

www.booksprintedizioni.it

www.youcanprint.it/servizi/editoriali/

www.thoth.it/edizioni

 

Cari lettori, vi saluto e ancora una volta vi invito a commentare e a condividere!

Alla prossima settimana!

Giuberto

Angelo Losciardi: la batteria come scelta e vocazione

Bentornati! Questa volta ho il piacere di presentarvi un eccellente batterista triestino: Angelo Losciardi. Parliamo direttamente con lui per conoscerlo a fondo!

Grazie Angelo per essere qui con noi: benvenuto! Sei un giovane batterista che ha raggiunto da piccolo importanti tappe: quali sono state le occasioni che ti hanno fatto conoscere?

Grazie, fin da subito mi sono concentrato sulla didattica, ho avuto il piacere di formare, consigliare e conoscere un sacco di ragazzi. Nel 2010 fui convocato al Drumworld festival a Torino tra i venti migliori batteristi d’Italia under 25 e fu dopo quell’evento che iniziarono le collaborazioni con vari artisti e con i più prestigiosi marchi nazionali e mondiali di batteria tra cui Pearl, Sabian, Evans, Pro Mark, Fbt, Girap, Bode, con i quali ancora oggi sono orgoglioso di collaborare come endorser.

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Quali sono stati i tuoi primi maestri? Quali invece i generi di riferimento e quali i batteristi che maggiormente ti hanno ispirato?

Iniziai da piccolo nella banda Arcobaleno di Trieste con il mio primo maestro, Giorgio Vusio, il quale riuscì a trasmettermi la passione per questo strumento. In seguito viaggiai molto, studiai presso l’ accademia Dante Agostini che ha sede a Parigi e girai per l’Italia facendo lezioni e prendendo parte alle masterclass tenute da grandissimi batteristi come Agostino Marangolo, Christian Meyer , Tullio de Piscopo, Pierpaolo Ferroni, Gaetano Fasano, Giorgio di Tullio e nomi Internazionali come  Dave We kl, JoJo Mayer, Omar Hakim, Dennis Chambers e tantissimi altri. Questi nomi combaciano con i batteristi che mi hanno maggiormente ispirato e stregato. I generi di riferimento invece sono cambiati nelle diverse fasi della mia vita e dei miei studi, essendo principalmente  nella didattica, tutto ciò che ho studiato può essere adattabile e finalizzato con la giusta conoscenza a qualsiasi genere.

Decidere di fare il musicista: quando e perché?

Fin da subito nei miei sogni. Nella realtà invece più o meno dopo il Drumworld di Torino, quando grazie ai primi successi, contratti e soddisfazioni raggiunte, convinsi i miei genitori che poteva essere una cosa possibile.

Hai poi deciso di dedicarti alla didattica: lezioni private e clinics. Cosa ti appassiona di questo aspetto della musica?

Personalmente il raggiungere il massimo che puoi tirar fuori dallo strumento e dalle tue abilità (che poi scopri non si raggiunge mai). Nelle clincs  il protagonista è il batterista, quindi puoi far vedere e scoprire gli aspetti tecnici e musicali dello strumento ed ispirare o aiutare un sacco di ragazzi. La soddisfazione nel vederli poi applicare i tuoi consigli è impagabile, come per un allenatore vedere il proprio giocatore fare una bella partita o una gran carriera.

Ti manca l’esperienza live? Pensi di lanciarti in futuro, se dovessi avere delle proposte interessanti, in nuovi progetti dal vivo?

Sì, mi manca, ed è proprio per questo motivo che da poco ho iniziato delle collaborazioni con artisti nazionali oltre che con alcuni bravissimi insegnanti della nostra Città con l’obiettivo di tornare live anche qui a Trieste.

Quanto ti rispecchi nei tuoi allievi? Quali tue ingenuità del passato rivedi in loro e cosa gli consigli per poter imparare a suonare in modo serio?

In alcuni moltissimo. Nei più piccoli vedo spesso la grande spensieratezza, fantasia e creatività che mi han accompagnato nella mia prima fase. Nei più grandi vedo  la passione crescere, mista alle paure ed i dubbi da cui anche io ero afflitto… su tutte trovarsi al bivio tra hobby e professione dovendo fare i conti con la vita (e come nel mio caso non avendo qualcuno che mi garantisse una sicurezza economica, un paracadute in caso di caduta). A queste persone consiglio ciò che ho fatto io, cioè seguire il cuore, fino in fondo! Le scelte della propria vita sono comuqnue qualcosa di personale… l’importante è non avere rimorsi. Negli allievi più grandi ancora, come ad esempio pensionati e persone molto adulte, vedo la capacità di mettersi in gioco, il mantenersi vivi, la capacità di ottenere ugualmente dei bellissimi risultati e soddisfazioni studiando col giusto metodo.

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Quindi un bravo insegnante è una sorta di fratello maggiore, una guida, un modello, un padre… Vivi l’insegnamento come una responsabilità?

Decisamente. Mi è capitato di frequentare corsi e grandi accademie dove sembrava di entrare ed uscire da un negozio: se mi fosse capitato nella prima fase degli studi probabilmente non avrei mai continuato a studiare questo strumento. Non è il mio stile… Come dici, giustamente, mi sento molto responsabile e sta nella bravura dell’insegnante capire i pro e contro dell’allievo, vedere su cosa lavorare, farlo migliorare negli aspetti attraverso i quali megli si esprime, nonché nel riuscire a motivarlo. Il più bravo insegnante da cui andai a lezione è stato Dom Famularo, leggenda ancora viva della batteria, il maestro dei maestri. Finite le lezioni con lui, grazie alla passione che ci metteva, non vedevo l’ora di volare nella mia città per studiare anche di notte le cose trattate.

In una proporzione, dando un valore numerico da uno a cinque, come componi la formula del batterista ideale con questi elementi: preparazione tecnica, stile personale, musicalità?

Sono tutti aspetti fondamentali. Dipende certamente il fine che uno ha. Vi sono certi generi musicali, per esempio, che non necessitano di grande tecnica. Basti pensare a Ringo Starr, conosciuto da tutti e che ha fatto una carriera formidabile, ma che è anche anni luce lontano dal livello tecnico di un JoJo Mayer o di tantissimi ragazzi e giovanissimi italiani che nessuno conosce.  Darei cosi indicativamente un 4 alla preparazione tecnica, mentre sicuramente un 5 allo stile personale e alla musicalità .

 

Parliamo brevemente dei tuoi endorsment.

La Pearl è  tra i marchi mondiali di batterie più importanti al mondo, sempre all’ avanguardia: ha da poco presentato a Los Angeles i suoi ultimi gioielli, come ad esempio la Pearl Midtown. Posso confermare essere una bomba come qualità/prezzo! Lo stesso si può dire di Sabian, che da anni ha praticamente il monopolio sulla produzione di piatti per batteria. Girap invece rappresenta per me più di una collaborazione: è un gruppo di professionisti ed amici da cui ogni giorno posso anche io imparare qualcosa. Pro Mark  mi offre una grandissima scelta di bacchette, adattabili alle mie esigenze nei diversi generi. Evans infine ha da sempre fama mondiale: è un marchio di pelli con il quale sto iniziando a collaborare e che quindi sto appena iniziando a conoscere bene.

Attualmente lavori con l’Associazione Nota Bene  di Trieste. Quali sono le vostre attività e la vostra missione?

Molteplici. Di base quella di dare la possibilità a tutti di avvicinarsi alla musica, avere una sede nella quale provare e studiare, nonché la possibilità ai nostri soci di esibirsi alle varie manifestazioni che proponiamo. Pertanto vi è la possibilità di seguire i corsi tenuti da nostri insegnanti, di aderire alle nostre iniziative musicali che hanno già visto esibirsi le nostre band (prossimo evento per band fissato il 26 marzo ) e altri eventi per musicisti solisti, come ad esempio contest di strumento. Al più presto contiamo inoltre di proporre ai nostri soci dei seminari con artisti di fama internazionale, dando la possibilità a tutti di prenderne parte senza dover viaggiare… come per esempio ho dovuto fare io!

A chi consiglieresti di lanciarsi nella carriera musicale e a chi lo sconsiglieresti? Che attitudini caratteriali e tecniche servono?

