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Inanna: uno spettacolo per i sensi

Ciao a tutti e ben tornati!

Dopo un periodo di pausa – dovuto al mio trasferimento dalla Sardegna – sono orgoglioso di riprendere le pubblicazioni su questo blog: parto da un nuovo contesto, quello triestino, e sono sicuro di potervi regalare interessanti contributi e tante novità!

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Ripartiamo alla grandissima parlando degli Inanna. Non basta una semplice definizione per descrivere la completezza e la complessità del progetto Inanna. Ho avuto la fortuna di assistere alla serata del 7 febbraio 2017 al Teatro San Giovanni di Trieste: mi è servito qualche giorno perché le sensazioni provate sedimentassero in me e potessi scrivere queste righe. Innanzitutto gli Inanna portano al pubblico uno spettacolo che unisce più linguaggi artistici ed espressivi: musica, teatro, danza, in una performance che avvolge lo spettatore di suoni e visioni. Gli Inanna sono un’esperienza pressoché totale per i nostri sensi.
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Le musiche si presentavano come delle ampie ambientazioni capaci di trascinare i presenti avanti e indietro nel tempo; ovunque, nello spazio reale, in quello fantastico e in quello interiore. Francesco Amerise (canto e strumenti etnici acustici) e Federico Mullner (tastiere, computer e dispositivi elettronici) viaggiavano e vagavano in improvvisazioni che univano in-musica world, ambient, psichedelia, elettronica e tante altre influenze. Si viveva l’incanto di sorvolare terre antiche e lontane, ere perdute, epoche incrostate nel fondo della mente, la meraviglia di saltare nello spazio siderale o in un futuro fantascientifico-artificiale. Si ricadeva poi, come risucchiati, dentro gli spazi angusti del subconscio umano, nel tormento della sua psiche, nei livelli reconditi dei sentimenti e delle paure ancestrali. C’erano voci che sapevano di Tibet, di cattedrali medievali, di picchi montani irraggiungibili, perfino di profondità oceaniche; le percussioni conducevano in Medioriente, ovattate campane richiamavano minuscoli paesi accoccolati in valli distanti. Suoni lisci che sapevano di freschi risvegli sfumavano su ruvidità uditive: c’era una latente sensazione di tensione, di mistero, qualcosa di mistico e onirico, qualcosa di ipnotico e ossessivo.

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Poi, accanto alla musica che attraversava gli elementi della materia e l’intangibile, vi era la visione: le danze e i riti delle due figure in movimento intessevano un dialogo reciproco, una conversazione con la musica, una disputa col respiro e le attese degli spettatori. Emiliano Fantechi (kontakt juggling) era lo sciamano, il sacerdote, il granmaestro: statuario occupava il centro della scena, conduceva la cerimonia del viaggio e della regressione. Il suo era come un leggere nelle sfere di cristallo per intuirvi dei percorsi, pareva poter mescolare i tempi e i pensieri con una sola mano. Lo faceva con gran facilità, con la sicurezza irremovibile di un dio che gioca con vite e anime delle sue creature: il cristallo pareva liquido, fluido, gommoso; i globi diafani erano lenti di una visione che dal dentro portava fuori, e viceversa. Tutto annunciava una scena di sacrificio, tuttavia scampata. Kàartik (dance perfomer), ospite speciale della serata, era invece l’idolo: è apparso come un feticcio, una figura femminile archetipica, ornata a festa, ricolmata di doni e preghiere. Era il suo un incedere denso che univa in una favolosa alchimia danze indiane, mediterranee e danza contemporanea. L’ingresso in scena è stato sensuale, quasi provocatorio, ma progressivamente quel essere mitico ha dato il via alla decostruzione di sé: dapprima ha iniziato a provare pudore – come una simil-Eva da peccato originale – progressivamente ha perso la sua sicurezza e da donna si è spogliata della menzogna per rivelarsi uomo. Infine l’uomo si è ridotto ad una larva senza volto, senza identità, senza libertà; vi era la disperazione di un  grido di tormento – muto – che viene da uno spirito prigioniero del corpo materiale.

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Insomma, quello degli Inanna è uno spettacolo al quale non si assiste abitualmente: richiede immedesimazione, stimola l’immaginazione, coinvolge profondamente, ci chiama a riflettere.

Grazie per l’attenzione: commentate e condividete! Al prossimo articolo!

Giuberto

Giorgio Del Rio: percussionista e batterista con l’Africa nell’anima.

Ciao e bentornati!!!

Continua la serie di articoli-intervista che su questo mio blog sto dedicando a musicisti e band. Oggi vi presento Giorgio del Rio. Batterista e percussionista, ritengo Giorgio una personalità “storica” dell’ambiente musicale sardo, visto il suo percorso formativo, artistico e per le sue attività didattiche che si snodano a cavallo tra la musica occidentale/rock più “pesante” e quella più autentica dell’Africa nera, con  esperienze che si aprono ad ambiti altrettanto differenti come il reggae e il musical. Ma parliamo direttamente con lui…

Ciao Giorgio, grazie per la tua disponibilità! Io ti ho conosciuto anni fa come batterista metal-progressive (Red Crystal), poi come batterista reggae (Zaman), come percussionista in vari progetti (Guney Africa, Almamediterranea) e infine ad accompagnare dei lavori complessi, a cavallo tra teatro e musica (Serendip)… Probabilmente ignoro qualche altra tua esperienza importante. Innanzi tutto potresti raccontarci brevemente le tue tappe artistiche fondamentali?

Ciao a tutti voi che leggete e grazie a te per avermi contattato! Veniamo subito a noi: ho iniziato a suonare la batteria nel 1980 e dopo qualche anno ho capito che era necessario studiare, quindi decisi di prendere lezioni da un grande batterista dell’epoca, Augusto Luridiana. Contemporaneamente sono entrato a far parte di una band metal con la quale registrai un disco e feci delle date in Italia; finito il periodo metal entrai a far parte dei Red Crystal: quel periodo fu caratterizzato da una intensa attività live. La mia curiosità mi spinse a cercare le origini del ritmo e nel 1999 ebbi la fortuna di conoscere un grande maestro di percussioni: Sena M’Baye,  all’epoca primo percussionista del balletto nazionale senegalese… Così iniziai la mia avventura africana! Quasi per caso conobbi Momar Gaye, cantante e percussionista che mi coinvolse nel suo progetto di afro reggae degli Zaman: furono anni meravigliosi fatti di tanti concerti in giro per la Sardegna e qualche data in Italia. Insieme a Momar ed altri otto percussionisti demmo vita inoltre ad un gruppo etnico tradizionale chiamato Guney Africa; dopo circa sette anni passati con gli Zaman entrai a suonare negli Almamediterranea, formazione storica cagliaritana con la quale ho passato cinque anni ricchi di concerti e soddisfazioni. Nel 2012 conobbi Manuel Cossu che mi propose di far parte di un suo progetto musicale inedito, veramente intrigante e particolare,  che coinvolge quattro cantanti ed altrettanti musicisti: questo è attualmente il mio progetto principale, i Serendip.

 Giorgio del Rio (djembe)

So che hai studiato in Senegal e in altri Paesi africani le tecniche e i ritmi tradizionali. Ci racconti qualcosa? Qual è stato l’impatto con la loro cultura? Quale è la loro reazione nei confronti di uno “straniero” che vuole imparare le loro musiche e le loro tradizioni?

Come accennato prima, ho avuto la fortuna di conoscere Sena M’Baye, un grandissimo percussionista che dopo qualche anno di studi qua in Italia mi portò a casa sua in Senegal: ricordo ancora oggi l’emozione del primo viaggio, fu fantastico! Fui accolto benissimo dalla sua famiglia (sua madre e suo padre facevano parte del balletto nazionale a Dakar) e mi trovai benissimo, tanto che rientrato in Italia non vedevo l’ora di ripartire. Negli anni successivi tornai a Dakar ed ogni anno avevo la fortuna di studiare con uno dei più grandi percussionisti senegalesi, Mahamadou Fal Khoulè, un vero maestro sia di percussioni che di vita! Nel 2005 ebbi l’occasione di studiare in Burkina Faso con Sekou Dembelè e conoscere la realtà di un altro Paese dell’Africa dell’ovest. Nel 2007 feci un altro viaggio di studi, ma questa volta in Guinea, dove ho avuto l’onore di studiare con Yamoussa Camarà nella meravigliosa isola di Tamarà, esperienza così bella che ho ripetuto nel 2008 e 2012.

Parliamo della tua attività didattica…

L’anno 2000 fu caratterizzato dai primi corsi sia di batteria che di percussioni. Capii che era giusto trasmettere le mie esperienze e informazioni e così inaugurai il primo corso di percussioni presso la scuola di danza Afrodanza, iniziando così una meravigliosa collaborazione con Donatella Padiglione, coinvolgendo Momar Gaye come insegnante di danza. Attualmente insegno nella mia sala privata sia percussioni che batteria e in questi anni ho avuto alcuni allievi che poi sono diventati bravissimi, cito tra tutti Raphael Saini tra i batteristi, Davide Madeddu e Andrea Alberton tra i percussionisti. In estate fermo i corsi che riprendo nei primi giorni di ottobre. Per chi fosse interessato può contattarmi al 3470091730 (piccolo spazio pubblicità!)

Quali sono i progetti live e discografici in cantiere?

Attualmente suono in quattro gruppi: Serendip (progetto di brani inediti) con il quale ho registrato un ep, con la cover band MP4 (band della quale fanno parte quattro musicisti dei Serendip), con Legend (tributo a Marley), gruppo del quale fanno parte Momar Gaye ed altri musicisti degli Zaman ed infine con i Guney Africa! Insomma, non mi annoio!!!!

Cosa consigli a un ragazzo che inizia a suonare la batteria o le percussioni?

La prima cosa che suggerisco è di pensare alla musica come un’espressione personale e quindi ovviamente cercare di imparare questa vera e propria lingua universale! Questo significa studiare per poter esprimersi al meglio e divertirsi poi: come dice il proverbio, “se sono rose fioriranno” , insomma non pensare alla musica come un lavoro ma come fonte di gioia!

