AgorA’ – il duo “cantautorale elettronico” e il loro primo disco

“E tu spediscimi… lontano dove non posso fare danni 
forse sull’isola…
dove ci sono marinai poeti assassini e di guai,
ne han già visto tanti…
forse sull’isola… “

Ciao a tutti e bentornati!

In questo mio nuovo articolo voglio presentarvi un progetto musicale davvero interessante per diversi aspetti. Il duo “Agorà” nasce nel 2014 dallo scioglimento della rock-band VAR (durante la loro carriera hanno fatto in diverse occasioni da gruppo spalla per: Linea 77, Meganoidi, Almamegretta, Omar Pedrini, Francesco Sarcina, Radici nel Cemento, Negrita). Walter Pinna (voce e chitarra acustica) e Cristian Sarigu (tastiere, basi elettroniche, suoni e sinth) si sono uniti per dar vita a nuove esplorazioni sonore. Distaccati dalla logica della band in senso stretto, dai suoi suoni, dai suoi strumenti e dalla gestione di un numero maggiore di componenti, gli Agorà si dedicano in duo al genere che loro stessi definiscono “cantautorato elettronico”. Il loro primo disco è intitolato appunto “Agorà”, presenta otto tracce e già ad un primo ascolto colpisce per il carattere singolare, per le particolari commistioni sonore e per le influenze stilistiche. Per capire meglio questo lavoro ho parlato con Walter…

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Ciao Walter! Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro CD! Quali sono i caratteri della vostra musica, le influenze e gli obiettivi?

La nostra è una musica fondamentalmente intimistica e profonda dal punto di vista dei testi e delle atmosfere, ma a questa dimensione più raccolta e acustica (che viene evidenziata dalla voce e dalla chitarra), accostiamo suoni elettronici, suoni sintetizzati e ritmiche incalzanti.

Quali sono le vostre influenze? …mi colpisce la vostra pasta sonora data dal calore della voce, dal suono naturale della chitarra acustica e dall’elettronica che fa loro da involucro e da binario…

Sicuramente per la scrittura l’ispirazione deriva dai cantautori italiani, in particolare da Fabrizio de André, del quale abbiamo inserito nel CD una “Disamistade” rivisitata secondo il nostro stile. Non mancano poi altri artisti contemporanei tra cui Max Gazzé, Nicolò Fabi, Daniele Silvestri e anche vari cantanti e band del rock italiano. Nelle parti elettroniche di Cristian trasudano riferimenti come i Subsonica, i Depeche Mode e anche grandi tastieristi che hanno tracciato la storia del rock come Jon Lord dei Deep Purple e John Paul Jones dei Led Zeppelin.

Personalmente percepisco nel vostro disco l’eco di molta musica degli anni Ottanta, una vaga aria dei Tiromancino e di una certa produzione di Franco Battiato! Ma come avviene la fase compositiva, Walter?

Generalmente compongo da solo musica e testi, lo faccio in momenti di estremo raccoglimento personale in cui mi isolo da tutto il resto. I testi non sono mai banali, anzi spesso trattano tematiche molto forti, per esempio “Vane Ovulazioni”… I grandi cantautori mi stimolano in questa necessità di parlare di argomenti importanti e di dar voce a sentimenti profondi e talvolta complessi. In una seconda fase interviene Cristian che con la potenza dell’elettronica aggiunge tappeti, suoni e beat: il suo è un apporto davvero importante anche perché corregge, arrangia e caratterizza definitivamente la fisionomia dei brani. Basta pensare alla serrata pulsazione drum & bass di “Principio della Lava”…

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Potresti dire due parole sulla scelta del nome Agorà?

Il nome “Agorà” vuole richiamare l’immagine di una grande piazza ricoperta da tantissime mattonelle: sotto ognuna di queste ci sono canzoni e sonorità sempre diverse che dobbiamo scoprire.

Dove possiamo trovare del materiale su di voi?

Innanzitutto sulla nostra pagina facebook AgorA’

Inoltre su youtube potrete trovare tre nostri videoclip: Principio della Lava, Vane Ovulazioni e Forse sull’Isola.

Grazie per averci parlato di questo vostro interessante lavoro!

Anche per questa volta è tutto! Vi invito a condividere e commentare questo articolo e a cercare il CD degli Agorà!

A presto,

Giuberto

“In my Mind”: il nuovo album dei Caribeasts

Ciao a tutti e benvenuti ancora una volta sul mio blog!