Consiglierei di intraprendere questa professione a chi ha  la passione pura e la convinzione vera. Questa è l’unica attitudine caratteriale comune tra tutti i grandi artisti che ho conosciuto. Se solo dieci anni fa lavoravano i talenti, ad oggi il mondo della batteria e musicale in generale si è evoluto tantissimo… basta guardare un po’ di video su you tube per capire che di talenti ormai ogni città ne è piena. Solo la serietà, la professionalità e la determinazione oggi possono fare la differenza, senza di queste sconsiglierei questa strada.

Hai progetti di immediata realizzazione?

Come accennavo prima, oltre a continuare nella didattica e come endorser dei vari marchi,  c’è il progetto dell’incisione di un disco con artisti della nostra città che poi verrà presentato live qui a Trieste, oltre che la realizzazione di alcuni brani con Luca vicini, bassista dei Subsonica, sempre per promuovere i marchi.

Ecco qua sotto dei link dove trovare info e video su Angelo Losciardi:

www.angelo-losciardi.com

https://www.facebook.com/angelo.losciardi

 

Grazie Angelo!

Cari lettori, grazie ancora una volta per l’attenzione: commentate e condividete!

A presto,

Giuberto

Daniele Russo: il batterista che unisce potenza, stile e personalità

Ciao e bentornati!!! Oggi vi presento un grande batterista, sardo, ma internazionale per la sua carriera, la sua preparazione ed esperienza. Lui è Daniele Russo, che ho ribattezzato “il batterista che unisce potenza, stile e personalità”. Nelle prossime righe capirete il perché della mia scelta.

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Ciao Daniele e grazie per la disponibilità a parlare di te e della tua arte. Hai lavorato nel tempo con grandi nomi della musica della Sardegna, ma anche della musica italiana e internazionale. Quali sono state, tra le tante, le esperienze che ritieni di dover evidenziare?

Grazie a te Giuseppe per avermi dato la possibilità di raccontare le mie esperienze in quest’intervista .Allora, cominciamo, l’elenco è davvero lungo! La prima esperienza veramente  degna di rilievo è stata senza dubbio quella del tour in Cina con i Dorian Gray di Davide Catinari . Era il settembre del ’92: io suonavo già da una decina d’anni e mai mi sarei immaginato di essere catapultato in una situazione simile. Sostenni un provino informale e con mio grande stupore venni scelto! Non ero un batterista prettamente rock e sapevo che la band aveva già avviato una selezione tra  alcuni nomi di grido del genere, sulla carta molto  più’ adatti di me. Invece la chiamata arrivò: forse fu proprio la mia non ortodossia a catturarli, o forse in quel periodo le loro composizioni cominciavano ad avere una stesura più raffinata. La Cina poi fu davvero una rivelazione, era un paese assurdamente popolato, che viaggiava tra storia millenaria e ritmi forsennati. Riempimmo i palasport e i teatri, fu un successo incredibile, specie se si pensa che in alcune città come Soo Chow, per esempio, non avevano neanche mai sentito parlare di una band rock.

Altra tappa fondamentale fu entrare in una band di Assemini chiamata Audio: con loro suonai nelle piazze in modo davvero professionale, accompagnando artisti come Don Backy, Rita Pavone (con la quale suonammo anche in Spagna) e Valentina Gautier. Da li’ a poco entrai nel sodalizio delle “Balentes”: tantissimi anni di musica e vita condivisa. Con loro abbiamo suonato pressoché in tutta Italia, muovendoci non senza difficoltà tra luci ed ombre del music business.

Devo ricordare i  miei “fratellini” Augusto Pirodda e Manolo Cabras: con loro imparai ad amare il jazz e la pizza di “pizza ’74” (storica pizzeria di Cagliari recentemente chiusa N.d.r).

Ci fu poi la big band “Orchestra jazz di Cagliari”: grazie al direttore Nicola Piras suonai per la prima volta con musicisti americani come Lester Bowie e Don Moye’. Poi ancora ho suonato Alessandro Di Liberto, una delle mie “guide” musicali, col quale ho avuto l’onore di incidere due dischi e condividere tanta bella musica.

C’è inoltre Roberto Deidda, un musicista veramente creativo, che ancora mi chiama a suonare nelle sue situazioni più rappresentative (grazie Robi …).

Non posso poi non citare la FBI band, ancora oggi gruppo resident dello storico locale di Quartu Sant’Elena (CA), con il quale abbiamo fatto una quantità incredibile di  concerti con tanti tra i migliori cantanti e professionisti italiani. La band fu creata da Max Satta, dal compianto Gemiliano Cabras e da me, da diversi anni allargata ad altri musicisti come Alessio Sanna, Alessio Povolo, Emanuele Contis e Andrea Granitzio.

Ed ancora i Pork Explosion, band jazz-fusion che mi ha dato la possibilità di suonare con alcuni dei miei eroi musicali, quelli di sempre ed alcuni più’ recenti, come Alain Caron, Dario Deidda, Dominique Di Piazza, Pippo Matino, Federico Malaman, Hadrien Feraud, Flavio Boltro ed altri (grazie Marcello Contu!).

Non posso non parlare del grandissimo e indimenticabile  Andrea Parodi, col quale condivisi alcuni momenti musicali veramente intensi poco prima della sua dipartita. Altra esperienza è stata quella del quartetto Aghera: musica meravigliosa e concerti intensi! Infine va citata la collaborazione con i Lapola (famoso gruppo comico regionale sardo N.d.r.) e le tante dirette televisive e il divertimento vissuto con loro!

Più di recente è arrivato il tour con Bianca Atzei e mi fermo qui… ci vorrebbero dieci interviste per citare e ringraziare tutti!

Ovviamente hai suonato generi musicali parecchio diversi tra loro, tra l’altro in contesti piuttosto vari. Mi vengono in mente due domande: la prima, abbastanza banale, é se hai un genere nel quale ti senti maggiormente a tuo agio, insomma se hai un genere preferito. La seconda domanda riguarda i luoghi: che differenza trovi tra il locale di piccole dimensioni e la piazza gremita di folla?

Definire il mio ambiente musicale ideale e’ veramente difficile, posso però dire che una situazione come il Michel Camilo trio di fine anni ’80 si avvicina abbastanza al mio concetto di “comfort zone”: latin jazz raffinato con un balance perfetto tra tecnica ed espressività.

Per quanto riguarda la seconda domanda, nonostante il fascino dei grandi spazi e dei grandi numeri, ho sempre trovato che nei grossi live si ecceda un pò troppo sui sub… il palco bisogna sentirlo, ma spesso e volentieri capita che ad ogni colpo di cassa corrisponda una scossa tellurica ad Hokkaido!!! Questo può andare bene per alcune situazioni, ma per la media degli utilizzi e dei generi è fuori luogo. Quindi la mia situazione ideale è il club medio piccolo con amplificazione ben calibrata, dove vengono percepite bene tutte le “nuances” e le dinamiche.

 

Che attitudine mentale deve avere un turnista come te, oltre alla grande versatilità, per essere capace di misurarsi a richieste musicali e a prestazioni sempre nuove?

Aaaah Giuseppe, magari fossi stato un turnista! Una nobilissima professione nella professione… Il termine poi  mi fa pensare ad un epoca che non esiste virtualmente più: quella dei turni in sala di registrazione, qui in Sardegna praticamente inesistenti, luogo del tutto fuori dallo schema delle major italiane degli anni ’60, 70′ e ’80. Personalmente non sono mai stato e, forse, mai sarò uno “studio cat”; sono fondamentalmente un batterista live che cerca di adattarsi con gusto e pertinenza a tante situazioni musicali differenti. L’unica cosa che posso dire è che il mio primo impatto con un qualsiasi materiale musicale è  privo di  filtri culturali o tecnico-stilistici. Cerco di lavorare molto semplicemente sui crudi parametri musicali che il pezzo propone e solo dopo intervengo, nel caso con scelte “di catalogo ” stilisticamente più orientate. Questo è il tipo di attitudine mentale che a mio parere garantisce il massimo della spontaneità e della freschezza nell’approccio ai vari lavori.

Bene Daniele: non userò più il termine turnista per descrivere la tua poliedrica esperienza e per comprendere òe più svariate collaborazioni! Ti pongo comunque un quesito forse un po’ antipatico… L’essere dei musicisti più “universali” e malleabili rispetto ad ogni genere e situazione possibile, non può portare ad un appiattimento della propria personalità artistica?