Giorgio del Rio (drums)

Domanda finale da “ascoltatore medio” (faccio spesso una domanda da ascoltatore medio!!!): senti di essere più un “batterista” o un “percussionista”? …e in ogni caso: quanto la tecnica e il modo di pensare da batterista influenza il modo di approcciarti alle percussioni e viceversa?

Per quanto riguarda la prima domanda sarebbe come chiedere “quale figlio ami di più?” Suonare la batteria è meraviglioso come suonare le percussioni! Sono molto fortunato perché sono riuscito ad amare in egual modo le due tecniche. E’ innegabile poi il fatto che suonare le percussioni mi abbia migliorato tantissimo come batterista aprendo la mente a soluzioni ritmiche veramente interessanti e, viceversa, ho potuto sfruttare pienamente la tecnica di uso dei polsi suonando le percussioni.

Benissimo! Ti ringrazio per questa intervista: spero che il tuo percorso artistico prosegua arricchendosi ulteriormente e che molte persone conoscano la tua arte e soprattutto imparino il tuo modo di vivere la musica!

Ecco come contattare Giorgio e avere maggiori info sui suoi progetti:

Facebook: Giorgio Del Rio

Yotube : Giorgio Del Rio

Sito internet www.theserendip.it

E-mail: joedelrio@virgilio.it

 

Cari lettori, vi saluto e vi chiedo di condividere e commentare!!!

A presto!

Giuberto

Raphael Saini: il batterista con il rock nell’anima

Ciao e bentornati!!!

Oggi voglio presentarvi Raphael Saini, eccellente batterista, figura di spicco a livello regionale, nazionale e internazionale, non solo per la sua carriera strettamente live e discografica, ma anche per le sue iniziative di tipo didattico. Ma parliamone direttamente con lui…

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Ciao Raphael, grazie per la tua disponibilità! Sei noto oramai da anni come batterista di band di risonanza nazionale e internazionale. In quali ambiti musicali suoni e hai suonato? Potresti raccontarci brevemente come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica e le tue tappe artistiche fondamentali?

Ciao, grazie a te per l’ interesse nei confronti del mio lavoro! Ho suonato negli anni con una infinità di band come: Chaoswave, Master (Usa), Abomination (Usa), Visions of Atlantis (Austria), Iced Earth (Usa), Cripple Bastards (Italia), Arhythmia e tante altre. Ho mosso i miei primi passi nel mondo musicale quando avevo 14 anni e gradualmente mi sono appassionato sempre più alla batteria e alla musica indipendente. A 18 anni entrai in una band chiamata ABIURA che segnò il mio primo “vero” ingresso nell’ underground isolano: suonammo in tantissimi concerti e registrammo il nostro primo demo. Le cose si fecero ancora più serie quando entrai nei CHAOSWAVE con cui registrai due full lenght e partii in tour Europeo per sette volte, più una data negli stati uniti che saltò perché la band fu arrestata e rimandata in Europa… ma quella è un’altra storia! Questi primi tour all’estero cambiarono per sempre la mia vita e l’idea che avevo del mio futuro: ricordo ancora che durante l’ultimo tour dei Chaoswave, prima di scendere dal tour bus, mi promisi che NON sarebbe stata l’ultima volta che avrei fatto un’esperienza così e che avrei fatto qualunque cosa in mio potere per continuare a vivere quel tipo di esperienze. L’anno successivo i Chaoswave si sciolsero, ma fui subito chiamato da una band chiamata Visions Of Atlantis per il tour Europeo (il loro bassista era il fonico degli tour degli Evergrey) e da quel momento in poi… non sono mai restato per troppo tempo a casa!

Tra le tappe artistiche fondamentali non posso evitare di citare l’esperienza con gli americani ICED EARTH con i quali ho registrato il disco PLAGUES OF BABYLON (uscito per la Major Century media) ed ho fatto tutto il tour estivo e la prima parte del tour mondiale, esperienza molto formativa ed interessante perché quello che era nato come un “gioco” (ho fatto l’audizione senza pensare minimamente che l’avrei passata), mi ha permesso di fare un’esperienza grandissima: mi ha davvero permesso di capire meglio chi sono e cosa voglio dalla vita. Non fu un periodo facile dal punto di vista umano e lavorativo (dover imparare tutta la scaletta in pochissimo tempo e CONTEMPORANEAMENTE lavorare al disco nuovo e scrivere tutte le parti di batteria), ma è stata un’esperienza da cui al giorno d’oggi sono in grado di prendere tutte le cose positive e farne tesoro per il futuro. Da due anni ho l’onore di suonare con i Cripple Bastards: questa per me è senza dubbio una delle cose più belle che mi siano capitate nella mia carriera! Suono della musica che ADORO, con persone con cui mi trovo benissimo ed ho la possibilità di girare il mondo con una band storica, estremamente rispettata nel suo settore… senza contare che io stesso sono fan dei Cripple da quando avevo 18 anni! Attualmente suono anche con la band greca JADED STAR, formata dalla cantante MAXI NIL (Ex Visions of Atlantis), con loro ho registrato il disco “MEMORIES FROM THE FUTURE”.

Quali sono stati i tuoi maestri “reali” e quali quelli dai quali hai tratto ispirazione desunto tecniche e stili tramite lo studio dei metodi o gli ascolti?

Non sono mai stato un “talento naturale” o uno di quelli che impara subito le cose, anzi… Sono stato il batterista più scarso tra i miei amici quando avevo 15 – 18 anni!  Però mi sono impegnato tanto e non ho mai smesso di crederci! Considero il mio primo maestro Giorgio Del Rio, il primo insegnante a tenere a me e non considerarmi come un “bancomat”: il mio rispetto per lui ed il suo lavoro è sempre stato enorme. Successivamente ho potuto studiare con un altro grande della musica sarda che è Daniele Russo: con lui ho potuto approfondire il discorso “tecnico” dello strumento. La svolta però è arrivata qualche anno dopo quando ho deciso di iscrivermi al BATERAS BEAT a San Paolo (Brasile) ed imparare da zero tutta la parte teorica/pratica dello strumento: per questo devo ringraziare il mio mentore Dino Verdade che mi ha insegnato non solo a leggere la musica e solfeggiare, ma mi ha insegnato a trasformare la mia passione nel mio lavoro. Da quel momento in poi ho studiato con tutti i batteristi con cui ho potuto: Aquiles Priester, George Kollias, Fernando Schaefer e tanti altri.

Ci parli brevemente dei progetti live e in studio a cui lavori e collabori al momento?

In questo momento sto suonando con i Cripple Bastards, con i quali stiamo lavorando al disco nuovo e ci prepariamo per il tour giapponese di Settembre e sto suonando con lo storico rocker sardo JOE PERRINO nella sua band Rock/Metal GROG. Anche con i Grog registrerò qualcosa, probabilmente a settembre: sono molto onorato di poter legare il mio nome a quello di Joe Perrino. Suono con la band Greca JADED STAR (capitanata dalla mia cara amica ed eccellente cantante MAXI NIL) con i quali a breve inizieremo il lavoro di arrangiamento dei brani per il disco nuovo. Con loro ho fatto un tour Europeo di supporto ai Moonspell e diverse date tra Grecia e Inghilterra.

Parliamo della tua attività didattica. La prima domanda ricade ovviamente sulla fondazione di Bateras Beat, la prima scuola di batteria della Sardegna. Come nasce l’idea e come sta crescendo ed evolvendo questa iniziativa importantissima per la nostra Isola?

Quando ho avuto modo di studiare batteria in Brasile al BATERAS BEAT sono subito rimasto colpito dall’ ORGANIZZAZIONE della scuola e della didattica. Negli anni avevo sempre preso lezioni private che spesso e volentieri dopo un po’ tendevano a “perdersi” per strada, non capivo dove stavo andando ed essendo una persona parecchio disordinata perdevo i fogli con gli esercizi e molto spesso mi chiedevo se stessi effettivamente progredendo.  Al BATERAS BEAT ho ricominciato da zero con ORDINE e mi sono reso conto che molte basi mi mancavano, non avevo una conoscenza sufficiente della teoria e non avevo una conoscenza sufficiente di tanti ritmi base, senza contare che – oltre ai ritmi rock – non conoscevo nulla! Mi sono trovato così davanti ad una realtà magnifica e mi sono tuffato nello studio come un matto! Anni dopo aver finito tutto il programma BATERAS BEAT ho avuto l’onore di essere incaricato da Dino Verdade di aprire una scuola qui in Sardegna. Dopo qualche cambio di line up ho trovato in Efisio Pregio e Alex Picciau i due collaboratori con cui iniziare questa avventura: attualmente  abbiamo tre scuole e 182 iscritti. Per me insegnare e prendermi cura della scuola è qualcosa di estremamente importante e sono estremamente grato per la fiducia che la gente ripone in noi. Negli ultimi anni abbiamo portato tanti batteristi di fama internazionale per permettere ai Sardi di conoscere da vicino alcuni grandi nomi come: Thomas Lang, Virgil Donati, Dave Lombardo,Igor Cavalera, e tanti altri. A Settembre avremo come ospite la grandissima drummer brasiliana Vera Figueredo.

Parlaci ora del tuo metodo “The Double Bass Massacre”…

Double Bass Massacre è il mio nuovo metodo di doppia cassa che è una fusione di tutto quello che so sull’argomento! Ho messo insieme anni di lezioni con batteristi specialisti , più i miei esercizi e le mie conclusioni su alcuni argomenti che mi davano problemi. E’ un lavoro estremamente onesto su cui ho investito tanto tempo: se volete migliorare la vostra doppia cassa/doppio pedale… prendetene una copia su raphaelsaini.bigcartel.com

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Collabori con dei importanti marchi di strumenti musicali: quali sono e quale è il rapporto che ti lega a loro come artista?

