Bianca Mannu: la scrittura come “messaggio in bottiglia”

Ciao a tutti e bentornati sul mio blog www.giubertoatzori.it

L’articolo – intervista di oggi è dedicato a Bianca Mannu, autrice poetessa che merita di essere conosciuta sia per lasua personalità piacevole, che per la produzione letteraria davvero particolare ed interessante. La incontrai per la prima volta nel 2013 quando a Cagliari era attivo il Centro Culturale NAI, presso il quale settimanalmente si riunivano artisti di ogni genere per divulgare la loro attività, mettersi in discussione, scambiare esperienze e pareri, instaurare collaborazioni. Rimasi parecchio colpito dalla presentazione della raccolta poetica “Trafori di senso” pubblicata di recente da Bianca, così subito scrissi una recensione per il sito www.oubliettemagazine.it In seguito mi occupai della stesura della sinossi della raccolta “Dove trasvola il falco”. Sarà però la stessa autrice a presentarsi e a parlarci del lavoro che svolge…

Benvenuta Bianca e grazie per aver accettato di comparire sul mio blog: ci conosciamo da tempo e per me è un vero piacere ed un onore continuare, sebbene a distanza, a leggerti e farti leggere dagli altri. Finora hai pubblicato diverse opere: di che generi letterari si tratta e quali sono i titoli?

Ciao Giuberto. Mi piace questo tuo logo sintetico  e contemporaneamente autentico, sintesi davvero eufonica dei tuoi nomi. Sono felice di questo prezioso coinvolgimento, date la mia condizione recessiva e la mia solitudine, sì, un po’ casuali e un po’ volute, che si sposano meglio con “sarditudine”, più che con sardità.

Intanto chiarisco subito che la mia nascita pubblica come “persona che scrive” risale al 2003 circa, ad eccezione di alcuni precedenti e distanziati interventi pubblici: 1) nel ’75 diversi interventi su La Pagina dei Ragazzi  de L’UNIONE SARDA sugli effetti formativi del “fare poesia” nella scuola dell’obbligo; 2) qualche lettura pubblica estemporanea; 3) qualche pubblicazione episodica e marginale in piccole antologie, e forse la presentazione di un’opera altrui. Sono diventata “Bianca Mannu che scrive”, dunque maggiorenne, dopo il compimento dei sessant’anni. Consideravo e ho considerato come “apprendistato” quanto avevo scritto per l’addietro, al punto che, quando nel 2002 decisi  di avere sufficiente materiale in versi per una prima sortita (quantità + qualità, presunte), rimandai la stampa per poter compiere un’ulteriore elaborazione dei lavori del trentennio fine secolo, più i testi dei primi tre fertili anni del XXI. Fu quello il mio esame di maturità scrittoria: a bozza pronta, poco convinta dei “brava” di qualche amica/o di magra formazione letteraria, mi rivolsi al critico cagliaritano più accreditato del momento, Giovanni Mameli, e gli chiesi un giudizio di massima. Mi lodò con asciuttezza, m’indicò la via dei concorsi e delle riviste letterarie, per farmi strada, e la pratica austera dell’autocritica e della sorveglianza linguistica. Da una stamperia uscì Misteriosi ritorni,  che conteneva tre sillogi, 75 composizioni: non fece botto, com’era scontato. Per farla breve, ho partecipato raramente a concorsi, non ho allevato un mio pubblico, e le poche riviste letterarie locali, da cui diventare visibile, erano fortilizi occupati da proff e da poeti in limba e lingua, intellighenzia da feudo, “gens blasés” avversi alle neofite di 3^ età prive di pedigree sociale, quale io ero e sono. Io volevo scrivere e non impiegare il mio tempo da pensionata a costruire relazioni che non avevo avuto e che neppure desideravo. Discende dalla coscienza di questa mia “marginalità”, ma anche dal mio pronunciato orgoglio sociale e personale, la mia progressiva “disattenzione” verso la “firma editoriale”. Insomma “andavo a nozze” con poesia e prosa, senza testimoni e con l’abito cucito dalla sartina all’angolo, perché testardamente l’accento mi cadeva sulle ragioni nobili delle “nozze”, e la posta era la durata della relazione. Questo è ancora il retro pensiero del mio tranquillo disincanto, che però mi frutta una grande e solitaria libertà.  Riporto di seguito l’elenco dei miei testi pubblicati

2006 esce una raccolta di  versi, Fabellae,  per Aipsa edizioni.

2010 vede la luce Da nonna Annetta, La  Riflessione, romanzo.

2012 escono Crepuscoli (racconti), per Booksprintedizioni, Quot dies (poesie) e Camilla (racconto  lungo) per Youcanprintedizioni.

2013 Tra fori di senso e Alluci scalzi (sillogi di poesia) per Youcanprint Edizioni

2014: Il silenzio scolora (poesie)per Mariapuntaoru Editrice e I Racconti di Bianca per Edizioni THOTH.

2016: Dove trasvola il falco Edizioni THOTH.