Eh! Domanda non antipatica, ma comunque di difficile risposta. Io amo tanti generi diversi e mi annoio con una certa facilità se rimango a lungo tempo nello stesso progetto. Questo bisogno di stimoli continuo ha forse evitato che io diventassi un “generista “. Nella pratica quotidiana mi  piace esercitarmi musicalmente con  playlist veramente schizofreniche, da Zappa a Madonna agli Aphex Twins… è proprio la mia natura! Certo, a volte affiora il cruccio di non essere riuscito a costruire qualcosa di veramente significativo in un particolare stile, ma a quasi cinquant’anni è difficile cambiare registro!

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Quello che stupisce nel vederti suonare sono il tuo drumming potente, preciso e mai eccessivo abbinato al tuo portamento, alla tua eleganza scenica. Immagino che dietro il controllo tecnico ed emotivo ci sia tanto studio ed esercizio…

Ti ringrazio per queste parole. Devo dirti che in realtà non sono mai stato un malato di studio e di pratica. Ho sempre studiato meno di quel che potevo e DOVEVO, l’unica cosa che non mi è mai mancata è stata la costanza. Devo  dire che oggi però, appena ho tempo ed energie a disposizione, vado nella mia sala e rispetto al passato lavoro con molto più “focus” e determinazione. Il modo in cui suono, oltre che di un lungo percorso di ascolto ed  analisi, è frutto fondamentalmente delle mie influenze che inseguo perennemente nella ricerca di un suono “ideale”.

Facciamo un passo indietro: se non sbaglio sei fondamentalmente un autodidatta, nel senso che non hai seguito un percorso accademico. Come hai iniziato a suonare, chi sono stati i tuoi maestri e in quale momento hai capito e poi deciso di voler fare il musicista di professione?

Sono totalmente autodidatta e non avendo mai avuto dei maestri reali li ho dovuti cercare nelle situazioni musicali esistenti in città. Devo tanto ai batteristi di Piero Marras (probabilmente il più importante cantautore isolano N.d.r.). Li seguivo sempre quando capitavano nei paraggi: Sandro Mosino, forse la mia prima grande ispirazione, Sandro Marras e Francesco Sotgiu, un vero fuoriclasse. E poi come riferimento nel jazz c’è stato Billy Sechi: vagonate di swing e una delle più belle “traditional grip” mai viste. Devo molto anche ad altri  batteristi cagliaritani più grandi ed esperti di me, come Gigi Sanna, Marcello Medda, Dario Corda, Alessandro (Sandro) Sanna. Devo qualcosa anche ai miei coetanei come Alberto Pisu,  Andrea Pintus e Pierpaolo (Pebos) Frailis… infine Antonello Scramoncin, che mi dava sempre consigli tecnici, e tanti altri che ora dimentico .

Cominciai a suonare sull’ onda dell’ entusiasmo che questi musicisti mi trasmettevano. Il vero scatto in avanti verso la professione invece è stato probabilmente il tour cinese con i Dorian Gray di cui ho parlato prima.

Quali sono i tuoi riferimenti stilistici e tecnici del passato e del presente?

Cercherò di essere breve. La scintilla per la batteria è scoccata quando avevo dodici anni: l’ascolto di “Deathwish” dei Police con Stewart Copeland in gran spolvero mi fece partire il cervello! Da lì in poi una serie infinita di batteristi: Jeff Porcaro, Steve Gadd, Billy Cobham, Philly Joe Jones, ElvinJones, Tony Williams. Poi tutti, e dico tutti, i batteristi italiani di un certo rilievo: Agostino Marangolo, Tullio, Alfredo Golino, Walter Calloni, Roberto Gatto. Poi Peter Erskine,  Vinnie Colaiuta, Dave Weckl: ecco, Dave a mio parere merita un discorso a parte! Egli è stato probabilmente l’artefice del più grande processo di emulazione nel ristretto mondo della batteria. Credo che non ci sia batterista da almeno trent’anni a questa parte che non si sia misurato con qualche suo lick! …esagero ovviamente, ma forse non troppo.

Per quanto riguarda lo stato attuale del panorama batteristico devo confessarti che lo trovo deludente. Certo, esistono musicisti fuori scala come Chris Dave o Mark Guiliana, menti ritmicamente “ellittiche”, ma per lo più vedo un grande indaffaramento dietro i tamburi con scarso contenuto.  L’era youtube purtroppo ha sdoganato molta mediocrità, ha elevato il “trick” a concetto, ha reso pubblici quegli  studi che tutti noi riservavamo alla practice room, trasformandoli  in dozzinali giochi circensi e ha creato il clinician di professione, gente senza uno straccio di concerto o collaborazione alle spalle. Insomma, solo in virtù di un paio di video azzeccati si è creato un impero di marchi, endorsement e video tutorial su ogni sciocchezza. Non voglio essere equivocato, la showmanship, i drum heroes esistono dalla notte dei tempi, ma l’abilita’ mani/pedestre di  gente come Chick Webb, Louie Bellson, Buddy Rich o Gene Krupa era abbondantemente commisurata alla loro musicianship. Mi piacerebbe oggi un ridimensionamento della batteria ad un profilo più basso ed un conseguente ritorno alla centralità della musica.

Ultimo quesito, forse abbastanza retorico, ma a mio parere fondamentale per chi legge: cosa consigli a chi inizia a studiare e vuole diventare un professionista della musica? Cosa suggerisci ai tuoi allievi?

Cosa suggerire ai giovani drummers aspiranti professionisti? Non saprei… Forse direi loro di andare contro  la tendenza imperante del virtuosismo, del flashy lick, dell’apparenza vacua. Lavorate sul suono, sul timing, sulla versatilità; fatevi seguire da un buon insegnante, qui in Sardegna, nel resto dell’Italia, all’estero… dove vi pare!

Fate più conoscenze possibili e non abbiate troppa fretta! Tutto qui.

Daniele ancora grazie!

Qua di seguito potete trovare alcuni link con informazioni e contatti di Daniele Russo.

https://www.facebook.com/daniele.russo.7161?fref=ts

https://www.facebook.com/danielerussodrummer/?fref=ts

Come sempre commentate e condividete, alla prossima!

Giuberto

Giorgio Del Rio: percussionista e batterista con l’Africa nell’anima.

Ciao e bentornati!!!

Continua la serie di articoli-intervista che su questo mio blog sto dedicando a musicisti e band. Oggi vi presento Giorgio del Rio. Batterista e percussionista, ritengo Giorgio una personalità “storica” dell’ambiente musicale sardo, visto il suo percorso formativo, artistico e per le sue attività didattiche che si snodano a cavallo tra la musica occidentale/rock più “pesante” e quella più autentica dell’Africa nera, con  esperienze che si aprono ad ambiti altrettanto differenti come il reggae e il musical. Ma parliamo direttamente con lui…

Ciao Giorgio, grazie per la tua disponibilità! Io ti ho conosciuto anni fa come batterista metal-progressive (Red Crystal), poi come batterista reggae (Zaman), come percussionista in vari progetti (Guney Africa, Almamediterranea) e infine ad accompagnare dei lavori complessi, a cavallo tra teatro e musica (Serendip)… Probabilmente ignoro qualche altra tua esperienza importante. Innanzi tutto potresti raccontarci brevemente le tue tappe artistiche fondamentali?

Ciao a tutti voi che leggete e grazie a te per avermi contattato! Veniamo subito a noi: ho iniziato a suonare la batteria nel 1980 e dopo qualche anno ho capito che era necessario studiare, quindi decisi di prendere lezioni da un grande batterista dell’epoca, Augusto Luridiana. Contemporaneamente sono entrato a far parte di una band metal con la quale registrai un disco e feci delle date in Italia; finito il periodo metal entrai a far parte dei Red Crystal: quel periodo fu caratterizzato da una intensa attività live. La mia curiosità mi spinse a cercare le origini del ritmo e nel 1999 ebbi la fortuna di conoscere un grande maestro di percussioni: Sena M’Baye,  all’epoca primo percussionista del balletto nazionale senegalese… Così iniziai la mia avventura africana! Quasi per caso conobbi Momar Gaye, cantante e percussionista che mi coinvolse nel suo progetto di afro reggae degli Zaman: furono anni meravigliosi fatti di tanti concerti in giro per la Sardegna e qualche data in Italia. Insieme a Momar ed altri otto percussionisti demmo vita inoltre ad un gruppo etnico tradizionale chiamato Guney Africa; dopo circa sette anni passati con gli Zaman entrai a suonare negli Almamediterranea, formazione storica cagliaritana con la quale ho passato cinque anni ricchi di concerti e soddisfazioni. Nel 2012 conobbi Manuel Cossu che mi propose di far parte di un suo progetto musicale inedito, veramente intrigante e particolare,  che coinvolge quattro cantanti ed altrettanti musicisti: questo è attualmente il mio progetto principale, i Serendip.

