Francesco Liccari: la musica di un “sognatore lucido”

Ciao a tutti!

Oggi vi voglio presentare Francesco Liccari, cantautore triestino che mi ha colpito non solo per la sua musica, ma anche per la sua personalità. Classe 1990, Francesco può essere inserito artisticamente nel filone folk-rock moderno; nelle sue canzoni crea una fusione magistralmente equilibrata tra musica tradizionale e d’autore, con varie contaminazioni stilistiche nelle quali introduce modalità comunicative assolutamente personali ed inedite. Pur essendo così giovane dimostra un atteggiamento umano e musicale molto riflessivo, introspettivo, maturo; la sua formazione scientifica abbinata alla passione per la letteratura e per la filosofia sono senza dubbio gli altri ingredienti fondamentali del suo modo di concepire e vivere la musica. Queste righe sono il risultato di una lunga chiacchierata fatta con Francesco: è stato un incontro molto profondo e vario in cui lui stesso si è definito “contemporaneamente un caso di ottimista e di pessimista”. Francesco Liccari ha già realizzato due  EP, “Memories of forgotten seasons” e “Raw notes”. I suoi riferimenti musicali vanno da Bob Dylan, Leonard Cohen, Cat Stevens, Lou Reed (e Velvet Underground), David Bowie, Woody Guthrie, Donovan, per arrivare agli italiani De André, Guccini, Branduardi e Bennato. Ognuno di essi gli ha in qualche modo fornito riferimenti e suggestioni, tuttavia nella “lista delle influenze” vi sono anche nomi apparentemente distanti da questi appena citati, come i Ramones (per la loro semplicità), i Pink Floyd (per la capacità di creare ambientazioni sonore e di trascinarvi dentro l’ascoltatore) e compositori contemporanei come Philip Glass (per la sua ricerca minimalista e la capacità di lavorare sulle emozioni date da minime variazioni di un tema musicale).

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In effetti i brani di Francesco richiamano più o meno direttamente, di sicuro idealmente, questi colossi della musica degli ultimi decenni. Suoni acustici caldi e poco filtrati da effetti sono alla base delle composizioni di Francesco Liccari che punta alla semplicità strutturale, timbrica. Il suo è un lavoro basato più sull’espressione e sul colore, che sulla varietà strumentale e strutturale. Il giovane cantautore vuole fare musica per esprimersi oltre i vincoli e le strutture già sperimentate, utilizza per esempio tempi dispari per trasmettere particolari sensazioni e potenziare il significato testuale dei brani. La scelta della lingua inglese è dovuta alla maggiore libertà con cui si può e si sa esprimere: ama giocare con i diversi significati che può avere la stessa parola, che permette differenti letture e l’evocazione di più immagini. Anche se l’idea generale nasce in italiano, o addirittura in dialetto triestino, la canzone è pensata in inglese, lingua da lui percepita come più introspettiva. Chi ascolta i brani, quindi, il più delle volte non capisce chiaramente il senso (o i sensi) del testo: Francesco canta per chi vuole farsi coinvolgere emotivamente, per chi vuole entrare in contatto emotivo e che quindi è disposto a leggere e tradurre i testi in un secondo momento o semplicemente ad avvicinarsi a lui per parlarne di persona. Ecco la chiave del mondo artistico di Francesco Liccari: l’empatia, l’immedesimazione, la condivisione, la ricerca interiore.