L’articolo di oggi è dedicato all’album “In My Mind” del duo strumentale The Caribeasts composto da Michele Sestu al pianoforte e da Stefano Di Carlo alle percussioni. Il nome stesso della band descrive pienamente il carattere della musica e le sonorità di questo lavoro: abbiamo a che fare con dei musicisti “maledettamente” capaci ed espressivi che si muovono nell’ambito della musica che possiamo molto ampiamente definire “latin”. Perché ascoltare questo disco? Beh, i motivi sono tanti! Innanzitutto per gli appassionati delle atmosfere Sud Americane e Caraibiche, questo è un concentrato di evocazioni, atmosfere, riferimenti che non deluderà affatto. Per chi ascolta con orecchio critico c’è da restare stupiti dalla bravura di Michele e di Stefano: ritmi intensi, mai troppo carichi e ripetitivi, melodie fortemente evocative capaci di rapire la nostra mente e di farla viaggiare in luoghi lontani. Ma siamo – fortunatamente – davvero lontani dalla stucchevolezza e dalla banalità dei cliché che caratterizzano una buona parte di lavori “qualunquisti”, anni luce distanti rispetto a quei dischi e a quelle formazioni che attingono a piene mani pattern, modi e strutture d’area afro-caraibica e le assemblano insieme senza attenzione e senso. I The Caribeasts si esprimono in un modo totalmente diverso dallo pseudo latino-americano urlato e standardizzato che viene propinato dalle radio commerciali.

CARIBEASTS

In My Mind” condensa in nove tracce colori e sapori sonori caldi e coinvolgenti, lo fa attraverso una rielaborazione unica che rivela il carattere, il gusto, la formazione e l’esperienza dei due musicisti. Un duo sardo che richiama l’Oltreoceano, ma che fa sentire anche la sua voce personale. Stilisticamente emerge il tocco Classico del piano, ma anche il riferimento a generi più europei e a noi vicini riscontrabili nel gusto leggero di “No More” o quello più retrò di “Waltz For You” e di “Bahamas”. L’apparato ritmico non fa una piega: preciso ed efficace, mai carente, mai troppo esuberante. In primo piano sono le congas che specie in “Limbolumbia” svolgono una funzione melodica attraverso il dialogo e l’intreccio con il pianoforte. Stupendo l’uso elegante di altri strumenti a percussione che sostengono, decorano, ma non sporcano. Insomma, stupirà l’equilibrio di questo duo; è un duo che colpisce, nella sua essenzialità, per la sua completezza.

Ora passiamo a delle brevissime domande ai The Caribeasts: Michele Sestu e Stefano Di Carlo. Ciao ragazzi, grazie per la vostra disponibilità e complimenti sinceri per questo vostro lavoro. Innanzitutto vi chiedo due parole su di voi, la vostra formazione ed esperienza e sul progetto The Caribeasts.

Perché il titolo “In My Mind” e, per chi legge, potreste definire meglio il genere della vostra musica?

In My Mind è il titolo del primo brano composto da Michele per i The Caribeasts. È un titolo significativo che riassume il motto compositivo del pianista Michele Sestu, ovvero: “Se suona bene nella mia mente, suonerà bene ovunque”. Abbiamo voluto dare questo titolo anche al primo album, in quanto contiene musica che rispecchia questo motto. Il nostro genere musicale é il jazz caraibico, del quale ci consideriamo pionieri e forse inventori. Si tratta di un tipo di musica che ingloba i generi musicali di tutti i Caraibi, sviluppati e conditi con alcune particolarità tipiche del linguaggio jazz.

Come è avvenuta la fase compositiva e chi si è occupato delle registrazioni?

Inizialmente, i primi brani sono stati composti da Michele al piano, con indicazioni di massima sul ruolo delle percussioni, in modo da lasciare un abbondante margine tecnico-espressivo a Stefano. Ultimamente, con l’acquisizione di nuove capacità da parte di entrambi, sta avvenendo anche il contrario. Ne è un esempio “Verraco Loco”, la cui idea compositiva è attribuibile interamente al percussionista Stefano Di Carlo, sebbene il pianoforte ha mantenuto un ampio margine di intervento. In fin dei conti, ognuno di noi due compone la propria parte, che é strettamente interconnessa alla parte dell’altro, anche grazie a un espediente unico, quale la particolare accordatura del set di percussioni. Il risultato è una musica composta da un unico compositore con due menti e quattro, anzi sei braccia (il mostro / bestia dei Caraibi … the caribeasts). La musica del primo album è stato registrato da Pierpaolo Meloni, Audiostudio, a Sestu, con cui abbiamo in progetto di registrare un EP interamente in analogico.

A proposito di interconnessione; alcune persone, hanno notato, che dal vivo nessuno di voi due stacca il tempo. Come fate?

