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Francesco Liccari: la musica di un “sognatore lucido”

Ciao a tutti!

Oggi vi voglio presentare Francesco Liccari, cantautore triestino che mi ha colpito non solo per la sua musica, ma anche per la sua personalità. Classe 1990, Francesco può essere inserito artisticamente nel filone folk-rock moderno; nelle sue canzoni crea una fusione magistralmente equilibrata tra musica tradizionale e d’autore, con varie contaminazioni stilistiche nelle quali introduce modalità comunicative assolutamente personali ed inedite. Pur essendo così giovane dimostra un atteggiamento umano e musicale molto riflessivo, introspettivo, maturo; la sua formazione scientifica abbinata alla passione per la letteratura e per la filosofia sono senza dubbio gli altri ingredienti fondamentali del suo modo di concepire e vivere la musica. Queste righe sono il risultato di una lunga chiacchierata fatta con Francesco: è stato un incontro molto profondo e vario in cui lui stesso si è definito “contemporaneamente un caso di ottimista e di pessimista”. Francesco Liccari ha già realizzato due  EP, “Memories of forgotten seasons” e “Raw notes”. I suoi riferimenti musicali vanno da Bob Dylan, Leonard Cohen, Cat Stevens, Lou Reed (e Velvet Underground), David Bowie, Woody Guthrie, Donovan, per arrivare agli italiani De André, Guccini, Branduardi e Bennato. Ognuno di essi gli ha in qualche modo fornito riferimenti e suggestioni, tuttavia nella “lista delle influenze” vi sono anche nomi apparentemente distanti da questi appena citati, come i Ramones (per la loro semplicità), i Pink Floyd (per la capacità di creare ambientazioni sonore e di trascinarvi dentro l’ascoltatore) e compositori contemporanei come Philip Glass (per la sua ricerca minimalista e la capacità di lavorare sulle emozioni date da minime variazioni di un tema musicale).

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In effetti i brani di Francesco richiamano più o meno direttamente, di sicuro idealmente, questi colossi della musica degli ultimi decenni. Suoni acustici caldi e poco filtrati da effetti sono alla base delle composizioni di Francesco Liccari che punta alla semplicità strutturale, timbrica. Il suo è un lavoro basato più sull’espressione e sul colore, che sulla varietà strumentale e strutturale. Il giovane cantautore vuole fare musica per esprimersi oltre i vincoli e le strutture già sperimentate, utilizza per esempio tempi dispari per trasmettere particolari sensazioni e potenziare il significato testuale dei brani. La scelta della lingua inglese è dovuta alla maggiore libertà con cui si può e si sa esprimere: ama giocare con i diversi significati che può avere la stessa parola, che permette differenti letture e l’evocazione di più immagini. Anche se l’idea generale nasce in italiano, o addirittura in dialetto triestino, la canzone è pensata in inglese, lingua da lui percepita come più introspettiva. Chi ascolta i brani, quindi, il più delle volte non capisce chiaramente il senso (o i sensi) del testo: Francesco canta per chi vuole farsi coinvolgere emotivamente, per chi vuole entrare in contatto emotivo e che quindi è disposto a leggere e tradurre i testi in un secondo momento o semplicemente ad avvicinarsi a lui per parlarne di persona. Ecco la chiave del mondo artistico di Francesco Liccari: l’empatia, l’immedesimazione, la condivisione, la ricerca interiore.

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Il processo compositivo è per Francesco Liccari un vero e proprio processo catartico attraverso cui si libera di un peso interiore. …e le tematiche non sono infatti leggere: si parla di vita e morte, di amori malati finiti in violenza, di relazioni spezzate, del rapporto uomo donna ed in generale delle relazioni umane. Si presentano persino immagini assolutamente negative del mondo, visioni della sua fine, della corruzione del genere umano. L’uomo resta comunque al centro e Francesco è particolarmente ispirato dal ruolo dell’individuo nella società che più si allarga e più si uniforma, così da rendere il singolo una nullità, “un arredo”, una vittima del sistema-branco privata di ogni individualità e considerazione. La stessa vittima arriva quindi, sommersa d’indifferenza, a non considerare più a sua volta chi le sta intorno. Non solo i testi sono impegnati nel tentativo di analizzare e discutere questo intrico sociale e psicologico che caratterizza e affligge noi del genere umano, ma Francesco stesso si impegna col suo modo di fare musica per abbattere queste barriere di anonimia. L’esibizione dal vivo deve portare ad un’osmosi tra l’artista e il pubblico, ogni brano viene eseguito ogni volta in base ai sentimenti del momento, all’aria che si respira, all’atmosfera del luogo, libero da cliché, modi e formule prestabilite. È una ricerca di calore, di condivisione del dolore …e della gioia, visto che nei brani di Francesco Liccari non manca l’aspetto ironico, sarcastico; lui è un “sognatore lucido” e molte delle storie che narra in canzone sono la trascrizione dei sogni che ha fatto. Gli spunti per i testi sono poi fatti reali di cronaca, situazioni vissute o semplicemente immaginate.

La produzione finora “pubblica” di Francesco consiste, come anticipato, in due lavori.

“Memories of forgotten seasons”, prodotto da Farace Records, raccoglie brani di differenti tematiche (la solitudine, la morte, l’amore), ma accomunati da simili atmosfere e sensazioni musicali.

“Raw notes” invece si caratterizza per l’eterogeneità musicale e per il modo in cui sono concepiti e scritti i testi: si basano spesso sulla contrapposizione tra figure, non sempre le storie sono definite, ma si tratta di racconti a metà, o suggeriti “a macchie”, perché vengano completati dalla fantasia di chi ascolta. Compare poi il gioco identità e ricordi, si parla di come i ricordi pian piano svaniscono e con essi si perdano pezzi di vita.

Dal 2016 Francesco collabora in studio e dal vivo con il bassista Enrico Casasola.

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Francesco sta attualmente lavorando al prossimo EP che conterrà quattro brani e vedrà la luce nel 2018: il filo conduttore sarà l’amore, sia quello caduto in un dramma, ma anche quello più allegro, o quell’amore fatuo e superficiale che anima molte delle promesse fatte tra amanti. Mentre poi Francesco continua a portare in giro la sua musica suonando e cantando dal vivo, punta anche a comporre in lingua italiana.

Per il 2019 ha invece in programma la preparazione e l’uscita di un album che, probabilmente, avrà la struttura di un “concept” e che richiederà un lavoro impegnativo poiché dovrà costituire un “tassello definitivo” del suo percorso artistico che gli auguro lungo e proficuo.

Qui sotto una serie di link per poter contattare Francesco, avere altre info su di lui e per poter ascoltare la sua musica!

http://francescoliccari.it/

https://www.facebook.com/FrancescoLiccari/

https://twitter.com/Franz_Liccari

https://www.youtube.com/channel/UCP9PzgCttvHeMGelWMjvgzA

Alla prossima!

Giuberto

“Sulla gobba del tempo”: un’imperdibile silloge poetica

Bentornati sul mio blog!

In questa nuova pagina sono lieto, anzi orgoglioso, di presentarvi “Sulla gobba del tempo”, una raccolta poetica di recentissima pubblicazione, della quale ho curato personalmente l’introduzione. L’opera raccoglie i versi degli autori Bianca Mannu, Giuseppa Sicura, Carlo Onnis e Mariatina Biggio; è ricca e complessa, impegnata e impegnativa per le tematiche storiche e sociali di rilievo trattate, ma anche di piacevole lettura nei brani maggior “lirismo”. Non nascondo che il lavoro di analisi propedeutico alla stesura della prefazione è stato lungo, ha richiesto numerose revisioni ed un confronto continuo con gli autori: essi sono persone dall’immensa cultura e dall’enorme cuore, ai quali devo tanto per la pazienza nei miei confronti e che ammiro per la caparbietà nel condurre quotidianamente il loro ruolo di poeti e di “cittadini del mondo per un mondo migliore”. Di seguito presenterò “Sulla gobba del tempo” citando direttamente alcuni stralci della mia introduzione.

Sulla gobba del tempo raccoglie una serie di testi nati dalla penna di quattro autori parecchio differenti fra loro per formazione, tematiche e stile. Le poesie sono state composte in maniera indipendente, in tempi differenti e non nascono per rispondere ad un progetto di base prestabilito. […] A fare da collante alla silloge vi sono delle tematiche principali, dei soggetti ricorrenti che hanno tuttavia condotto gli autori a creazioni di scrittura caratterizzate ciascuna da una fisionomia unica e tutte degne di approfondita analisi. Il titolo Sulla gobba del tempo [..] evoca lo spirito che lega le poesie. Il primo elemento che emerge è proprio il tempo. Ogni poeta ne ha espresso ampiamente nel proprio contributo la sua concezione personale; la scelta dell’immagine della gobba rivelerebbe invece la particolare visione del tempo condivisa dai quattro autori. […] non è escluso che gobba del tempo possa fare riferimento all’immagine della curvatura dello spazio-tempo relativa alla fisica einstaniana. [..] L’altro importante tema condiviso in questa silloge è l’atteggiamento critico alle ideologie conformanti del pensiero collettivo indotto, dall’annichilimento delle specificità individuali, all’omologazione mentale e comportamentale, all’assoggettamento delle persone a valori materiali e psicologici allettanti, spacciati come vitali, ma in realtà vacui. […] 

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Gli autori Biggio, Mannu, Onnis, Sicura costituiscono, dal punto di vista letterario, un quartetto significativo: la loro produzione dimostra quanto la poesia abbia ancora al giorno d’oggi un’opportunità concreta, come essa possa perseguire un compito storico e sociale denso di significati e riesca al contempo a regalare al lettore opere dotate di una freschezza sorprendente dal punto di vista estetico e formale. […] I poeti vogliono esprimere l’ambiguo senso del proprio tempo: alla base della loro opera stanno l’analisi critica di certi aspetti della contemporaneità,  l’elaborazione di testi che utilizzano modalità poetiche innovative articolate con la proposta di nuove letture della realtà e di suoi significati inediti rispetto a quelli comunemente accettati. Le tematiche storiche, politiche e sociali attuali vengono riprese svincolandosi da canoni stilistici ripetuti, evitando di rievocare verità acriticamente assunte. Vi è una particolare attenzione per la qualità della scrittura, per la ricerca formale e lessicale a dispetto della banalità e della mediocrità imperante nei linguaggi comunicativi largamente impiegati al giorno d’oggi. I poeti lavorano sulla parola come elemento che, a prescindere dal suo  peso semantico, ha un ruolo estetico, per cui scelta della forma e del suono sono qualità necessarie per il raggiungimento del risultato ricercato. Quanto premesso annuncia una silloge di non facile lettura, destinata indubbiamente ad un pubblico attento e preparato: i temi sono spesso forti, intensi, espressi talora con spirito satirico, sebbene non manchino notevoli suggestioni di delicatezza discorsiva, visioni e sentimenti più tenui. Ogni testo manifesta il notevole investimento del suo autore rispetto alla tematica prescelta e si volge al coinvolgimento emotivo del lettore. Ciascuno degli autori richiede una differente modalità di approccio: si passa da testi più diretti ed accessibili dal punto di vista verbale e del significato, ad altri che presentano più livelli di interpretazione, una struttura formale assai complessa ed un linguaggio raffinato.

La raccolta di Mariatina Battistina Biggio è intitolata Isola di nuove stagioni: il titolo rivela il forte legame della poetessa con la propria terra, la Sardegna, della quale descrive le bellezze, racconta le contraddizioni, senza scordare tuttavia la speranza per un futuro migliore. […] la Biggio anche di fronte a tematiche scottanti come l’emigrazione, la povertà e la guerra, il razzismo, le devianze giovanili, la violenza domestica sulle donne, sembra continuare a credere fermamente in un’inevitabile possibilità di miglioramento. Emerge la sua forte spiritualità, un saldo sentimento religioso, un’irremovibile fiducia nell’amore che, come un volano, fa funzionare gli esseri umani e il mondo intero. […] il suo stile poetico resta sempre controllato, mai violento o polemico. Il suo modo istintivo di fare poesia, il suo sentimento materno verso la realtà, facilitano l’avvicinamento del lettore ai testi: le atmosfere sono intime, abbondano le locuzioni affettive, compaiono continue immagini relative alla sfera sentimentale e familiare, il linguaggio è semplice, diretto ed immediato.

Bianca Mannu risulta essere, tra i quattro della silloge poetica, l’autrice più complessa da avvicinare e comprendere appieno. Viene richiesto al lettore un particolare sforzo: si deve innanzitutto ri-conoscere il significato letterale dei termini impiegati, il senso di citazioni e richiami ad altri autori, alla letteratura e alla filosofia classica e moderna. La scelta di vocaboli inusuali risponde al gusto della scrittrice per locuzioni dotate di un certo valore estetico e di un particolare effetto poetico. L’intento è quello di interloquire con il lettore in maniera intelligente e stimolante. Numerose le figure retoriche e il periodare articolato. La sottoraccolta Temporaneamente è suddivisa in quattro sezioni sul tema dell’esistenza, come fosse contenuta in un prisma a più facce, e ogni sezione costituisce un punto di osservazione della scrittrice sulla vita e sulle sue caratteristiche. Nella sezione Curva minore si guarda con stupore all’irrisorietà materiale dell’individuo umano. La forza vitale è un’onda di lancio iniziale che il soggetto può cogliere con meraviglia, ma solo a posteriori, cioè quando si impossessa del linguaggio e quando quel momento di spinta primigenia è oramai spento. La vita si configura come una sapiente funzione biologica che tuttavia non corrisponde ad un progetto razionale. […] La meravigliosa e contraddittoria convivenza tra fisicità e parola viene analizzata nella sezione Coabitazioni: una volta che la successione di spinte vitali è diventata un fenomeno ordinario, l’urlo nativo viene trasformato in parola tramite il corpo. L’emissione vitale, l’alito originario, è adesso suono e segno: attraverso il linguaggio l’uomo controlla, manipola l’esterno, descrive il passato, è in contatto col presente, preconizza il futuro. Per mezzo dello strumento-linguaggio pretende, in sintesi, di appropriarsi del tempo. Tuttavia la parola, che è intenzione, azione, comando, ma pure identità (individuale, etnica, storica e sociale), è un “inganno” poiché dipende da quella corporeità materiale destinata a disperdersi irrimediabilmente nella liquidità del tempo. […] La sezione Homo politicus affronta la tematica dell’umanità come organizzazione collettiva. L’autrice si immedesima nel ruolo di chi subisce gli effetti delle decisioni sbagliate dei gruppi dirigenti e non ha la possibilità o la capacità di esprimere il proprio dissenso e ribaltare la sua condizione. Nell’ultima sezione si domanda: a che serve la poesia? Risposta: la poesia serve a nulla! Nella sua inutilità la poesia deve allontanarsi da un atteggiamento di autocompiacimento estetizzante e deve provare a descrivere l’umanità stando distante dalle logiche del profitto.