Attualmente collaboro con TAMA, MEINL (10 anni), EVANS, PROMARK, SERIAL DRUMMER, AGAINST CLOTHING. Il rapporto che mi lega ai marchi è sempre un rapporto UMANO, conosco le persone che lavorano nelle aziende personalmente e la correttezza ed il rispetto vengono prima di tutto.  Molta gente non capisce che avere un endorsement non è avere qualcosa gratis ma poter contare sul supporto reale di persone che credono in quello che fai.

7) In quali canali web possiamo trovare delle informazioni su di te e sui tuoi progetti?

Youtube.com/raphaeldrums

Facebook.com/raphaelsainiofficial

Raphaelsaini.net

Una domanda finale che ritengo di fondamentale importanza: cosa consigli a un ragazzo che inizia a suonare la batteria o le percussioni, o a un genitore che vorrebbe che il figlio imparasse uno strumento?

Consiglio di impegnarsi e NON PERDERE TEMPO. Vuoi studiare? Inizia oggi… Vuoi andare da un maestro? Non aspettare per dei mesi, chiamalo oggi! Vuoi entrare in una band? Comincia oggi a cercare dei componenti. Lascia stare Facebook, pokemon vari ed eventuali, Age of Empyres (dove io ho perso purtroppo troppe ore)… Il tempo che si ha da giovani non è paragonabile al tempo che abbiamo da adulti tra lavoro, famiglia etc etc. Ritengo poi che un genitore non debba forzare un figlio a fare nulla, ma al massimo assecondare le sue idee… se vuole suonare bene, altrimenti inutile forzarlo. Consiglio ai ragazzi anche di cercare di imparare a conoscere il settore della musica e non farsi imbambolare dai tanti parolai che ci sono in giro, nessuno può promettere un lavoro o una carriera. Suonate e studiate prima di tutto perché amate suonare, tutto il resto… arriverà con pazienza se sarete attenti e farete le scelte giuste.

Ti ringrazio di cuore per questa intervista: è stato un piacere ed un onore! Ti do un augurio enorme per una carriera sempre più ricca e perché continui ad avere i meritati riconoscimenti per la serietà con cui porti avanti la tua attività di musicista ed insegnante!

Gentilissimi amici, condividete e commentate!!!

Giuberto

AgorA’ – il duo “cantautorale elettronico” e il loro primo disco

“E tu spediscimi… lontano dove non posso fare danni 
forse sull’isola…
dove ci sono marinai poeti assassini e di guai,
ne han già visto tanti…
forse sull’isola… “

Ciao a tutti e bentornati!

In questo mio nuovo articolo voglio presentarvi un progetto musicale davvero interessante per diversi aspetti. Il duo “Agorà” nasce nel 2014 dallo scioglimento della rock-band VAR (durante la loro carriera hanno fatto in diverse occasioni da gruppo spalla per: Linea 77, Meganoidi, Almamegretta, Omar Pedrini, Francesco Sarcina, Radici nel Cemento, Negrita). Walter Pinna (voce e chitarra acustica) e Cristian Sarigu (tastiere, basi elettroniche, suoni e sinth) si sono uniti per dar vita a nuove esplorazioni sonore. Distaccati dalla logica della band in senso stretto, dai suoi suoni, dai suoi strumenti e dalla gestione di un numero maggiore di componenti, gli Agorà si dedicano in duo al genere che loro stessi definiscono “cantautorato elettronico”. Il loro primo disco è intitolato appunto “Agorà”, presenta otto tracce e già ad un primo ascolto colpisce per il carattere singolare, per le particolari commistioni sonore e per le influenze stilistiche. Per capire meglio questo lavoro ho parlato con Walter…

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Ciao Walter! Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro CD! Quali sono i caratteri della vostra musica, le influenze e gli obiettivi?

La nostra è una musica fondamentalmente intimistica e profonda dal punto di vista dei testi e delle atmosfere, ma a questa dimensione più raccolta e acustica (che viene evidenziata dalla voce e dalla chitarra), accostiamo suoni elettronici, suoni sintetizzati e ritmiche incalzanti.

Quali sono le vostre influenze? …mi colpisce la vostra pasta sonora data dal calore della voce, dal suono naturale della chitarra acustica e dall’elettronica che fa loro da involucro e da binario…

Sicuramente per la scrittura l’ispirazione deriva dai cantautori italiani, in particolare da Fabrizio de André, del quale abbiamo inserito nel CD una “Disamistade” rivisitata secondo il nostro stile. Non mancano poi altri artisti contemporanei tra cui Max Gazzé, Nicolò Fabi, Daniele Silvestri e anche vari cantanti e band del rock italiano. Nelle parti elettroniche di Cristian trasudano riferimenti come i Subsonica, i Depeche Mode e anche grandi tastieristi che hanno tracciato la storia del rock come Jon Lord dei Deep Purple e John Paul Jones dei Led Zeppelin.

Personalmente percepisco nel vostro disco l’eco di molta musica degli anni Ottanta, una vaga aria dei Tiromancino e di una certa produzione di Franco Battiato! Ma come avviene la fase compositiva, Walter?

Generalmente compongo da solo musica e testi, lo faccio in momenti di estremo raccoglimento personale in cui mi isolo da tutto il resto. I testi non sono mai banali, anzi spesso trattano tematiche molto forti, per esempio “Vane Ovulazioni”… I grandi cantautori mi stimolano in questa necessità di parlare di argomenti importanti e di dar voce a sentimenti profondi e talvolta complessi. In una seconda fase interviene Cristian che con la potenza dell’elettronica aggiunge tappeti, suoni e beat: il suo è un apporto davvero importante anche perché corregge, arrangia e caratterizza definitivamente la fisionomia dei brani. Basta pensare alla serrata pulsazione drum & bass di “Principio della Lava”…

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Potresti dire due parole sulla scelta del nome Agorà?

Il nome “Agorà” vuole richiamare l’immagine di una grande piazza ricoperta da tantissime mattonelle: sotto ognuna di queste ci sono canzoni e sonorità sempre diverse che dobbiamo scoprire.

Dove possiamo trovare del materiale su di voi?

Innanzitutto sulla nostra pagina facebook AgorA’

Inoltre su youtube potrete trovare tre nostri videoclip: Principio della Lava, Vane Ovulazioni e Forse sull’Isola.

Grazie per averci parlato di questo vostro interessante lavoro!

Anche per questa volta è tutto! Vi invito a condividere e commentare questo articolo e a cercare il CD degli Agorà!

A presto,

Giuberto

“In my Mind”: il nuovo album dei Caribeasts

Ciao a tutti e benvenuti ancora una volta sul mio blog!

L’articolo di oggi è dedicato all’album “In My Mind” del duo strumentale The Caribeasts composto da Michele Sestu al pianoforte e da Stefano Di Carlo alle percussioni. Il nome stesso della band descrive pienamente il carattere della musica e le sonorità di questo lavoro: abbiamo a che fare con dei musicisti “maledettamente” capaci ed espressivi che si muovono nell’ambito della musica che possiamo molto ampiamente definire “latin”. Perché ascoltare questo disco? Beh, i motivi sono tanti! Innanzitutto per gli appassionati delle atmosfere Sud Americane e Caraibiche, questo è un concentrato di evocazioni, atmosfere, riferimenti che non deluderà affatto. Per chi ascolta con orecchio critico c’è da restare stupiti dalla bravura di Michele e di Stefano: ritmi intensi, mai troppo carichi e ripetitivi, melodie fortemente evocative capaci di rapire la nostra mente e di farla viaggiare in luoghi lontani. Ma siamo – fortunatamente – davvero lontani dalla stucchevolezza e dalla banalità dei cliché che caratterizzano una buona parte di lavori “qualunquisti”, anni luce distanti rispetto a quei dischi e a quelle formazioni che attingono a piene mani pattern, modi e strutture d’area afro-caraibica e le assemblano insieme senza attenzione e senso. I The Caribeasts si esprimono in un modo totalmente diverso dallo pseudo latino-americano urlato e standardizzato che viene propinato dalle radio commerciali.

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In My Mind” condensa in nove tracce colori e sapori sonori caldi e coinvolgenti, lo fa attraverso una rielaborazione unica che rivela il carattere, il gusto, la formazione e l’esperienza dei due musicisti. Un duo sardo che richiama l’Oltreoceano, ma che fa sentire anche la sua voce personale. Stilisticamente emerge il tocco Classico del piano, ma anche il riferimento a generi più europei e a noi vicini riscontrabili nel gusto leggero di “No More” o quello più retrò di “Waltz For You” e di “Bahamas”. L’apparato ritmico non fa una piega: preciso ed efficace, mai carente, mai troppo esuberante. In primo piano sono le congas che specie in “Limbolumbia” svolgono una funzione melodica attraverso il dialogo e l’intreccio con il pianoforte. Stupendo l’uso elegante di altri strumenti a percussione che sostengono, decorano, ma non sporcano. Insomma, stupirà l’equilibrio di questo duo; è un duo che colpisce, nella sua essenzialità, per la sua completezza.

Ora passiamo a delle brevissime domande ai The Caribeasts: Michele Sestu e Stefano Di Carlo. Ciao ragazzi, grazie per la vostra disponibilità e complimenti sinceri per questo vostro lavoro. Innanzitutto vi chiedo due parole su di voi, la vostra formazione ed esperienza e sul progetto The Caribeasts.

Perché il titolo “In My Mind” e, per chi legge, potreste definire meglio il genere della vostra musica?

In My Mind è il titolo del primo brano composto da Michele per i The Caribeasts. È un titolo significativo che riassume il motto compositivo del pianista Michele Sestu, ovvero: “Se suona bene nella mia mente, suonerà bene ovunque”. Abbiamo voluto dare questo titolo anche al primo album, in quanto contiene musica che rispecchia questo motto. Il nostro genere musicale é il jazz caraibico, del quale ci consideriamo pionieri e forse inventori. Si tratta di un tipo di musica che ingloba i generi musicali di tutti i Caraibi, sviluppati e conditi con alcune particolarità tipiche del linguaggio jazz.

Come è avvenuta la fase compositiva e chi si è occupato delle registrazioni?