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Il processo compositivo è per Francesco Liccari un vero e proprio processo catartico attraverso cui si libera di un peso interiore. …e le tematiche non sono infatti leggere: si parla di vita e morte, di amori malati finiti in violenza, di relazioni spezzate, del rapporto uomo donna ed in generale delle relazioni umane. Si presentano persino immagini assolutamente negative del mondo, visioni della sua fine, della corruzione del genere umano. L’uomo resta comunque al centro e Francesco è particolarmente ispirato dal ruolo dell’individuo nella società che più si allarga e più si uniforma, così da rendere il singolo una nullità, “un arredo”, una vittima del sistema-branco privata di ogni individualità e considerazione. La stessa vittima arriva quindi, sommersa d’indifferenza, a non considerare più a sua volta chi le sta intorno. Non solo i testi sono impegnati nel tentativo di analizzare e discutere questo intrico sociale e psicologico che caratterizza e affligge noi del genere umano, ma Francesco stesso si impegna col suo modo di fare musica per abbattere queste barriere di anonimia. L’esibizione dal vivo deve portare ad un’osmosi tra l’artista e il pubblico, ogni brano viene eseguito ogni volta in base ai sentimenti del momento, all’aria che si respira, all’atmosfera del luogo, libero da cliché, modi e formule prestabilite. È una ricerca di calore, di condivisione del dolore …e della gioia, visto che nei brani di Francesco Liccari non manca l’aspetto ironico, sarcastico; lui è un “sognatore lucido” e molte delle storie che narra in canzone sono la trascrizione dei sogni che ha fatto. Gli spunti per i testi sono poi fatti reali di cronaca, situazioni vissute o semplicemente immaginate.

La produzione finora “pubblica” di Francesco consiste, come anticipato, in due lavori.

“Memories of forgotten seasons”, prodotto da Farace Records, raccoglie brani di differenti tematiche (la solitudine, la morte, l’amore), ma accomunati da simili atmosfere e sensazioni musicali.

“Raw notes” invece si caratterizza per l’eterogeneità musicale e per il modo in cui sono concepiti e scritti i testi: si basano spesso sulla contrapposizione tra figure, non sempre le storie sono definite, ma si tratta di racconti a metà, o suggeriti “a macchie”, perché vengano completati dalla fantasia di chi ascolta. Compare poi il gioco identità e ricordi, si parla di come i ricordi pian piano svaniscono e con essi si perdano pezzi di vita.

Dal 2016 Francesco collabora in studio e dal vivo con il bassista Enrico Casasola.

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Francesco sta attualmente lavorando al prossimo EP che conterrà quattro brani e vedrà la luce nel 2018: il filo conduttore sarà l’amore, sia quello caduto in un dramma, ma anche quello più allegro, o quell’amore fatuo e superficiale che anima molte delle promesse fatte tra amanti. Mentre poi Francesco continua a portare in giro la sua musica suonando e cantando dal vivo, punta anche a comporre in lingua italiana.

Per il 2019 ha invece in programma la preparazione e l’uscita di un album che, probabilmente, avrà la struttura di un “concept” e che richiederà un lavoro impegnativo poiché dovrà costituire un “tassello definitivo” del suo percorso artistico che gli auguro lungo e proficuo.

Qui sotto una serie di link per poter contattare Francesco, avere altre info su di lui e per poter ascoltare la sua musica!

http://francescoliccari.it/

https://www.facebook.com/FrancescoLiccari/

https://twitter.com/Franz_Liccari

https://www.youtube.com/channel/UCP9PzgCttvHeMGelWMjvgzA

Alla prossima!

Giuberto

“Sulla gobba del tempo”: un’imperdibile silloge poetica

Bentornati sul mio blog!

In questa nuova pagina sono lieto, anzi orgoglioso, di presentarvi “Sulla gobba del tempo”, una raccolta poetica di recentissima pubblicazione, della quale ho curato personalmente l’introduzione. L’opera raccoglie i versi degli autori Bianca Mannu, Giuseppa Sicura, Carlo Onnis e Mariatina Biggio; è ricca e complessa, impegnata e impegnativa per le tematiche storiche e sociali di rilievo trattate, ma anche di piacevole lettura nei brani maggior “lirismo”. Non nascondo che il lavoro di analisi propedeutico alla stesura della prefazione è stato lungo, ha richiesto numerose revisioni ed un confronto continuo con gli autori: essi sono persone dall’immensa cultura e dall’enorme cuore, ai quali devo tanto per la pazienza nei miei confronti e che ammiro per la caparbietà nel condurre quotidianamente il loro ruolo di poeti e di “cittadini del mondo per un mondo migliore”. Di seguito presenterò “Sulla gobba del tempo” citando direttamente alcuni stralci della mia introduzione.