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Lontano dalle modalità della Mannu vi è Carlo Onnis, accostabile invece per alcune analogie tematiche e stilistiche alla Biggio. Ad accomunarli sono il legame con le stesse origini regionali più volte richiamate, il sentimento amoroso vissuto con gentilezza e dolcezza, la presenza costante – più o meno palese – della nostalgia e l’uso metaforico del paesaggio come specchio di uno stato interiore. Tuttavia la voglia di rinascere propria della Biggio è in Onnis sostituita da un senso di latente malinconia. Il titolo In-canto sarebbe espressione di specifiche scelte stilistico-compositive; i singoli testi verrebbero infatti offerti al lettore come “canti” di un intero poema. In ognuno la musicalità del verso si fa melodia e rende inconfondibili le poesie di Carlo Onnis. Nel titolo ritroviamo anche quella particolare carica suggestiva che caratterizza la sua produzione: il poeta crede nella bellezza come valore assoluto; la sua visione del mondo e della vita sembrano libere da qualsiasi possibile problematicità e contrasto. Per l’autore il sogno non costituisce una dimensione strettamente individuale, ma prospetta una necessaria valenza sociale: sognare è una reazione vitale, un atteggiamento importante come stretto riferimento alla realtà. Reagire alla problematicità esistenziale, contro la quale si prova un senso di distacco attraverso la lente interiore della bellezza, comporta una presa di posizione cosciente, matura ed equilibrata che equivale ad un atteggiamento positivo, critico, a volte provocatorio e altre satirico. […] La solitudine acquista una sua posizione vitalistica, che rende la dimensione individuale necessaria ad analizzare e rivalutare il tessuto del passato e ad accettarlo nel presente con gli occhi della memoria. […]

La critica esistenziale e storico-sociale, così come in Bianca Mannu, sono elementi ricorrenti nella poesia di Giuseppa Sicura: l’autrice si focalizza sugli argomenti salienti della nostra contemporaneità, senza slegarsi definitivamente dai cenni autobiografici e dall’analisi interiore. […] Ella confida nella forza della parola poetica come strumento capace di smuovere menti e cuori della gente. Le tematiche sono affrontate con forte coinvolgimento emotivo: le reazioni passano dal grido d’allarme al coro di protesta, dall’invocazione al richiamo, alla contestazione collettiva. La guerra, che si ripresenta scleroticamente come un’infezione della Storia curata male, le fughe di genti dalle terre di origine flagellate dai conflitti, l’immigrazione clandestina, la crisi del sistema economico, l’ottusità della scienza, sono fenomeni delineati in quanto esito di un sistema di controllo politico, ideologico ed economico, da parte dei “vili gestori”, che ha ribaltato i valori fondanti dell’intera umanità. […] La poetessa non disdegna i linguaggi mediatici odierni e i nuovi mezzi di comunicazione; li sperimenta, ma senza dubbi ne evidenzia gli aspetti deleteri offrendo terreno fertile alla sua poetica, dove l’inquietudine spesso s’insinua tra i versi a rimarcare il bisogno di un mondo più a misura d’uomo, apostrofando come falsa e illusoria, una realtà che priva di qualsiasi umanità i rapporti interpersonali e determina la diffusione di una conoscenza effimera. […]

Questa sopra è solo una parziale rassegna degli elementi che ci avviamo a incontrare nella silloge. La lettura si anticipa intensa, mai monotona o prevedibile; pagina dopo pagina ogni poesia regalerà l’apertura verso innumerevoli immagini, emozioni e spunti per riflessioni sulla condizione umana.

Spero vivamente che la raccolta conosca una meritata diffusione e che questo mio intervento sia in grado di valorizzare ulteriormente l’importanza – tematica e stilistica – delle poesie contenute. Ringrazio ancora Bianca, Giuseppa, Carlo e Mariatina per la grande fiducia che mi hanno concesso nell’affidarmi il delicato compito di curare la loro prefazione. Ringrazio voi lettori per la consueta attenzione e vi invito a contattare gli autori per avere una copia di “Sulla gobba del tempo”

https://www.facebook.com/giuseppa.sicura

Alla prossima!

Giuberto

 

Mindscapes: i “paesaggi della mente” di Manuela de Stefani

Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo del mio blog!

Per la prima volta dedico un pezzo alla pittura, linguaggio che finora non avevo analizzato su queste mie pagine, nonostante le arti figurative facciano solidamente parte della mia formazione artistica e culturale. Non a caso ho deciso di parlare di una mostra davvero interessante, “Mindscapes” di Manuela de Stefani. L’esposizione, curata da Enea Chersicola, è stata inaugurata il 23 Novembre e sarà aperta fino al 12 Dicembre. Vi invito a visitarla a Trieste presso la Lux Art Gallery in via De Rittmeyer 7/a.

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Osservarne i dipinti mi è servito a “conoscere meglio e diversamente” la pittrice e completare l’idea che mi ero già fatto di lei come persona: Manuela è una donna riservata, profonda, essenziale soprattutto nelle parole, attenta e riflessiva. Un incontro davanti ad un caffè ha confermato queste mie impressioni ed è stato utile a comprendere meglio la genesi e il significato della sua opera pittorica.

In mostra troviamo esposte trentaquattro opere, ognuna dotata in origine di un proprio titolo, ma presentate senza didascalie singole: l’intenzione di chi ha curato l’esposizione è quella di creare una sorta di “paesaggio continuo” dal titolo globale, appunto, di “Mindscapes”. Al visitatore la galleria appare quasi come un ambiente su cui si aprono tante “finestre verso l’esterno”. “Mindscapes” si traduce in “paesaggi della mente”, o più ampiamente, dell’interiorità e perciò dovremmo parlare, piuttosto, di “finestre verso l’interno” (dell’essere umano). Come premesso, abbiamo a che fare con dei paesaggi: non si tratta né di realismo vedutistico, né di paesaggi di luce in senso impressionista e neppure di paesaggi interiori in accezione romanticista. Si tratta (per usare un ossimoro efficace, ma poco tecnico) di un figurativo non figurativo, o ancora, di un formale informale… Manuela infatti utilizza l’iconografia del paesaggio come modalità di introspezione individuale. Lontana ogni intenzione di ritrarre dei luoghi precisi, gli elementi del territorio diventano lo strumento attraverso i quali l’artista compie un viaggio interiore di esplorazione finalizzato alla catarsi, all’indagine dei propri tormenti e alla loro esplicitazione. Le opere traspirano una complessa e profonda spiritualità e vanno perciò avvicinate con rispetto: sono un dono dell’artista la quale rende partecipe l’osservatore dei suoi aspetti più intimi, tramite esse mostra le sue debolezze, i propri dolori. Nell’esporre le sue creazioni la pittrice prova ad invitare ognuno di noi ad un analogo lavoro di scavo nella propria coscienza, nel proprio spirito, nel proprio bagaglio di ricordi. Queste opere sono, per certi versi, una incresciosa confessione.

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I quattro elementi, acqua, terra, fuoco, aria, giocano un ruolo fondamentale nel processo di emersione di emozioni nascoste, di ricordi, forse di sogni. La tavolozza prescelta da Manuela, tranne che in alcuni casi, è abbastanza uniforme. I luoghi sono rappresentati tramite evanescenze, trasparenze; il degradare di piani (mai ben definiti) restituisce la sensazione di immagini filtrate dal ricordo, edulcorate dalla nostalgia, oppure arse da un tormento non risolto. Queste atmosfere tenui, pastellate e morbide, trasognate, sono interrotte però da prepotenti campiture, da pennellate caustiche che sfregiano l’armonia degli angoli paradisiaci. Linee, segni, graffi, guidano l’occhio da un piano all’altro facendolo sprofondare oltre il limite fisico del supporto. Le strutture sono ben equilibrate. Nella stessa opera vengono talvolta riuniti più paesaggi, più punti di vista, più “fotogrammi”; è come se il viaggio interiore meritasse di essere fissato in più punti del suo percorso, come se il cammino guidato dal colore non dovesse conchiudersi in una sola “istantanea”. Vi sono degli elementi ricorrenti come la montagna (possibile simbolo di un ostacolo individuale ancora da superare), il vulcano, i fuochi o fluidi magmatici (che possono apparire anche come squarci nella carne viva), dei soli in un tramonto perenne (o all’alba?), fumi e spruzzi di geiser che salgono in cielo (questi forse a simboleggiare un tentativo di unione tra la dimensione terrena e quella celeste), poi le isole e le falesie. Emergono qui le influenze che i paesaggi carsici hanno svolto nel processo creativo della pittrice. Il ricorso alla rappresentazione di isole in mare sarebbe suggerito invece dalla vista degli arcipelaghi croati.

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Ad una prima osservazione gli ambienti raffigurati possono apparire disabitati, desolati e addirittura inospitali, ma se si aguzza l’occhio verso dettagli minori o verso certe suggestioni grafiche e cromatiche, si scopre che esistono al loro interno forme di vita umane, vegetali e animali. Si tratta di creature prive di fisionomia, assorbite, decomposte dal contesto – paesaggio. Esse sono presenze – assenze, spiriti o corpi, fantasmi o spettri, mezze ombre (o forse, come suggerito dal curatore della mostra, sarebbero le ombre interiori che ogni individuo trascina costantemente con sé). La pittrice non definisce le loro fattezze, ma sceglie di fornire all’osservatore solo alcuni spunti perché ognuno possa completare con la propria immedesimazione tali (ed eventuali) forme d’esistenza. Si notano poi i segni antropici lasciati qua e là nella natura: barche, vele, villaggi. Nei paesaggi di Manuela non vi è dunque solitudine; vi è tuttavia una sospensione temporale quasi “metafisica”: in questi non-luoghi aleggia un tempo dilatato all’infinito che mescola passato, presente e futuro, dimensione tangibile e intangibile, spazio della vita e della morte. Energie contrastanti si abbracciano senza che nessuna di esse abbia la meglio e provochi violenti contrasti, predominanze, nettezze. Vi sono spinte latenti inesplose, intenti di ribellione incerti, evasioni che si concludono nella stessa cella da cui ha avuto inizio la fuga. Le forze perdono d’impeto rinunciando allo scontro, scelgono invece la via della diluizione. La tecnica mista (olio, terre e carboncino su carta) potenziano l’intento comunicativo. Emanuela completa con le sue grafie: dal gesto più ampio, libero, sciolto, si passa a segni arrovellati, a piccole aree pittoriche entro le quali si insiste nel tentativo di sbrogliare la lunghissima matassa spirituale che si dipana tra mente, anima, mano, strumento e supporto. Un idea di indefinito dice che il lavoro di scavo da cui nasce il complesso di opere è ancora in corso: la scoperta della vena aurifera deve ancora avvenire, il fare è ostinato, silenzioso, paziente, direi perpetuo. Ogni opera è un grido muto, un canto portato via dal silenzio.

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Le creazioni pittoriche di Manuela sono l’esito, non solo di un percorso interiore, ma anche di una formazione e di un’evoluzione di carattere tecnico e creativo durate anni e supportate da due importanti maestri. Il primo di loro è stato Paolo Cervi Kervischer che, sia con le sue lezioni di Storia dell’Arte e poi per l’uso delle terre, della fusaggine e della carta come base, ha influenzato notevolmente l’artista. Il maestro Franco Chersicola è stato successivamente fondamentale per aiutare l’artista a trovare una propria modalità, l’espressione consona a dar luce alla sua identità e soggettività.

Per informazioni rivolgersi ai seguenti contatti:

luxartgalleryts@gmail. com – 334.7231216

destefanimanuela@gmail.com – 339.4638777

Spero che la mostra venga visitata da tanti curiosi, appassionati ed esperti. Spero poi che Emanuela prosegua con questo suo importante lavoro che, son certo, regalerà in futuro degli esiti artistici meravigliosi. Vi saluto e vi aspetto al prossimo articolo!

Giuberto

IMAGO: la performance che squarcia il velo tra sogno e realtà

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog che, tra alti e bassi, cerco di tener vivo con contributi di interesse e di qualità.

Qualche giorno fa sono stato invitato ad uno spettacolo per farne la recensione: eccomi qui a parlarvi di “Imago”, performance di improvvisazione artistica, suoni e danza sperimentale. L’evento si è svolto giovedì 16 novembre a Trieste nel teatro di San Giovanni. Di questa singolare e intensa serata vi darò una personalissima interpretazione, arricchita dall’approfondita chiacchierata fatta “a freddo” con Francesco Amerise, autore, nonché cantore-musico e attore – sciamano nella messa in scena. Alla realizzazione del lavoro hanno contribuito Federica Miani (costumista) e Stefania Simsig (realizzatrice delle maschere di scena). Sul palco Mariangela Miceli, ballerina e performer, ha interpretato col movimento le suggestioni sonore, accompagnata da Giada Abbatessa e Serena Bertagna nel ruolo delle statue – albero danzanti.