A quale genere appartengono? Non saprei dirlo, perché non riesco a vedermi inquadrata in un modello, né per le opere in versi, né per quelle di narrativa. Certamente tutte portano le tracce del mio, tuttora attivo, nutrimento culturale, che  come un fiume di pianura, involve questioni, modelli e materiali diversi, ma non tende a tracimare in situazioni di vistosa eminenza, né vuole rappresentarle con gli stigmi e gli stilemi dello psicologismo o del sentimentalismo, come è l’uso. Quelle in prosa, pur incentrandosi sulle mie esperienze sommesse – ma attraversate dalle profonde inquietudini personali e da quelle che, dal mondo vivente, mi raggiungono nella carne e nel pensiero – hanno mobilitato le mie energie compositive nell’inquadramento contestuale, adeguato a conferire alle sequenze narrative la naturale innervazione in direzione dei loro gangli motori, specialmente nel romanzo “Da nonna Annetta”. Certo di un tale problema non sarei venuta a capo, se non avessi potuto attingere agli strumenti per pensare che il pensatoio tardo-novecentesco europeo ha deposto in me, malgrado la mia molto parziale acquisizione. (Mi riferisco a Deleuze, a Foucoult , a Bataille, a Derrida a Athusser e Balibar a Adorno, allo stesso Bauman e al loro lascito percettivo). Il loro articolato e contrastante discutere teorico-filosofico sopra meccanismi rilevanti dell’essere sociale (Marx capofila) pensa il soggetto emancipato-liberato dal titanismo romantico totalizzante, lo re-inscrive in concezioni ridefinite e fluide, quale esito e luogo d’impatto delle tensioni materiali, politico-sociali e ideali, scarico delle flessioni della nostra globale contemporaneità. (Contemporaneità vuol dire sistema organizzante uomini in attività materiali, secondo desideri, pensieri e  risposte forzose al diktat del mercato e alle ragioni del profitto, che tutto – cose, persone e loro facoltà- sussume e fa agire sotto la sua logica ferrea). Ecco, i miei racconti esprimono condizioni che sento di mia pertinenza in quanto io stessa soggetto di un sistema-mondo che tende a degradarmi in modo non perspicuo, ambiguo. Tale opacità si profila talora gelidamente, (di questa, talvolta, son forzata a scrivere senza offrire e offrirmi consolazioni pietistiche), ma al contempo devo testimoniare del suo eccitare drammaticità contenute e, per così dire, aderenti alla misura usuale, e a volte parzialmente dissimulate in essa. Proprio questa opacità dissimulante del finto“normale”- che lavora così bene nel far sprofondare noi, genti dei margini,  nell’ irrilevanza soggettiva  e oggettiva, che ci inabissa nell’ottusità di testa, ma che ritorna come un inspiegabile mal di pancia – incalza il mio bisogno di scavare nei tratti della nostra contemporaneità conflittuale e scoprirvi anche la nostra inconsapevole o denegata correità. E ciò va anche a motivare le mie opere in versi.

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Ammetto che avvicinarsi ai tuoi versi non è così immediato e semplice: leggere le tue composizioni richiede attenzione, una cultura di rilievo necessaria a comprendere la moltitudine di riferimenti e citazioni e possibilmente… un buon dizionario! Nella vita quotidiana sei tuttavia una persona estremamente affabile, socievole e mai sfuggente. Ciò che mi colpisce pertanto della tua produzione poetica è la ricerca e la ricercatezza linguistica che paragonai ad un lavoro di cesello, intaglio ed intarsio. Visto che abitualmente utilizzi un linguaggio forbito, ma mai ermetico, la tua passione in letteratura per la parola “rara” e per i più “astrusa” è un gioco di stile, un modo di mantenere vivi gli aspetti della lingua italiana che tendono al disuso, o cos’altro?

Sono perfettamente consapevole della non immediata fruibilità dei miei versi. Mi sono sempre posta il quesito, senza volermi paragonare ai grandi, ma anche trovandomi distante da false modestie: forse che Dante, Petrarca, Leopardi, Carducci, lo stesso Pascoli apparentemente vicino ai piccoli affetti familiari della gente senza istruzione, sono immediatamente fruibili? Neanche per sogno! Dei loro ritmi, delle loro figure retoriche e di certa loro sapienza si faceva condita la nostra formazione minima. Mio nonno, terza elementare, leggeva Dante e ne sapeva a memoria lunghi passi. Così molti contadini toscani, quasi analfabeti. Mia nonna, ancora da adulta e con una schiera di figlioli da allevare senza servitù e in povertà, leggeva appassionatamente i romanzi, compreso Manzoni e quelli della Scapigliatura, compreso Verga e, credo, D’Annunzio con la sua raffinata retorica. Leggere significa appropriarsi linguaggio e concetti insieme: inserirsi in un’osmosi empatica, conoscitiva e espressiva. Ecco che allora ci sembra che artisti ricchi di logica e di scienza siano trasparenti, diretti, quasi familiari. In realtà , magari inconsapevolmente, siamo stati  aiutati a intercettarne alcuni codici e ce li ritroviamo dentro come un che di risaputo. Farsi poeta, farsi scrittore non è  semplicemente farsi praticante del bello stile. Anche perché il bello stile in quanto tale non esiste, se non come osso. Farsi poeta è un azzardo.  Intanto è un modo di entrare inermi in relazione con la sfinge della vita, col mondo di fuori intrecciato col nostro ignoto di dentro, tentare di acchiapparne le propaggini linguistiche e piegarle a significazioni che si presentano come dense d’anima e inattese. Così talora scopriamo il legame,  insieme intimo e deciduo, che la parola cercata ha con le cose e con le relazioni umane; anzi quasi identifichiamo queste ultime con le declinazioni vocali e verbali, faticosamente estirpate dalla pigra memoria o rapite a un dizionario che, allusivamente, si apre a tante finzioni e a tante verità possibili . Quando da bambina ripetevo le filastrocche o da scolara  ripetevo le poesie, che avevo già cantilenato per la maestra e per l’approvazione che poteva venirne, non era solo per il piacere del suono ripetuto, era perché esse continuavano a significarmi dentro, erano immagini visive, concettuali ed emozionali con cui conoscevo qualcosa che da sola non avrei mai scoperto. A prescindere dalla ricerca del risultato, che è essere poeta per gli altri (cosa non scontata), colui che crede di poter condensare i flussi e i reflussi del suo mondo interiore e i moti con cui il mondo di fuori s’insinua dentro di lui coagulandosi e sciogliendosi  in immagini verbali magmatiche, non è un mero contemplatore di bellezze stilistiche cristallizzate, ma un complesso relais nella cui sensibilità convergono effetti verbali non catalogati, rappresentazioni provenienti da correnti culturali del passato e del presente, da teorie conoscitive e dai loro intrecci aporetici, da istanze religiose o ordinatrici, da istanze di rottura, da pulsioni morali,  dall’impatto di vari modelli estetici, dalla loro accettazione e/o ripulsa  e da quanto altro la fame individuale di relazioni con vivi e morti saprà deglutire e metabolizzare. Questo materiale, più o meno mobile, più o meno convogliabile nelle sfere del pensabile e del rappresentabile, entra a formare nell’io creativo una sorta di filosofia più o meno esplicita, un sistema generale di senso, che si combina con l’estetica (gusto) personale del dicibile e dei modi con cui  un certo individuo (poeta o scrittore ) ritiene possa essere detto: la poetica. Io non credo che la luce  o la bellezza risieda in certe parole piuttosto che in altre e che quindi assiepare termini ritenuti preziosi, perché inusuali, sia una pratica di sicuro effetto poetico. Al contrario è la pratica di chi forse colma col suono il vuoto di senso, con effetti talora incautamente comici. Neppure credo che la poeticità risieda nello stare il più possibile prossimi al senso comune e alle scansioni della comunicazione quotidiana. Quest’ultima è un genere di comunicazione povera, elementare: può capitare che volendo sottolineare la sua povertà io ne faccia un uso rappresentativo in un contesto che lo esige, allora la sua efficacia è piena. Nel mio caso – volendo esprimere, raccontare, rappresentare, simbolizzare, interpretare il mio senso della vita e la molteplicità dei miei legami con la natura di cui con gli altri umani faccio parte, attraverso la mediazione delle conoscenze acquisite, delle forme culturali e linguistiche che ne spiegano la storia e ne preconizzano sviluppi inclusivi e armoniosi, o che invece evidenziano il dramma, il disagio, l’ansia, la fragilità, la discordia, ma anche la partecipazione solidale – rivendico la libertà di usare tutte le possibilità che sono capace di attivare con la ricca duttilità della lingua italiana, come può fare un musicista che scrivendo musica voglia utilizzare tutta la scala cromatica. Infatti io non sono ermetica e non voglio fare dell’ermetismo, voglio, se possibile, costruire un discorso, non esclusivamente orientato a stuzzicare emozioni e sentimenti elementari o retoricamente gonfi, ma che, rispettoso della reale complessità umana, interloquisca lucidamente tramite l’intelligenza e il coraggio della verità, quella continuamente interrogabile.