Inizialmente, i primi brani sono stati composti da Michele al piano, con indicazioni di massima sul ruolo delle percussioni, in modo da lasciare un abbondante margine tecnico-espressivo a Stefano. Ultimamente, con l’acquisizione di nuove capacità da parte di entrambi, sta avvenendo anche il contrario. Ne è un esempio “Verraco Loco”, la cui idea compositiva è attribuibile interamente al percussionista Stefano Di Carlo, sebbene il pianoforte ha mantenuto un ampio margine di intervento. In fin dei conti, ognuno di noi due compone la propria parte, che é strettamente interconnessa alla parte dell’altro, anche grazie a un espediente unico, quale la particolare accordatura del set di percussioni. Il risultato è una musica composta da un unico compositore con due menti e quattro, anzi sei braccia (il mostro / bestia dei Caraibi … the caribeasts). La musica del primo album è stato registrato da Pierpaolo Meloni, Audiostudio, a Sestu, con cui abbiamo in progetto di registrare un EP interamente in analogico.

A proposito di interconnessione; alcune persone, hanno notato, che dal vivo nessuno di voi due stacca il tempo. Come fate?

Anche questa è una nostra caratteristica di unicità. Si tratta di un’evoluzione delle tecniche di direzione d’orchestra, applicate alla nostra formazione di due elementi, senza peraltro avere il direttore d’orchestra. Mi spiego meglio: i direttori d’orchestra, quelli bravi, difficilmente staccano il tempo gesticolando nel vuoto prima dell’inizio di un brano, eppure riescono a far attaccare decine, se non centinaia di orchestrali simultaneamente, con enorme sicurezza e con la velocità corretta. Come fanno? Bene, osservateli e capirete.

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Quali spazi accolgono la vostra musica qui in Sardegna? Avete anche degli appuntamenti altrove?

Il nostro show é adatto alle sale dotate almeno di un pianoforte acustico. Questo é il nostro unico requisito. A Cagliari ci sono alcuni locali adatti, sia per la dotazione del pianoforte che per il connubio col nostro genere che, sottolineiamo, é unico. Abbiamo suonato per l’inaugurazione della lodevole iniziativa “Un pianoforte per Cagliari” e in alcuni dei locali sopra menzionati. Confidiamo di fissare un appuntamento ricorrente in uno di questi locali a partire da settembre del 2016, una sorta di esclusiva. Per quanto riguarda l’estero, stiamo cercando di suscitare l’interesse di una major, di cui adesso non possiamo divulgare ulteriori dettagli, in modo da unire la stagione concertistica alla produzione discografica. Del resto possiamo contare su un repertorio di trenta brani originali, nonché di un album già prodotto, pronto per la commercializzazione.

Domanda da “ascoltatore medio”: perché un duo strumentale e nessuna parte vocale?

Perché la musica è capace di comunicare più delle parole. Ovvero, la comunicazione mediata dalle parole, essendo una forma di comunicazione denotativa, obbliga l’ascoltatore a percepire un significato preconfezionato da cui non c’è via di scampo. La musica strumentale, essendo una forma di espressione connotativa, permette di trasmettere il senso, l’archetipo della sensazione, che ogni ascoltatore percepisce a livello inconscio e ne trae un risultato sensoriale proprio e immediato. In questo modo, la musica pura, strumentale, è di più facile percezione del cantato, anche se molti sono convinti del contrario.

Quali sono i canali nei quali poter trovare delle informazioni sulla vostra musica e sui concerti?

Abbiamo un sito web: www.thecaribeasts.com e la pagina facebook ufficiale.

Grazie di cuore ragazzi!

Cari lettori, non perdetevi dunque “In my Mind dei The Caribeasts” e i loro live!

Commentate e condividete!

Alla prossima,

Giuberto

LUA Pandeiro: le percussioni artigianali di qualità di Luca Astolfi

Ciao a tutti e bentornati!

Oggi continuiamo a parlare di musica, di percussioni e ancora del pandeiro brasiliano! Vorrei farvi conoscere un giovane musicista ed artigiano di Como, che ho conosciuto casualmente in rete e con il quale ho iniziato a collaborare qualche tempo fa come suonatore di pandeiro. In occasione di uno dei miei scambi di strumenti gli avevo richiesto telefonicamente “un pandeiro leggero”: dopo poche settimane mi era stato recapitato uno strumento fatto apposta per le mie esigenze e che è a dir poco straordinario! Questo “grandissimo ragazzo” si chiama Luca Astolfi e ha fondato il marchio LUA Pandeiro con il quale produce in maniera totalmente artigianale non solo pandeiro brasiliani, ma anche altre percussioni della cultura carioca, come i surdos e i tamborim.

(Riprendo la parentesi già inserita nell’articolo precedente dedicato a Bubi Staffa in modo da chiarire nuovamente a tutti i lettori cosa è il pandeiro: si tratta di un tamburo a cornice tipico della cultura musicale brasiliana, l’unico al mondo ad essere suonato in posizione orizzontale. E’ costituito da una cornice circolare di legno sul quale è tesa una pelle naturale o sintetica e lungo il diametro della cornice vibrano dei piattini metallici)

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Ciao Luca e grazie per aver accettato questa intervista e soprattutto un grazie a titolo personale per sostenermi come percussionista e per comparire come mio sponsor nel mio sito!  Innanzitutto trovo bellissimo il nome LUA che è sintetizza le tue inziali, ma che significa “luna” in portoghese… Iniziamo con le domande… Come e quando è nata la tua passione per la musica brasiliana?

Ciao Atzo, innanzitutto grazie a te per avermi proposto questa intervista. Sono molto felice di poter condividere con i lettori  quello che so e di quello che ho imparato e… inevitabilmente quello che in parte sono.

Tutto è iniziato quando da ragazzino (a circa 13 anni) ho iniziato a frequentare un’accademia di Capoeira, presso l’Associazione Italiana di Capoeira da Angola di Mestre Baixinho. Lì mi si è aperto un mondo che mi ha affascinato e rapito. Ho praticato la Capoeira per circa 8 anni e parallelamente ho iniziato a suonare le percussioni samba. Ho avuto anche la possibilità di frequentare un Workshop con Gilson Siveira, il quale mi ha fatto conoscere le potenzialità di questo fantastico strumento che è il pandeiro.

Cosa ti ha poi spinto a diventare un costruttore di percussioni? Hai imparato da solo o hai frequentato una scuola o dei corsi?

Il mio primo pandeiro veniva dal Brasile, era artigianale ed economico, ma come tutti i pandeiro economici pesava come il piombo… ma mi sono affezionato al suo bel suono! La pesantezza dello strumento di cui disponevo e il costo elevato dei pandeiro professionali mi ha spinto a 19 anni a creare il mio primo pandeiro.

Non esistono corsi in italia per imparare a costruire dei pandeiro. Quindi da buon studente di Facoltà scientifica quale Informatica, ho attuato la reverse engineering al mio pandeiro brasiliano …e poiché ho l’attitudine in parte derivata dalla mia famiglia (fin da mio nonno) ai lavori manuali con metallo e legno, ho potuto realizzare il mio primo pandeiro, un 12 pollici con platinelas in ottone e abafador in ferro. Col senno di poi devo ammettere che era brutto e pesante…. Ma non così brutto e non così pesante da togliermi la voglia di migliorare!

Ogni pezzo dei tuoi strumenti è realizzato a mano… Mediamente quanto tempo può servire per realizzare un pandeiro?

Ovvio che realizzo tutto a mano (ad eccezione della pelle che acquisto da un artigiano), dal taglio delle meccaniche, alla saldatura dei cerchi per i tiranti , alla piegatura e incollaggio del legno.  Purtroppo non posso vivere dalla realizzazione dei pandeiro: in Italia è uno strumento ancora poco conosciuto e non tutti sono disposti a spendere per uno strumento professionale. Quindi nel tempo libero, parallelamente al mio lavoro, riesco a mantenere questa passione. Perciò… potrei impiegare anche due mesi ad ultimare uno strumento!

Tu sei anche un musicista: quanto ritieni importante per un percussionista – oltre i ritmi e le tecniche – la conoscenza delle caratteristiche materiali e costruttive degli strumenti che si suonano? …e quanto credi possa essere significativo saper costruire?

Sicuramente è di aiuto per un musicista conoscere i materiali , i loro pregi, i difetti  e le caratteristiche sonore: in tale modo può aiutare l’artigiano a cui commissiona il “suo” strumento a trovare la combinazione di materiali adatta ad ottenere il suono che ricerca. Ogni musicista si prefigge di ottenere un particolare suono per il proprio strumento: questo ideale timbrico non è di facile descrizione, così il compito del costruttore è quello di studiare come ottenerlo. Per questo non esistono combinazioni fisse per i miei strumenti.

Parliamo di un argomento nevralgico per i percussionisti: la scelta tra pelli naturali e pelli sintetiche? Tu cosa preferisci quando costruisci e quando suoni?

Senza dubbio la pelle naturale,  anche se deve essere riaccordata più spesso.  In alternativa spezzo una lancia in favore delle  pelli Remo:  Renaissance , Fiberskyn e Skyndeep. Soprattutto quest’ultima è una delle migliori invenzioni degli ultimi tempi e particolarmente adatta ai pandeiro.

Pandeiro-evolution-skyndeep-remo

Hai chiamato una serie di pandeiro “Piuma”: probabilmente si tratta dei pandeiro più leggeri che si trovano in circolazione! A chi suona, avere uno strumento così leggero, garantisce minore fatica e pochi rischi di tendinite! Quali sono i materiali con cui realizzi cornice, meccaniche e platinelas?

Ho sempre cercato di realizzare pandeiro leggeri, che suonassero bene e che non costassero tanto. Grazie alle mie conoscenze scientifiche ho potuto studiare la combinazione vincente di materiali e spessori, per ottenere pandeiro leggeri , maneggevoli e bilanciati. La cornice è di multistrato composito di legni leggeri di diverse essenze (pioppo, pino, tanganica), le meccaniche sono di alluminio e acciaio Inox, platinelas e abafador di vari matriali e spessori: ferro,rame, bronzo, ottone, alpacca, alluminio.