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Imago non è un musical o un concerto nella forma convenzionale. Gli elementi scenici e i codici comunicativi adottati non compongono un prodotto completo in ogni dettaglio; lo spettatore non deve “sorbire” uno show preconfezionato, deve bensì specchiarsi nelle azioni presentate, lasciarsi influenzare dai messaggi sonori e farsi guidare liberamente dal loro flusso. L’idea è quella di offrire al pubblico, attraverso un’equilibrata commistione tra linguaggi artistici, degli spunti da cogliere a mente libera, con i sensi aperti. Bisogna concedersi alle suggestioni, abbandonarsi al viaggio onirico ed (extra)-sensoriale. Gli spunti di cui si parla sono dei simboli archetipici introdotti in maniera più o meno esplicita. L’archetipo è un significante universale, per questo dotato di immensa potenza simbolica; esso funziona nella nostra interiorità da stimolo primordiale e squarcia le singolarità culturali e le  specificità identitarie, storiche e geografiche. Chi osserva, quindi, non solo sprofonda nel palcoscenico, ma leggendo dentro agli archetipi, sprofonda in sé stesso. Il simbolo archetipico più ricorrente è il numero tre. I colori scelti per gli abiti di scena e per il fondale sono appunto tre, il nero, il bianco e il rosso: si tratta dei tre toni legati alle trasformazioni alchemiche della materia che, da materia grezza, diventa materia nobile.

Il palco è spoglio, adornato in alto solo da un certo numero di maschere bianche e, sulla sinistra, da una sorta di altare su cui poggia una strana maschera di colore bruno e dorato. Non esiste una trama definita come tipico del racconto tradizionale: le azioni che si susseguono devono fungere da apertura a nuovi possibili aventi, a nuove svolte. Lo spettatore si deve muovere nella stessa dimensione interiore che guida i protagonisti nella loro improvvisazione: il dialogo strettissimo fra i quattro protagonisti determina l’esito della performance; di fatti ogni minima sfumatura vocale, sonora, gestuale, comporta la risposta dell’altro. Ciascuna persona della platea completa gli eventi secondo la sua unica sensibilità, il suo livello di immedesimazione, il suo bagaglio esperienziale.

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Lo sciamano dà il via al rito insufflando la vita sotto forma di molecole di polvere; seduto tra i suoi strumenti pregni di mistero e magia guida il movimento esistenziale delle tre anime danzanti col flusso sonoro. Il suono prodotto è un continuum di paesaggi sonori, uno sfumare di suggestioni vocali e strumentali in cui il gesto agisce nel tessere il filo del canto, modella lo spessore e la densità del suono. Gli strumenti evocano mondi terrestri lontani tra loro, ambienti intimi, situazioni spaventose e spazi immaginifici. La ballerina entra in scena sbendata. Al centro del palco si abbassa al livello pavimentale e, come in un parto all’inverso, si veste di un velo bianco che accompagnerà la sua danza. Pare uno spirito che lotta per la sua libertà, per acquisire la sua identità: continuamente ricade a terra, è come schiacciata dalla dipendenza dei destini. Ai lati due alte statue dalla forma di alberi antropomorfi, forse a simboleggiare il fato, la dominano con il movimento dei loro rami – scettro; lo fanno con volti indifferenti, distaccati. Il velo limita la danza della vita che diventa un ballo cieco: questo velo può essere sia simbolo di una determinazione soggettiva anelata, sia del labile limite tra mondo fisico e mondo dello spirito. Vi sono rare espansioni nello spazio, il movimento viene represso, controllato, limitato, imposto dalle sacerdotesse – albero. L’anima danzante soffre, subisce una sorta di esorcismo al suono dello scacciapensieri, balla poi in tondo come una bambola meccanica al tintinnio del carillon. Attraverso la gestualità e la danza possiamo vedere il suono: sciamano e danzatrice “raccontano” il suono.

In alto le maschere forse ridono, forse piangono. Con il loro bianco laccato e le orbite oculari squallidamente vuote sono, forse, le presenze-assenze di antenati. Sono tante e confondono lo sguardo. Sembra a tratti di catapultarsi in una casa patrizia romana, nella sala in cui si svolgeva il culto delle anime dei parenti defunti le cui sembianze erano richiamate dal maschere funerarie o da busti riposti entro nicchie. Ma queste maschere sono prive di fisionomia, con la loro vuotezza ci ricordano che l’esistenza è ciclica e il viaggio terreno è solo un passaggio uguale per tutti, un percorso iniziatico che inizia e finisce (però) altrove. Anonime ci portano a domandarci chi siamo oggi, chi siamo stati e come saremo nel domani.

D’un tratto lo spirito danzante, forse scampato al peggio, forse avendo espiato una qualche colpa, oppure reputato oramai pronto a passare ad uno status superiore, esce finalmente dal velo: sembra ri-nascere a seguito di uno strano travaglio. Si dirige sul fondo del palco verso l’altare e indossa la maschera a tre facce. Tre facce: saranno le tre età della vita? Passato, presente e futuro? Nascita vita e morte, o magari i mondi di sopra, di mezzo e di sotto? O forse i tre stai della materia? Ognuno può leggere in quelle maschere un senso. A prescindere da ogni possibile interpretazione lo spirito prima anonimo non riesce comunque a determinare la sua vera identità e viene “accettato” solo perché indossa maschere. La maschera è dunque un altro tipo di velo, di barriera, di finzione, di annullamento di sé. La maschera di cui parliamo non è quella della falsa identità del ruolo teatrale per l’attore o del ribaltamento dell’ordine costituito carnevalesco: è, purtroppo, la condizione necessaria ad ogni essere umano per poter vivere nella società nel rispetto più o meno fedele delle sue convenzioni. Forse la maschera “è” l’essere umano stesso.

La musica finisce. L’esibizione si conclude con l’uscita dello sciamano che porta via con sé l’anima danzante. Lei ha abbandonato la maschera tripla: con questa azione infrange ancora una volta quel limite tra essenza ed apparenza, fisicità e astrazione, vita e morte… Sarà questa la fine della vicenda, se tutto il racconto non ha una vera e propria trama? Dove vanno ora quel deus ex-machina e quella creatura al contempo libera e dannata? Le sacerdotesse albero avranno sùbito altri spiriti vergini da domare come bestiole inermi? …o questo andar via di spalle indifferenti è solo un’altra suggestione per farci immaginare ulteriori svolgimenti?

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…non esiste una risposta giusta, quello che vuole regalarci lo spettacolo è proprio questo restar sospesi: in Imago qualsiasi lettura è valida, lecita, accetta. Sognare è reale, lecito, concreto, è un’esperienza che dobbiamo imparare a compiere con naturalezza e abbandono senza considerare questi momenti e queste dimensioni come banali fughe dalla realtà e dalla quotidianità. Spero che anche gli altri spettatori, come me, siano cascati entro “altri mondi”, un po’ come fece l’Alice di Lewis Carrol… Non importa se quelli in cui siamo stati noi, eliminando le barriere fisiche del teatro, fossero (o no) altrettanto meravigliosi. L’importante, per chi partecipa ad Imago, non è sprofondare o salire, espandersi o restringersi, ma viaggiare attraversando le dimensioni che vanno oltre la soglia dei sensi, squarciare il velo tra sogno e realtà.

Imago è uno spettacolo che suggerisco con sincerità a voi lettori e che auguro vivamente possa trovare tanti spazi in cui andare in scena.

***le fotografie sono state gentilmente concesse da Samuele Borlandi e da Federico Mullner.

per contatti: Francesco Amerise – 3491344827 – www.facebook.com/francy.lahmia

Alla prossima!

Giuberto

 

Banda Berimbau: un ponte di musica tra Trieste e il Brasile

Bentornati! Oggi voglio presentarvi la Banda Berimbau, storica formazione musicale che ha base a Trieste e che si dedica alla musica del Brasile nelle sue varie forme ed espressioni. Per sapere esattamente quale è stata la genesi del gruppo, l’evoluzione del progetto, la sua forma attuale e le idee per il futuro, ho parlato con Alessandro “Pai” Benni (uno dei fondatori della Banda) e con Davide Angiolini (direttore artistico).

Ciao ragazzi e grazie per la vostra disponibilità. Frequento da poco il vostro gruppo, ma sin da subito sono rimasto affascinato dalla musica a cui si dedica e dalle sue attività. La Banda Berimbau infatti si articola in maniera abbastanza complessa ed interessante: sarebbe bello far conoscere a chi legge la vostra realtà. Quando e come nasce la Banda?

A: nel 1995 suonavo la chitarra in un trio che si dedicava alla bossa nova e ad altri generi appartenenti alla tradizione brasiliana e si chiamava proprio Banda Berimbau! In quegli anni, grazie alla spinta delle teorie di Basaglia*, si svolgevano presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste dei progetti di musicoterapia nei quali venivano coinvolti, insieme alle persone in cura, studenti, medici e insegnanti provenienti dal Brasile. Così nel 1996 il musicoterapeuta e musicista brasiliano Alberto Chicayban organizzò un gruppo di batucada che si esibì al carnevale di Muggia: con strumenti raccattati qua e là si esibirono insieme pazienti del Centro di Igiene Mentale, musicisti locali (tra cui il sottoscritto) e studenti sudamericani. Fu un’esperienza unica, così si pensò di organizzare meglio quel l’idea e nel 1999 venne fondata la vera e propria Banda Berimbau.

*[Franco Basaglia è stato uno psichiatra, neurologo e professore, fondatore della concezione moderna della salute mentale, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia e ispiratore della cosiddetta Legge Basaglia (n. 180/1978) che introdusse un’importante revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti sul territorio. – Fonte: Wikipedia]

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Quali sono stati i passi più significativi per la crescita del gruppo?

A: senza dubbio la partecipazione al Raduno delle Scuole di Samba Italiane tenutosi a Milano nel carnevale del 2000 ha dato la giusta spinta all’evoluzione della Banda. È stata la prima vera opportunità di confronto con altre realtà già esistenti nel nostro Paese e da lì abbiamo colto numerosi spunti musicali, tecnici e organizzativi che tuttora teniamo in vita e pratichiamo. Poi è stato fondamentale per i membri della Banda viaggiare in Brasile: imparare sul luogo d’origine i ritmi per comprenderne meglio il significato e la tradizione. Col tempo abbiamo curato anche i nostri strumenti: ogni viaggio è tutt’oggi occasione per riempire le valigie di percussioni da portare qui per i nostri soci. Non vanno poi scordati stage, masterclass e seminari tenuti da grandi maestri che molti di noi hanno frequentato in giro per l’Europa per poi riportare le conoscenze acquisite all’interno della Banda. Cito infine i corsi tenuti direttamente per la Banda da musicisti quali Mestre Marcao del GRES Academicos de Salgueiro, Mestre Mario Pam degli Ile Ayie, Mestre Afonso della Naçao Leao Coroado, Gilson Silveira, Kal Do Santos, Dudu Tucci, Dudu Fuentes e tanti altri.

Su quali modelli nasce la Banda Berimbau dal punto di vista organizzativo e per le sue finalità?

D: la Banda Berimbau è un’associazione che si rifà all’organizzazione e alle finalità dei gruppi tipici della tradizione musicale percussiva brasiliana, come i “Blocos afro” di Salvador, i “Gremios Ricreativo Escolas de Samba” di Rio e le Naçao de Maracatú di Recife e Olinda. Questi gruppi hanno un legame molto forte con la loro terra e sono saldamente connessi al tessuto sociale, infatti oltre a tramandare le tradizioni e la cultura locale, hanno innanzitutto una funzione di aggregazione e mirano ad affrontare le problematiche sociali. Solo a Rio le scuole di samba stanno trasformando le loro esibizioni in veri e propri show che coinvolgono musicisti di professione: la messa in palio di notevoli cifre ha fatto sì che all’aspetto tradizionale se ne sostituisse progressivamente uno più spettacolare e più legato al business.  La Banda Berimbau utilizza la musica come collante sociale e cerca di unire e accogliere tutte le persone che hanno voglia di imparare a suonare, indipendentemente dal loro genere, età, capacità tecniche, abilità e disabilità.

Come insegnate a suonare le percussioni? Servono delle competenze musicali e quale percorso si compie all’interno del gruppo?

A: come già detto, chiunque abbia la passione per la musica brasiliana e in particolare per le sue percussioni può frequentare la Banda. Il metodo messo a punto per l’insegnamento è un compromesso tra il metodo orale – sillabico usato tradizionalmente in Brasile e un’impostazione nozionistica di base che permetta a tutti di acquisire almeno dei rudimenti di teoria ritmica per poter capire meglio ciò che si suona.

D: per questo sono stati organizzati tre livelli: un corso base aperto a chi si approccia per la prima volta alla musica brasiliana, uno intermedio per chi ha acquisito una certa competenza sui ritmi e sugli strumenti o possiede già una buona tecnica acquisita con attraverso altri percorsi di studio e il terzo livello, quello più avanzato e in cui si richiede una maggiore serietà, cioè la Banda Berimbau vera e propria, che si esibisce in pubblico in occasione sfilate, manifestazioni e concerti.

A quanti anni si può iniziare a frequentare la vostra associazione?

D: è attiva la Scuola dei Bambini alla quale si possono iscrivere i piccoli. Il primo gruppo comprende i bimbi dai tre agli otto anni e il secondo dagli otto anni fino ai sedici.

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Se non sbaglio la Banda Berimbau non si dedica solo alle percussioni e comunque si articola in più progetti complementari: potreste descriverli in breve?