 Giorgio del Rio (djembe)

So che hai studiato in Senegal e in altri Paesi africani le tecniche e i ritmi tradizionali. Ci racconti qualcosa? Qual è stato l’impatto con la loro cultura? Quale è la loro reazione nei confronti di uno “straniero” che vuole imparare le loro musiche e le loro tradizioni?

Come accennato prima, ho avuto la fortuna di conoscere Sena M’Baye, un grandissimo percussionista che dopo qualche anno di studi qua in Italia mi portò a casa sua in Senegal: ricordo ancora oggi l’emozione del primo viaggio, fu fantastico! Fui accolto benissimo dalla sua famiglia (sua madre e suo padre facevano parte del balletto nazionale a Dakar) e mi trovai benissimo, tanto che rientrato in Italia non vedevo l’ora di ripartire. Negli anni successivi tornai a Dakar ed ogni anno avevo la fortuna di studiare con uno dei più grandi percussionisti senegalesi, Mahamadou Fal Khoulè, un vero maestro sia di percussioni che di vita! Nel 2005 ebbi l’occasione di studiare in Burkina Faso con Sekou Dembelè e conoscere la realtà di un altro Paese dell’Africa dell’ovest. Nel 2007 feci un altro viaggio di studi, ma questa volta in Guinea, dove ho avuto l’onore di studiare con Yamoussa Camarà nella meravigliosa isola di Tamarà, esperienza così bella che ho ripetuto nel 2008 e 2012.

Parliamo della tua attività didattica…

L’anno 2000 fu caratterizzato dai primi corsi sia di batteria che di percussioni. Capii che era giusto trasmettere le mie esperienze e informazioni e così inaugurai il primo corso di percussioni presso la scuola di danza Afrodanza, iniziando così una meravigliosa collaborazione con Donatella Padiglione, coinvolgendo Momar Gaye come insegnante di danza. Attualmente insegno nella mia sala privata sia percussioni che batteria e in questi anni ho avuto alcuni allievi che poi sono diventati bravissimi, cito tra tutti Raphael Saini tra i batteristi, Davide Madeddu e Andrea Alberton tra i percussionisti. In estate fermo i corsi che riprendo nei primi giorni di ottobre. Per chi fosse interessato può contattarmi al 3470091730 (piccolo spazio pubblicità!)

Quali sono i progetti live e discografici in cantiere?

Attualmente suono in quattro gruppi: Serendip (progetto di brani inediti) con il quale ho registrato un ep, con la cover band MP4 (band della quale fanno parte quattro musicisti dei Serendip), con Legend (tributo a Marley), gruppo del quale fanno parte Momar Gaye ed altri musicisti degli Zaman ed infine con i Guney Africa! Insomma, non mi annoio!!!!

Cosa consigli a un ragazzo che inizia a suonare la batteria o le percussioni?

La prima cosa che suggerisco è di pensare alla musica come un’espressione personale e quindi ovviamente cercare di imparare questa vera e propria lingua universale! Questo significa studiare per poter esprimersi al meglio e divertirsi poi: come dice il proverbio, “se sono rose fioriranno” , insomma non pensare alla musica come un lavoro ma come fonte di gioia!

Giorgio del Rio (drums)

Domanda finale da “ascoltatore medio” (faccio spesso una domanda da ascoltatore medio!!!): senti di essere più un “batterista” o un “percussionista”? …e in ogni caso: quanto la tecnica e il modo di pensare da batterista influenza il modo di approcciarti alle percussioni e viceversa?

Per quanto riguarda la prima domanda sarebbe come chiedere “quale figlio ami di più?” Suonare la batteria è meraviglioso come suonare le percussioni! Sono molto fortunato perché sono riuscito ad amare in egual modo le due tecniche. E’ innegabile poi il fatto che suonare le percussioni mi abbia migliorato tantissimo come batterista aprendo la mente a soluzioni ritmiche veramente interessanti e, viceversa, ho potuto sfruttare pienamente la tecnica di uso dei polsi suonando le percussioni.

Benissimo! Ti ringrazio per questa intervista: spero che il tuo percorso artistico prosegua arricchendosi ulteriormente e che molte persone conoscano la tua arte e soprattutto imparino il tuo modo di vivere la musica!

Ecco come contattare Giorgio e avere maggiori info sui suoi progetti:

Facebook: Giorgio Del Rio

Yotube : Giorgio Del Rio

Sito internet www.theserendip.it

E-mail: joedelrio@virgilio.it

 

Cari lettori, vi saluto e vi chiedo di condividere e commentare!!!

A presto!

Giuberto

Raphael Saini: il batterista con il rock nell’anima

Ciao e bentornati!!!

Oggi voglio presentarvi Raphael Saini, eccellente batterista, figura di spicco a livello regionale, nazionale e internazionale, non solo per la sua carriera strettamente live e discografica, ma anche per le sue iniziative di tipo didattico. Ma parliamone direttamente con lui…

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Ciao Raphael, grazie per la tua disponibilità! Sei noto oramai da anni come batterista di band di risonanza nazionale e internazionale. In quali ambiti musicali suoni e hai suonato? Potresti raccontarci brevemente come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica e le tue tappe artistiche fondamentali?

Ciao, grazie a te per l’ interesse nei confronti del mio lavoro! Ho suonato negli anni con una infinità di band come: Chaoswave, Master (Usa), Abomination (Usa), Visions of Atlantis (Austria), Iced Earth (Usa), Cripple Bastards (Italia), Arhythmia e tante altre. Ho mosso i miei primi passi nel mondo musicale quando avevo 14 anni e gradualmente mi sono appassionato sempre più alla batteria e alla musica indipendente. A 18 anni entrai in una band chiamata ABIURA che segnò il mio primo “vero” ingresso nell’ underground isolano: suonammo in tantissimi concerti e registrammo il nostro primo demo. Le cose si fecero ancora più serie quando entrai nei CHAOSWAVE con cui registrai due full lenght e partii in tour Europeo per sette volte, più una data negli stati uniti che saltò perché la band fu arrestata e rimandata in Europa… ma quella è un’altra storia! Questi primi tour all’estero cambiarono per sempre la mia vita e l’idea che avevo del mio futuro: ricordo ancora che durante l’ultimo tour dei Chaoswave, prima di scendere dal tour bus, mi promisi che NON sarebbe stata l’ultima volta che avrei fatto un’esperienza così e che avrei fatto qualunque cosa in mio potere per continuare a vivere quel tipo di esperienze. L’anno successivo i Chaoswave si sciolsero, ma fui subito chiamato da una band chiamata Visions Of Atlantis per il tour Europeo (il loro bassista era il fonico degli tour degli Evergrey) e da quel momento in poi… non sono mai restato per troppo tempo a casa!

Tra le tappe artistiche fondamentali non posso evitare di citare l’esperienza con gli americani ICED EARTH con i quali ho registrato il disco PLAGUES OF BABYLON (uscito per la Major Century media) ed ho fatto tutto il tour estivo e la prima parte del tour mondiale, esperienza molto formativa ed interessante perché quello che era nato come un “gioco” (ho fatto l’audizione senza pensare minimamente che l’avrei passata), mi ha permesso di fare un’esperienza grandissima: mi ha davvero permesso di capire meglio chi sono e cosa voglio dalla vita. Non fu un periodo facile dal punto di vista umano e lavorativo (dover imparare tutta la scaletta in pochissimo tempo e CONTEMPORANEAMENTE lavorare al disco nuovo e scrivere tutte le parti di batteria), ma è stata un’esperienza da cui al giorno d’oggi sono in grado di prendere tutte le cose positive e farne tesoro per il futuro. Da due anni ho l’onore di suonare con i Cripple Bastards: questa per me è senza dubbio una delle cose più belle che mi siano capitate nella mia carriera! Suono della musica che ADORO, con persone con cui mi trovo benissimo ed ho la possibilità di girare il mondo con una band storica, estremamente rispettata nel suo settore… senza contare che io stesso sono fan dei Cripple da quando avevo 18 anni! Attualmente suono anche con la band greca JADED STAR, formata dalla cantante MAXI NIL (Ex Visions of Atlantis), con loro ho registrato il disco “MEMORIES FROM THE FUTURE”.