Trovo molto interessante il sistema on/off che permette di avere in un unico strumento un pandeiro tradizionale e uno “muto”. Potresti descrivercelo?

Penso tu ti riferisca al sistema Hit-Hat: è una delle mie due principali innovazioni che ho apportato al pandeiro (l’altra è il regolatore di gioco per le platinelas). Si tratta sostanzialmente di un filo che se azionato permette di stoppare le platinelas e quindi rendere muto il pandeiro; al contrario, se rilasciato, le paltinelas ritornano a suonare liberamente. Comunque sul mio canale youtube sono presenti dei video di spiegazione.

Quali sono gli altri strumenti che costruisci?

Principalmente le percussioni brasiliane del samba: surdos, chocalho, quica, repinique, tamborim, ma anche shakers, bodhran e tamburi a cornice.

Ti occupi anche di laboratori musicali e di costruzione di strumenti se non erro… Parlacene brevemente!

Sì, da anni collaboro con l’associazione Parada Par Tucc di Como (www.paradapartucc.it che significa “parata per tutti”) che si occupa di promuovere l’arte in ogni sua forma: ogni anno vengono attivati dei laboratori gratuiti. Io mi occupo del laboratorio di percussioni samba e del laboratorio di costruzione strumenti.

Infine ti chiediamo i link dove possiamo trovare i tuoi recapiti, le schede dei tuoi strumenti e le recensioni!

Beh, c’è l’imbarazzo della scelta: per informazioni visitate pure il mio sito internet www.luapandeiro.com o le mie pagine social G+, Facebook  e il mio canale youtube. Per quanto riguarda le recensioni potete andare sempre sulla pagina Facebook o cercate la mia attività su Google maps.

Grazie mille davvero! Spero di poter suonare ancora altri dei tuoi strumenti e spero che sempre più persone ti conoscano e apprezzino il suono e la qualità delle tue creazioni artigianali!

Sono io che devo ringraziare te per quello che stai facendo, non ci sono molte persone che si dedicano alla divulgazione di informazioni nel mondo delle percussioni!

Grazie per l’attenzione! Commentate e condividete!!! A presto con un nuovo articolo!

Giuberto

“Toccos de Ballu”: il nuovo lavoro di Emanuele Garau

Ciao a tutti voi e bentornati sul mio Blog!

Considero l’articolo di oggi davvero speciale perché è dedicato a “Toccos de Ballu”, l’ultimo lavoro di Emanuele Garau, studioso di cultura e tradizioni sarde e cantante con il quale collaboro dal 2009. In questo disco compaiono le mie percussioni e sono inoltre orgoglioso di aver curato la grafica della copertina e del disco. Emanuele Garau è uno dei maggiori rappresentanti della musica e delle tradizioni sarde grazie al suo pluriennale lavoro di ricerca, rielaborazione, pubblicazione e divulgazione: sono ormai numerosi i suoi libri e i suoi dischi, tantissime le serate in piazze e teatri nelle quali come cantante e presentatore interpreta e diffonde la “storia” musicale della nostra Isola.

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Il lavoro “Toccos de Ballu”, recentemente pubblicato dall’editore NOR, si articola in un libro e in un CD musicale allegato. Il libro si presenta come una sorta di guida che espone le varie tipologie coreutiche della tradizione sarda: vengono fornite per ogni “genere” di ballo delle informazioni essenziali, corrette e al contempo esaustive. Si analizzano nello specifico: Ballu lestru, Ballu campidanesu, Danza, Dillu, Passu Torrau, Scottis, Ballu tundu logudoresu, Ballu brincu, Ballu de Ottana, Passu ‘e trese, Baddu a passu, Ballu aristanesu, Ballu ‘e ischina, Ballu tundu iscanesu e Ballittu.

Il disco allegato contiene ben 18 tracce suonate dai musicisti che collaborano da anni con Emanuele Garau e da numerosi ospiti. Si possono così ascoltare una varietà di sonorità, stili personali e generi che – tra strumentali e cantati – rivelano le varie anime della Sardegna e dei suonatori che ne interpretano il patrimonio musicale. Nel disco si possono ascoltare: Emanuele Garau (voce), Valentino Serra (chitarra), Giuseppe Roberto Atzori (percussioni), Antonello Carta e Augusto Ibba (fisarmonica), Efisio Puddu (organetto diatonico e trunfa), Massimo Congiu (launeddas), Gianluca Piras (sulittu), Mattia Murru, Samuele Meloni e Matteo Chessa (organetto diatonico).

Il lavoro verrà presentato in due distinti appuntamenti:

-Lunedì 11 luglio alle ore 20.00 nella piazza San Domenico a Cagliari;

-Mercoledì 13 luglio alle 19.30 presso il cortile del Palazzo Municipale di Cagliari in via Roma.

“Toccos de ballu” è dunque un pezzo prezioso che non può mancare nella libreria degli appassionati di balli, canti e tradizioni sarde! Non mancate inoltre alle presentazioni durante le quali avrete modo di conoscere di persona Emanuele Garau, i suoi musicisti, la pubblicazione e potrete partecipare in prima persona ai momenti di ballo collettivo.

Troverete ulteriori info su www.emanuelegarau.it e cercando su facebook Emanuele Garau

Grazie ancora una volta per l’attenzione e vi invito a condividere e commentare!

Alla prossima!

Giuberto

Intervista a Bubi Staffa, il re del Pandeiro “Universatile”

Bentornati!

Oggi voglio parlarvi di un musicista italiano che grazie alla sua tecnica e alla sua sensibilità ha elevato il pandeiro brasiliano* a strumento di estrema espressività e versatilità. Vi parlo di Bubi Staffa, autore del magnifico “Metodo per Pandeiro Autodidatta” edito da Volontè e Co.

*(Apro una parentesi per descrivere in pillole cosa è il pandeiro: si tratta di un tamburo a cornice tipico della cultura musicale brasiliana, l’unico al mondo ad essere suonato in posizione orizzontale. E’ costituito da una cornice circolare di legno sul quale è tesa una pelle naturale o sintetica e lungo il diametro della cornice vibrano dei piattini metallici)

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Ciao Bubi! Sei riconosciuto a livello nazionale, e non solo, come uno dei maggiori interpreti del pandeiro moderno. Potresti spiegare a chi legge, in poche parole, che differenza esiste tra il pandeiro suonato con la tecnica moderna e quello suonato con la tecnica tradizionale?

Innanzi tutto grazie di cuore per le belle parole e per avermi concesso questo spazio.

Ciò che differenzia le due tecniche è fondamentalmente il tipo e la posizione dei colpi che vengono portati, mi spiego meglio, la tecnica tradizione nasce e si sviluppa per suonare essenzialmente ritmi che fanno parte della tradizione musicale brasiliana (samba, choro, coco, baiao, frevo, embolada, ecc.) e prevede un numero limitato di colpi portati con determinate parti della mano che percuote lo strumento, ad esempio il suono grave viene suonato esclusivamente dal pollice e lo slap dalla parte alta della mano, in oltre la mano che regge no strumento rimane ferma.

La tecnica moderna invece nasce nei primi anni novanta grazie a Marcos Suzano, che per primo ha intuito le potenzialità dello strumento, ed è stata poi ulteriormente sviluppata negli ultimi anni da Sergio Krakowski. Presenta due caratteristiche particolari che la differenziano dalla tradizionale e che hanno ampliato esponenzialmente le possibilità ritmiche ed espressive dello strumento: tutti i suoni (gravi, slaps e accenti sugli acuti) vengono portati sia con la parte bassa che con quella alta della mano che percuote, ciò da la possibilità di poterli inserire in qualsiasi posizione della “griglia” di ottavi o sedicesimi dando così la possibilità di suonare molteplici melodie ritmiche; la mano che impugna lo strumento diventa il vero motore ritmico dello strumento, ruotando sotto la mano che percuote, è lei che “decide” le velocità, le dinamiche, gli accenti e il tipo di “griglia” dando una notevole spinta e velocità all’esecuzione.

Per le rispettive tecniche in cosa differiscono gli strumenti dal punto di vista costruttivo?

Il pandeiro usato con la tecnica moderna solitamente ha la corsa delle platinelas più corta e la pelle (naturale) più grossa in modo da avere un suono più grave, asciutto e preciso, più adatto a ritmiche “batteristiche”.

Ci parli del tuo pandeiro Officine Quantum (dei quali spero di poter fare una recensione specifica in futuro)?

Il pandeiro che suono nasce dalla collaborazione con Enrico Spiga delle Officine Quantum e dal desiderio comune di creare uno strumento dalla qualità superiore che avesse uno spettro di frequenze specifico per un utilizzo moderno: ha quindi una pelle naturale di capra piuttosto spessa (0,4mm) ma soprattutto delle platinelas dal profilo particolare, di ottone e bronzo termo trattate, con un abafador sovradimensionato in alluminio e con all’interno due tappini di bottiglia martellati. Tutto ciò mi conferisce una pasta, una miscela di frequenze bilanciatissima, gravi profondi e corposi, slaps potenti e aperti e un suono di platinelas perfetto, né troppo squillante e né troppo scuro, ideale per suonare qualsiasi genere musicale. In oltre il fusto, in noce tanganica, è alto 5cm, il che mi conferisce una presa salda e sicura.

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Hai coniato l’aggettivo “universatile” per descrivere il pandeiro…

…esatto, e direi che rende l’idea di quello che questo piccolo tamburo può fare!

Dove hai studiato durante la tua formazione? (scuole e maestri) A parte il pandeiro suoni anche altre percussioni e strumenti in genere?