Sulla gobba del tempo raccoglie una serie di testi nati dalla penna di quattro autori parecchio differenti fra loro per formazione, tematiche e stile. Le poesie sono state composte in maniera indipendente, in tempi differenti e non nascono per rispondere ad un progetto di base prestabilito. […] A fare da collante alla silloge vi sono delle tematiche principali, dei soggetti ricorrenti che hanno tuttavia condotto gli autori a creazioni di scrittura caratterizzate ciascuna da una fisionomia unica e tutte degne di approfondita analisi. Il titolo Sulla gobba del tempo [..] evoca lo spirito che lega le poesie. Il primo elemento che emerge è proprio il tempo. Ogni poeta ne ha espresso ampiamente nel proprio contributo la sua concezione personale; la scelta dell’immagine della gobba rivelerebbe invece la particolare visione del tempo condivisa dai quattro autori. […] non è escluso che gobba del tempo possa fare riferimento all’immagine della curvatura dello spazio-tempo relativa alla fisica einstaniana. [..] L’altro importante tema condiviso in questa silloge è l’atteggiamento critico alle ideologie conformanti del pensiero collettivo indotto, dall’annichilimento delle specificità individuali, all’omologazione mentale e comportamentale, all’assoggettamento delle persone a valori materiali e psicologici allettanti, spacciati come vitali, ma in realtà vacui. […] 

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Gli autori Biggio, Mannu, Onnis, Sicura costituiscono, dal punto di vista letterario, un quartetto significativo: la loro produzione dimostra quanto la poesia abbia ancora al giorno d’oggi un’opportunità concreta, come essa possa perseguire un compito storico e sociale denso di significati e riesca al contempo a regalare al lettore opere dotate di una freschezza sorprendente dal punto di vista estetico e formale. […] I poeti vogliono esprimere l’ambiguo senso del proprio tempo: alla base della loro opera stanno l’analisi critica di certi aspetti della contemporaneità,  l’elaborazione di testi che utilizzano modalità poetiche innovative articolate con la proposta di nuove letture della realtà e di suoi significati inediti rispetto a quelli comunemente accettati. Le tematiche storiche, politiche e sociali attuali vengono riprese svincolandosi da canoni stilistici ripetuti, evitando di rievocare verità acriticamente assunte. Vi è una particolare attenzione per la qualità della scrittura, per la ricerca formale e lessicale a dispetto della banalità e della mediocrità imperante nei linguaggi comunicativi largamente impiegati al giorno d’oggi. I poeti lavorano sulla parola come elemento che, a prescindere dal suo  peso semantico, ha un ruolo estetico, per cui scelta della forma e del suono sono qualità necessarie per il raggiungimento del risultato ricercato. Quanto premesso annuncia una silloge di non facile lettura, destinata indubbiamente ad un pubblico attento e preparato: i temi sono spesso forti, intensi, espressi talora con spirito satirico, sebbene non manchino notevoli suggestioni di delicatezza discorsiva, visioni e sentimenti più tenui. Ogni testo manifesta il notevole investimento del suo autore rispetto alla tematica prescelta e si volge al coinvolgimento emotivo del lettore. Ciascuno degli autori richiede una differente modalità di approccio: si passa da testi più diretti ed accessibili dal punto di vista verbale e del significato, ad altri che presentano più livelli di interpretazione, una struttura formale assai complessa ed un linguaggio raffinato.