Quali sono stati i tuoi maestri “reali” e quali quelli dai quali hai tratto ispirazione desunto tecniche e stili tramite lo studio dei metodi o gli ascolti?

Non sono mai stato un “talento naturale” o uno di quelli che impara subito le cose, anzi… Sono stato il batterista più scarso tra i miei amici quando avevo 15 – 18 anni!  Però mi sono impegnato tanto e non ho mai smesso di crederci! Considero il mio primo maestro Giorgio Del Rio, il primo insegnante a tenere a me e non considerarmi come un “bancomat”: il mio rispetto per lui ed il suo lavoro è sempre stato enorme. Successivamente ho potuto studiare con un altro grande della musica sarda che è Daniele Russo: con lui ho potuto approfondire il discorso “tecnico” dello strumento. La svolta però è arrivata qualche anno dopo quando ho deciso di iscrivermi al BATERAS BEAT a San Paolo (Brasile) ed imparare da zero tutta la parte teorica/pratica dello strumento: per questo devo ringraziare il mio mentore Dino Verdade che mi ha insegnato non solo a leggere la musica e solfeggiare, ma mi ha insegnato a trasformare la mia passione nel mio lavoro. Da quel momento in poi ho studiato con tutti i batteristi con cui ho potuto: Aquiles Priester, George Kollias, Fernando Schaefer e tanti altri.

Ci parli brevemente dei progetti live e in studio a cui lavori e collabori al momento?

In questo momento sto suonando con i Cripple Bastards, con i quali stiamo lavorando al disco nuovo e ci prepariamo per il tour giapponese di Settembre e sto suonando con lo storico rocker sardo JOE PERRINO nella sua band Rock/Metal GROG. Anche con i Grog registrerò qualcosa, probabilmente a settembre: sono molto onorato di poter legare il mio nome a quello di Joe Perrino. Suono con la band Greca JADED STAR (capitanata dalla mia cara amica ed eccellente cantante MAXI NIL) con i quali a breve inizieremo il lavoro di arrangiamento dei brani per il disco nuovo. Con loro ho fatto un tour Europeo di supporto ai Moonspell e diverse date tra Grecia e Inghilterra.

Parliamo della tua attività didattica. La prima domanda ricade ovviamente sulla fondazione di Bateras Beat, la prima scuola di batteria della Sardegna. Come nasce l’idea e come sta crescendo ed evolvendo questa iniziativa importantissima per la nostra Isola?

Quando ho avuto modo di studiare batteria in Brasile al BATERAS BEAT sono subito rimasto colpito dall’ ORGANIZZAZIONE della scuola e della didattica. Negli anni avevo sempre preso lezioni private che spesso e volentieri dopo un po’ tendevano a “perdersi” per strada, non capivo dove stavo andando ed essendo una persona parecchio disordinata perdevo i fogli con gli esercizi e molto spesso mi chiedevo se stessi effettivamente progredendo.  Al BATERAS BEAT ho ricominciato da zero con ORDINE e mi sono reso conto che molte basi mi mancavano, non avevo una conoscenza sufficiente della teoria e non avevo una conoscenza sufficiente di tanti ritmi base, senza contare che – oltre ai ritmi rock – non conoscevo nulla! Mi sono trovato così davanti ad una realtà magnifica e mi sono tuffato nello studio come un matto! Anni dopo aver finito tutto il programma BATERAS BEAT ho avuto l’onore di essere incaricato da Dino Verdade di aprire una scuola qui in Sardegna. Dopo qualche cambio di line up ho trovato in Efisio Pregio e Alex Picciau i due collaboratori con cui iniziare questa avventura: attualmente  abbiamo tre scuole e 182 iscritti. Per me insegnare e prendermi cura della scuola è qualcosa di estremamente importante e sono estremamente grato per la fiducia che la gente ripone in noi. Negli ultimi anni abbiamo portato tanti batteristi di fama internazionale per permettere ai Sardi di conoscere da vicino alcuni grandi nomi come: Thomas Lang, Virgil Donati, Dave Lombardo,Igor Cavalera, e tanti altri. A Settembre avremo come ospite la grandissima drummer brasiliana Vera Figueredo.

Parlaci ora del tuo metodo “The Double Bass Massacre”…

Double Bass Massacre è il mio nuovo metodo di doppia cassa che è una fusione di tutto quello che so sull’argomento! Ho messo insieme anni di lezioni con batteristi specialisti , più i miei esercizi e le mie conclusioni su alcuni argomenti che mi davano problemi. E’ un lavoro estremamente onesto su cui ho investito tanto tempo: se volete migliorare la vostra doppia cassa/doppio pedale… prendetene una copia su raphaelsaini.bigcartel.com

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Collabori con dei importanti marchi di strumenti musicali: quali sono e quale è il rapporto che ti lega a loro come artista?

Attualmente collaboro con TAMA, MEINL (10 anni), EVANS, PROMARK, SERIAL DRUMMER, AGAINST CLOTHING. Il rapporto che mi lega ai marchi è sempre un rapporto UMANO, conosco le persone che lavorano nelle aziende personalmente e la correttezza ed il rispetto vengono prima di tutto.  Molta gente non capisce che avere un endorsement non è avere qualcosa gratis ma poter contare sul supporto reale di persone che credono in quello che fai.

7) In quali canali web possiamo trovare delle informazioni su di te e sui tuoi progetti?

Youtube.com/raphaeldrums

Facebook.com/raphaelsainiofficial

Raphaelsaini.net

Una domanda finale che ritengo di fondamentale importanza: cosa consigli a un ragazzo che inizia a suonare la batteria o le percussioni, o a un genitore che vorrebbe che il figlio imparasse uno strumento?

Consiglio di impegnarsi e NON PERDERE TEMPO. Vuoi studiare? Inizia oggi… Vuoi andare da un maestro? Non aspettare per dei mesi, chiamalo oggi! Vuoi entrare in una band? Comincia oggi a cercare dei componenti. Lascia stare Facebook, pokemon vari ed eventuali, Age of Empyres (dove io ho perso purtroppo troppe ore)… Il tempo che si ha da giovani non è paragonabile al tempo che abbiamo da adulti tra lavoro, famiglia etc etc. Ritengo poi che un genitore non debba forzare un figlio a fare nulla, ma al massimo assecondare le sue idee… se vuole suonare bene, altrimenti inutile forzarlo. Consiglio ai ragazzi anche di cercare di imparare a conoscere il settore della musica e non farsi imbambolare dai tanti parolai che ci sono in giro, nessuno può promettere un lavoro o una carriera. Suonate e studiate prima di tutto perché amate suonare, tutto il resto… arriverà con pazienza se sarete attenti e farete le scelte giuste.

Ti ringrazio di cuore per questa intervista: è stato un piacere ed un onore! Ti do un augurio enorme per una carriera sempre più ricca e perché continui ad avere i meritati riconoscimenti per la serietà con cui porti avanti la tua attività di musicista ed insegnante!

Gentilissimi amici, condividete e commentate!!!

Giuberto

LUA Pandeiro: le percussioni artigianali di qualità di Luca Astolfi

Ciao a tutti e bentornati!

Oggi continuiamo a parlare di musica, di percussioni e ancora del pandeiro brasiliano! Vorrei farvi conoscere un giovane musicista ed artigiano di Como, che ho conosciuto casualmente in rete e con il quale ho iniziato a collaborare qualche tempo fa come suonatore di pandeiro. In occasione di uno dei miei scambi di strumenti gli avevo richiesto telefonicamente “un pandeiro leggero”: dopo poche settimane mi era stato recapitato uno strumento fatto apposta per le mie esigenze e che è a dir poco straordinario! Questo “grandissimo ragazzo” si chiama Luca Astolfi e ha fondato il marchio LUA Pandeiro con il quale produce in maniera totalmente artigianale non solo pandeiro brasiliani, ma anche altre percussioni della cultura carioca, come i surdos e i tamborim.