D: Abbiamo varei tipologie di spettacoli: “Canta Italia” abbina ritmiche brasiliane a melodie delle canzoni italiane più note; lo spettacolo “Canta Mondo”, realizzato con in cantante e attore Leonardo Zanier e il chitarrista Tiziano Bole, abbina ritmi brasiliani ai brani più noti delle varie tradizioni nazionali soprattutto rock e pop. Esiste poi il progetto “Binho Carvalho Show” che si concentra totalmente sulla canzone tradizionale brasiliana. Accanto a questi primi spettacoli più tradizionali esiste  “Talkin’ Vibes” in cui l’elettronica si mescola a ritmiche brasiliane rivisitate in chiave più moderna. Infine la Banda si dedica a spettacoli che si incentrano ognuno su un genere specifico come il Samba e il Maracatú. Parallelamente, la Banda Berimbau sviluppa progetti educativi di percussione e introduzione al ritmo e alla musica d’insieme all’interno di scuole, centri estivi e centri diurni per bambini e ragazzi diversamente abili. Il progetto AquaBrasil mette insieme aquagym e percussioni brasiliane dal vivo a bordo vasca in piscina, creando un’attivita’ mista tra ballo, sport e canto. Insomma…ce n’è per tutti i gusti.

Quali sono stati i palchi, o le occasioni, di maggior prestigio nei quali vi siete esibiti? Avete anche lavorato a delle produzioni?

D: tra le principali esibizioni di livello degli ultimi anni vanno menzionate: Festa Tradicional Italiana di Belo Horizonte (Brasile), tre edizioni dell’Exit Fest di Novi Sad (Serbia), Rock for People (Repubblica Ceca), Notte Bianca di Napoli e di Bucarest, TRL su MTV Italia, numerose edizioni del Dubai Summer Festival, Dubai Shopping Fest, Abu Dhabi National Day, Carnevale delle Culture di BerlinoLatinoAmericando di Milano, Rototom Reggae Sunsplash e Rototom Free, Carnevale di Venezia, Capodanno in Piazza San Marco a Venezia. Inoltre le aperture dei concerti di Gilberto Gil, Toquinho, Beth Carvalho, Sud Sound System. In Brasile la Banda si è esibita inoltre a Salvador de Bahia, Rio de Janeiro e Recife con numerosi gruppi tra i principali al mondo nel genere (GRES Academicos do SalgueiroBangalafumengaIle AyièEstrela Brilhante, Naçao Leao Coroado, Naçao Estrela Brilhante de Igarassu, Kizumba). Per quanto riguarda le produzioni, nel 2014 è uscito il DVD Live Banda Berimbau e Binho Carvalho Show che documenta lo straordinario concerto che ha conquistato i settemila spettatori di TriesteEstate 2012. Precedentemente, all’interno dell’album Jardim Electrico, a tribute to Os Mutantes, che ha riscosso un enorme successo di critica in Europa, Usa e Brasile, è stato incluso un brano inciso insieme al gruppo indie Franklin Delano.

Presumo che la Banda abbia ricevuto dei riconoscimenti o dei premi…

D: abbiamo sempre evitato competizioni o concorsi, chi ci voleva cio ha sempre contattato direttamente, non abbiamo mai avuto per fortuna bisogno di fare concorsi o cose analoghe… Una volta esisteva una specie di concorso informale tra “baterie de samba” in Veneto e noi tra il 2006 e 2008 (unici tre anni in cui la hanno organizzata) siamo arrivati primi, terzi e secondi. Nel 2016 l’Associazione Culturale Berimbau è stata insignita del Premio Regionale Solidarietà da parte della Consulta Provinciale di coordinamento delle associazioni delle persone con disabilità e delle loro famiglie (prov. di Gorizia), quale ente meritevole di aver dato aiuto e favorito l’inclusione alle persone con gravi difficoltà.

Quanti membri conta attualmente l’associazione e quanti sono i componenti della Banda che si esibisce?

D: gli iscritti all’associazione sono attualmente un centinaio, di cui quaranta sono membri effettivi della Banda vera e propria.

Immagino che nel corso degli anni il gruppo sia stato frequentato da tante persone: in relazione agli aspetti umani e musicali, quali sono state le più belle soddisfazioni per voi che dirigete la Banda?

A: di sicuro la cosa più curiosa e soddisfacente è stata quella di insegnare la musica brasiliana a dei brasiliani residenti a Trieste che nella loro terra d’origine non avevano avuto modo di studiarla e praticarla. Un grande appagamento, oltre che una grossa responsabilità, è sapere che per molte persone la frequenza delle nostra attività è un modo per affrontare e superare gravi problematiche personali. È bello anche che la Banda sia stata frequentata da bravissimi musicisti che hanno scelto il nostro gruppo per confrontarsi e completare le loro conoscenze. Insomma, ognuno frequenta la Banda con modi, aspirazioni e motivazioni molto differenti!

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Ultima ed importantissima domanda: potete parlare del progetti di volontariato e di utilità sociale che sostenete direttamente e a distanza?

D: per seguire ulteriormente la sua vocazione sociale, Banda Berimbau sostiene economicamente un centro di recupero per ragazzi di Salvador de Bahia(il C.C.O.R. nel Calabetao), il tutto per tramite dell’associazione italiana “Ragazzi di Val”. Con il nostro contributo finanziamo dei corsi di percussioni seguiti dal maestro Mario Pam, direttore dell’importantissimo gruppo Ilê Aijê e parte delle spese del centro. Il secondo destinatario dei contributi di beneficenza è la sede locale dell’Associazione Donatori di Midollo Osseo (ADMO). Collaboriamo poi con l’Associazione Donatori  Sangue di Trieste, organizzando varie donazioni “di gruppo” nel corso dell’anno.

Vi ringrazio ragazzi! Invito i lettori a dare uno sguardo al sito www.bandaberimbau.com e cercare video, notizie ed eventi su YouTube e sulla loro pagina Facebook. 

Grazie mille per l’attenzione è come di consueto commentate e condividete!

Alla prossima,

Giuberto

Bianca Mannu: la scrittura come “messaggio in bottiglia”

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog www.giubertoatzori.it

L’articolo – intervista di oggi è dedicato a Bianca Mannu, autrice poetessa che merita di essere conosciuta sia per lasua personalità piacevole, che per la produzione letteraria davvero particolare ed interessante. La incontrai per la prima volta nel 2013 quando a Cagliari era attivo il Centro Culturale NAI, presso il quale settimanalmente si riunivano artisti di ogni genere per divulgare la loro attività, mettersi in discussione, scambiare esperienze e pareri, instaurare collaborazioni. Rimasi parecchio colpito dalla presentazione della raccolta poetica “Trafori di senso” pubblicata di recente da Bianca, così subito scrissi una recensione per il sito www.oubliettemagazine.it In seguito mi occupai della stesura della sinossi della raccolta “Dove trasvola il falco”. Sarà però la stessa autrice a presentarsi e a parlarci del lavoro che svolge…

Benvenuta Bianca e grazie per aver accettato di comparire sul mio blog: ci conosciamo da tempo e per me è un vero piacere ed un onore continuare, sebbene a distanza, a leggerti e farti leggere dagli altri. Finora hai pubblicato diverse opere: di che generi letterari si tratta e quali sono i titoli?

Ciao Giuberto. Mi piace questo tuo logo sintetico  e contemporaneamente autentico, sintesi davvero eufonica dei tuoi nomi. Sono felice di questo prezioso coinvolgimento, date la mia condizione recessiva e la mia solitudine, sì, un po’ casuali e un po’ volute, che si sposano meglio con “sarditudine”, più che con sardità.

Intanto chiarisco subito che la mia nascita pubblica come “persona che scrive” risale al 2003 circa, ad eccezione di alcuni precedenti e distanziati interventi pubblici: 1) nel ’75 diversi interventi su La Pagina dei Ragazzi  de L’UNIONE SARDA sugli effetti formativi del “fare poesia” nella scuola dell’obbligo; 2) qualche lettura pubblica estemporanea; 3) qualche pubblicazione episodica e marginale in piccole antologie, e forse la presentazione di un’opera altrui. Sono diventata “Bianca Mannu che scrive”, dunque maggiorenne, dopo il compimento dei sessant’anni. Consideravo e ho considerato come “apprendistato” quanto avevo scritto per l’addietro, al punto che, quando nel 2002 decisi  di avere sufficiente materiale in versi per una prima sortita (quantità + qualità, presunte), rimandai la stampa per poter compiere un’ulteriore elaborazione dei lavori del trentennio fine secolo, più i testi dei primi tre fertili anni del XXI. Fu quello il mio esame di maturità scrittoria: a bozza pronta, poco convinta dei “brava” di qualche amica/o di magra formazione letteraria, mi rivolsi al critico cagliaritano più accreditato del momento, Giovanni Mameli, e gli chiesi un giudizio di massima. Mi lodò con asciuttezza, m’indicò la via dei concorsi e delle riviste letterarie, per farmi strada, e la pratica austera dell’autocritica e della sorveglianza linguistica. Da una stamperia uscì Misteriosi ritorni,  che conteneva tre sillogi, 75 composizioni: non fece botto, com’era scontato. Per farla breve, ho partecipato raramente a concorsi, non ho allevato un mio pubblico, e le poche riviste letterarie locali, da cui diventare visibile, erano fortilizi occupati da proff e da poeti in limba e lingua, intellighenzia da feudo, “gens blasés” avversi alle neofite di 3^ età prive di pedigree sociale, quale io ero e sono. Io volevo scrivere e non impiegare il mio tempo da pensionata a costruire relazioni che non avevo avuto e che neppure desideravo. Discende dalla coscienza di questa mia “marginalità”, ma anche dal mio pronunciato orgoglio sociale e personale, la mia progressiva “disattenzione” verso la “firma editoriale”. Insomma “andavo a nozze” con poesia e prosa, senza testimoni e con l’abito cucito dalla sartina all’angolo, perché testardamente l’accento mi cadeva sulle ragioni nobili delle “nozze”, e la posta era la durata della relazione. Questo è ancora il retro pensiero del mio tranquillo disincanto, che però mi frutta una grande e solitaria libertà.  Riporto di seguito l’elenco dei miei testi pubblicati

2006 esce una raccolta di  versi, Fabellae,  per Aipsa edizioni.

2010 vede la luce Da nonna Annetta, La  Riflessione, romanzo.

2012 escono Crepuscoli (racconti), per Booksprintedizioni, Quot dies (poesie) e Camilla (racconto  lungo) per Youcanprintedizioni.

2013 Tra fori di senso e Alluci scalzi (sillogi di poesia) per Youcanprint Edizioni

2014: Il silenzio scolora (poesie)per Mariapuntaoru Editrice e I Racconti di Bianca per Edizioni THOTH.

2016: Dove trasvola il falco Edizioni THOTH.

A quale genere appartengono? Non saprei dirlo, perché non riesco a vedermi inquadrata in un modello, né per le opere in versi, né per quelle di narrativa. Certamente tutte portano le tracce del mio, tuttora attivo, nutrimento culturale, che  come un fiume di pianura, involve questioni, modelli e materiali diversi, ma non tende a tracimare in situazioni di vistosa eminenza, né vuole rappresentarle con gli stigmi e gli stilemi dello psicologismo o del sentimentalismo, come è l’uso. Quelle in prosa, pur incentrandosi sulle mie esperienze sommesse – ma attraversate dalle profonde inquietudini personali e da quelle che, dal mondo vivente, mi raggiungono nella carne e nel pensiero – hanno mobilitato le mie energie compositive nell’inquadramento contestuale, adeguato a conferire alle sequenze narrative la naturale innervazione in direzione dei loro gangli motori, specialmente nel romanzo “Da nonna Annetta”. Certo di un tale problema non sarei venuta a capo, se non avessi potuto attingere agli strumenti per pensare che il pensatoio tardo-novecentesco europeo ha deposto in me, malgrado la mia molto parziale acquisizione. (Mi riferisco a Deleuze, a Foucoult , a Bataille, a Derrida a Athusser e Balibar a Adorno, allo stesso Bauman e al loro lascito percettivo). Il loro articolato e contrastante discutere teorico-filosofico sopra meccanismi rilevanti dell’essere sociale (Marx capofila) pensa il soggetto emancipato-liberato dal titanismo romantico totalizzante, lo re-inscrive in concezioni ridefinite e fluide, quale esito e luogo d’impatto delle tensioni materiali, politico-sociali e ideali, scarico delle flessioni della nostra globale contemporaneità. (Contemporaneità vuol dire sistema organizzante uomini in attività materiali, secondo desideri, pensieri e  risposte forzose al diktat del mercato e alle ragioni del profitto, che tutto – cose, persone e loro facoltà- sussume e fa agire sotto la sua logica ferrea). Ecco, i miei racconti esprimono condizioni che sento di mia pertinenza in quanto io stessa soggetto di un sistema-mondo che tende a degradarmi in modo non perspicuo, ambiguo. Tale opacità si profila talora gelidamente, (di questa, talvolta, son forzata a scrivere senza offrire e offrirmi consolazioni pietistiche), ma al contempo devo testimoniare del suo eccitare drammaticità contenute e, per così dire, aderenti alla misura usuale, e a volte parzialmente dissimulate in essa. Proprio questa opacità dissimulante del finto“normale”- che lavora così bene nel far sprofondare noi, genti dei margini,  nell’ irrilevanza soggettiva  e oggettiva, che ci inabissa nell’ottusità di testa, ma che ritorna come un inspiegabile mal di pancia – incalza il mio bisogno di scavare nei tratti della nostra contemporaneità conflittuale e scoprirvi anche la nostra inconsapevole o denegata correità. E ciò va anche a motivare le mie opere in versi.

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Ammetto che avvicinarsi ai tuoi versi non è così immediato e semplice: leggere le tue composizioni richiede attenzione, una cultura di rilievo necessaria a comprendere la moltitudine di riferimenti e citazioni e possibilmente… un buon dizionario! Nella vita quotidiana sei tuttavia una persona estremamente affabile, socievole e mai sfuggente. Ciò che mi colpisce pertanto della tua produzione poetica è la ricerca e la ricercatezza linguistica che paragonai ad un lavoro di cesello, intaglio ed intarsio. Visto che abitualmente utilizzi un linguaggio forbito, ma mai ermetico, la tua passione in letteratura per la parola “rara” e per i più “astrusa” è un gioco di stile, un modo di mantenere vivi gli aspetti della lingua italiana che tendono al disuso, o cos’altro?