Anche questa è una nostra caratteristica di unicità. Si tratta di un’evoluzione delle tecniche di direzione d’orchestra, applicate alla nostra formazione di due elementi, senza peraltro avere il direttore d’orchestra. Mi spiego meglio: i direttori d’orchestra, quelli bravi, difficilmente staccano il tempo gesticolando nel vuoto prima dell’inizio di un brano, eppure riescono a far attaccare decine, se non centinaia di orchestrali simultaneamente, con enorme sicurezza e con la velocità corretta. Come fanno? Bene, osservateli e capirete.

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Quali spazi accolgono la vostra musica qui in Sardegna? Avete anche degli appuntamenti altrove?

Il nostro show é adatto alle sale dotate almeno di un pianoforte acustico. Questo é il nostro unico requisito. A Cagliari ci sono alcuni locali adatti, sia per la dotazione del pianoforte che per il connubio col nostro genere che, sottolineiamo, é unico. Abbiamo suonato per l’inaugurazione della lodevole iniziativa “Un pianoforte per Cagliari” e in alcuni dei locali sopra menzionati. Confidiamo di fissare un appuntamento ricorrente in uno di questi locali a partire da settembre del 2016, una sorta di esclusiva. Per quanto riguarda l’estero, stiamo cercando di suscitare l’interesse di una major, di cui adesso non possiamo divulgare ulteriori dettagli, in modo da unire la stagione concertistica alla produzione discografica. Del resto possiamo contare su un repertorio di trenta brani originali, nonché di un album già prodotto, pronto per la commercializzazione.

Domanda da “ascoltatore medio”: perché un duo strumentale e nessuna parte vocale?

Perché la musica è capace di comunicare più delle parole. Ovvero, la comunicazione mediata dalle parole, essendo una forma di comunicazione denotativa, obbliga l’ascoltatore a percepire un significato preconfezionato da cui non c’è via di scampo. La musica strumentale, essendo una forma di espressione connotativa, permette di trasmettere il senso, l’archetipo della sensazione, che ogni ascoltatore percepisce a livello inconscio e ne trae un risultato sensoriale proprio e immediato. In questo modo, la musica pura, strumentale, è di più facile percezione del cantato, anche se molti sono convinti del contrario.

Quali sono i canali nei quali poter trovare delle informazioni sulla vostra musica e sui concerti?

Abbiamo un sito web: www.thecaribeasts.com e la pagina facebook ufficiale.

Grazie di cuore ragazzi!

Cari lettori, non perdetevi dunque “In my Mind dei The Caribeasts” e i loro live!

Commentate e condividete!

Alla prossima,

Giuberto

LUA Pandeiro: le percussioni artigianali di qualità di Luca Astolfi

Ciao a tutti e bentornati!

Oggi continuiamo a parlare di musica, di percussioni e ancora del pandeiro brasiliano! Vorrei farvi conoscere un giovane musicista ed artigiano di Como, che ho conosciuto casualmente in rete e con il quale ho iniziato a collaborare qualche tempo fa come suonatore di pandeiro. In occasione di uno dei miei scambi di strumenti gli avevo richiesto telefonicamente “un pandeiro leggero”: dopo poche settimane mi era stato recapitato uno strumento fatto apposta per le mie esigenze e che è a dir poco straordinario! Questo “grandissimo ragazzo” si chiama Luca Astolfi e ha fondato il marchio LUA Pandeiro con il quale produce in maniera totalmente artigianale non solo pandeiro brasiliani, ma anche altre percussioni della cultura carioca, come i surdos e i tamborim.

(Riprendo la parentesi già inserita nell’articolo precedente dedicato a Bubi Staffa in modo da chiarire nuovamente a tutti i lettori cosa è il pandeiro: si tratta di un tamburo a cornice tipico della cultura musicale brasiliana, l’unico al mondo ad essere suonato in posizione orizzontale. E’ costituito da una cornice circolare di legno sul quale è tesa una pelle naturale o sintetica e lungo il diametro della cornice vibrano dei piattini metallici)

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Ciao Luca e grazie per aver accettato questa intervista e soprattutto un grazie a titolo personale per sostenermi come percussionista e per comparire come mio sponsor nel mio sito!  Innanzitutto trovo bellissimo il nome LUA che è sintetizza le tue inziali, ma che significa “luna” in portoghese… Iniziamo con le domande… Come e quando è nata la tua passione per la musica brasiliana?

Ciao Atzo, innanzitutto grazie a te per avermi proposto questa intervista. Sono molto felice di poter condividere con i lettori  quello che so e di quello che ho imparato e… inevitabilmente quello che in parte sono.