(Riprendo la parentesi già inserita nell’articolo precedente dedicato a Bubi Staffa in modo da chiarire nuovamente a tutti i lettori cosa è il pandeiro: si tratta di un tamburo a cornice tipico della cultura musicale brasiliana, l’unico al mondo ad essere suonato in posizione orizzontale. E’ costituito da una cornice circolare di legno sul quale è tesa una pelle naturale o sintetica e lungo il diametro della cornice vibrano dei piattini metallici)

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Ciao Luca e grazie per aver accettato questa intervista e soprattutto un grazie a titolo personale per sostenermi come percussionista e per comparire come mio sponsor nel mio sito!  Innanzitutto trovo bellissimo il nome LUA che è sintetizza le tue inziali, ma che significa “luna” in portoghese… Iniziamo con le domande… Come e quando è nata la tua passione per la musica brasiliana?

Ciao Atzo, innanzitutto grazie a te per avermi proposto questa intervista. Sono molto felice di poter condividere con i lettori  quello che so e di quello che ho imparato e… inevitabilmente quello che in parte sono.

Tutto è iniziato quando da ragazzino (a circa 13 anni) ho iniziato a frequentare un’accademia di Capoeira, presso l’Associazione Italiana di Capoeira da Angola di Mestre Baixinho. Lì mi si è aperto un mondo che mi ha affascinato e rapito. Ho praticato la Capoeira per circa 8 anni e parallelamente ho iniziato a suonare le percussioni samba. Ho avuto anche la possibilità di frequentare un Workshop con Gilson Siveira, il quale mi ha fatto conoscere le potenzialità di questo fantastico strumento che è il pandeiro.

Cosa ti ha poi spinto a diventare un costruttore di percussioni? Hai imparato da solo o hai frequentato una scuola o dei corsi?

Il mio primo pandeiro veniva dal Brasile, era artigianale ed economico, ma come tutti i pandeiro economici pesava come il piombo… ma mi sono affezionato al suo bel suono! La pesantezza dello strumento di cui disponevo e il costo elevato dei pandeiro professionali mi ha spinto a 19 anni a creare il mio primo pandeiro.

Non esistono corsi in italia per imparare a costruire dei pandeiro. Quindi da buon studente di Facoltà scientifica quale Informatica, ho attuato la reverse engineering al mio pandeiro brasiliano …e poiché ho l’attitudine in parte derivata dalla mia famiglia (fin da mio nonno) ai lavori manuali con metallo e legno, ho potuto realizzare il mio primo pandeiro, un 12 pollici con platinelas in ottone e abafador in ferro. Col senno di poi devo ammettere che era brutto e pesante…. Ma non così brutto e non così pesante da togliermi la voglia di migliorare!

Ogni pezzo dei tuoi strumenti è realizzato a mano… Mediamente quanto tempo può servire per realizzare un pandeiro?

Ovvio che realizzo tutto a mano (ad eccezione della pelle che acquisto da un artigiano), dal taglio delle meccaniche, alla saldatura dei cerchi per i tiranti , alla piegatura e incollaggio del legno.  Purtroppo non posso vivere dalla realizzazione dei pandeiro: in Italia è uno strumento ancora poco conosciuto e non tutti sono disposti a spendere per uno strumento professionale. Quindi nel tempo libero, parallelamente al mio lavoro, riesco a mantenere questa passione. Perciò… potrei impiegare anche due mesi ad ultimare uno strumento!

Tu sei anche un musicista: quanto ritieni importante per un percussionista – oltre i ritmi e le tecniche – la conoscenza delle caratteristiche materiali e costruttive degli strumenti che si suonano? …e quanto credi possa essere significativo saper costruire?

Sicuramente è di aiuto per un musicista conoscere i materiali , i loro pregi, i difetti  e le caratteristiche sonore: in tale modo può aiutare l’artigiano a cui commissiona il “suo” strumento a trovare la combinazione di materiali adatta ad ottenere il suono che ricerca. Ogni musicista si prefigge di ottenere un particolare suono per il proprio strumento: questo ideale timbrico non è di facile descrizione, così il compito del costruttore è quello di studiare come ottenerlo. Per questo non esistono combinazioni fisse per i miei strumenti.

Parliamo di un argomento nevralgico per i percussionisti: la scelta tra pelli naturali e pelli sintetiche? Tu cosa preferisci quando costruisci e quando suoni?

Senza dubbio la pelle naturale,  anche se deve essere riaccordata più spesso.  In alternativa spezzo una lancia in favore delle  pelli Remo:  Renaissance , Fiberskyn e Skyndeep. Soprattutto quest’ultima è una delle migliori invenzioni degli ultimi tempi e particolarmente adatta ai pandeiro.

Pandeiro-evolution-skyndeep-remo

Hai chiamato una serie di pandeiro “Piuma”: probabilmente si tratta dei pandeiro più leggeri che si trovano in circolazione! A chi suona, avere uno strumento così leggero, garantisce minore fatica e pochi rischi di tendinite! Quali sono i materiali con cui realizzi cornice, meccaniche e platinelas?

Ho sempre cercato di realizzare pandeiro leggeri, che suonassero bene e che non costassero tanto. Grazie alle mie conoscenze scientifiche ho potuto studiare la combinazione vincente di materiali e spessori, per ottenere pandeiro leggeri , maneggevoli e bilanciati. La cornice è di multistrato composito di legni leggeri di diverse essenze (pioppo, pino, tanganica), le meccaniche sono di alluminio e acciaio Inox, platinelas e abafador di vari matriali e spessori: ferro,rame, bronzo, ottone, alpacca, alluminio.

Trovo molto interessante il sistema on/off che permette di avere in un unico strumento un pandeiro tradizionale e uno “muto”. Potresti descrivercelo?

Penso tu ti riferisca al sistema Hit-Hat: è una delle mie due principali innovazioni che ho apportato al pandeiro (l’altra è il regolatore di gioco per le platinelas). Si tratta sostanzialmente di un filo che se azionato permette di stoppare le platinelas e quindi rendere muto il pandeiro; al contrario, se rilasciato, le paltinelas ritornano a suonare liberamente. Comunque sul mio canale youtube sono presenti dei video di spiegazione.

Quali sono gli altri strumenti che costruisci?

Principalmente le percussioni brasiliane del samba: surdos, chocalho, quica, repinique, tamborim, ma anche shakers, bodhran e tamburi a cornice.

Ti occupi anche di laboratori musicali e di costruzione di strumenti se non erro… Parlacene brevemente!

Sì, da anni collaboro con l’associazione Parada Par Tucc di Como (www.paradapartucc.it che significa “parata per tutti”) che si occupa di promuovere l’arte in ogni sua forma: ogni anno vengono attivati dei laboratori gratuiti. Io mi occupo del laboratorio di percussioni samba e del laboratorio di costruzione strumenti.

Infine ti chiediamo i link dove possiamo trovare i tuoi recapiti, le schede dei tuoi strumenti e le recensioni!

Beh, c’è l’imbarazzo della scelta: per informazioni visitate pure il mio sito internet www.luapandeiro.com o le mie pagine social G+, Facebook  e il mio canale youtube. Per quanto riguarda le recensioni potete andare sempre sulla pagina Facebook o cercate la mia attività su Google maps.

Grazie mille davvero! Spero di poter suonare ancora altri dei tuoi strumenti e spero che sempre più persone ti conoscano e apprezzino il suono e la qualità delle tue creazioni artigianali!

Sono io che devo ringraziare te per quello che stai facendo, non ci sono molte persone che si dedicano alla divulgazione di informazioni nel mondo delle percussioni!

Grazie per l’attenzione! Commentate e condividete!!! A presto con un nuovo articolo!

Giuberto

Intervista a Bubi Staffa, il re del Pandeiro “Universatile”

Bentornati!

Oggi voglio parlarvi di un musicista italiano che grazie alla sua tecnica e alla sua sensibilità ha elevato il pandeiro brasiliano* a strumento di estrema espressività e versatilità. Vi parlo di Bubi Staffa, autore del magnifico “Metodo per Pandeiro Autodidatta” edito da Volontè e Co.