Come mai un’insegnante, che per anni ha lavorato con i piccoli, ha approdato ad una modalità espressiva tanto complessa? Banalmente ci si aspetterebbe da una maestra delle filastrocche, delle poesie o delle prose giocose o perlomeno più “leggere”…

Il linguaggio, specialmente quello verbale, il più duttile e segmentabile, è come una cipolla, conosce parecchie stratificazioni. A ogni età il suo strato. Il bambino non  concepisce ancora che “cane” non abbai. Crede all’identità di oggetto, nome, significato. Il maestro-la maestra smonta questa unicità tripartita e conduce gli scolari a distinguere gli oggetti dai loro simboli, dai segni; apre alla scoperta della flessibilità della parola e dunque agli accostamenti analogici e all’alterazione e moltiplicazione dei significati. Maestri e scolari crescono. Ma crescono quando il così detto Programma o paradigma di formazione, riuscendo a contenere e smussare la rapacità ottusa delle classi di potere, consente a fanciulli, maestri e platee di adulti a non lasciarsi irretire dall’economismo becero nel voler pesare in termini sordidamente monetari quanto valga quel loro frequentarsi tra i banchi. Quei versetti che facevo con loro e per loro, e di cui ho dato qualche saggio in Alluci scalzi, erano leggeri e  cantabili. Loro ne scrivevano di intelligenti, narrativi, rimati e non rimati e si contagiavano a vicenda.

Anche le tematiche che scegli sono assai impegnative: descrivi gli aspetti esteriori ed interiori dell’uomo anche nei suoi lati più scabri, la complessità dei sentimenti e dei rapporti interpersonali, parli di società e ambiente, parli di storia, racconti della tua vita personale e della tua terra. Quali sono le tue tematiche preferite, o meglio, quelle che maggiormente funzionano da ispirazione?

Non so chi per primo ha messo in circolazione questo concetto: tutto ciò che è umano mi concerne e mi chiama in causa. Non posso vivere chiusa nell’angustia della mia pancia.  Questo atteggiamento – che certo ci preesisteva come tratto culturale e valore, a me è venuto da mio padre, che non era esattamente un patriarca. Amando lui, ho amato quanto mi apriva la mente e dava estro all’intelligenza del cuore.  Sono nata in piena guerra, e la guerra, come non tutti sanno, era nata, come ancora oggi, dall’ybris del potere: usare uomini (e donne) e risorse di tutti, come strumenti di potere assoluto. Mio padre mi ha letto le fiabe più belle, ha dato aspettative felici alla mia esistenza, ha fatto del suo meglio perché io mi innamorassi del sogno di un’umanità meno efferata, meno rozza. Essendo rimasta delusa, ma non convinta della impermeabilità degli umani al desiderio di conservare per condividere per mezzo del lavoro i beni, continuo a sperare e ad arrabbiarmi per i troppi voluti fallimenti.

Anche se in una certa misura la tua scrittura traspira “femminilità”, delicatezza, tenerezza, emerge il tuo punto di vista molto critico e disilluso verso l’uomo come individuo e come insieme sociale: credi che l’umanità stia andando verso una deriva o che abbia almeno dei meriti parziali e potrà avere una possibilità di riscatto?