La raccolta di Mariatina Battistina Biggio è intitolata Isola di nuove stagioni: il titolo rivela il forte legame della poetessa con la propria terra, la Sardegna, della quale descrive le bellezze, racconta le contraddizioni, senza scordare tuttavia la speranza per un futuro migliore. […] la Biggio anche di fronte a tematiche scottanti come l’emigrazione, la povertà e la guerra, il razzismo, le devianze giovanili, la violenza domestica sulle donne, sembra continuare a credere fermamente in un’inevitabile possibilità di miglioramento. Emerge la sua forte spiritualità, un saldo sentimento religioso, un’irremovibile fiducia nell’amore che, come un volano, fa funzionare gli esseri umani e il mondo intero. […] il suo stile poetico resta sempre controllato, mai violento o polemico. Il suo modo istintivo di fare poesia, il suo sentimento materno verso la realtà, facilitano l’avvicinamento del lettore ai testi: le atmosfere sono intime, abbondano le locuzioni affettive, compaiono continue immagini relative alla sfera sentimentale e familiare, il linguaggio è semplice, diretto ed immediato.

Bianca Mannu risulta essere, tra i quattro della silloge poetica, l’autrice più complessa da avvicinare e comprendere appieno. Viene richiesto al lettore un particolare sforzo: si deve innanzitutto ri-conoscere il significato letterale dei termini impiegati, il senso di citazioni e richiami ad altri autori, alla letteratura e alla filosofia classica e moderna. La scelta di vocaboli inusuali risponde al gusto della scrittrice per locuzioni dotate di un certo valore estetico e di un particolare effetto poetico. L’intento è quello di interloquire con il lettore in maniera intelligente e stimolante. Numerose le figure retoriche e il periodare articolato. La sottoraccolta Temporaneamente è suddivisa in quattro sezioni sul tema dell’esistenza, come fosse contenuta in un prisma a più facce, e ogni sezione costituisce un punto di osservazione della scrittrice sulla vita e sulle sue caratteristiche. Nella sezione Curva minore si guarda con stupore all’irrisorietà materiale dell’individuo umano. La forza vitale è un’onda di lancio iniziale che il soggetto può cogliere con meraviglia, ma solo a posteriori, cioè quando si impossessa del linguaggio e quando quel momento di spinta primigenia è oramai spento. La vita si configura come una sapiente funzione biologica che tuttavia non corrisponde ad un progetto razionale. […] La meravigliosa e contraddittoria convivenza tra fisicità e parola viene analizzata nella sezione Coabitazioni: una volta che la successione di spinte vitali è diventata un fenomeno ordinario, l’urlo nativo viene trasformato in parola tramite il corpo. L’emissione vitale, l’alito originario, è adesso suono e segno: attraverso il linguaggio l’uomo controlla, manipola l’esterno, descrive il passato, è in contatto col presente, preconizza il futuro. Per mezzo dello strumento-linguaggio pretende, in sintesi, di appropriarsi del tempo. Tuttavia la parola, che è intenzione, azione, comando, ma pure identità (individuale, etnica, storica e sociale), è un “inganno” poiché dipende da quella corporeità materiale destinata a disperdersi irrimediabilmente nella liquidità del tempo. […] La sezione Homo politicus affronta la tematica dell’umanità come organizzazione collettiva. L’autrice si immedesima nel ruolo di chi subisce gli effetti delle decisioni sbagliate dei gruppi dirigenti e non ha la possibilità o la capacità di esprimere il proprio dissenso e ribaltare la sua condizione. Nell’ultima sezione si domanda: a che serve la poesia? Risposta: la poesia serve a nulla! Nella sua inutilità la poesia deve allontanarsi da un atteggiamento di autocompiacimento estetizzante e deve provare a descrivere l’umanità stando distante dalle logiche del profitto.