Sono perfettamente consapevole della non immediata fruibilità dei miei versi. Mi sono sempre posta il quesito, senza volermi paragonare ai grandi, ma anche trovandomi distante da false modestie: forse che Dante, Petrarca, Leopardi, Carducci, lo stesso Pascoli apparentemente vicino ai piccoli affetti familiari della gente senza istruzione, sono immediatamente fruibili? Neanche per sogno! Dei loro ritmi, delle loro figure retoriche e di certa loro sapienza si faceva condita la nostra formazione minima. Mio nonno, terza elementare, leggeva Dante e ne sapeva a memoria lunghi passi. Così molti contadini toscani, quasi analfabeti. Mia nonna, ancora da adulta e con una schiera di figlioli da allevare senza servitù e in povertà, leggeva appassionatamente i romanzi, compreso Manzoni e quelli della Scapigliatura, compreso Verga e, credo, D’Annunzio con la sua raffinata retorica. Leggere significa appropriarsi linguaggio e concetti insieme: inserirsi in un’osmosi empatica, conoscitiva e espressiva. Ecco che allora ci sembra che artisti ricchi di logica e di scienza siano trasparenti, diretti, quasi familiari. In realtà , magari inconsapevolmente, siamo stati  aiutati a intercettarne alcuni codici e ce li ritroviamo dentro come un che di risaputo. Farsi poeta, farsi scrittore non è  semplicemente farsi praticante del bello stile. Anche perché il bello stile in quanto tale non esiste, se non come osso. Farsi poeta è un azzardo.  Intanto è un modo di entrare inermi in relazione con la sfinge della vita, col mondo di fuori intrecciato col nostro ignoto di dentro, tentare di acchiapparne le propaggini linguistiche e piegarle a significazioni che si presentano come dense d’anima e inattese. Così talora scopriamo il legame,  insieme intimo e deciduo, che la parola cercata ha con le cose e con le relazioni umane; anzi quasi identifichiamo queste ultime con le declinazioni vocali e verbali, faticosamente estirpate dalla pigra memoria o rapite a un dizionario che, allusivamente, si apre a tante finzioni e a tante verità possibili . Quando da bambina ripetevo le filastrocche o da scolara  ripetevo le poesie, che avevo già cantilenato per la maestra e per l’approvazione che poteva venirne, non era solo per il piacere del suono ripetuto, era perché esse continuavano a significarmi dentro, erano immagini visive, concettuali ed emozionali con cui conoscevo qualcosa che da sola non avrei mai scoperto. A prescindere dalla ricerca del risultato, che è essere poeta per gli altri (cosa non scontata), colui che crede di poter condensare i flussi e i reflussi del suo mondo interiore e i moti con cui il mondo di fuori s’insinua dentro di lui coagulandosi e sciogliendosi  in immagini verbali magmatiche, non è un mero contemplatore di bellezze stilistiche cristallizzate, ma un complesso relais nella cui sensibilità convergono effetti verbali non catalogati, rappresentazioni provenienti da correnti culturali del passato e del presente, da teorie conoscitive e dai loro intrecci aporetici, da istanze religiose o ordinatrici, da istanze di rottura, da pulsioni morali,  dall’impatto di vari modelli estetici, dalla loro accettazione e/o ripulsa  e da quanto altro la fame individuale di relazioni con vivi e morti saprà deglutire e metabolizzare. Questo materiale, più o meno mobile, più o meno convogliabile nelle sfere del pensabile e del rappresentabile, entra a formare nell’io creativo una sorta di filosofia più o meno esplicita, un sistema generale di senso, che si combina con l’estetica (gusto) personale del dicibile e dei modi con cui  un certo individuo (poeta o scrittore ) ritiene possa essere detto: la poetica. Io non credo che la luce  o la bellezza risieda in certe parole piuttosto che in altre e che quindi assiepare termini ritenuti preziosi, perché inusuali, sia una pratica di sicuro effetto poetico. Al contrario è la pratica di chi forse colma col suono il vuoto di senso, con effetti talora incautamente comici. Neppure credo che la poeticità risieda nello stare il più possibile prossimi al senso comune e alle scansioni della comunicazione quotidiana. Quest’ultima è un genere di comunicazione povera, elementare: può capitare che volendo sottolineare la sua povertà io ne faccia un uso rappresentativo in un contesto che lo esige, allora la sua efficacia è piena. Nel mio caso – volendo esprimere, raccontare, rappresentare, simbolizzare, interpretare il mio senso della vita e la molteplicità dei miei legami con la natura di cui con gli altri umani faccio parte, attraverso la mediazione delle conoscenze acquisite, delle forme culturali e linguistiche che ne spiegano la storia e ne preconizzano sviluppi inclusivi e armoniosi, o che invece evidenziano il dramma, il disagio, l’ansia, la fragilità, la discordia, ma anche la partecipazione solidale – rivendico la libertà di usare tutte le possibilità che sono capace di attivare con la ricca duttilità della lingua italiana, come può fare un musicista che scrivendo musica voglia utilizzare tutta la scala cromatica. Infatti io non sono ermetica e non voglio fare dell’ermetismo, voglio, se possibile, costruire un discorso, non esclusivamente orientato a stuzzicare emozioni e sentimenti elementari o retoricamente gonfi, ma che, rispettoso della reale complessità umana, interloquisca lucidamente tramite l’intelligenza e il coraggio della verità, quella continuamente interrogabile.

Come mai un’insegnante, che per anni ha lavorato con i piccoli, ha approdato ad una modalità espressiva tanto complessa? Banalmente ci si aspetterebbe da una maestra delle filastrocche, delle poesie o delle prose giocose o perlomeno più “leggere”…

Il linguaggio, specialmente quello verbale, il più duttile e segmentabile, è come una cipolla, conosce parecchie stratificazioni. A ogni età il suo strato. Il bambino non  concepisce ancora che “cane” non abbai. Crede all’identità di oggetto, nome, significato. Il maestro-la maestra smonta questa unicità tripartita e conduce gli scolari a distinguere gli oggetti dai loro simboli, dai segni; apre alla scoperta della flessibilità della parola e dunque agli accostamenti analogici e all’alterazione e moltiplicazione dei significati. Maestri e scolari crescono. Ma crescono quando il così detto Programma o paradigma di formazione, riuscendo a contenere e smussare la rapacità ottusa delle classi di potere, consente a fanciulli, maestri e platee di adulti a non lasciarsi irretire dall’economismo becero nel voler pesare in termini sordidamente monetari quanto valga quel loro frequentarsi tra i banchi. Quei versetti che facevo con loro e per loro, e di cui ho dato qualche saggio in Alluci scalzi, erano leggeri e  cantabili. Loro ne scrivevano di intelligenti, narrativi, rimati e non rimati e si contagiavano a vicenda.

Anche le tematiche che scegli sono assai impegnative: descrivi gli aspetti esteriori ed interiori dell’uomo anche nei suoi lati più scabri, la complessità dei sentimenti e dei rapporti interpersonali, parli di società e ambiente, parli di storia, racconti della tua vita personale e della tua terra. Quali sono le tue tematiche preferite, o meglio, quelle che maggiormente funzionano da ispirazione?

Non so chi per primo ha messo in circolazione questo concetto: tutto ciò che è umano mi concerne e mi chiama in causa. Non posso vivere chiusa nell’angustia della mia pancia.  Questo atteggiamento – che certo ci preesisteva come tratto culturale e valore, a me è venuto da mio padre, che non era esattamente un patriarca. Amando lui, ho amato quanto mi apriva la mente e dava estro all’intelligenza del cuore.  Sono nata in piena guerra, e la guerra, come non tutti sanno, era nata, come ancora oggi, dall’ybris del potere: usare uomini (e donne) e risorse di tutti, come strumenti di potere assoluto. Mio padre mi ha letto le fiabe più belle, ha dato aspettative felici alla mia esistenza, ha fatto del suo meglio perché io mi innamorassi del sogno di un’umanità meno efferata, meno rozza. Essendo rimasta delusa, ma non convinta della impermeabilità degli umani al desiderio di conservare per condividere per mezzo del lavoro i beni, continuo a sperare e ad arrabbiarmi per i troppi voluti fallimenti.

Anche se in una certa misura la tua scrittura traspira “femminilità”, delicatezza, tenerezza, emerge il tuo punto di vista molto critico e disilluso verso l’uomo come individuo e come insieme sociale: credi che l’umanità stia andando verso una deriva o che abbia almeno dei meriti parziali e potrà avere una possibilità di riscatto?

La possibilità di riscatto per gli offesi è una ricerca su cui non si dovrebbe demordere. Le donne sono gli esseri che, al pari dei minori e dei maschi deprivati e schiavizzati, subiscono maggiori negazioni e oltraggi. Spesso l’oltraggio, la demolizione delle risorse vitali è avvenuta e avviene sotto le specie dell’amore, dell’affetto,della protezione, millantati. Le società patriarcali sono tante e tendono a unificarsi in un’unisona contrazione dei diritti sulla base di un non detto che sono le condizioni sociali di esistenza, da cui sempre comincia la minorità. Restano tuttora platealmente eluse le problematiche delle condizioni di base (favele, bidonvilles, baraccopoli e campi aperti o recintati, ghetti -i ghetti di Johannesburg, di Nairobi, di Gaza- i quartieri-ghetto della civile Europa e dell’Italia)  su cui sembra che in nessun modo si possa e si voglia trovare possibilità di incidere. Le condizioni di base – più invalicabili di ogni muro fisico che attesta materialmente la mutria dei potenti – insistono variamente correlate con le possibilità di facile uso sessuale, procreativo, strumentale dei deboli o indeboliti, che non possono scegliere il proprio status , da parte di chi debole non è. Il diritto conculcato sembra trovare salvaguardia in leggi apparentemente libertarie, ma che cessano di parlare con efficacia appena si affacciano su una soglia che annuncia e denuncia povertà.  Tuttavia i meccanismi discriminanti non sono semplici e neppure operano in modo strettamente manicheo, inoltre attraversano anche le condizioni sociali di alto livello.  Le donne,da sempre espropriate come genere, perfino della capacità di attribuirsi autonomamente dei modelli convenzionali, così come gli uomini fanno di se stessi, sono ancora costrette ad assumere psicologie posticce che corrispondono agli interessi e alle voglie della mascolinità imperante. Ancora tante donne, usate o designate a fare da emblema a una parità sociale morganatica,  si accontentano di essere oggetto di desiderio dell’altro. Persino la prostituzione, utilizzata contro le donne come tabe e colpa (incapacità femminile di assumere comportamenti etici autonomi, si diceva, e tuttora si ribadisce in forma metonimica) è stata invece, ed è, un prodotto di stampo eminentemente patriarcale, che non arretra e anzi si combina efficacemente con altre forme di corruzione e di sostanziale degrado. Sì, si avverte una deriva paurosa, accresciuta dallo spalancarsi della forbice economica, dalla distruzione dei legami sociali non fondati sul mercimonio e, quindi, dal prevalere dell’individualismo sostenuto dalla appropriazione privata e/o dalla progressiva dissipazione delle risorse di tutti …   Non sappiamo se e quando né da quale contesto partirà o se è già in corso un spinta tendenziale forte verso un cambiamento di rotta, ma, escludendo che si possa ormai più fare il salto violento e palingenetico, non resta che riaffermare la dura lotta quotidiana sociale per rimettere in piedi e rendere efficaci, fruibili gratuitamente, le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, le istituzioni culturali e scientifiche transnazionali sostenute da larghe contribuzioni, per produrre gli ordinamenti delle libere istituzioni internazionali a tutela dell’ambiente, dell’infanzia e della salute. Tutto ciò entra di necessità a far parte del retroterra culturale di ogni umano che si rispetti e, a maggior ragione, di un poeta o scrittore, sia di quello che si riconosce letterariamente impegnato in tale direzione, sia che rivendichi e percorra una sua fantasiosa ragione poetica.

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In quali misura la scrittura costituisce per te uno strumento di osservazione-descrizione del concreto, quanto un’arma di denuncia, quanto un bisogno espressivo, quanto un mezzo catartico e di fuga dal reale?

La scrittura è per me un messaggio in bottiglia. Se l’emissario scrittore-poeta gli ha fornito un biglietto di viaggio in prima classe,(leggi: editore-recensore) pur non sapendo bene dove arriverà, sarà quasi certo che con un simile biglietto troverà “amicos de posada” o compagni di strada. Certo, dal punto di vista egoistico sarebbe di gran lunga più gratificante se al messaggio- poesia o  al messaggio-racconto succedesse una o più corresponsioni in parole vive, come nei simposi antichi dei nobili. Ma anche quella condizione, astrattamente felice, aveva le sue controindicazioni. Il mecenatismo dei nobili comportava ossequi servili, a volte avvilenti per cervelli sottili e sapienti. La libertà di pensiero era pericolosa per chi ambiva praticarla; e risultava pericolosa in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dello scrittore al suo mecenate. L’assolutismo monarchico e dittatoriale ha promosso e promuove intellettuali prezzolati e proni nei confronti del gerarca e dei suoi adulatori e scherani. Infidi e pericolosi, questi ultimi, non meno del loro Signore. Essere invisi al potere poteva e forse può ancora rappresentare un titolo onorifico, per cui, certo non molti, poterono e possono rischiare la morte. (Ricordo l’eroico direttore del museo di Ebla). Da questo punto di vista sono fortunata: non godo di esistenza che possa infastidire il potente. Ma che cosa c’è oggi che possa davvero infastidire il potente, rotto a ogni genere di transazione poco nobile, se non un altro suo pari che gli scompigli i giochi o lo ridimensioni? Ci sono forse popoli forti … e popoli proni … Quanto a me, io scrivo per rispondere a un’automotivazione: non fuggo nella dimensione del sogno gratuito, non trasformo il disagio in godimento cinico, non guarisco dal disagio né tampoco porto sollievo ai disagiati che difficilmente vogliono affrontare il disagio di leggermi. Scrivo per niente.