La possibilità di riscatto per gli offesi è una ricerca su cui non si dovrebbe demordere. Le donne sono gli esseri che, al pari dei minori e dei maschi deprivati e schiavizzati, subiscono maggiori negazioni e oltraggi. Spesso l’oltraggio, la demolizione delle risorse vitali è avvenuta e avviene sotto le specie dell’amore, dell’affetto,della protezione, millantati. Le società patriarcali sono tante e tendono a unificarsi in un’unisona contrazione dei diritti sulla base di un non detto che sono le condizioni sociali di esistenza, da cui sempre comincia la minorità. Restano tuttora platealmente eluse le problematiche delle condizioni di base (favele, bidonvilles, baraccopoli e campi aperti o recintati, ghetti -i ghetti di Johannesburg, di Nairobi, di Gaza- i quartieri-ghetto della civile Europa e dell’Italia)  su cui sembra che in nessun modo si possa e si voglia trovare possibilità di incidere. Le condizioni di base – più invalicabili di ogni muro fisico che attesta materialmente la mutria dei potenti – insistono variamente correlate con le possibilità di facile uso sessuale, procreativo, strumentale dei deboli o indeboliti, che non possono scegliere il proprio status , da parte di chi debole non è. Il diritto conculcato sembra trovare salvaguardia in leggi apparentemente libertarie, ma che cessano di parlare con efficacia appena si affacciano su una soglia che annuncia e denuncia povertà.  Tuttavia i meccanismi discriminanti non sono semplici e neppure operano in modo strettamente manicheo, inoltre attraversano anche le condizioni sociali di alto livello.  Le donne,da sempre espropriate come genere, perfino della capacità di attribuirsi autonomamente dei modelli convenzionali, così come gli uomini fanno di se stessi, sono ancora costrette ad assumere psicologie posticce che corrispondono agli interessi e alle voglie della mascolinità imperante. Ancora tante donne, usate o designate a fare da emblema a una parità sociale morganatica,  si accontentano di essere oggetto di desiderio dell’altro. Persino la prostituzione, utilizzata contro le donne come tabe e colpa (incapacità femminile di assumere comportamenti etici autonomi, si diceva, e tuttora si ribadisce in forma metonimica) è stata invece, ed è, un prodotto di stampo eminentemente patriarcale, che non arretra e anzi si combina efficacemente con altre forme di corruzione e di sostanziale degrado. Sì, si avverte una deriva paurosa, accresciuta dallo spalancarsi della forbice economica, dalla distruzione dei legami sociali non fondati sul mercimonio e, quindi, dal prevalere dell’individualismo sostenuto dalla appropriazione privata e/o dalla progressiva dissipazione delle risorse di tutti …   Non sappiamo se e quando né da quale contesto partirà o se è già in corso un spinta tendenziale forte verso un cambiamento di rotta, ma, escludendo che si possa ormai più fare il salto violento e palingenetico, non resta che riaffermare la dura lotta quotidiana sociale per rimettere in piedi e rendere efficaci, fruibili gratuitamente, le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, le istituzioni culturali e scientifiche transnazionali sostenute da larghe contribuzioni, per produrre gli ordinamenti delle libere istituzioni internazionali a tutela dell’ambiente, dell’infanzia e della salute. Tutto ciò entra di necessità a far parte del retroterra culturale di ogni umano che si rispetti e, a maggior ragione, di un poeta o scrittore, sia di quello che si riconosce letterariamente impegnato in tale direzione, sia che rivendichi e percorra una sua fantasiosa ragione poetica.

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In quali misura la scrittura costituisce per te uno strumento di osservazione-descrizione del concreto, quanto un’arma di denuncia, quanto un bisogno espressivo, quanto un mezzo catartico e di fuga dal reale?

La scrittura è per me un messaggio in bottiglia. Se l’emissario scrittore-poeta gli ha fornito un biglietto di viaggio in prima classe,(leggi: editore-recensore) pur non sapendo bene dove arriverà, sarà quasi certo che con un simile biglietto troverà “amicos de posada” o compagni di strada. Certo, dal punto di vista egoistico sarebbe di gran lunga più gratificante se al messaggio- poesia o  al messaggio-racconto succedesse una o più corresponsioni in parole vive, come nei simposi antichi dei nobili. Ma anche quella condizione, astrattamente felice, aveva le sue controindicazioni. Il mecenatismo dei nobili comportava ossequi servili, a volte avvilenti per cervelli sottili e sapienti. La libertà di pensiero era pericolosa per chi ambiva praticarla; e risultava pericolosa in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dello scrittore al suo mecenate. L’assolutismo monarchico e dittatoriale ha promosso e promuove intellettuali prezzolati e proni nei confronti del gerarca e dei suoi adulatori e scherani. Infidi e pericolosi, questi ultimi, non meno del loro Signore. Essere invisi al potere poteva e forse può ancora rappresentare un titolo onorifico, per cui, certo non molti, poterono e possono rischiare la morte. (Ricordo l’eroico direttore del museo di Ebla). Da questo punto di vista sono fortunata: non godo di esistenza che possa infastidire il potente. Ma che cosa c’è oggi che possa davvero infastidire il potente, rotto a ogni genere di transazione poco nobile, se non un altro suo pari che gli scompigli i giochi o lo ridimensioni? Ci sono forse popoli forti … e popoli proni … Quanto a me, io scrivo per rispondere a un’automotivazione: non fuggo nella dimensione del sogno gratuito, non trasformo il disagio in godimento cinico, non guarisco dal disagio né tampoco porto sollievo ai disagiati che difficilmente vogliono affrontare il disagio di leggermi. Scrivo per niente.

Gli autori, ed in generale gli artisti, hanno una responsabilità sul presente e sul fututo più gravosa rispetto alla “gente qualunque”? Credi che davvero con l’arte si possano influenzare positivamente gli altri e innescare delle inversioni di tendenza?

