Mindscapes: i “paesaggi della mente” di Manuela de Stefani

Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo del mio blog!

Per la prima volta dedico un pezzo alla pittura, linguaggio che finora non avevo analizzato su queste mie pagine, nonostante le arti figurative facciano solidamente parte della mia formazione artistica e culturale. Non a caso ho deciso di parlare di una mostra davvero interessante, “Mindscapes” di Manuela de Stefani. L’esposizione, curata da Enea Chersicola, è stata inaugurata il 23 Novembre e sarà aperta fino al 12 Dicembre. Vi invito a visitarla a Trieste presso la Lux Art Gallery in via De Rittmeyer 7/a.

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Osservarne i dipinti mi è servito a “conoscere meglio e diversamente” la pittrice e completare l’idea che mi ero già fatto di lei come persona: Manuela è una donna riservata, profonda, essenziale soprattutto nelle parole, attenta e riflessiva. Un incontro davanti ad un caffè ha confermato queste mie impressioni ed è stato utile a comprendere meglio la genesi e il significato della sua opera pittorica.

In mostra troviamo esposte trentaquattro opere, ognuna dotata in origine di un proprio titolo, ma presentate senza didascalie singole: l’intenzione di chi ha curato l’esposizione è quella di creare una sorta di “paesaggio continuo” dal titolo globale, appunto, di “Mindscapes”. Al visitatore la galleria appare quasi come un ambiente su cui si aprono tante “finestre verso l’esterno”. “Mindscapes” si traduce in “paesaggi della mente”, o più ampiamente, dell’interiorità e perciò dovremmo parlare, piuttosto, di “finestre verso l’interno” (dell’essere umano). Come premesso, abbiamo a che fare con dei paesaggi: non si tratta né di realismo vedutistico, né di paesaggi di luce in senso impressionista e neppure di paesaggi interiori in accezione romanticista. Si tratta (per usare un ossimoro efficace, ma poco tecnico) di un figurativo non figurativo, o ancora, di un formale informale… Manuela infatti utilizza l’iconografia del paesaggio come modalità di introspezione individuale. Lontana ogni intenzione di ritrarre dei luoghi precisi, gli elementi del territorio diventano lo strumento attraverso i quali l’artista compie un viaggio interiore di esplorazione finalizzato alla catarsi, all’indagine dei propri tormenti e alla loro esplicitazione. Le opere traspirano una complessa e profonda spiritualità e vanno perciò avvicinate con rispetto: sono un dono dell’artista la quale rende partecipe l’osservatore dei suoi aspetti più intimi, tramite esse mostra le sue debolezze, i propri dolori. Nell’esporre le sue creazioni la pittrice prova ad invitare ognuno di noi ad un analogo lavoro di scavo nella propria coscienza, nel proprio spirito, nel proprio bagaglio di ricordi. Queste opere sono, per certi versi, una incresciosa confessione.

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I quattro elementi, acqua, terra, fuoco, aria, giocano un ruolo fondamentale nel processo di emersione di emozioni nascoste, di ricordi, forse di sogni. La tavolozza prescelta da Manuela, tranne che in alcuni casi, è abbastanza uniforme. I luoghi sono rappresentati tramite evanescenze, trasparenze; il degradare di piani (mai ben definiti) restituisce la sensazione di immagini filtrate dal ricordo, edulcorate dalla nostalgia, oppure arse da un tormento non risolto. Queste atmosfere tenui, pastellate e morbide, trasognate, sono interrotte però da prepotenti campiture, da pennellate caustiche che sfregiano l’armonia degli angoli paradisiaci. Linee, segni, graffi, guidano l’occhio da un piano all’altro facendolo sprofondare oltre il limite fisico del supporto. Le strutture sono ben equilibrate. Nella stessa opera vengono talvolta riuniti più paesaggi, più punti di vista, più “fotogrammi”; è come se il viaggio interiore meritasse di essere fissato in più punti del suo percorso, come se il cammino guidato dal colore non dovesse conchiudersi in una sola “istantanea”. Vi sono degli elementi ricorrenti come la montagna (possibile simbolo di un ostacolo individuale ancora da superare), il vulcano, i fuochi o fluidi magmatici (che possono apparire anche come squarci nella carne viva), dei soli in un tramonto perenne (o all’alba?), fumi e spruzzi di geiser che salgono in cielo (questi forse a simboleggiare un tentativo di unione tra la dimensione terrena e quella celeste), poi le isole e le falesie. Emergono qui le influenze che i paesaggi carsici hanno svolto nel processo creativo della pittrice. Il ricorso alla rappresentazione di isole in mare sarebbe suggerito invece dalla vista degli arcipelaghi croati.