*(Apro una parentesi per descrivere in pillole cosa è il pandeiro: si tratta di un tamburo a cornice tipico della cultura musicale brasiliana, l’unico al mondo ad essere suonato in posizione orizzontale. E’ costituito da una cornice circolare di legno sul quale è tesa una pelle naturale o sintetica e lungo il diametro della cornice vibrano dei piattini metallici)

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Ciao Bubi! Sei riconosciuto a livello nazionale, e non solo, come uno dei maggiori interpreti del pandeiro moderno. Potresti spiegare a chi legge, in poche parole, che differenza esiste tra il pandeiro suonato con la tecnica moderna e quello suonato con la tecnica tradizionale?

Innanzi tutto grazie di cuore per le belle parole e per avermi concesso questo spazio.

Ciò che differenzia le due tecniche è fondamentalmente il tipo e la posizione dei colpi che vengono portati, mi spiego meglio, la tecnica tradizione nasce e si sviluppa per suonare essenzialmente ritmi che fanno parte della tradizione musicale brasiliana (samba, choro, coco, baiao, frevo, embolada, ecc.) e prevede un numero limitato di colpi portati con determinate parti della mano che percuote lo strumento, ad esempio il suono grave viene suonato esclusivamente dal pollice e lo slap dalla parte alta della mano, in oltre la mano che regge no strumento rimane ferma.

La tecnica moderna invece nasce nei primi anni novanta grazie a Marcos Suzano, che per primo ha intuito le potenzialità dello strumento, ed è stata poi ulteriormente sviluppata negli ultimi anni da Sergio Krakowski. Presenta due caratteristiche particolari che la differenziano dalla tradizionale e che hanno ampliato esponenzialmente le possibilità ritmiche ed espressive dello strumento: tutti i suoni (gravi, slaps e accenti sugli acuti) vengono portati sia con la parte bassa che con quella alta della mano che percuote, ciò da la possibilità di poterli inserire in qualsiasi posizione della “griglia” di ottavi o sedicesimi dando così la possibilità di suonare molteplici melodie ritmiche; la mano che impugna lo strumento diventa il vero motore ritmico dello strumento, ruotando sotto la mano che percuote, è lei che “decide” le velocità, le dinamiche, gli accenti e il tipo di “griglia” dando una notevole spinta e velocità all’esecuzione.

Per le rispettive tecniche in cosa differiscono gli strumenti dal punto di vista costruttivo?

Il pandeiro usato con la tecnica moderna solitamente ha la corsa delle platinelas più corta e la pelle (naturale) più grossa in modo da avere un suono più grave, asciutto e preciso, più adatto a ritmiche “batteristiche”.

Ci parli del tuo pandeiro Officine Quantum (dei quali spero di poter fare una recensione specifica in futuro)?

Il pandeiro che suono nasce dalla collaborazione con Enrico Spiga delle Officine Quantum e dal desiderio comune di creare uno strumento dalla qualità superiore che avesse uno spettro di frequenze specifico per un utilizzo moderno: ha quindi una pelle naturale di capra piuttosto spessa (0,4mm) ma soprattutto delle platinelas dal profilo particolare, di ottone e bronzo termo trattate, con un abafador sovradimensionato in alluminio e con all’interno due tappini di bottiglia martellati. Tutto ciò mi conferisce una pasta, una miscela di frequenze bilanciatissima, gravi profondi e corposi, slaps potenti e aperti e un suono di platinelas perfetto, né troppo squillante e né troppo scuro, ideale per suonare qualsiasi genere musicale. In oltre il fusto, in noce tanganica, è alto 5cm, il che mi conferisce una presa salda e sicura.

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Hai coniato l’aggettivo “universatile” per descrivere il pandeiro…

…esatto, e direi che rende l’idea di quello che questo piccolo tamburo può fare!

Dove hai studiato durante la tua formazione? (scuole e maestri) A parte il pandeiro suoni anche altre percussioni e strumenti in genere?

Quando mi sono avvicinato allo strumento, nel 1999, non esisteva nessuno, o quasi che lo suonasse o lo insegnasse qui in Italia e internet era ancora una cosa piuttosto lontana. Ho cominciato così da solo, con un pandeiraccio pesantissimo rifacendomi alle spiegazioni elementari di un mio amico che aveva visto una volta un percussionista che lo suonava. Capite che in queste condizioni, se non avessi avuto la motivazione (che ho tutt’ora) ad andare avanti avrei mollato dopo tre giorni. Invece, supplendo con la mia logica alle lacune tecniche che avevo e suonando sui dischi di Carlinhos Brown, Jackson do Pandeiro, Gilbero Gil ma soprattutto James Brown e Maceo Packer, piano piano sono riuscito a tirare fuori qualcosa di simile ad una accompagnamento samba prima e funk più tardi. Poi nel 2000 ho ascoltato per la prima volta Marcos Suzano e vidi la luce. Cominciai a cercare di suonare a modo mio, con la mia tecnica auto costruita, quello che faceva lui e in quel modo la sviluppai ulteriormente. Ma tutto cambiò nel 2003 quando partecipai ad un suo seminario a Milano e mi scontrai con la tecnica moderna e soprattutto con il movimento della mano sinistra. Piano piano ho rivisto tutta la mia “proto tecnica” (con la quale ero già in grado di fare cosine carine) e, con notevole fatica, ho imparato ad usare la mano sinistra e portare i colpi con tutte le parti della mano destra, così come avevo visto fare da Suzano. Da allora non mi sono più fermato e ho continuato a progredire e a scoprire sempre nuove soluzioni e possibilità.

Suono solo il pandeiro, posso dire di essere uno specialista. Poi suono anche la chitarra, il basso e il banjo….ma non lo dico a nessuno.

Quali sono stati all’inizio della tua carriera i riferimenti artistici? Chi sono i percussionisti del presente che apprezzi maggiormente? Quali quelli del passato?

Per quello che riguarda il pandeiro, come dicevo qui sopra, i primi che mi hanno “guidato” sono stati Jackson do Pandeiro, Carlinhos Brown e Marcos Suzano, poi è venuto Sergio Krakowski e ascoltandolo e vedendolo in azione ho capito e messo in pratica altre cose. Per quel che riguarda i percussionisti, non essendo io un percussionista, non ne conosco tanti, mi piace piuttosto capire e cercare di riprodurre col pandeiro quello che le percussioni fanno nei vari generi (medio orientale, irlandese, indiano, caraibico, nord americano, jazz ecc.). Anche certi batteristi hanno influenzato il mio modo di suonare come Zigaboo Modeliste dei Meaters o Clyde Stubblenfield di James Brown.

Parliamo del tuo “Metodo per pandeiro autodidatta” corredato da un DVD. Io ho trovato il tuo lavoro estremamente chiaro ed esaustivo. Come nasce questo progetto e come ha preso forma?

Nasce dall’idea di insegnare un metodo di studio il più naturale possibile, basato essenzialmente sull’ascolto e sulla riproduzione prima vocale e poi strumentale dei più svariati ritmi, esattamente come si imparava a suonare prima dell’avvento della notazione e delle scuole di musica moderne, cioè cantando, “dicendo” e imitando quello che poi si sarebbe suonato sullo strumento. Per fare ciò ho sviluppato il metodo “bi-vocale” attraverso il quale intendo il pandeiro come strumento che emette due voci sovrapposte, la prima cioè la griglia dei sedicesimi affidata alla mano che impugna lo strumento, che sta sotto e da la direzione; e la seconda che è ciò che fa la mano destra, che canta che da vita alle varie melodie ritmiche scegliendo e posizionando i colpi che diventano “TUM”, “PA” e “CI” (rispettivamente gravi medi/slaps e accenti acuti) Col mio metodo invito a pensare al pandeiro come strumento attraverso il quale cantare le ritmiche cantare le proprie improvvisazioni, ascoltare e riprodurre, sperimentare. Ritengo questo il modo più semplice e diretto per imparare ad esprimere la propria musicalità, e fino ad ora direi che ha riscosso un buon successo.

bubi-staffa-metodo-per-pandeiro-autodidatta-dvd

Se non sbaglio il metodo è stato tradotto anche in lingua inglese… A che pubblico vuole rispondere?

A settembre uscirà la versione in inglese per tutti i tedeschi, francesi, nord americani, e giapponesi che in questi ultimi tre anni mi hanno chiesto di pensare anche a loro.