Si parla di responsabilità di un autore rispetto a un pubblico, quando l’autorevolezza dell’autore è in grado di influenzare la così detta opinione pubblica o una sensibile porzione di essa. Sarà accaduto non molte volte in cui un autore o giornalista si sia presentato come sostenitore di un contropotere o della verità. Émile Zola è stato capace di questo col suo “J’accuse” durante l’affaire Dreyfus a favore del capitano Alfred Dreyfus, innocente, ma condannato in omaggio all’antisemitismo imperante nell’esercito francese dopo Sédan.  Ci fu la claudicante e intelligentissima Rosa Luxemburg (e altri) a offrire il petto alla reazione militarista germanica. Solitamente la stampa si allinea col blocco di potere al comando e allora sposta davvero l’orientamento del pubblico. Oggi valgono forse regole diverse, per via della rete informatica che funge da sfogatoio di pancia, per effetto della contrazione del numero dei lettori dei giornali e del conflitto latente tra popolazioni e potere politico, a causa del complicarsi delle condizioni di esistenza di milioni di persone e dell’accentuarsi degli squilibri sociali …  Si può dire invece che l’educazione alla lettura e alla intelligente fruizione delle diverse forme d’arte è la via maestra, insieme con altre discipline, per la formazione  integrale della persona, per l’ingentilimento dei costumi, per l’affinamento della sensibilità e del mezzo espressivo. In periodo di crisi (crisi per i popoli) prevale l’idea biecamente commerciale dell’arte. L’arte della poesia consente pochi spazi di manovra al potere, anzi è considerata un orpello, a meno che non diventi “arma di distrazione di massa”…, masse di  piccole élites. Ma nei brevi perimetri associativi locali, la responsabilità culturale dei poeti e degli scrittori esiste, se non altro perché si propongono e sono letti pubblicamente, migrando da un gruppo all’altro. Pochissimi vengono letti in privato. Efficacia?  Soporifera, afflato consolatorio, funambolico: quasi roba per vecchi.   Ancora di più contano gli artisti teatranti, i cantanti e i musicofili; perché, non abbisognando di particolari  mediazioni, attirano il pubblico che li consuma come distrazioni del tempo libero; dunque essi sono il maggiore veicolo di diffusione di quanto di letterario viene prodotto localmente, opportunamente teatralizzato. Anche i loro vizi fanno scuola, se non altro perché si stagliano rispetto al brusio di fondo, incessante, sordo.

Apprezzo il fatto che oltre alla tradizionale pubblicazione cartacea, oggettivamente sempre meno apprezzata e frequentata, tu sia un’autrice davvero attiva sui social network. Come vivi questo modo di comunicare, quali sono i pro e i contro rispetto ai canali che avresti idealmente scelto per parlar di te e delle tue creazioni letterarie? Come affronti quel divario tra registri linguistici, rispettivamente quello “ricercato” della tua poesia e quello “telgrafico e schizofrenico” di internet?

La mia franchezza, la mia affabilità unite a una certa competenza non sono state apprezzate nel Paese di Wilson, lo zuccone, dove fisicamente vivo e dove la sciatteria intellettuale fa testo nelle associazioni culturali. A suo tempo, durante le mie frequentazioni libere e anche nel biennio che mi catturò in veste direttiva, molti hanno apprezzato quelle mie presunte doti, ma poi sono rientrati nei ranghi, dove si vuole che si prendano in considerazione cose e persone somiglianti e idee somiglianti all’inconsistenza. Essendo sola e di fresca adozione in città, ho voluto navigare in rete da incapace, un po’ per abreare la mente semiasfissiata e un po’ per proporre certi miei testi e leggere quelli altrui, senza cerimoniali. Siccome non mi lancio in comunicazioni di natura personale e in genere uso una cauta asciuttezza per interloquire, mi è andata bene, salvo poche occasioni in cui ho dovuto misurarmi con l’incontinenza verbale di qualche persona di sesso maschile che ha cercato di irridermi per l’età e per la mia ritrosia nell’entrare in corte . Naturalmente ho capito presto e bene il the lungo del mattino, il cicaleccio della sera, il narcisismo sciocco di certi maîtres à penser con la loro corte di femmine osannanti … Ho pazientemente controllato, senza chiudermi, l’invadenza delle immagini  e dei motti di spirito proposti come essenza etica, buona per tutte le occasioni,  e ho anche accettato la mia relativa irrilevanza. Per noia e pochissima perizia informatica, mi sono trovata a gestire tre profili a mio nome e alcune pagine dedicate ai miei libri. Su fb godo di alcune care amicizie che visito ogni tanto. Avendo voglia di regalare, a chi gradisce, certi miei scritti, ho tentato più volte di tenere dei blog letterari in siti diversi, ma con scarsa soddisfazione, vuoi per limiti di formattazione, per gli effetti distorcenti degli imposti pedaggi pubblicitari e per altro. Da parecchi anni frequento anche il sito www.larecherche.it, al quale mi sono inscritta diversi anni fa come Biancamannu aprendo una mia scheda personale, pubblicandovi in anteprima diversi miei testi e ottenendo anche commenti interessanti. Infine da due anni, e per generosa indicazione di un’amica, su www.blogger.com, ho aperto un blog di letteratura e cultura generale, reperibile a questo indirizzo  http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu dove oltre che poesie e brani narrativi compaiono mie recensioni critiche, note di costume, note su questioni letterarie e altro.

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Grazie ancora Bianca!

Potete sapere di più su Bianca Mannu, sulle sue pubblicazioni e attività consultando le seguenti pagine:

https://it-it.facebook.com/bianca.mannu.7

https://it-it.facebook.com/public/Bianca-Mannu

https://plus.google.com/+BiancaMannuAlfa

http://verbiedi-verbi.blogspot.it/BiancaMannu

Case editrici

www.aipsa.com/

www.booksprintedizioni.it

www.youcanprint.it/servizi/editoriali/

www.thoth.it/edizioni

 

Cari lettori, vi saluto e ancora una volta vi invito a commentare e a condividere!

Alla prossima settimana!

Giuberto

Angelo Losciardi: la batteria come scelta e vocazione

Bentornati! Questa volta ho il piacere di presentarvi un eccellente batterista triestino: Angelo Losciardi. Parliamo direttamente con lui per conoscerlo a fondo!

Grazie Angelo per essere qui con noi: benvenuto! Sei un giovane batterista che ha raggiunto da piccolo importanti tappe: quali sono state le occasioni che ti hanno fatto conoscere?

Grazie, fin da subito mi sono concentrato sulla didattica, ho avuto il piacere di formare, consigliare e conoscere un sacco di ragazzi. Nel 2010 fui convocato al Drumworld festival a Torino tra i venti migliori batteristi d’Italia under 25 e fu dopo quell’evento che iniziarono le collaborazioni con vari artisti e con i più prestigiosi marchi nazionali e mondiali di batteria tra cui Pearl, Sabian, Evans, Pro Mark, Fbt, Girap, Bode, con i quali ancora oggi sono orgoglioso di collaborare come endorser.