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Lontano dalle modalità della Mannu vi è Carlo Onnis, accostabile invece per alcune analogie tematiche e stilistiche alla Biggio. Ad accomunarli sono il legame con le stesse origini regionali più volte richiamate, il sentimento amoroso vissuto con gentilezza e dolcezza, la presenza costante – più o meno palese – della nostalgia e l’uso metaforico del paesaggio come specchio di uno stato interiore. Tuttavia la voglia di rinascere propria della Biggio è in Onnis sostituita da un senso di latente malinconia. Il titolo In-canto sarebbe espressione di specifiche scelte stilistico-compositive; i singoli testi verrebbero infatti offerti al lettore come “canti” di un intero poema. In ognuno la musicalità del verso si fa melodia e rende inconfondibili le poesie di Carlo Onnis. Nel titolo ritroviamo anche quella particolare carica suggestiva che caratterizza la sua produzione: il poeta crede nella bellezza come valore assoluto; la sua visione del mondo e della vita sembrano libere da qualsiasi possibile problematicità e contrasto. Per l’autore il sogno non costituisce una dimensione strettamente individuale, ma prospetta una necessaria valenza sociale: sognare è una reazione vitale, un atteggiamento importante come stretto riferimento alla realtà. Reagire alla problematicità esistenziale, contro la quale si prova un senso di distacco attraverso la lente interiore della bellezza, comporta una presa di posizione cosciente, matura ed equilibrata che equivale ad un atteggiamento positivo, critico, a volte provocatorio e altre satirico. […] La solitudine acquista una sua posizione vitalistica, che rende la dimensione individuale necessaria ad analizzare e rivalutare il tessuto del passato e ad accettarlo nel presente con gli occhi della memoria. […]

La critica esistenziale e storico-sociale, così come in Bianca Mannu, sono elementi ricorrenti nella poesia di Giuseppa Sicura: l’autrice si focalizza sugli argomenti salienti della nostra contemporaneità, senza slegarsi definitivamente dai cenni autobiografici e dall’analisi interiore. […] Ella confida nella forza della parola poetica come strumento capace di smuovere menti e cuori della gente. Le tematiche sono affrontate con forte coinvolgimento emotivo: le reazioni passano dal grido d’allarme al coro di protesta, dall’invocazione al richiamo, alla contestazione collettiva. La guerra, che si ripresenta scleroticamente come un’infezione della Storia curata male, le fughe di genti dalle terre di origine flagellate dai conflitti, l’immigrazione clandestina, la crisi del sistema economico, l’ottusità della scienza, sono fenomeni delineati in quanto esito di un sistema di controllo politico, ideologico ed economico, da parte dei “vili gestori”, che ha ribaltato i valori fondanti dell’intera umanità. […] La poetessa non disdegna i linguaggi mediatici odierni e i nuovi mezzi di comunicazione; li sperimenta, ma senza dubbi ne evidenzia gli aspetti deleteri offrendo terreno fertile alla sua poetica, dove l’inquietudine spesso s’insinua tra i versi a rimarcare il bisogno di un mondo più a misura d’uomo, apostrofando come falsa e illusoria, una realtà che priva di qualsiasi umanità i rapporti interpersonali e determina la diffusione di una conoscenza effimera. […]

Questa sopra è solo una parziale rassegna degli elementi che ci avviamo a incontrare nella silloge. La lettura si anticipa intensa, mai monotona o prevedibile; pagina dopo pagina ogni poesia regalerà l’apertura verso innumerevoli immagini, emozioni e spunti per riflessioni sulla condizione umana.

Spero vivamente che la raccolta conosca una meritata diffusione e che questo mio intervento sia in grado di valorizzare ulteriormente l’importanza – tematica e stilistica – delle poesie contenute. Ringrazio ancora Bianca, Giuseppa, Carlo e Mariatina per la grande fiducia che mi hanno concesso nell’affidarmi il delicato compito di curare la loro prefazione. Ringrazio voi lettori per la consueta attenzione e vi invito a contattare gli autori per avere una copia di “Sulla gobba del tempo”

https://www.facebook.com/giuseppa.sicura

Alla prossima!

Giuberto

 

Mindscapes: i “paesaggi della mente” di Manuela de Stefani

Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo del mio blog!