Gli autori, ed in generale gli artisti, hanno una responsabilità sul presente e sul fututo più gravosa rispetto alla “gente qualunque”? Credi che davvero con l’arte si possano influenzare positivamente gli altri e innescare delle inversioni di tendenza?

Si parla di responsabilità di un autore rispetto a un pubblico, quando l’autorevolezza dell’autore è in grado di influenzare la così detta opinione pubblica o una sensibile porzione di essa. Sarà accaduto non molte volte in cui un autore o giornalista si sia presentato come sostenitore di un contropotere o della verità. Émile Zola è stato capace di questo col suo “J’accuse” durante l’affaire Dreyfus a favore del capitano Alfred Dreyfus, innocente, ma condannato in omaggio all’antisemitismo imperante nell’esercito francese dopo Sédan.  Ci fu la claudicante e intelligentissima Rosa Luxemburg (e altri) a offrire il petto alla reazione militarista germanica. Solitamente la stampa si allinea col blocco di potere al comando e allora sposta davvero l’orientamento del pubblico. Oggi valgono forse regole diverse, per via della rete informatica che funge da sfogatoio di pancia, per effetto della contrazione del numero dei lettori dei giornali e del conflitto latente tra popolazioni e potere politico, a causa del complicarsi delle condizioni di esistenza di milioni di persone e dell’accentuarsi degli squilibri sociali …  Si può dire invece che l’educazione alla lettura e alla intelligente fruizione delle diverse forme d’arte è la via maestra, insieme con altre discipline, per la formazione  integrale della persona, per l’ingentilimento dei costumi, per l’affinamento della sensibilità e del mezzo espressivo. In periodo di crisi (crisi per i popoli) prevale l’idea biecamente commerciale dell’arte. L’arte della poesia consente pochi spazi di manovra al potere, anzi è considerata un orpello, a meno che non diventi “arma di distrazione di massa”…, masse di  piccole élites. Ma nei brevi perimetri associativi locali, la responsabilità culturale dei poeti e degli scrittori esiste, se non altro perché si propongono e sono letti pubblicamente, migrando da un gruppo all’altro. Pochissimi vengono letti in privato. Efficacia?  Soporifera, afflato consolatorio, funambolico: quasi roba per vecchi.   Ancora di più contano gli artisti teatranti, i cantanti e i musicofili; perché, non abbisognando di particolari  mediazioni, attirano il pubblico che li consuma come distrazioni del tempo libero; dunque essi sono il maggiore veicolo di diffusione di quanto di letterario viene prodotto localmente, opportunamente teatralizzato. Anche i loro vizi fanno scuola, se non altro perché si stagliano rispetto al brusio di fondo, incessante, sordo.

Apprezzo il fatto che oltre alla tradizionale pubblicazione cartacea, oggettivamente sempre meno apprezzata e frequentata, tu sia un’autrice davvero attiva sui social network. Come vivi questo modo di comunicare, quali sono i pro e i contro rispetto ai canali che avresti idealmente scelto per parlar di te e delle tue creazioni letterarie? Come affronti quel divario tra registri linguistici, rispettivamente quello “ricercato” della tua poesia e quello “telgrafico e schizofrenico” di internet?

La mia franchezza, la mia affabilità unite a una certa competenza non sono state apprezzate nel Paese di Wilson, lo zuccone, dove fisicamente vivo e dove la sciatteria intellettuale fa testo nelle associazioni culturali. A suo tempo, durante le mie frequentazioni libere e anche nel biennio che mi catturò in veste direttiva, molti hanno apprezzato quelle mie presunte doti, ma poi sono rientrati nei ranghi, dove si vuole che si prendano in considerazione cose e persone somiglianti e idee somiglianti all’inconsistenza. Essendo sola e di fresca adozione in città, ho voluto navigare in rete da incapace, un po’ per abreare la mente semiasfissiata e un po’ per proporre certi miei testi e leggere quelli altrui, senza cerimoniali. Siccome non mi lancio in comunicazioni di natura personale e in genere uso una cauta asciuttezza per interloquire, mi è andata bene, salvo poche occasioni in cui ho dovuto misurarmi con l’incontinenza verbale di qualche persona di sesso maschile che ha cercato di irridermi per l’età e per la mia ritrosia nell’entrare in corte . Naturalmente ho capito presto e bene il the lungo del mattino, il cicaleccio della sera, il narcisismo sciocco di certi maîtres à penser con la loro corte di femmine osannanti … Ho pazientemente controllato, senza chiudermi, l’invadenza delle immagini  e dei motti di spirito proposti come essenza etica, buona per tutte le occasioni,  e ho anche accettato la mia relativa irrilevanza. Per noia e pochissima perizia informatica, mi sono trovata a gestire tre profili a mio nome e alcune pagine dedicate ai miei libri. Su fb godo di alcune care amicizie che visito ogni tanto. Avendo voglia di regalare, a chi gradisce, certi miei scritti, ho tentato più volte di tenere dei blog letterari in siti diversi, ma con scarsa soddisfazione, vuoi per limiti di formattazione, per gli effetti distorcenti degli imposti pedaggi pubblicitari e per altro. Da parecchi anni frequento anche il sito www.larecherche.it, al quale mi sono inscritta diversi anni fa come Biancamannu aprendo una mia scheda personale, pubblicandovi in anteprima diversi miei testi e ottenendo anche commenti interessanti. Infine da due anni, e per generosa indicazione di un’amica, su www.blogger.com, ho aperto un blog di letteratura e cultura generale, reperibile a questo indirizzo  http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu dove oltre che poesie e brani narrativi compaiono mie recensioni critiche, note di costume, note su questioni letterarie e altro.

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Grazie ancora Bianca!

Potete sapere di più su Bianca Mannu, sulle sue pubblicazioni e attività consultando le seguenti pagine:

https://it-it.facebook.com/bianca.mannu.7

https://it-it.facebook.com/public/Bianca-Mannu

https://plus.google.com/+BiancaMannuAlfa

http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu

Case editrici

www.aipsa.com/

www.booksprintedizioni.it

www.youcanprint.it/servizi/editoriali/

www.thoth.it/edizioni

 

Cari lettori, vi saluto e ancora una volta vi invito a commentare e a condividere!

Alla prossima settimana!

Giuberto

Angelo Losciardi: la batteria come scelta e vocazione

Bentornati! Questa volta ho il piacere di presentarvi un eccellente batterista triestino: Angelo Losciardi. Parliamo direttamente con lui per conoscerlo a fondo!

Grazie Angelo per essere qui con noi: benvenuto! Sei un giovane batterista che ha raggiunto da piccolo importanti tappe: quali sono state le occasioni che ti hanno fatto conoscere?

Grazie, fin da subito mi sono concentrato sulla didattica, ho avuto il piacere di formare, consigliare e conoscere un sacco di ragazzi. Nel 2010 fui convocato al Drumworld festival a Torino tra i venti migliori batteristi d’Italia under 25 e fu dopo quell’evento che iniziarono le collaborazioni con vari artisti e con i più prestigiosi marchi nazionali e mondiali di batteria tra cui Pearl, Sabian, Evans, Pro Mark, Fbt, Girap, Bode, con i quali ancora oggi sono orgoglioso di collaborare come endorser.

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Quali sono stati i tuoi primi maestri? Quali invece i generi di riferimento e quali i batteristi che maggiormente ti hanno ispirato?

Iniziai da piccolo nella banda Arcobaleno di Trieste con il mio primo maestro, Giorgio Vusio, il quale riuscì a trasmettermi la passione per questo strumento. In seguito viaggiai molto, studiai presso l’ accademia Dante Agostini che ha sede a Parigi e girai per l’Italia facendo lezioni e prendendo parte alle masterclass tenute da grandissimi batteristi come Agostino Marangolo, Christian Meyer , Tullio de Piscopo, Pierpaolo Ferroni, Gaetano Fasano, Giorgio di Tullio e nomi Internazionali come  Dave We kl, JoJo Mayer, Omar Hakim, Dennis Chambers e tantissimi altri. Questi nomi combaciano con i batteristi che mi hanno maggiormente ispirato e stregato. I generi di riferimento invece sono cambiati nelle diverse fasi della mia vita e dei miei studi, essendo principalmente  nella didattica, tutto ciò che ho studiato può essere adattabile e finalizzato con la giusta conoscenza a qualsiasi genere.

Decidere di fare il musicista: quando e perché?

Fin da subito nei miei sogni. Nella realtà invece più o meno dopo il Drumworld di Torino, quando grazie ai primi successi, contratti e soddisfazioni raggiunte, convinsi i miei genitori che poteva essere una cosa possibile.

Hai poi deciso di dedicarti alla didattica: lezioni private e clinics. Cosa ti appassiona di questo aspetto della musica?

Personalmente il raggiungere il massimo che puoi tirar fuori dallo strumento e dalle tue abilità (che poi scopri non si raggiunge mai). Nelle clincs  il protagonista è il batterista, quindi puoi far vedere e scoprire gli aspetti tecnici e musicali dello strumento ed ispirare o aiutare un sacco di ragazzi. La soddisfazione nel vederli poi applicare i tuoi consigli è impagabile, come per un allenatore vedere il proprio giocatore fare una bella partita o una gran carriera.

Ti manca l’esperienza live? Pensi di lanciarti in futuro, se dovessi avere delle proposte interessanti, in nuovi progetti dal vivo?

Sì, mi manca, ed è proprio per questo motivo che da poco ho iniziato delle collaborazioni con artisti nazionali oltre che con alcuni bravissimi insegnanti della nostra Città con l’obiettivo di tornare live anche qui a Trieste.

Quanto ti rispecchi nei tuoi allievi? Quali tue ingenuità del passato rivedi in loro e cosa gli consigli per poter imparare a suonare in modo serio?

In alcuni moltissimo. Nei più piccoli vedo spesso la grande spensieratezza, fantasia e creatività che mi han accompagnato nella mia prima fase. Nei più grandi vedo  la passione crescere, mista alle paure ed i dubbi da cui anche io ero afflitto… su tutte trovarsi al bivio tra hobby e professione dovendo fare i conti con la vita (e come nel mio caso non avendo qualcuno che mi garantisse una sicurezza economica, un paracadute in caso di caduta). A queste persone consiglio ciò che ho fatto io, cioè seguire il cuore, fino in fondo! Le scelte della propria vita sono comuqnue qualcosa di personale… l’importante è non avere rimorsi. Negli allievi più grandi ancora, come ad esempio pensionati e persone molto adulte, vedo la capacità di mettersi in gioco, il mantenersi vivi, la capacità di ottenere ugualmente dei bellissimi risultati e soddisfazioni studiando col giusto metodo.

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Quindi un bravo insegnante è una sorta di fratello maggiore, una guida, un modello, un padre… Vivi l’insegnamento come una responsabilità?

Decisamente. Mi è capitato di frequentare corsi e grandi accademie dove sembrava di entrare ed uscire da un negozio: se mi fosse capitato nella prima fase degli studi probabilmente non avrei mai continuato a studiare questo strumento. Non è il mio stile… Come dici, giustamente, mi sento molto responsabile e sta nella bravura dell’insegnante capire i pro e contro dell’allievo, vedere su cosa lavorare, farlo migliorare negli aspetti attraverso i quali megli si esprime, nonché nel riuscire a motivarlo. Il più bravo insegnante da cui andai a lezione è stato Dom Famularo, leggenda ancora viva della batteria, il maestro dei maestri. Finite le lezioni con lui, grazie alla passione che ci metteva, non vedevo l’ora di volare nella mia città per studiare anche di notte le cose trattate.

In una proporzione, dando un valore numerico da uno a cinque, come componi la formula del batterista ideale con questi elementi: preparazione tecnica, stile personale, musicalità?

Sono tutti aspetti fondamentali. Dipende certamente il fine che uno ha. Vi sono certi generi musicali, per esempio, che non necessitano di grande tecnica. Basti pensare a Ringo Starr, conosciuto da tutti e che ha fatto una carriera formidabile, ma che è anche anni luce lontano dal livello tecnico di un JoJo Mayer o di tantissimi ragazzi e giovanissimi italiani che nessuno conosce.  Darei cosi indicativamente un 4 alla preparazione tecnica, mentre sicuramente un 5 allo stile personale e alla musicalità .

 

Parliamo brevemente dei tuoi endorsment.

La Pearl è  tra i marchi mondiali di batterie più importanti al mondo, sempre all’ avanguardia: ha da poco presentato a Los Angeles i suoi ultimi gioielli, come ad esempio la Pearl Midtown. Posso confermare essere una bomba come qualità/prezzo! Lo stesso si può dire di Sabian, che da anni ha praticamente il monopolio sulla produzione di piatti per batteria. Girap invece rappresenta per me più di una collaborazione: è un gruppo di professionisti ed amici da cui ogni giorno posso anche io imparare qualcosa. Pro Mark  mi offre una grandissima scelta di bacchette, adattabili alle mie esigenze nei diversi generi. Evans infine ha da sempre fama mondiale: è un marchio di pelli con il quale sto iniziando a collaborare e che quindi sto appena iniziando a conoscere bene.

Attualmente lavori con l’Associazione Nota Bene  di Trieste. Quali sono le vostre attività e la vostra missione?

Molteplici. Di base quella di dare la possibilità a tutti di avvicinarsi alla musica, avere una sede nella quale provare e studiare, nonché la possibilità ai nostri soci di esibirsi alle varie manifestazioni che proponiamo. Pertanto vi è la possibilità di seguire i corsi tenuti da nostri insegnanti, di aderire alle nostre iniziative musicali che hanno già visto esibirsi le nostre band (prossimo evento per band fissato il 26 marzo ) e altri eventi per musicisti solisti, come ad esempio contest di strumento. Al più presto contiamo inoltre di proporre ai nostri soci dei seminari con artisti di fama internazionale, dando la possibilità a tutti di prenderne parte senza dover viaggiare… come per esempio ho dovuto fare io!

A chi consiglieresti di lanciarsi nella carriera musicale e a chi lo sconsiglieresti? Che attitudini caratteriali e tecniche servono?