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Ad una prima osservazione gli ambienti raffigurati possono apparire disabitati, desolati e addirittura inospitali, ma se si aguzza l’occhio verso dettagli minori o verso certe suggestioni grafiche e cromatiche, si scopre che esistono al loro interno forme di vita umane, vegetali e animali. Si tratta di creature prive di fisionomia, assorbite, decomposte dal contesto – paesaggio. Esse sono presenze – assenze, spiriti o corpi, fantasmi o spettri, mezze ombre (o forse, come suggerito dal curatore della mostra, sarebbero le ombre interiori che ogni individuo trascina costantemente con sé). La pittrice non definisce le loro fattezze, ma sceglie di fornire all’osservatore solo alcuni spunti perché ognuno possa completare con la propria immedesimazione tali (ed eventuali) forme d’esistenza. Si notano poi i segni antropici lasciati qua e là nella natura: barche, vele, villaggi. Nei paesaggi di Manuela non vi è dunque solitudine; vi è tuttavia una sospensione temporale quasi “metafisica”: in questi non-luoghi aleggia un tempo dilatato all’infinito che mescola passato, presente e futuro, dimensione tangibile e intangibile, spazio della vita e della morte. Energie contrastanti si abbracciano senza che nessuna di esse abbia la meglio e provochi violenti contrasti, predominanze, nettezze. Vi sono spinte latenti inesplose, intenti di ribellione incerti, evasioni che si concludono nella stessa cella da cui ha avuto inizio la fuga. Le forze perdono d’impeto rinunciando allo scontro, scelgono invece la via della diluizione. La tecnica mista (olio, terre e carboncino su carta) potenziano l’intento comunicativo. Emanuela completa con le sue grafie: dal gesto più ampio, libero, sciolto, si passa a segni arrovellati, a piccole aree pittoriche entro le quali si insiste nel tentativo di sbrogliare la lunghissima matassa spirituale che si dipana tra mente, anima, mano, strumento e supporto. Un idea di indefinito dice che il lavoro di scavo da cui nasce il complesso di opere è ancora in corso: la scoperta della vena aurifera deve ancora avvenire, il fare è ostinato, silenzioso, paziente, direi perpetuo. Ogni opera è un grido muto, un canto portato via dal silenzio.

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Le creazioni pittoriche di Manuela sono l’esito, non solo di un percorso interiore, ma anche di una formazione e di un’evoluzione di carattere tecnico e creativo durate anni e supportate da due importanti maestri. Il primo di loro è stato Paolo Cervi Kervischer che, sia con le sue lezioni di Storia dell’Arte e poi per l’uso delle terre, della fusaggine e della carta come base, ha influenzato notevolmente l’artista. Il maestro Franco Chersicola è stato successivamente fondamentale per aiutare l’artista a trovare una propria modalità, l’espressione consona a dar luce alla sua identità e soggettività.

Per informazioni rivolgersi ai seguenti contatti:

luxartgalleryts@gmail. com – 334.7231216

destefanimanuela@gmail.com – 339.4638777

Spero che la mostra venga visitata da tanti curiosi, appassionati ed esperti. Spero poi che Emanuela prosegua con questo suo importante lavoro che, son certo, regalerà in futuro degli esiti artistici meravigliosi. Vi saluto e vi aspetto al prossimo articolo!

Giuberto

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