Per la prima volta dedico un pezzo alla pittura, linguaggio che finora non avevo analizzato su queste mie pagine, nonostante le arti figurative facciano solidamente parte della mia formazione artistica e culturale. Non a caso ho deciso di parlare di una mostra davvero interessante, “Mindscapes” di Manuela de Stefani. L’esposizione, curata da Enea Chersicola, è stata inaugurata il 23 Novembre e sarà aperta fino al 12 Dicembre. Vi invito a visitarla a Trieste presso la Lux Art Gallery in via De Rittmeyer 7/a.

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Osservarne i dipinti mi è servito a “conoscere meglio e diversamente” la pittrice e completare l’idea che mi ero già fatto di lei come persona: Manuela è una donna riservata, profonda, essenziale soprattutto nelle parole, attenta e riflessiva. Un incontro davanti ad un caffè ha confermato queste mie impressioni ed è stato utile a comprendere meglio la genesi e il significato della sua opera pittorica.

In mostra troviamo esposte trentaquattro opere, ognuna dotata in origine di un proprio titolo, ma presentate senza didascalie singole: l’intenzione di chi ha curato l’esposizione è quella di creare una sorta di “paesaggio continuo” dal titolo globale, appunto, di “Mindscapes”. Al visitatore la galleria appare quasi come un ambiente su cui si aprono tante “finestre verso l’esterno”. “Mindscapes” si traduce in “paesaggi della mente”, o più ampiamente, dell’interiorità e perciò dovremmo parlare, piuttosto, di “finestre verso l’interno” (dell’essere umano). Come premesso, abbiamo a che fare con dei paesaggi: non si tratta né di realismo vedutistico, né di paesaggi di luce in senso impressionista e neppure di paesaggi interiori in accezione romanticista. Si tratta (per usare un ossimoro efficace, ma poco tecnico) di un figurativo non figurativo, o ancora, di un formale informale… Manuela infatti utilizza l’iconografia del paesaggio come modalità di introspezione individuale. Lontana ogni intenzione di ritrarre dei luoghi precisi, gli elementi del territorio diventano lo strumento attraverso i quali l’artista compie un viaggio interiore di esplorazione finalizzato alla catarsi, all’indagine dei propri tormenti e alla loro esplicitazione. Le opere traspirano una complessa e profonda spiritualità e vanno perciò avvicinate con rispetto: sono un dono dell’artista la quale rende partecipe l’osservatore dei suoi aspetti più intimi, tramite esse mostra le sue debolezze, i propri dolori. Nell’esporre le sue creazioni la pittrice prova ad invitare ognuno di noi ad un analogo lavoro di scavo nella propria coscienza, nel proprio spirito, nel proprio bagaglio di ricordi. Queste opere sono, per certi versi, una incresciosa confessione.

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I quattro elementi, acqua, terra, fuoco, aria, giocano un ruolo fondamentale nel processo di emersione di emozioni nascoste, di ricordi, forse di sogni. La tavolozza prescelta da Manuela, tranne che in alcuni casi, è abbastanza uniforme. I luoghi sono rappresentati tramite evanescenze, trasparenze; il degradare di piani (mai ben definiti) restituisce la sensazione di immagini filtrate dal ricordo, edulcorate dalla nostalgia, oppure arse da un tormento non risolto. Queste atmosfere tenui, pastellate e morbide, trasognate, sono interrotte però da prepotenti campiture, da pennellate caustiche che sfregiano l’armonia degli angoli paradisiaci. Linee, segni, graffi, guidano l’occhio da un piano all’altro facendolo sprofondare oltre il limite fisico del supporto. Le strutture sono ben equilibrate. Nella stessa opera vengono talvolta riuniti più paesaggi, più punti di vista, più “fotogrammi”; è come se il viaggio interiore meritasse di essere fissato in più punti del suo percorso, come se il cammino guidato dal colore non dovesse conchiudersi in una sola “istantanea”. Vi sono degli elementi ricorrenti come la montagna (possibile simbolo di un ostacolo individuale ancora da superare), il vulcano, i fuochi o fluidi magmatici (che possono apparire anche come squarci nella carne viva), dei soli in un tramonto perenne (o all’alba?), fumi e spruzzi di geiser che salgono in cielo (questi forse a simboleggiare un tentativo di unione tra la dimensione terrena e quella celeste), poi le isole e le falesie. Emergono qui le influenze che i paesaggi carsici hanno svolto nel processo creativo della pittrice. Il ricorso alla rappresentazione di isole in mare sarebbe suggerito invece dalla vista degli arcipelaghi croati.