Consiglierei di intraprendere questa professione a chi ha  la passione pura e la convinzione vera. Questa è l’unica attitudine caratteriale comune tra tutti i grandi artisti che ho conosciuto. Se solo dieci anni fa lavoravano i talenti, ad oggi il mondo della batteria e musicale in generale si è evoluto tantissimo… basta guardare un po’ di video su you tube per capire che di talenti ormai ogni città ne è piena. Solo la serietà, la professionalità e la determinazione oggi possono fare la differenza, senza di queste sconsiglierei questa strada.

Hai progetti di immediata realizzazione?

Come accennavo prima, oltre a continuare nella didattica e come endorser dei vari marchi,  c’è il progetto dell’incisione di un disco con artisti della nostra città che poi verrà presentato live qui a Trieste, oltre che la realizzazione di alcuni brani con Luca vicini, bassista dei Subsonica, sempre per promuovere i marchi.

Ecco qua sotto dei link dove trovare info e video su Angelo Losciardi:

www.angelo-losciardi.com

https://www.facebook.com/angelo.losciardi

 

Grazie Angelo!

Cari lettori, grazie ancora una volta per l’attenzione: commentate e condividete!

A presto,

Giuberto

Massimo Aresu: “la Voce”

Bentornati ancora una volta! Oggi voglio presentarvi il mio più caro amico, Massimo Aresu. Non voglio parlarvi di lui semplicemente per il rapporto fraterno che ci lega sin da piccoli, ma per la sua interessante professione e per l’impegnativo percorso che ha compiuto finora. Massimo Aresu è un doppiatore di livello, nonché un bravissimo speaker radiofonico …e anche un intenso cantante! Insomma, un po’ come accade ai personaggi dei migliori romanzi che compiono una strabiliante parabola di vita, anche Massimo, con la sua voce calda e unica e animato da una gigante passione e da una dote innata, ha fatto quel grande salto che dalla bellissima isola di Sardegna lo ha portato a lavorare nella Capitale. Ma chiediamo a lui come ha avuto inizio questo viaggio artistico e professionale.

Ciao Massimo! Io conosco bene tutta la tua storia e in parte l’ho condivisa, innanzitutto in prima persona e poi a distanza. Raccontaci in quale maniera sono nate le tue passioni che poi si sono trasformate in lavoro: fare radio e fare doppiaggio.

Ciao! Tra le due è nata prima la passione per la radio, ma ancora prima quella, più in generale, di parlare dentro a un microfono! Ricordo ancora quando a tre anni mi regalarono la prima radio con microfono incorporato, feci impazzire tutti gli invitati a furia di parlarci dentro! Ho iniziato a girare quella manopola in maniera assidua in cerca di stazioni radiofoniche sin dalle scuole elementari. Col tempo quello strumento cominciò ad avere per me una vera e propria funzione sociale, io sono figlio unico e mi faceva una gran compagnia: così ho iniziato a emulare, a imitare le trasmissioni radiofoniche che ascoltavo, ingegnandomi con sistemi rudimentali fatti di mangianastri, cuffie e il mitico “Canta Tu”…  Avevo trovato un modo per mixare le musiche e parlarci sopra! Ero ancora un bambino… Negli anni successivi sono arrivati altri apparecchi più “tecnologici” come le piastre per le musicassette, il mixer e i piatti per i vinili (con breve parentesi annessa da dj, piuttosto fallimentare a esser sincero!). Molto più tardi sono subentrati i CD e i computer con i loro software di automazione che hanno cambiato tutto, ma ormai ero già al liceo e nel pomeriggio lavoravo in una radio locale, che raggiungevo a piedi nel pomeriggio, zaino in spalla, dopo aver finito i compiti!

L’amore per il doppiaggio invece è nato quando avevo sedici anni: è difficile da spiegare… mi intrigava, mi rapiva letteralmente l’idea di poter avere tante fisicità, tanti volti e caratteri diversi, entrarci dentro e dare anima a personaggi anche diametralmente opposti a me. In poche parole potevo essere più persone contemporaneamente! E quando ho cominciato a seguire i turni di lavorazione in sala sono rimasto stregato dalla magia di quel buio, dove da fermi davanti a un leggio, in un qualsiasi momento del giorno e dell’anno, si possono evocare le ambientazioni più svariate, essere chiunque e ovunque nello spazio e nel tempo. Si può dare vita alle emozioni, di qualunque natura esse siano, modellarle e plasmarle a proprio piacimento a seconda di quello che la scena richiede.

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Giusto per spiegare in maniera semplice il tuo lavoro, cosa significa esattamente “doppiare” un attore in un film?

Partiamo dal principio: l’attore che interpreta un ruolo è supportato dal proprio vissuto ed è lui a scegliere i tempi e i modi che rendono “vero” quel personaggio: quando respirare, quando fermarsi, quando cambiare espressione. Tanto è più bravo l’attore sullo schermo, tanto il doppiatore sarà facilitato nel suo lavoro. Credo che un buon doppiaggio sia quello che restituisce nella propria lingua precisamente lo stesso carico emozionale che l’attore ha trasmesso nel suo idioma. Bisogna centrare con precisione millimetrica ogni singola sfumatura recitativa dell’interprete originale, la sua espressione, i movimenti; e se piange quanto piange, e se ride quanto ride, e gli occhi… gli occhi ti dicono tutto, come insegnano i grandi maestri del passato. Ah, tutto ciò va fatto da fermo, immobile al buio davanti a un leggio… Se invece l’attore corre e nel frattempo parla al telefono nel frastuono di una metropoli all’ora di punta col cellulare in mano, tu devi riprodurre con la voce lo stesso identico fiatone che avresti in quella situazione! Senza l’aiuto del fisico che si muove… Affascinante, no?

In qualche modo bisogna avere delle competenze “teatrali e interpretative”. Quindi doppiare non è narrare…

Il narratore può essere un fine lettore, però non fa da intermediario tra un’emozione scritta e un’azione… che è prerogativa del doppiatore.

Come mai hai scelto di andare via dalla Sardegna per trasferirti a Roma?

In Sardegna il doppiaggio è un settore inesistente. Si fa anche a Milano e a Torino, ma la piazza principale è Roma.

Qual è stato il primo impatto con la vita in una grande città e soprattutto come avviene l’inserimento nell’industria del doppiaggio?

All’inizio non è stato per nulla facile. Da buon isolano quale sono mi mancava “la mia casa” da morire, il mio mare, i miei luoghi, la mia famiglia. Inoltre nel doppiaggio puoi lavorare per tanti anni quasi esclusivamente ai cosiddetti “turni di brusio”, voci fuori campo, scene di gruppo o piccoli ruoli. Le prime parti arrivano col tempo… ma con pazienza, studio e tenacia piano piano arrivano delle belle soddisfazioni!

Attualmente per chi lavori e che ruoli svolgi?

Lavoro con le più importanti società di doppiaggio che operano nella Capitale. Negli ultimi anni molti direttori hanno avuto fiducia in me e mi hanno affidato ruoli da protagonista in diversi film, personaggi ricorrenti in telefilm famosi e, più di recente, sono stato scelto come voce narrante per alcuni documentari naturalistici e non. Nel 2016 ho vinto il provino per un grosso marchio automobilistico di cui sono voce ufficiale per la campagna radio-televisiva nazionale! Lascio ai lettori la curiosità di scoprire di cosa si tratta…

Riprendiamo il discorso della radio. Attualmente lavori anche come speaker: come hai iniziato?

Ho fatto le mie prime esperienze in Sardegna all’età del liceo a Radio Kalaritana. Posso affermare con orgoglio di essere tra gli ultimi ad aver trasmesso in FM senza l’ausilio di software di automazione: puntavo le canzoni manualmente e prendevo l’intro a orecchio: questo richiede molto impegno, ma è anche tanto divertente! Poi è arrivata l’esperienza importante di Studio One, in cui ho potuto toccare con mano per la prima volta i canoni di linguaggio propri di una radio commerciale. E a diciannove anni sono passato a Radiolina, la prima radio nata in Sardegna. Credo di essere stato lo speaker più giovane in onda fino ad allora in una regionale. Dopo il trasferimento nella “città eterna”, in cui per lungo tempo mi sono dedicato esclusivamente al doppiaggio, ho ripreso a fare radio nel 2011 a Centro Suono e dal 2014 sono in onda durante il weekend nella più grossa emittente dell’Italia centrale.

Domanda conclusiva: cosa consigli a chi vuole intraprendere una carriera come quella del doppiatore per poter avere tutte le carte in regola e tentare tale strada?

Consiglio senza dubbio di frequentare una buona scuola di teatro e studiare recitazione! E’ fondamentale inoltre avere un’ottima conoscenza e padronanza della dizione, altrimenti non si va da nessuna parte… Crederesti a un poliziotto di Miami in tv che parla con l’accento sardo? O toscano, o lombardo? Per percorrere questa strada, a mio avviso, è necessario disporre di tutti gli strumenti basilari per imparare con l’esperienza a interpretare tutte le infinite sfaccettature espressive e comunicative dell’essere umano.

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Dove possiamo trovare dei video con la tua voce?

qui sono Stanislas, intento a raccontare storie e miti sui vampiri: https://www.youtube.com/watch?v=zse3wPRGC3E

qui Passerotto McGee, in una piacevole commedia australiana fatta di amori e di fuoristrada: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10211625511983990/?type=3

qui il biondo Terry, un poco di buono che si gioca tutto il denaro del matrimonio con una giovane italiana che pensa di fuggire con lui a Canterbury: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10207124068130707/?type=3

qui il giovane Gautier, assassino per amore: https://www.youtube.com/watch?v=Ktbs1mkq4MA

qui invece sono Ban, in un anime giapponese che associa a ogni personaggio uno dei sette peccati capitali, io rappresento l’avarizia:  https://www.youtube.com/watch?v=yoeNRKkZ0RU&t=4s

qui il brillante agente Burns della serie “Rizzoli and Isles”: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10208502264504755/?type=3

qui sono voce narrante di uno dei documentari naturalistici meglio girati degli ultimi anni, a mio avviso: “Jungle Planet”: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10211791418011537/?type=3

e qui interpreto uno scritto di Erri De Luca che mi ha molto colpito a Capodanno, perché ho trasmesso per il terzo anno consecutivo: https://www.youtube.com/watch?v=vf8RmDr7bq0

Grazie mille Massimo per questa chiacchierata insieme!

Grazie a voi lettori e follower per l’attenzione… condividete e commentate!!!

Giuberto

Daniele Russo: il batterista che unisce potenza, stile e personalità

Ciao e bentornati!!! Oggi vi presento un grande batterista, sardo, ma internazionale per la sua carriera, la sua preparazione ed esperienza. Lui è Daniele Russo, che ho ribattezzato “il batterista che unisce potenza, stile e personalità”. Nelle prossime righe capirete il perché della mia scelta.

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Ciao Daniele e grazie per la disponibilità a parlare di te e della tua arte. Hai lavorato nel tempo con grandi nomi della musica della Sardegna, ma anche della musica italiana e internazionale. Quali sono state, tra le tante, le esperienze che ritieni di dover evidenziare?

Grazie a te Giuseppe per avermi dato la possibilità di raccontare le mie esperienze in quest’intervista .Allora, cominciamo, l’elenco è davvero lungo! La prima esperienza veramente  degna di rilievo è stata senza dubbio quella del tour in Cina con i Dorian Gray di Davide Catinari . Era il settembre del ’92: io suonavo già da una decina d’anni e mai mi sarei immaginato di essere catapultato in una situazione simile. Sostenni un provino informale e con mio grande stupore venni scelto! Non ero un batterista prettamente rock e sapevo che la band aveva già avviato una selezione tra  alcuni nomi di grido del genere, sulla carta molto  più’ adatti di me. Invece la chiamata arrivò: forse fu proprio la mia non ortodossia a catturarli, o forse in quel periodo le loro composizioni cominciavano ad avere una stesura più raffinata. La Cina poi fu davvero una rivelazione, era un paese assurdamente popolato, che viaggiava tra storia millenaria e ritmi forsennati. Riempimmo i palasport e i teatri, fu un successo incredibile, specie se si pensa che in alcune città come Soo Chow, per esempio, non avevano neanche mai sentito parlare di una band rock.

Altra tappa fondamentale fu entrare in una band di Assemini chiamata Audio: con loro suonai nelle piazze in modo davvero professionale, accompagnando artisti come Don Backy, Rita Pavone (con la quale suonammo anche in Spagna) e Valentina Gautier. Da li’ a poco entrai nel sodalizio delle “Balentes”: tantissimi anni di musica e vita condivisa. Con loro abbiamo suonato pressoché in tutta Italia, muovendoci non senza difficoltà tra luci ed ombre del music business.

Devo ricordare i  miei “fratellini” Augusto Pirodda e Manolo Cabras: con loro imparai ad amare il jazz e la pizza di “pizza ’74” (storica pizzeria di Cagliari recentemente chiusa N.d.r).

Ci fu poi la big band “Orchestra jazz di Cagliari”: grazie al direttore Nicola Piras suonai per la prima volta con musicisti americani come Lester Bowie e Don Moye’. Poi ancora ho suonato Alessandro Di Liberto, una delle mie “guide” musicali, col quale ho avuto l’onore di incidere due dischi e condividere tanta bella musica.

C’è inoltre Roberto Deidda, un musicista veramente creativo, che ancora mi chiama a suonare nelle sue situazioni più rappresentative (grazie Robi …).

Non posso poi non citare la FBI band, ancora oggi gruppo resident dello storico locale di Quartu Sant’Elena (CA), con il quale abbiamo fatto una quantità incredibile di  concerti con tanti tra i migliori cantanti e professionisti italiani. La band fu creata da Max Satta, dal compianto Gemiliano Cabras e da me, da diversi anni allargata ad altri musicisti come Alessio Sanna, Alessio Povolo, Emanuele Contis e Andrea Granitzio.