Quando mi sono avvicinato allo strumento, nel 1999, non esisteva nessuno, o quasi che lo suonasse o lo insegnasse qui in Italia e internet era ancora una cosa piuttosto lontana. Ho cominciato così da solo, con un pandeiraccio pesantissimo rifacendomi alle spiegazioni elementari di un mio amico che aveva visto una volta un percussionista che lo suonava. Capite che in queste condizioni, se non avessi avuto la motivazione (che ho tutt’ora) ad andare avanti avrei mollato dopo tre giorni. Invece, supplendo con la mia logica alle lacune tecniche che avevo e suonando sui dischi di Carlinhos Brown, Jackson do Pandeiro, Gilbero Gil ma soprattutto James Brown e Maceo Packer, piano piano sono riuscito a tirare fuori qualcosa di simile ad una accompagnamento samba prima e funk più tardi. Poi nel 2000 ho ascoltato per la prima volta Marcos Suzano e vidi la luce. Cominciai a cercare di suonare a modo mio, con la mia tecnica auto costruita, quello che faceva lui e in quel modo la sviluppai ulteriormente. Ma tutto cambiò nel 2003 quando partecipai ad un suo seminario a Milano e mi scontrai con la tecnica moderna e soprattutto con il movimento della mano sinistra. Piano piano ho rivisto tutta la mia “proto tecnica” (con la quale ero già in grado di fare cosine carine) e, con notevole fatica, ho imparato ad usare la mano sinistra e portare i colpi con tutte le parti della mano destra, così come avevo visto fare da Suzano. Da allora non mi sono più fermato e ho continuato a progredire e a scoprire sempre nuove soluzioni e possibilità.

Suono solo il pandeiro, posso dire di essere uno specialista. Poi suono anche la chitarra, il basso e il banjo….ma non lo dico a nessuno.

Quali sono stati all’inizio della tua carriera i riferimenti artistici? Chi sono i percussionisti del presente che apprezzi maggiormente? Quali quelli del passato?

Per quello che riguarda il pandeiro, come dicevo qui sopra, i primi che mi hanno “guidato” sono stati Jackson do Pandeiro, Carlinhos Brown e Marcos Suzano, poi è venuto Sergio Krakowski e ascoltandolo e vedendolo in azione ho capito e messo in pratica altre cose. Per quel che riguarda i percussionisti, non essendo io un percussionista, non ne conosco tanti, mi piace piuttosto capire e cercare di riprodurre col pandeiro quello che le percussioni fanno nei vari generi (medio orientale, irlandese, indiano, caraibico, nord americano, jazz ecc.). Anche certi batteristi hanno influenzato il mio modo di suonare come Zigaboo Modeliste dei Meaters o Clyde Stubblenfield di James Brown.

Parliamo del tuo “Metodo per pandeiro autodidatta” corredato da un DVD. Io ho trovato il tuo lavoro estremamente chiaro ed esaustivo. Come nasce questo progetto e come ha preso forma?

Nasce dall’idea di insegnare un metodo di studio il più naturale possibile, basato essenzialmente sull’ascolto e sulla riproduzione prima vocale e poi strumentale dei più svariati ritmi, esattamente come si imparava a suonare prima dell’avvento della notazione e delle scuole di musica moderne, cioè cantando, “dicendo” e imitando quello che poi si sarebbe suonato sullo strumento. Per fare ciò ho sviluppato il metodo “bi-vocale” attraverso il quale intendo il pandeiro come strumento che emette due voci sovrapposte, la prima cioè la griglia dei sedicesimi affidata alla mano che impugna lo strumento, che sta sotto e da la direzione; e la seconda che è ciò che fa la mano destra, che canta che da vita alle varie melodie ritmiche scegliendo e posizionando i colpi che diventano “TUM”, “PA” e “CI” (rispettivamente gravi medi/slaps e accenti acuti) Col mio metodo invito a pensare al pandeiro come strumento attraverso il quale cantare le ritmiche cantare le proprie improvvisazioni, ascoltare e riprodurre, sperimentare. Ritengo questo il modo più semplice e diretto per imparare ad esprimere la propria musicalità, e fino ad ora direi che ha riscosso un buon successo.

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Se non sbaglio il metodo è stato tradotto anche in lingua inglese… A che pubblico vuole rispondere?

A settembre uscirà la versione in inglese per tutti i tedeschi, francesi, nord americani, e giapponesi che in questi ultimi tre anni mi hanno chiesto di pensare anche a loro.

Tra le tecniche esposte nel metodo c’è quella della “mano alta”. Da suonatore di musica popolare del sud Italia so dirti che esiste qualcosa di simile nella tecnica del tamburello: “la mano alta” è una tua invenzione o è l’elaborazione di qualcosa già presente nella tradizione panderistica?

Non so se sia una mia invenzione, sta di fatto che la mia mano destra col tempo ha cominciato da sola a comportarsi in modo diverso in certi passaggi molto veloci. Non ho fatto altro che cavalcare l’onda e sviluppare quella che poi ho chiamato tecnica della “mano alta”. In pratica la mano che percuote non sta sullo sullo strumento suonando tutti i colpi, ma rimane leggermente alta (mentre sotto il pandeiro continua a suonare grazie alla rotazione) e scende solo per produrre i gravi, medi o accenti acuti della melodia. Ciò comporta un minor dispendio di energie a favore di una maggior velocità e agilità esecutiva. Io la uso soprattutto per passaggi e grooves molto veloci e per improvvisare.

Potresti dire qualcosa sul “pandeiro muto” del quale sei sublime esecutore?

Si tratta semplicemente di un pandeiro senza platinelas. Non ricordo come il nome “pandeiro muto” sia venuto fuori, sta di fatto che non si tratta affatto di uno strumento muto ma di un pandeiro con una voce propria ben definita e ricca di sfumature. L’ho sentito suonare per la prima volta da Scott Feiner sul suo primo disco e da Krakowski in seguito e sono rimasto colpito dal fascino che esprimeva. Può essere suonato come un pandeiro normale, chiaramente tutto il suono che ne uscirà sarà prodotto solo dalle vibrazioni della pelle per cui può ricordare un bodhran, un rebolo, un atabaque, un surdo, una kanjira, un adufe o un bendir. Ma la vera novità secondo me è data dallo “strisciato” sulla pelle che trasforma il muto in un rullante suonato con le spazzole.

Quali sono i tuoi progetti attuali sia nel live, che nella didattica e anche per quanto riguarda eventuali lavori discografici?

Per quello che riguarda i live suono (come unico “ritmista”) in formazioni di jazz, pop/funk, latin, folk e samba/Bossa Nova. Mi piace spingere il pandeiro sempre più in là, nei più svariati stili e generi musicali. La tecnica moderna mi da la possibilità di avere infinite frecce al mio arco. Recentemente ho musicato dal vivo col pandeiro la proiezione di un film muto di Buster Keaton e sto lavorando con un mio amico chitarrista alla realizzazione di una colonna sonora di un altro film dei primi anni ’20 anche questa suonata rigorosamente dal vivo. In oltre mi interessa molto coniugare il pandeiro alla danza (soprattutto contemporanea), all’Hip Hop e al teatro, sono idee che in futuro cercherò di concretizzare. Per quello che riguarda l’insegnamento continuo a fare corsi on-line su Skype corsi intensivi e workshops in giro per l’Italia. Per ora non ci sono progetti discografici all’orizzonte.

Domanda conclusiva: quali sono i tuoi progetti e le tue ambizioni come musicista? Cosa consigli a chi vorrebbe suonare a livello professionale e inizia da zero con il pandeiro?

La mia ambizione più grande non riguarda me, che comunque mi auguro di suonare il mio strumento sempre di più e sempre meglio, riguarda piuttosto il pandeiro che spero si diffonda sempre di più, soprattutto qui in Italia, dove il concetto di ritmo e percussione è ancora molto (troppo) legato alla batteria e alle percussioni latine, e che venga riconosciuto e apprezzato come strumento a se stante, con una sua storia, una sua voce e un suo specifico impiego. Io nel mio piccolo sto cercando di farlo conoscere il più possibile, ma sento che c’è ancora tanto lavoro da fare.

Potrete trovare materiali e informazioni su Bubi ai seguenti Link: (ti chiedo di aggiungere per favore dei riferimenti)

su facebook come Bubi Staffa

su youtube come bubi staffa dove ho postato vari video che dimostrano l’enorme versatilità del pandeiro

Grazie mille!!!

GRAZIE A TE!!!

Alla prossima cari lettori! Intanto commentate e condividete!

Giuberto

Breve cronaca di un laboratorio didattico

Bentornati!
Vorrei dedicare qualche riga all’ultimo laboratorio didattico che ho tenuto alla  Ludoteca Bimbirimbò di Sestu lo scorso lunedì 20 giugno 2016.

Anche se si è trattato solo dell’ultimo dei numerosi incontri di questo tipo che ho tenuto nel corso degli anni, in questa occasione ho provato una serie di emozioni particolari; l’esperienza mi ha regalato numerosi spunti di riflessione. Come saprete, o come avrete visto sul mio sito, mi occupo di attività per bambini, ragazzi ed adulti nelle quali unisco la promozione della lettura all’avvicinamento al suono e alla musica con lo scopo di sviluppare nei partecipanti le capacità espressive dell’individuo e le sue competenze relazionali.

Il laboratorio si intitolava “Suoni bestiali” e aveva come tematica gli animali e i loro versi: una serie di racconti, canzoni e attività di musica d’insieme portavano i partecipanti a divertirsi con le storie di bestie simpatiche e curiose, a giocare con i materiali di recupero per costruire degli strumenti, a muoversi a ritmo, a cantare e ballare.
I partecipanti… erano solo quattro: tre bimbi di quattro anni e uno di un anno!
Il fatto che gli iscritti fossero così pochi mi ha portato a dover ripensare sul momento il programma previsto e ad andare “a braccio”… Tuttavia il gruppo ristrettissimo mi ha permesso di osservare con attenzione ogni reazione, emozione e gesto. Ognuno dei piccoli ha avuto il tempo e lo spazio per percepire gli stimoli, avvicinarsi e accogliere gli spunti con il giusto tempo, elaborare e interpretare da sè con grande libertà. Sono certo infatti che lo stimolo proposto debba lasciare al destinatario lo spazio e il tempo di adeguata rielaborazione e di libera espressione; il coordinatore deve avere la sensibilità di comprendere e apprezzare ogni risultato e di coglierlo come “una nuova soluzione” alla quale non va dato un giudizio di valore.