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Quali sono stati i tuoi primi maestri? Quali invece i generi di riferimento e quali i batteristi che maggiormente ti hanno ispirato?

Iniziai da piccolo nella banda Arcobaleno di Trieste con il mio primo maestro, Giorgio Vusio, il quale riuscì a trasmettermi la passione per questo strumento. In seguito viaggiai molto, studiai presso l’ accademia Dante Agostini che ha sede a Parigi e girai per l’Italia facendo lezioni e prendendo parte alle masterclass tenute da grandissimi batteristi come Agostino Marangolo, Christian Meyer , Tullio de Piscopo, Pierpaolo Ferroni, Gaetano Fasano, Giorgio di Tullio e nomi Internazionali come  Dave We kl, JoJo Mayer, Omar Hakim, Dennis Chambers e tantissimi altri. Questi nomi combaciano con i batteristi che mi hanno maggiormente ispirato e stregato. I generi di riferimento invece sono cambiati nelle diverse fasi della mia vita e dei miei studi, essendo principalmente  nella didattica, tutto ciò che ho studiato può essere adattabile e finalizzato con la giusta conoscenza a qualsiasi genere.

Decidere di fare il musicista: quando e perché?

Fin da subito nei miei sogni. Nella realtà invece più o meno dopo il Drumworld di Torino, quando grazie ai primi successi, contratti e soddisfazioni raggiunte, convinsi i miei genitori che poteva essere una cosa possibile.

Hai poi deciso di dedicarti alla didattica: lezioni private e clinics. Cosa ti appassiona di questo aspetto della musica?

Personalmente il raggiungere il massimo che puoi tirar fuori dallo strumento e dalle tue abilità (che poi scopri non si raggiunge mai). Nelle clincs  il protagonista è il batterista, quindi puoi far vedere e scoprire gli aspetti tecnici e musicali dello strumento ed ispirare o aiutare un sacco di ragazzi. La soddisfazione nel vederli poi applicare i tuoi consigli è impagabile, come per un allenatore vedere il proprio giocatore fare una bella partita o una gran carriera.

Ti manca l’esperienza live? Pensi di lanciarti in futuro, se dovessi avere delle proposte interessanti, in nuovi progetti dal vivo?

Sì, mi manca, ed è proprio per questo motivo che da poco ho iniziato delle collaborazioni con artisti nazionali oltre che con alcuni bravissimi insegnanti della nostra Città con l’obiettivo di tornare live anche qui a Trieste.

Quanto ti rispecchi nei tuoi allievi? Quali tue ingenuità del passato rivedi in loro e cosa gli consigli per poter imparare a suonare in modo serio?

In alcuni moltissimo. Nei più piccoli vedo spesso la grande spensieratezza, fantasia e creatività che mi han accompagnato nella mia prima fase. Nei più grandi vedo  la passione crescere, mista alle paure ed i dubbi da cui anche io ero afflitto… su tutte trovarsi al bivio tra hobby e professione dovendo fare i conti con la vita (e come nel mio caso non avendo qualcuno che mi garantisse una sicurezza economica, un paracadute in caso di caduta). A queste persone consiglio ciò che ho fatto io, cioè seguire il cuore, fino in fondo! Le scelte della propria vita sono comuqnue qualcosa di personale… l’importante è non avere rimorsi. Negli allievi più grandi ancora, come ad esempio pensionati e persone molto adulte, vedo la capacità di mettersi in gioco, il mantenersi vivi, la capacità di ottenere ugualmente dei bellissimi risultati e soddisfazioni studiando col giusto metodo.

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Quindi un bravo insegnante è una sorta di fratello maggiore, una guida, un modello, un padre… Vivi l’insegnamento come una responsabilità?

Decisamente. Mi è capitato di frequentare corsi e grandi accademie dove sembrava di entrare ed uscire da un negozio: se mi fosse capitato nella prima fase degli studi probabilmente non avrei mai continuato a studiare questo strumento. Non è il mio stile… Come dici, giustamente, mi sento molto responsabile e sta nella bravura dell’insegnante capire i pro e contro dell’allievo, vedere su cosa lavorare, farlo migliorare negli aspetti attraverso i quali megli si esprime, nonché nel riuscire a motivarlo. Il più bravo insegnante da cui andai a lezione è stato Dom Famularo, leggenda ancora viva della batteria, il maestro dei maestri. Finite le lezioni con lui, grazie alla passione che ci metteva, non vedevo l’ora di volare nella mia città per studiare anche di notte le cose trattate.

In una proporzione, dando un valore numerico da uno a cinque, come componi la formula del batterista ideale con questi elementi: preparazione tecnica, stile personale, musicalità?

Sono tutti aspetti fondamentali. Dipende certamente il fine che uno ha. Vi sono certi generi musicali, per esempio, che non necessitano di grande tecnica. Basti pensare a Ringo Starr, conosciuto da tutti e che ha fatto una carriera formidabile, ma che è anche anni luce lontano dal livello tecnico di un JoJo Mayer o di tantissimi ragazzi e giovanissimi italiani che nessuno conosce.  Darei cosi indicativamente un 4 alla preparazione tecnica, mentre sicuramente un 5 allo stile personale e alla musicalità .

 

Parliamo brevemente dei tuoi endorsment.

La Pearl è  tra i marchi mondiali di batterie più importanti al mondo, sempre all’ avanguardia: ha da poco presentato a Los Angeles i suoi ultimi gioielli, come ad esempio la Pearl Midtown. Posso confermare essere una bomba come qualità/prezzo! Lo stesso si può dire di Sabian, che da anni ha praticamente il monopolio sulla produzione di piatti per batteria. Girap invece rappresenta per me più di una collaborazione: è un gruppo di professionisti ed amici da cui ogni giorno posso anche io imparare qualcosa. Pro Mark  mi offre una grandissima scelta di bacchette, adattabili alle mie esigenze nei diversi generi. Evans infine ha da sempre fama mondiale: è un marchio di pelli con il quale sto iniziando a collaborare e che quindi sto appena iniziando a conoscere bene.