Ed ancora i Pork Explosion, band jazz-fusion che mi ha dato la possibilità di suonare con alcuni dei miei eroi musicali, quelli di sempre ed alcuni più’ recenti, come Alain Caron, Dario Deidda, Dominique Di Piazza, Pippo Matino, Federico Malaman, Hadrien Feraud, Flavio Boltro ed altri (grazie Marcello Contu!).

Non posso non parlare del grandissimo e indimenticabile  Andrea Parodi, col quale condivisi alcuni momenti musicali veramente intensi poco prima della sua dipartita. Altra esperienza è stata quella del quartetto Aghera: musica meravigliosa e concerti intensi! Infine va citata la collaborazione con i Lapola (famoso gruppo comico regionale sardo N.d.r.) e le tante dirette televisive e il divertimento vissuto con loro!

Più di recente è arrivato il tour con Bianca Atzei e mi fermo qui… ci vorrebbero dieci interviste per citare e ringraziare tutti!

Ovviamente hai suonato generi musicali parecchio diversi tra loro, tra l’altro in contesti piuttosto vari. Mi vengono in mente due domande: la prima, abbastanza banale, é se hai un genere nel quale ti senti maggiormente a tuo agio, insomma se hai un genere preferito. La seconda domanda riguarda i luoghi: che differenza trovi tra il locale di piccole dimensioni e la piazza gremita di folla?

Definire il mio ambiente musicale ideale e’ veramente difficile, posso però dire che una situazione come il Michel Camilo trio di fine anni ’80 si avvicina abbastanza al mio concetto di “comfort zone”: latin jazz raffinato con un balance perfetto tra tecnica ed espressività.

Per quanto riguarda la seconda domanda, nonostante il fascino dei grandi spazi e dei grandi numeri, ho sempre trovato che nei grossi live si ecceda un pò troppo sui sub… il palco bisogna sentirlo, ma spesso e volentieri capita che ad ogni colpo di cassa corrisponda una scossa tellurica ad Hokkaido!!! Questo può andare bene per alcune situazioni, ma per la media degli utilizzi e dei generi è fuori luogo. Quindi la mia situazione ideale è il club medio piccolo con amplificazione ben calibrata, dove vengono percepite bene tutte le “nuances” e le dinamiche.

 

Che attitudine mentale deve avere un turnista come te, oltre alla grande versatilità, per essere capace di misurarsi a richieste musicali e a prestazioni sempre nuove?

Aaaah Giuseppe, magari fossi stato un turnista! Una nobilissima professione nella professione… Il termine poi  mi fa pensare ad un epoca che non esiste virtualmente più: quella dei turni in sala di registrazione, qui in Sardegna praticamente inesistenti, luogo del tutto fuori dallo schema delle major italiane degli anni ’60, 70′ e ’80. Personalmente non sono mai stato e, forse, mai sarò uno “studio cat”; sono fondamentalmente un batterista live che cerca di adattarsi con gusto e pertinenza a tante situazioni musicali differenti. L’unica cosa che posso dire è che il mio primo impatto con un qualsiasi materiale musicale è  privo di  filtri culturali o tecnico-stilistici. Cerco di lavorare molto semplicemente sui crudi parametri musicali che il pezzo propone e solo dopo intervengo, nel caso con scelte “di catalogo ” stilisticamente più orientate. Questo è il tipo di attitudine mentale che a mio parere garantisce il massimo della spontaneità e della freschezza nell’approccio ai vari lavori.

Bene Daniele: non userò più il termine turnista per descrivere la tua poliedrica esperienza e per comprendere òe più svariate collaborazioni! Ti pongo comunque un quesito forse un po’ antipatico… L’essere dei musicisti più “universali” e malleabili rispetto ad ogni genere e situazione possibile, non può portare ad un appiattimento della propria personalità artistica?

Eh! Domanda non antipatica, ma comunque di difficile risposta. Io amo tanti generi diversi e mi annoio con una certa facilità se rimango a lungo tempo nello stesso progetto. Questo bisogno di stimoli continuo ha forse evitato che io diventassi un “generista “. Nella pratica quotidiana mi  piace esercitarmi musicalmente con  playlist veramente schizofreniche, da Zappa a Madonna agli Aphex Twins… è proprio la mia natura! Certo, a volte affiora il cruccio di non essere riuscito a costruire qualcosa di veramente significativo in un particolare stile, ma a quasi cinquant’anni è difficile cambiare registro!

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Quello che stupisce nel vederti suonare sono il tuo drumming potente, preciso e mai eccessivo abbinato al tuo portamento, alla tua eleganza scenica. Immagino che dietro il controllo tecnico ed emotivo ci sia tanto studio ed esercizio…

Ti ringrazio per queste parole. Devo dirti che in realtà non sono mai stato un malato di studio e di pratica. Ho sempre studiato meno di quel che potevo e DOVEVO, l’unica cosa che non mi è mai mancata è stata la costanza. Devo  dire che oggi però, appena ho tempo ed energie a disposizione, vado nella mia sala e rispetto al passato lavoro con molto più “focus” e determinazione. Il modo in cui suono, oltre che di un lungo percorso di ascolto ed  analisi, è frutto fondamentalmente delle mie influenze che inseguo perennemente nella ricerca di un suono “ideale”.

Facciamo un passo indietro: se non sbaglio sei fondamentalmente un autodidatta, nel senso che non hai seguito un percorso accademico. Come hai iniziato a suonare, chi sono stati i tuoi maestri e in quale momento hai capito e poi deciso di voler fare il musicista di professione?

Sono totalmente autodidatta e non avendo mai avuto dei maestri reali li ho dovuti cercare nelle situazioni musicali esistenti in città. Devo tanto ai batteristi di Piero Marras (probabilmente il più importante cantautore isolano N.d.r.). Li seguivo sempre quando capitavano nei paraggi: Sandro Mosino, forse la mia prima grande ispirazione, Sandro Marras e Francesco Sotgiu, un vero fuoriclasse. E poi come riferimento nel jazz c’è stato Billy Sechi: vagonate di swing e una delle più belle “traditional grip” mai viste. Devo molto anche ad altri  batteristi cagliaritani più grandi ed esperti di me, come Gigi Sanna, Marcello Medda, Dario Corda, Alessandro (Sandro) Sanna. Devo qualcosa anche ai miei coetanei come Alberto Pisu,  Andrea Pintus e Pierpaolo (Pebos) Frailis… infine Antonello Scramoncin, che mi dava sempre consigli tecnici, e tanti altri che ora dimentico .

Cominciai a suonare sull’ onda dell’ entusiasmo che questi musicisti mi trasmettevano. Il vero scatto in avanti verso la professione invece è stato probabilmente il tour cinese con i Dorian Gray di cui ho parlato prima.

Quali sono i tuoi riferimenti stilistici e tecnici del passato e del presente?

Cercherò di essere breve. La scintilla per la batteria è scoccata quando avevo dodici anni: l’ascolto di “Deathwish” dei Police con Stewart Copeland in gran spolvero mi fece partire il cervello! Da lì in poi una serie infinita di batteristi: Jeff Porcaro, Steve Gadd, Billy Cobham, Philly Joe Jones, ElvinJones, Tony Williams. Poi tutti, e dico tutti, i batteristi italiani di un certo rilievo: Agostino Marangolo, Tullio, Alfredo Golino, Walter Calloni, Roberto Gatto. Poi Peter Erskine,  Vinnie Colaiuta, Dave Weckl: ecco, Dave a mio parere merita un discorso a parte! Egli è stato probabilmente l’artefice del più grande processo di emulazione nel ristretto mondo della batteria. Credo che non ci sia batterista da almeno trent’anni a questa parte che non si sia misurato con qualche suo lick! …esagero ovviamente, ma forse non troppo.

Per quanto riguarda lo stato attuale del panorama batteristico devo confessarti che lo trovo deludente. Certo, esistono musicisti fuori scala come Chris Dave o Mark Guiliana, menti ritmicamente “ellittiche”, ma per lo più vedo un grande indaffaramento dietro i tamburi con scarso contenuto.  L’era youtube purtroppo ha sdoganato molta mediocrità, ha elevato il “trick” a concetto, ha reso pubblici quegli  studi che tutti noi riservavamo alla practice room, trasformandoli  in dozzinali giochi circensi e ha creato il clinician di professione, gente senza uno straccio di concerto o collaborazione alle spalle. Insomma, solo in virtù di un paio di video azzeccati si è creato un impero di marchi, endorsement e video tutorial su ogni sciocchezza. Non voglio essere equivocato, la showmanship, i drum heroes esistono dalla notte dei tempi, ma l’abilita’ mani/pedestre di  gente come Chick Webb, Louie Bellson, Buddy Rich o Gene Krupa era abbondantemente commisurata alla loro musicianship. Mi piacerebbe oggi un ridimensionamento della batteria ad un profilo più basso ed un conseguente ritorno alla centralità della musica.

Ultimo quesito, forse abbastanza retorico, ma a mio parere fondamentale per chi legge: cosa consigli a chi inizia a studiare e vuole diventare un professionista della musica? Cosa suggerisci ai tuoi allievi?

Cosa suggerire ai giovani drummers aspiranti professionisti? Non saprei… Forse direi loro di andare contro  la tendenza imperante del virtuosismo, del flashy lick, dell’apparenza vacua. Lavorate sul suono, sul timing, sulla versatilità; fatevi seguire da un buon insegnante, qui in Sardegna, nel resto dell’Italia, all’estero… dove vi pare!

Fate più conoscenze possibili e non abbiate troppa fretta! Tutto qui.

Daniele ancora grazie!

Qua di seguito potete trovare alcuni link con informazioni e contatti di Daniele Russo.

https://www.facebook.com/daniele.russo.7161?fref=ts

https://www.facebook.com/danielerussodrummer/?fref=ts

Come sempre commentate e condividete, alla prossima!

Giuberto

Inanna: uno spettacolo per i sensi

Ciao a tutti e ben tornati!

Dopo un periodo di pausa – dovuto al mio trasferimento dalla Sardegna – sono orgoglioso di riprendere le pubblicazioni su questo blog: parto da un nuovo contesto, quello triestino, e sono sicuro di potervi regalare interessanti contributi e tante novità!

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Ripartiamo alla grandissima parlando degli Inanna. Non basta una semplice definizione per descrivere la completezza e la complessità del progetto Inanna. Ho avuto la fortuna di assistere alla serata del 7 febbraio 2017 al Teatro San Giovanni di Trieste: mi è servito qualche giorno perché le sensazioni provate sedimentassero in me e potessi scrivere queste righe. Innanzitutto gli Inanna portano al pubblico uno spettacolo che unisce più linguaggi artistici ed espressivi: musica, teatro, danza, in una performance che avvolge lo spettatore di suoni e visioni. Gli Inanna sono un’esperienza pressoché totale per i nostri sensi.
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Le musiche si presentavano come delle ampie ambientazioni capaci di trascinare i presenti avanti e indietro nel tempo; ovunque, nello spazio reale, in quello fantastico e in quello interiore. Francesco Amerise (canto e strumenti etnici acustici) e Federico Mullner (tastiere, computer e dispositivi elettronici) viaggiavano e vagavano in improvvisazioni che univano in-musica world, ambient, psichedelia, elettronica e tante altre influenze. Si viveva l’incanto di sorvolare terre antiche e lontane, ere perdute, epoche incrostate nel fondo della mente, la meraviglia di saltare nello spazio siderale o in un futuro fantascientifico-artificiale. Si ricadeva poi, come risucchiati, dentro gli spazi angusti del subconscio umano, nel tormento della sua psiche, nei livelli reconditi dei sentimenti e delle paure ancestrali. C’erano voci che sapevano di Tibet, di cattedrali medievali, di picchi montani irraggiungibili, perfino di profondità oceaniche; le percussioni conducevano in Medioriente, ovattate campane richiamavano minuscoli paesi accoccolati in valli distanti. Suoni lisci che sapevano di freschi risvegli sfumavano su ruvidità uditive: c’era una latente sensazione di tensione, di mistero, qualcosa di mistico e onirico, qualcosa di ipnotico e ossessivo.

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Poi, accanto alla musica che attraversava gli elementi della materia e l’intangibile, vi era la visione: le danze e i riti delle due figure in movimento intessevano un dialogo reciproco, una conversazione con la musica, una disputa col respiro e le attese degli spettatori. Emiliano Fantechi (kontakt juggling) era lo sciamano, il sacerdote, il granmaestro: statuario occupava il centro della scena, conduceva la cerimonia del viaggio e della regressione. Il suo era come un leggere nelle sfere di cristallo per intuirvi dei percorsi, pareva poter mescolare i tempi e i pensieri con una sola mano. Lo faceva con gran facilità, con la sicurezza irremovibile di un dio che gioca con vite e anime delle sue creature: il cristallo pareva liquido, fluido, gommoso; i globi diafani erano lenti di una visione che dal dentro portava fuori, e viceversa. Tutto annunciava una scena di sacrificio, tuttavia scampata. Kàartik (dance perfomer), ospite speciale della serata, era invece l’idolo: è apparso come un feticcio, una figura femminile archetipica, ornata a festa, ricolmata di doni e preghiere. Era il suo un incedere denso che univa in una favolosa alchimia danze indiane, mediterranee e danza contemporanea. L’ingresso in scena è stato sensuale, quasi provocatorio, ma progressivamente quel essere mitico ha dato il via alla decostruzione di sé: dapprima ha iniziato a provare pudore – come una simil-Eva da peccato originale – progressivamente ha perso la sua sicurezza e da donna si è spogliata della menzogna per rivelarsi uomo. Infine l’uomo si è ridotto ad una larva senza volto, senza identità, senza libertà; vi era la disperazione di un  grido di tormento – muto – che viene da uno spirito prigioniero del corpo materiale.

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Insomma, quello degli Inanna è uno spettacolo al quale non si assiste abitualmente: richiede immedesimazione, stimola l’immaginazione, coinvolge profondamente, ci chiama a riflettere.

Grazie per l’attenzione: commentate e condividete! Al prossimo articolo!

Giuberto