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Piccole mani curiose, inizialmente timide, hanno presto pizzicato le corde della chitarra, frizionato i “guiros” di tubo
corrugato per ottenere il gracidio della rana, picchiato il “cajon”…
Occhi sgranati e sorrisi smaglianti si sono rivelati pian piano, mentre scoprivano la moltitudine di fruscii, schiocchi, battiti, che potevano essere prodotti semplicemente a mani nude…
E poi la voce e la sue espressione, le dinamiche piano/forte/fortissimo…
Contare e camminare, contare e cantare, battere piedi, mani e pancia…
Racconti e canzoni suscitavano partecipazione, interesse e grandi risate!
Mi ha colpito la capacità manuale dei bimbi più grandi: questo è un aspetto che avevo sempre trovato molto carente durante le precedenti esperienze. Stavolta non c’era timore nel maneggiare plastica e carta, nell’impugnare legni e bacchette, ottima poi l’impugnatura nell’uso del nastro adesivo nella costruzione del “tubo del barrito dell’elefante”. Sembrerebbe banale questa osservazione, ma sono davvero sempre di più i piccoli totalmente disabituati a toccare, prendere, piegare, strappare, rompere… per paura di farsi del male, di sporcarsi, di fare danni o di essere rimproverati.

L’ironia non è mai mancata e nonostante fossero pochi e piccoli loro “stavano sempre sul pezzo” anche quando abbiamo suonato il pavimento, l’armadio, le porte e le sedie!
Pure l’aspetto motorio è stato soddisfacente: si muovevano con scioltezza utilizzando con sicurezza tutto lo spazio disponibile. Insomma, bel pomeriggio ricco di soddisfazioni e spunti per il futuro.

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Un ringraziamento a Stefania Bicchiri per avermi dato la possibilità di tenere questo laboratorio e per le foto.

Vi aspettiamo ai prossimi due appuntamenti che si terranno sempre alla Ludoteca Bimbirimbò lunedì 18 luglio e lunedì 1 agosto.

Commentate e condividete!!!
Grazie mille, a presto!

Giuberto

Intervista a Paolo Sanna, percussionista sardo di fama internazionale

Benvenuti alla prima intervista del mio Blog!

Per inaugurare questa “serie” di articoli ho scelto un grande personaggio della Sardegna, un artista che dal suo piccolo centro del Medio Campidano si è spostato in giro per il mondo per poter prima studiare, imparare e ricercare e ha poi continuato a viaggiare per diffondere i risultati del suo lavoro in maniera creativa. Paolo è una persona dalla grande preparazione culturale e di enorme sensibilità. Il suo studio è un luogo di meraviglie musicali, le sue lezioni individuali e di gruppo si configurano come dei momenti di conoscenza – non solo di ritmi, tecniche e strumenti – ma anche di Storia, storie di popoli e di tradizioni. Per voi a seguire un’approfondita intervista che aiuterà a conoscerlo e a capirlo a fondo! Buona lettura!

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(Giacomo Salis / Paolo Sanna Percussion Duo – foto di Mauro Medda)

Ciao Paolo: a te il mio migliore benvenuto! Grazie per essere il primo ospite del mio blog “giubertoatzori.it” Averti qui per me è un immenso onore, oltre che un piacere! Partiamo con le domande…

Dove hai studiato durante la tua formazione?

Mi sono avvicinato alla batteria e alle percussioni in modo istintivo da ragazzino. Allora non c’erano certo i materiali che facilmente troviamo oggi e men che meno c’era internet, quindi comprai una copia del Gene Krupa (unico manuale in italiano allora disponibile e che ancora conservo) ed iniziai a studiare  da solo, ero veramente “preso” da tutto ciò che era batteria e percussioni. Ho iniziato a studiare batteria al C.P.M. di Milano nel 1985 con Alfredo Golino, un grande musicista e batterista, ma non posso certo considerarmi un suo allievo, anche perché andai via dalla scuola per poter viaggiare e portare le ricerche nella direzione che mi interessava di più. Ho poi studiato percussioni arabe per due anni alla scuola di percussioni Timba di Roma con Ahmed Yaghi, eccellente percussionista libanese. Sempre a Roma ho studiato percussione persiana con Siamak Kalili Guran, Kurdo iraniano, concentrandomi sul daff persiano. Siamak, cantante, percussionista e suonatore di tar e utar (cordofoni di area persiana) è laureato in canto, tar e utar al conservatorio di Teheran. Parallelamente, sempre a Roma, nello stesso periodo (parlo dei primi anni 90) ho preso lezioni di berimbau dal percussionista brasiliano di Bahia Marcos Rodrigues (ero rientrato dal mio primo viaggio in Brasile poco tempo prima), ho anche frequentato diversi laboratori, dal CIAK sempre a Roma, con Rosario Jermano per conoscere la sua tecnica slide usata col berimbau, a altri laboratori sia di batteria che di percussioni, con Celso Machado e altri… Sono sempre stato interessato ad argomenti particolari che spesso non vengono trattati  sui testi. Ho poi una schiera di quelli che io chiamo i miei “maestri inconsapevoli”… sono i musicisti che con i loro esempi, anche di vita, mi hanno dato degli input importanti.

Lo studio della batteria e delle percussioni è andato di pari passo, o le percussioni sono arrivate dopo?

Non ho mai separato le due cose. Fin dall’inizio  è stato del tutto naturale portare avanti lo studio della batteria e delle percussioni, studiando con vari battenti e con le mani le tecniche relative di ogni strumento… credo nasca anche da questo il fatto che normalmente suono su dei set “ibridi”.

Hai viaggiato in vari Paesi del mondo per imparare le tecniche, conoscere gli strumenti, i ritmi e le culture. Dove hai studiato, con chi e quali strumenti? Ai tuoi allievi raccomandi sempre di avere “rispetto”: cosa significa esattamente?

Ho “incontrato” il berimbau nel mio primo viaggio in Brasile e li potei apprendere da vicino i primi rudimenti sullo strumento: questo primo viaggio durò poco più di un mese, non potevo fermarmi oltre, ma venivo da tre mesi trascorsi in Mexico,  dove ebbi la possibilità di avvicinare dei musicisti locali. Si trattava di un trio tromba, contrabbasso, marimba. Il suonatore di marimba suonava anche le maracas in modo pazzesco, così chiesi delle lezioni, riuscii a convincerlo e per tre mesi non feci altro… Dopo aver comprato un paio di maracas in cuoio fu un continuo lavorare sulla tecnica (strumento a torto poco considerato in occidente) e sul gesto. Dopo i tre mesi in Messico mi spostai in Brasile, come dicevo, e mi avvicinai al berimbau,  ai caxixi di varie misure e forme e altre piccole percussioni. Sono tornato a Bahia l’ultima volta qualche anno fa per raccogliere altro materiale musicale, cd, percussioni per portare avanti studi e ricerche. Gli altri luoghi dove sono stato sono il nord Africa, Algeria, poi l’estremo oriente, South Korea, Japan, dove ho ricercato e raccolto materiali relativi a sciamanismo, musica, percussioni. Da queste esperienze ho capito che il rispetto per le “culture altre” deve essere il primo elemento che ti porta verso il confronto, verso ciò che può interessarti. Ai miei allievi parlo di rispetto,  cioè quel tipo di rispetto che nasce dalla conoscenza, ma parlo anche di onestà.

Il tuo studio è una “bottega” di strumenti e sei un profondo conoscitore della provenienza e della storia di ognuno di essi. Che tipo di legame hai con questi oggetti? Anche se la domanda potrebbe essere banale: hai uno o più strumenti che preferisci o con i quali riesci ad esprimerti al meglio?

Credo fermamente che dentro ogni strumento, ogni percussione, ci sia la storia di un popolo, che qualche volta può essere anche tragica: penso alla deportazione dei neri africani nelle Americhe. Dentro uno strumento può esserci il rito, la gioia, il pianto e il dolore, ci può essere la festa, il gioco… ecco perché parlo di “rispetto” che nasce dalla conoscenza. Sono molto legato alle mie percussioni, che spesso ho raccolto nei miei viaggi… Non ho degli strumenti preferiti, credo però ci siano degli strumenti che permettono un uso più “intimo”, penso ad una kalimba o allo stesso berimbau che per essere suonato deve quasi essere abbracciato, giusto per fare degli esempi.

Passiamo all’anello di giunzione che permette meglio di comprendere la tua arte. Hai acquisito tecniche e ritmi di svariata origine, ma non ti esibisci in pubblico con strumenti come la darbouka e il berimbau dei quali sei un superbo esecutore… Come è avvenuto il passaggio all’improvvisazione sperimentale radicale? In breve potresti dire a chi non ne è a conoscenza i suoi caratteri fondamentali?

Non c’è stato un vero e proprio passaggio verso la sperimentazione, anche in questo caso mi sono interessato da subito a chi sperimentava col suono, il silenzio, il rumore; ho assemblato i miei set con quello che avevo. Sono totalmente immerso nella musica sperimentale, gong, lamiere e metalli vari, tamburi e gli oggetti trovati per caso fanno parte dei miei set sin dall’inizio. Dico questo perché inizialmente ho studiato batteria jazz e anche attraverso l’ascolto di musica di ricerca, sperimentale (chiamiamola come ci pare) ho ricercato e studiato gli stili più moderni avvicinandomi anche alla musica contemporanea. Per fare dei nomi: credo che musicisti USA come Milford Graves, Rashied Ali, Andrew Cyrille, Sunny Murray, giusto per citare velocemente i primi che mi vengono in mente , ma in realtà sono molti di più, abbiano indicato una strada precisa possibile da seguire proprio perché sono stati tra i primi a scardinare idee e concetti aprendo nuove strade. Subito dopo il free jazz americano in Europa è nata una “scuola” di sperimentatori che praticava la libera improvvisazione non idiomatica, penso ai primi musicisti che filtrando il free americano, (ma non solo quello naturalmente), hanno creato una musica con identità propria: parlo di  AMM con Eddie Prevost, Tony Oxley o Spontaneus Music Ensemble gestito da John Stevens, ma anche Paul Lovens e molti altri musicisti arrivati subito dopo e totalmente immersi nella libera improvvisazione non idiomatica.