Attualmente lavori con l’Associazione Nota Bene  di Trieste. Quali sono le vostre attività e la vostra missione?

Molteplici. Di base quella di dare la possibilità a tutti di avvicinarsi alla musica, avere una sede nella quale provare e studiare, nonché la possibilità ai nostri soci di esibirsi alle varie manifestazioni che proponiamo. Pertanto vi è la possibilità di seguire i corsi tenuti da nostri insegnanti, di aderire alle nostre iniziative musicali che hanno già visto esibirsi le nostre band (prossimo evento per band fissato il 26 marzo ) e altri eventi per musicisti solisti, come ad esempio contest di strumento. Al più presto contiamo inoltre di proporre ai nostri soci dei seminari con artisti di fama internazionale, dando la possibilità a tutti di prenderne parte senza dover viaggiare… come per esempio ho dovuto fare io!

A chi consiglieresti di lanciarsi nella carriera musicale e a chi lo sconsiglieresti? Che attitudini caratteriali e tecniche servono?

Consiglierei di intraprendere questa professione a chi ha  la passione pura e la convinzione vera. Questa è l’unica attitudine caratteriale comune tra tutti i grandi artisti che ho conosciuto. Se solo dieci anni fa lavoravano i talenti, ad oggi il mondo della batteria e musicale in generale si è evoluto tantissimo… basta guardare un po’ di video su you tube per capire che di talenti ormai ogni città ne è piena. Solo la serietà, la professionalità e la determinazione oggi possono fare la differenza, senza di queste sconsiglierei questa strada.

Hai progetti di immediata realizzazione?

Come accennavo prima, oltre a continuare nella didattica e come endorser dei vari marchi,  c’è il progetto dell’incisione di un disco con artisti della nostra città che poi verrà presentato live qui a Trieste, oltre che la realizzazione di alcuni brani con Luca vicini, bassista dei Subsonica, sempre per promuovere i marchi.

Ecco qua sotto dei link dove trovare info e video su Angelo Losciardi:

www.angelo-losciardi.com

https://www.facebook.com/angelo.losciardi

 

Grazie Angelo!

Cari lettori, grazie ancora una volta per l’attenzione: commentate e condividete!

A presto,

Giuberto

Massimo Aresu: “la Voce”

Bentornati ancora una volta! Oggi voglio presentarvi il mio più caro amico, Massimo Aresu. Non voglio parlarvi di lui semplicemente per il rapporto fraterno che ci lega sin da piccoli, ma per la sua interessante professione e per l’impegnativo percorso che ha compiuto finora. Massimo Aresu è un doppiatore di livello, nonché un bravissimo speaker radiofonico …e anche un intenso cantante! Insomma, un po’ come accade ai personaggi dei migliori romanzi che compiono una strabiliante parabola di vita, anche Massimo, con la sua voce calda e unica e animato da una gigante passione e da una dote innata, ha fatto quel grande salto che dalla bellissima isola di Sardegna lo ha portato a lavorare nella Capitale. Ma chiediamo a lui come ha avuto inizio questo viaggio artistico e professionale.

Ciao Massimo! Io conosco bene tutta la tua storia e in parte l’ho condivisa, innanzitutto in prima persona e poi a distanza. Raccontaci in quale maniera sono nate le tue passioni che poi si sono trasformate in lavoro: fare radio e fare doppiaggio.

Ciao! Tra le due è nata prima la passione per la radio, ma ancora prima quella, più in generale, di parlare dentro a un microfono! Ricordo ancora quando a tre anni mi regalarono la prima radio con microfono incorporato, feci impazzire tutti gli invitati a furia di parlarci dentro! Ho iniziato a girare quella manopola in maniera assidua in cerca di stazioni radiofoniche sin dalle scuole elementari. Col tempo quello strumento cominciò ad avere per me una vera e propria funzione sociale, io sono figlio unico e mi faceva una gran compagnia: così ho iniziato a emulare, a imitare le trasmissioni radiofoniche che ascoltavo, ingegnandomi con sistemi rudimentali fatti di mangianastri, cuffie e il mitico “Canta Tu”…  Avevo trovato un modo per mixare le musiche e parlarci sopra! Ero ancora un bambino… Negli anni successivi sono arrivati altri apparecchi più “tecnologici” come le piastre per le musicassette, il mixer e i piatti per i vinili (con breve parentesi annessa da dj, piuttosto fallimentare a esser sincero!). Molto più tardi sono subentrati i CD e i computer con i loro software di automazione che hanno cambiato tutto, ma ormai ero già al liceo e nel pomeriggio lavoravo in una radio locale, che raggiungevo a piedi nel pomeriggio, zaino in spalla, dopo aver finito i compiti!

L’amore per il doppiaggio invece è nato quando avevo sedici anni: è difficile da spiegare… mi intrigava, mi rapiva letteralmente l’idea di poter avere tante fisicità, tanti volti e caratteri diversi, entrarci dentro e dare anima a personaggi anche diametralmente opposti a me. In poche parole potevo essere più persone contemporaneamente! E quando ho cominciato a seguire i turni di lavorazione in sala sono rimasto stregato dalla magia di quel buio, dove da fermi davanti a un leggio, in un qualsiasi momento del giorno e dell’anno, si possono evocare le ambientazioni più svariate, essere chiunque e ovunque nello spazio e nel tempo. Si può dare vita alle emozioni, di qualunque natura esse siano, modellarle e plasmarle a proprio piacimento a seconda di quello che la scena richiede.

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Giusto per spiegare in maniera semplice il tuo lavoro, cosa significa esattamente “doppiare” un attore in un film?