Tra le tecniche esposte nel metodo c’è quella della “mano alta”. Da suonatore di musica popolare del sud Italia so dirti che esiste qualcosa di simile nella tecnica del tamburello: “la mano alta” è una tua invenzione o è l’elaborazione di qualcosa già presente nella tradizione panderistica?

Non so se sia una mia invenzione, sta di fatto che la mia mano destra col tempo ha cominciato da sola a comportarsi in modo diverso in certi passaggi molto veloci. Non ho fatto altro che cavalcare l’onda e sviluppare quella che poi ho chiamato tecnica della “mano alta”. In pratica la mano che percuote non sta sullo sullo strumento suonando tutti i colpi, ma rimane leggermente alta (mentre sotto il pandeiro continua a suonare grazie alla rotazione) e scende solo per produrre i gravi, medi o accenti acuti della melodia. Ciò comporta un minor dispendio di energie a favore di una maggior velocità e agilità esecutiva. Io la uso soprattutto per passaggi e grooves molto veloci e per improvvisare.

Potresti dire qualcosa sul “pandeiro muto” del quale sei sublime esecutore?

Si tratta semplicemente di un pandeiro senza platinelas. Non ricordo come il nome “pandeiro muto” sia venuto fuori, sta di fatto che non si tratta affatto di uno strumento muto ma di un pandeiro con una voce propria ben definita e ricca di sfumature. L’ho sentito suonare per la prima volta da Scott Feiner sul suo primo disco e da Krakowski in seguito e sono rimasto colpito dal fascino che esprimeva. Può essere suonato come un pandeiro normale, chiaramente tutto il suono che ne uscirà sarà prodotto solo dalle vibrazioni della pelle per cui può ricordare un bodhran, un rebolo, un atabaque, un surdo, una kanjira, un adufe o un bendir. Ma la vera novità secondo me è data dallo “strisciato” sulla pelle che trasforma il muto in un rullante suonato con le spazzole.

Quali sono i tuoi progetti attuali sia nel live, che nella didattica e anche per quanto riguarda eventuali lavori discografici?

Per quello che riguarda i live suono (come unico “ritmista”) in formazioni di jazz, pop/funk, latin, folk e samba/Bossa Nova. Mi piace spingere il pandeiro sempre più in là, nei più svariati stili e generi musicali. La tecnica moderna mi da la possibilità di avere infinite frecce al mio arco. Recentemente ho musicato dal vivo col pandeiro la proiezione di un film muto di Buster Keaton e sto lavorando con un mio amico chitarrista alla realizzazione di una colonna sonora di un altro film dei primi anni ’20 anche questa suonata rigorosamente dal vivo. In oltre mi interessa molto coniugare il pandeiro alla danza (soprattutto contemporanea), all’Hip Hop e al teatro, sono idee che in futuro cercherò di concretizzare. Per quello che riguarda l’insegnamento continuo a fare corsi on-line su Skype corsi intensivi e workshops in giro per l’Italia. Per ora non ci sono progetti discografici all’orizzonte.

Domanda conclusiva: quali sono i tuoi progetti e le tue ambizioni come musicista? Cosa consigli a chi vorrebbe suonare a livello professionale e inizia da zero con il pandeiro?

La mia ambizione più grande non riguarda me, che comunque mi auguro di suonare il mio strumento sempre di più e sempre meglio, riguarda piuttosto il pandeiro che spero si diffonda sempre di più, soprattutto qui in Italia, dove il concetto di ritmo e percussione è ancora molto (troppo) legato alla batteria e alle percussioni latine, e che venga riconosciuto e apprezzato come strumento a se stante, con una sua storia, una sua voce e un suo specifico impiego. Io nel mio piccolo sto cercando di farlo conoscere il più possibile, ma sento che c’è ancora tanto lavoro da fare.

Potrete trovare materiali e informazioni su Bubi ai seguenti Link: (ti chiedo di aggiungere per favore dei riferimenti)

su facebook come Bubi Staffa

su youtube come bubi staffa dove ho postato vari video che dimostrano l’enorme versatilità del pandeiro

Grazie mille!!!

GRAZIE A TE!!!

Alla prossima cari lettori! Intanto commentate e condividete!

Giuberto

Breve cronaca di un laboratorio didattico

Bentornati!
Vorrei dedicare qualche riga all’ultimo laboratorio didattico che ho tenuto alla  Ludoteca Bimbirimbò di Sestu lo scorso lunedì 20 giugno 2016.

Anche se si è trattato solo dell’ultimo dei numerosi incontri di questo tipo che ho tenuto nel corso degli anni, in questa occasione ho provato una serie di emozioni particolari; l’esperienza mi ha regalato numerosi spunti di riflessione. Come saprete, o come avrete visto sul mio sito, mi occupo di attività per bambini, ragazzi ed adulti nelle quali unisco la promozione della lettura all’avvicinamento al suono e alla musica con lo scopo di sviluppare nei partecipanti le capacità espressive dell’individuo e le sue competenze relazionali.

Il laboratorio si intitolava “Suoni bestiali” e aveva come tematica gli animali e i loro versi: una serie di racconti, canzoni e attività di musica d’insieme portavano i partecipanti a divertirsi con le storie di bestie simpatiche e curiose, a giocare con i materiali di recupero per costruire degli strumenti, a muoversi a ritmo, a cantare e ballare.
I partecipanti… erano solo quattro: tre bimbi di quattro anni e uno di un anno!
Il fatto che gli iscritti fossero così pochi mi ha portato a dover ripensare sul momento il programma previsto e ad andare “a braccio”… Tuttavia il gruppo ristrettissimo mi ha permesso di osservare con attenzione ogni reazione, emozione e gesto. Ognuno dei piccoli ha avuto il tempo e lo spazio per percepire gli stimoli, avvicinarsi e accogliere gli spunti con il giusto tempo, elaborare e interpretare da sè con grande libertà. Sono certo infatti che lo stimolo proposto debba lasciare al destinatario lo spazio e il tempo di adeguata rielaborazione e di libera espressione; il coordinatore deve avere la sensibilità di comprendere e apprezzare ogni risultato e di coglierlo come “una nuova soluzione” alla quale non va dato un giudizio di valore.

lab 1

Piccole mani curiose, inizialmente timide, hanno presto pizzicato le corde della chitarra, frizionato i “guiros” di tubo
corrugato per ottenere il gracidio della rana, picchiato il “cajon”…
Occhi sgranati e sorrisi smaglianti si sono rivelati pian piano, mentre scoprivano la moltitudine di fruscii, schiocchi, battiti, che potevano essere prodotti semplicemente a mani nude…
E poi la voce e la sue espressione, le dinamiche piano/forte/fortissimo…
Contare e camminare, contare e cantare, battere piedi, mani e pancia…
Racconti e canzoni suscitavano partecipazione, interesse e grandi risate!
Mi ha colpito la capacità manuale dei bimbi più grandi: questo è un aspetto che avevo sempre trovato molto carente durante le precedenti esperienze. Stavolta non c’era timore nel maneggiare plastica e carta, nell’impugnare legni e bacchette, ottima poi l’impugnatura nell’uso del nastro adesivo nella costruzione del “tubo del barrito dell’elefante”. Sembrerebbe banale questa osservazione, ma sono davvero sempre di più i piccoli totalmente disabituati a toccare, prendere, piegare, strappare, rompere… per paura di farsi del male, di sporcarsi, di fare danni o di essere rimproverati.

L’ironia non è mai mancata e nonostante fossero pochi e piccoli loro “stavano sempre sul pezzo” anche quando abbiamo suonato il pavimento, l’armadio, le porte e le sedie!
Pure l’aspetto motorio è stato soddisfacente: si muovevano con scioltezza utilizzando con sicurezza tutto lo spazio disponibile. Insomma, bel pomeriggio ricco di soddisfazioni e spunti per il futuro.

lab 3

Un ringraziamento a Stefania Bicchiri per avermi dato la possibilità di tenere questo laboratorio e per le foto.

Vi aspettiamo ai prossimi due appuntamenti che si terranno sempre alla Ludoteca Bimbirimbò lunedì 18 luglio e lunedì 1 agosto.

Commentate e condividete!!!
Grazie mille, a presto!

Giuberto