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(Paolo Sanna – foto di Mauro Medda)

Due parole su: strumenti preparati, tecniche estese, importanza del gesto esecutivo.

Fu John Cage che parlò di pianoforte preparato dando chiare indicazioni per un possibile utilizzo dello stesso, in modo allargarne le possibilità. Quando mi riferisco alle tecniche estese vorrei che fosse molto chiaro un concetto: per usare le tecniche estese bisogna avere una conoscenza precisa e completa delle tecniche “standard” …e da queste aprirsi alle tecniche estese, sperimentando e ricercando su uno strumento che può essere preparato o non preparato. Trovare nuove soluzioni (e quindi ripensare lo strumento con nuove idee) è fondamentale nel mio fare musica. Qui entra in gioco anche l’idea di gesto esecutivo che aiuta ad arrivare ai risultati cercati. Credo che la creatività sia elemento fondamentale e credo anche che la creatività debba essere alimentata continuamente con input quali ascolti, letture, scambi con musicisti e altro.

Appartieni ad una nicchia di musicisti e di ascoltatori molto stretta e nel tuo specifico ambito sei stato definito una figura di punta a livello internazionale: dove e da chi sei stato menzionato? Quanti dischi hai pubblicato finora? Quali sono i Paesi nei quali è più facile trovare degli spazi per il genere che pratichi?

Sì, spesso si usa la parola nicchia quando si parla di libera improvvisazione non idiomatica. Io stesso mi considero un musicista “non allineato” e  indipendente, infatti tutti i miei lavori li produco io e vendo i miei cd nei concerti o spedisco a chi è interessato. Sento verso me e il mio lavoro molta attenzione e interesse oltre che rispetto e stima da parte di diversi percussionisti e musicisti in genere, sia italiani che stranieri. Basta cercare in rete le recensioni e le interviste che parlano dei miei lavori per farsi un’idea più precisa; ho avuto e ho con una certa regolarità recensioni in Italia, Spagna e in USA. Per quanto riguarda gli spazi: in Italia sono pochi, credo sia vincente l’autogestione tra musicisti che si uniscono per creare eventi, piccoli festival e scambi. In questo periodo sono in uscita diversi miei lavori: un live in trio con Elia Casu e Giacomo Salis per Floating Forest (una piccola label e collettivo indipendente di Verbania), i miei lavori in solo e diversi progetti sono usciti per Setola di Maiale (label indipendente  di Pordenone). Altri lavori che mi vedono presente sono usciti due anni fa in Usa: sono stato coinvolto come unico europeo in un progetto nato dalla scena dei percussionisti creativi di Los Angeles… Nel progetto ogni percussionista presentava un solo; il tutto è uscito per Castor and Pollux Music, del percussionista californiano Nathan Hubbard. In Italia sono uscito per Ticonzero di Cagliari e per la siciliana Improvvisatore Involontario e sono presente in altre label come ospite nei lavori di alcuni amici musicisti. Credo di aver suonato in circa 40 dischi…

Mi capita di suonare in Europa in festival indipendenti e sempre legati a musiche di ricerca. Forse la nazione dove ho fatto più performance, oltre l’Italia naturalmente, è la Spagna, dove torno periodicamente… ma ho suonato e spero di continuare a farlo, in tutte le nazioni dell’Europa occidentale.

In Sardegna collabori con alcuni musicisti: chi sono? Anche a raggio più ampio condividi progetti live e discografici, scambio di strumenti, informazioni e tecniche con un insieme di musicisti come te che è una sorta di “carboneria”: spiega un po’ di chi si tratta!

In Sardegna ho collaborato e incontrato un numero considerevole di musicisti. Da Alessandro Olla, docente in Conservatorio di musica elettronica, col quale collaboro da tanti anni, a Simon Balestrazzi, che mi ha ospitato in due suoi lavori, senza dimenticare il MOEX, un collettivo di sperimentatori sardi che invitava negli anni novanta importanti musicisti europei per fare dei laboratori e concerti. Parlo di musicisti del calibro di Tim Hodgkinson, Jean Marc Montera o Victor Nubla, con i quali si improvvisava e si suonava. Quella del MOEX fu un’esperienza molto importante allora, che permise un confronto e uno scambio continuo, gli stessi Olla e Balestrazzi ne facevano parte. Oggi il mio progetto in solo è centrale. In Sardegna sto lavorando in duo con Giacomo Salis, percussionista creativo di San Sperate molto interessante: Giacomo ha una curiosità che raramente  trovo in altri musicisti. Il duo è in continua crescita ed è stato documentato per ora con un live nel lato B di una cassetta uscita in Germania per Gravity’s Rainbow Tapes, una label che pubblica musica sperimentale (il lato A della stessa è un importante e interessante progetto in solo di Giacomo, My Problem Child). Presto usciranno dei nuovi lavori che documenteranno le nostre performance. Con Giacomo c’è uno scambio continuo di musica, testi e impressioni, siamo convinti che alimentando la nostra creatività in questo modo e condividendo il più possibile si arrivi ad avere un linguaggio comune …lavorando in area estrema è fondamentale fare in questo modo. Ho poi diversi progetti fuori Sardegna, sempre documentati su cd: il duo col cornettista Luca Santini, di Rovereto (un creativo visionario con un approccio personale e interessantissimo alla cornetta), la collaborazione con Luca Pissavini e Antonio Mainenti documentata su Bunch Records di Milano (label dello stesso Pissavini che sta anche facendo uscire dei miei lavori in solo), ci sono poi lavori usciti in trio con Mauro Basilio, violoncellista che sta a Parigi e Fabrizio Bozzi Fenu che fa base tra Marsiglia e Cagliari, un lavoro in trio con Mauro Sambo, grande polistrumentista di Venezia, in trio con Giacomo Salis uscito per la norvegese Petroglyphe music il mese scorso, senza dimenticare OnGaku2 e il Collettivo di Resistenza Culturale gestiti insieme al chitarrista Elia Casu. Ho poi dei contatti continui con molti musicisti, percussionisti, che condividono idee e meccanismi legati al fare libera improvvisazione, ma questo credo sia normale tra creativi con la giusta apertura mentale!

Sei una persona molto riservata. Non mi pare che ami troppo la pubblicità e che ti interessi ottenere l’appoggio dei grandi sponsor o riscuotere clamori mediatici e del grande pubblico.  Trovo curioso notare come un artista del tuo spessore, pur essendo profondamente rispettato e conosciuto, sia quasi totalmente “fuori” dalle cerchie dei musicisti e degli spettacoli della Sardegna… Come mai? E’ solo una scelta personale o forse qualcosa potrebbe funzionare diversamente tra gli artisti dell’Isola?

Si, credo che il mio carattere mi porti verso quel tipo di riservatezza che dicevi, per me è normale, non sento proprio il bisogno di ostentare, ci sono i miei lavori, i progetti, i concerti, le interviste e le recensioni che testimoniano chiaramente quello che sono. Ma sarebbe stupido negare che questi aspetti non debbano essere curati. Non sono interessato a sponsor perché preferisco comprare e suonare gli strumenti che mi interessano e piacciono veramente: ho dei piatti fatti a mano in Turchia che compro direttamente dagli artigiani locali e molte delle mie percussioni sono artigianali, sono dei pezzi unici. Non mi interessa avere uno strumento costruito in serie con un suono standard, lo trovo poco interessante, ma naturalmente sono gusti personali. Entro in difficoltà se devo comprare, ad esempio, uno strumento brasiliano costruito in Cina: si possono infatti reperire degli strumenti originali che suonano meglio.

Il fatto di essere poco presente dentro la cerchia dei musicisti sardi credo sia un caso. Io, come ho detto più volte, mi muovo in un’area particolare e sono poco o nulla interessato a suonare in contesti quali la piazza. Comunque il tutto è legato anche al fatto che ho diversi progetti fuori Sardegna.

Nel tuo modo di vivere la musica è presente anche una componente spirituale?

Sono profondamente ateo, ho un grande rispetto per tutte le religioni e vorrei che lo stesso rispetto ci fosse verso chi è ateo: sono convinto che “una certa componente spirituale” sia presente in ogni persona. Gli studi e le ricerche mi portano spesso ad avvicinarmi al rito, sia esso sciamanico o terapeutico; mi trovo a studiare spesso forme animistiche di religioni considerate a torto primitive e che io invece trovo logiche e giuste. Mi piace immergermi in letture zen e considero la poesia zen, sia antica che moderna, molto interessante.

Quali sono i tuoi progetti futuri e cosa vorresti per il futuro della nostra Sardegna dal punto di vista musicale?

Come dicevo prima ci sono dei lavori in uscita per diverse etichette indipendenti, quindi… stay tuned! Poi porterò in giro i lavori e i progetti che mi vedono coinvolto nel circuito indipendente sia in Italia che all’estero. Sono sempre molto attento a ciò succede in area free impro e sono disponibile per collaborazioni varie …se rientrano nel mio modo di vivere la musica.

Per la Sardegna vorrei che ci fossero più occasioni e possibilità, più opportunità per i musicisti di far conoscere i propri progetti fuori dall’Isola, in modo particolare quei lavori di qualità che spesso stentano a trovare la visibilità che meriterebbero!

Vorrei infine ringraziarti per questa intervista e ringraziare chi ha speso qualche minuto per leggerla.

Grazie a te Paolo! Ci vedremo presto per nuove lezioni, chiacchierate e interviste!

Potrete trovare materiali e contatti su Paolo Sanna ai seguenti link:

https://www.facebook.com/paolo.sanna.1481?__mref=message

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fpaoperc.wix.com%2Fpaolosannaperc&h=aAQGTtmte