Partiamo dal principio: l’attore che interpreta un ruolo è supportato dal proprio vissuto ed è lui a scegliere i tempi e i modi che rendono “vero” quel personaggio: quando respirare, quando fermarsi, quando cambiare espressione. Tanto è più bravo l’attore sullo schermo, tanto il doppiatore sarà facilitato nel suo lavoro. Credo che un buon doppiaggio sia quello che restituisce nella propria lingua precisamente lo stesso carico emozionale che l’attore ha trasmesso nel suo idioma. Bisogna centrare con precisione millimetrica ogni singola sfumatura recitativa dell’interprete originale, la sua espressione, i movimenti; e se piange quanto piange, e se ride quanto ride, e gli occhi… gli occhi ti dicono tutto, come insegnano i grandi maestri del passato. Ah, tutto ciò va fatto da fermo, immobile al buio davanti a un leggio… Se invece l’attore corre e nel frattempo parla al telefono nel frastuono di una metropoli all’ora di punta col cellulare in mano, tu devi riprodurre con la voce lo stesso identico fiatone che avresti in quella situazione! Senza l’aiuto del fisico che si muove… Affascinante, no?

In qualche modo bisogna avere delle competenze “teatrali e interpretative”. Quindi doppiare non è narrare…

Il narratore può essere un fine lettore, però non fa da intermediario tra un’emozione scritta e un’azione… che è prerogativa del doppiatore.

Come mai hai scelto di andare via dalla Sardegna per trasferirti a Roma?

In Sardegna il doppiaggio è un settore inesistente. Si fa anche a Milano e a Torino, ma la piazza principale è Roma.

Qual è stato il primo impatto con la vita in una grande città e soprattutto come avviene l’inserimento nell’industria del doppiaggio?

All’inizio non è stato per nulla facile. Da buon isolano quale sono mi mancava “la mia casa” da morire, il mio mare, i miei luoghi, la mia famiglia. Inoltre nel doppiaggio puoi lavorare per tanti anni quasi esclusivamente ai cosiddetti “turni di brusio”, voci fuori campo, scene di gruppo o piccoli ruoli. Le prime parti arrivano col tempo… ma con pazienza, studio e tenacia piano piano arrivano delle belle soddisfazioni!

Attualmente per chi lavori e che ruoli svolgi?

Lavoro con le più importanti società di doppiaggio che operano nella Capitale. Negli ultimi anni molti direttori hanno avuto fiducia in me e mi hanno affidato ruoli da protagonista in diversi film, personaggi ricorrenti in telefilm famosi e, più di recente, sono stato scelto come voce narrante per alcuni documentari naturalistici e non. Nel 2016 ho vinto il provino per un grosso marchio automobilistico di cui sono voce ufficiale per la campagna radio-televisiva nazionale! Lascio ai lettori la curiosità di scoprire di cosa si tratta…

Riprendiamo il discorso della radio. Attualmente lavori anche come speaker: come hai iniziato?

Ho fatto le mie prime esperienze in Sardegna all’età del liceo a Radio Kalaritana. Posso affermare con orgoglio di essere tra gli ultimi ad aver trasmesso in FM senza l’ausilio di software di automazione: puntavo le canzoni manualmente e prendevo l’intro a orecchio: questo richiede molto impegno, ma è anche tanto divertente! Poi è arrivata l’esperienza importante di Studio One, in cui ho potuto toccare con mano per la prima volta i canoni di linguaggio propri di una radio commerciale. E a diciannove anni sono passato a Radiolina, la prima radio nata in Sardegna. Credo di essere stato lo speaker più giovane in onda fino ad allora in una regionale. Dopo il trasferimento nella “città eterna”, in cui per lungo tempo mi sono dedicato esclusivamente al doppiaggio, ho ripreso a fare radio nel 2011 a Centro Suono e dal 2014 sono in onda durante il weekend nella più grossa emittente dell’Italia centrale.

Domanda conclusiva: cosa consigli a chi vuole intraprendere una carriera come quella del doppiatore per poter avere tutte le carte in regola e tentare tale strada?

Consiglio senza dubbio di frequentare una buona scuola di teatro e studiare recitazione! E’ fondamentale inoltre avere un’ottima conoscenza e padronanza della dizione, altrimenti non si va da nessuna parte… Crederesti a un poliziotto di Miami in tv che parla con l’accento sardo? O toscano, o lombardo? Per percorrere questa strada, a mio avviso, è necessario disporre di tutti gli strumenti basilari per imparare con l’esperienza a interpretare tutte le infinite sfaccettature espressive e comunicative dell’essere umano.

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Dove possiamo trovare dei video con la tua voce?

qui sono Stanislas, intento a raccontare storie e miti sui vampiri: https://www.youtube.com/watch?v=zse3wPRGC3E

qui Passerotto McGee, in una piacevole commedia australiana fatta di amori e di fuoristrada: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10211625511983990/?type=3

qui il biondo Terry, un poco di buono che si gioca tutto il denaro del matrimonio con una giovane italiana che pensa di fuggire con lui a Canterbury: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10207124068130707/?type=3

qui il giovane Gautier, assassino per amore: https://www.youtube.com/watch?v=Ktbs1mkq4MA

qui invece sono Ban, in un anime giapponese che associa a ogni personaggio uno dei sette peccati capitali, io rappresento l’avarizia:  https://www.youtube.com/watch?v=yoeNRKkZ0RU&t=4s

qui il brillante agente Burns della serie “Rizzoli and Isles”: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10208502264504755/?type=3

qui sono voce narrante di uno dei documentari naturalistici meglio girati degli ultimi anni, a mio avviso: “Jungle Planet”: https://www.facebook.com/massimo.aresu/videos/vb.1551906073/10211791418011537/?type=3

e qui interpreto uno scritto di Erri De Luca che mi ha molto colpito a Capodanno, perché ho trasmesso per il terzo anno consecutivo: https://www.youtube.com/watch?v=vf8RmDr7bq0

Grazie mille Massimo per questa chiacchierata insieme!

Grazie a voi lettori e follower per l’attenzione… condividete e commentate!!!

Giuberto