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Ad una prima osservazione gli ambienti raffigurati possono apparire disabitati, desolati e addirittura inospitali, ma se si aguzza l’occhio verso dettagli minori o verso certe suggestioni grafiche e cromatiche, si scopre che esistono al loro interno forme di vita umane, vegetali e animali. Si tratta di creature prive di fisionomia, assorbite, decomposte dal contesto – paesaggio. Esse sono presenze – assenze, spiriti o corpi, fantasmi o spettri, mezze ombre (o forse, come suggerito dal curatore della mostra, sarebbero le ombre interiori che ogni individuo trascina costantemente con sé). La pittrice non definisce le loro fattezze, ma sceglie di fornire all’osservatore solo alcuni spunti perché ognuno possa completare con la propria immedesimazione tali (ed eventuali) forme d’esistenza. Si notano poi i segni antropici lasciati qua e là nella natura: barche, vele, villaggi. Nei paesaggi di Manuela non vi è dunque solitudine; vi è tuttavia una sospensione temporale quasi “metafisica”: in questi non-luoghi aleggia un tempo dilatato all’infinito che mescola passato, presente e futuro, dimensione tangibile e intangibile, spazio della vita e della morte. Energie contrastanti si abbracciano senza che nessuna di esse abbia la meglio e provochi violenti contrasti, predominanze, nettezze. Vi sono spinte latenti inesplose, intenti di ribellione incerti, evasioni che si concludono nella stessa cella da cui ha avuto inizio la fuga. Le forze perdono d’impeto rinunciando allo scontro, scelgono invece la via della diluizione. La tecnica mista (olio, terre e carboncino su carta) potenziano l’intento comunicativo. Emanuela completa con le sue grafie: dal gesto più ampio, libero, sciolto, si passa a segni arrovellati, a piccole aree pittoriche entro le quali si insiste nel tentativo di sbrogliare la lunghissima matassa spirituale che si dipana tra mente, anima, mano, strumento e supporto. Un idea di indefinito dice che il lavoro di scavo da cui nasce il complesso di opere è ancora in corso: la scoperta della vena aurifera deve ancora avvenire, il fare è ostinato, silenzioso, paziente, direi perpetuo. Ogni opera è un grido muto, un canto portato via dal silenzio.

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Le creazioni pittoriche di Manuela sono l’esito, non solo di un percorso interiore, ma anche di una formazione e di un’evoluzione di carattere tecnico e creativo durate anni e supportate da due importanti maestri. Il primo di loro è stato Paolo Cervi Kervischer che, sia con le sue lezioni di Storia dell’Arte e poi per l’uso delle terre, della fusaggine e della carta come base, ha influenzato notevolmente l’artista. Il maestro Franco Chersicola è stato successivamente fondamentale per aiutare l’artista a trovare una propria modalità, l’espressione consona a dar luce alla sua identità e soggettività.

Per informazioni rivolgersi ai seguenti contatti:

luxartgalleryts@gmail. com – 334.7231216

destefanimanuela@gmail.com – 339.4638777

Spero che la mostra venga visitata da tanti curiosi, appassionati ed esperti. Spero poi che Emanuela prosegua con questo suo importante lavoro che, son certo, regalerà in futuro degli esiti artistici meravigliosi. Vi saluto e vi aspetto al prossimo articolo!

Giuberto