Tutto è iniziato quando da ragazzino (a circa 13 anni) ho iniziato a frequentare un’accademia di Capoeira, presso l’Associazione Italiana di Capoeira da Angola di Mestre Baixinho. Lì mi si è aperto un mondo che mi ha affascinato e rapito. Ho praticato la Capoeira per circa 8 anni e parallelamente ho iniziato a suonare le percussioni samba. Ho avuto anche la possibilità di frequentare un Workshop con Gilson Siveira, il quale mi ha fatto conoscere le potenzialità di questo fantastico strumento che è il pandeiro.

Cosa ti ha poi spinto a diventare un costruttore di percussioni? Hai imparato da solo o hai frequentato una scuola o dei corsi?

Il mio primo pandeiro veniva dal Brasile, era artigianale ed economico, ma come tutti i pandeiro economici pesava come il piombo… ma mi sono affezionato al suo bel suono! La pesantezza dello strumento di cui disponevo e il costo elevato dei pandeiro professionali mi ha spinto a 19 anni a creare il mio primo pandeiro.

Non esistono corsi in italia per imparare a costruire dei pandeiro. Quindi da buon studente di Facoltà scientifica quale Informatica, ho attuato la reverse engineering al mio pandeiro brasiliano …e poiché ho l’attitudine in parte derivata dalla mia famiglia (fin da mio nonno) ai lavori manuali con metallo e legno, ho potuto realizzare il mio primo pandeiro, un 12 pollici con platinelas in ottone e abafador in ferro. Col senno di poi devo ammettere che era brutto e pesante…. Ma non così brutto e non così pesante da togliermi la voglia di migliorare!

Ogni pezzo dei tuoi strumenti è realizzato a mano… Mediamente quanto tempo può servire per realizzare un pandeiro?

Ovvio che realizzo tutto a mano (ad eccezione della pelle che acquisto da un artigiano), dal taglio delle meccaniche, alla saldatura dei cerchi per i tiranti , alla piegatura e incollaggio del legno.  Purtroppo non posso vivere dalla realizzazione dei pandeiro: in Italia è uno strumento ancora poco conosciuto e non tutti sono disposti a spendere per uno strumento professionale. Quindi nel tempo libero, parallelamente al mio lavoro, riesco a mantenere questa passione. Perciò… potrei impiegare anche due mesi ad ultimare uno strumento!

Tu sei anche un musicista: quanto ritieni importante per un percussionista – oltre i ritmi e le tecniche – la conoscenza delle caratteristiche materiali e costruttive degli strumenti che si suonano? …e quanto credi possa essere significativo saper costruire?

Sicuramente è di aiuto per un musicista conoscere i materiali , i loro pregi, i difetti  e le caratteristiche sonore: in tale modo può aiutare l’artigiano a cui commissiona il “suo” strumento a trovare la combinazione di materiali adatta ad ottenere il suono che ricerca. Ogni musicista si prefigge di ottenere un particolare suono per il proprio strumento: questo ideale timbrico non è di facile descrizione, così il compito del costruttore è quello di studiare come ottenerlo. Per questo non esistono combinazioni fisse per i miei strumenti.

Parliamo di un argomento nevralgico per i percussionisti: la scelta tra pelli naturali e pelli sintetiche? Tu cosa preferisci quando costruisci e quando suoni?

Senza dubbio la pelle naturale,  anche se deve essere riaccordata più spesso.  In alternativa spezzo una lancia in favore delle  pelli Remo:  Renaissance , Fiberskyn e Skyndeep. Soprattutto quest’ultima è una delle migliori invenzioni degli ultimi tempi e particolarmente adatta ai pandeiro.

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Hai chiamato una serie di pandeiro “Piuma”: probabilmente si tratta dei pandeiro più leggeri che si trovano in circolazione! A chi suona, avere uno strumento così leggero, garantisce minore fatica e pochi rischi di tendinite! Quali sono i materiali con cui realizzi cornice, meccaniche e platinelas?

Ho sempre cercato di realizzare pandeiro leggeri, che suonassero bene e che non costassero tanto. Grazie alle mie conoscenze scientifiche ho potuto studiare la combinazione vincente di materiali e spessori, per ottenere pandeiro leggeri , maneggevoli e bilanciati. La cornice è di multistrato composito di legni leggeri di diverse essenze (pioppo, pino, tanganica), le meccaniche sono di alluminio e acciaio Inox, platinelas e abafador di vari matriali e spessori: ferro,rame, bronzo, ottone, alpacca, alluminio.

Trovo molto interessante il sistema on/off che permette di avere in un unico strumento un pandeiro tradizionale e uno “muto”. Potresti descrivercelo?

Penso tu ti riferisca al sistema Hit-Hat: è una delle mie due principali innovazioni che ho apportato al pandeiro (l’altra è il regolatore di gioco per le platinelas). Si tratta sostanzialmente di un filo che se azionato permette di stoppare le platinelas e quindi rendere muto il pandeiro; al contrario, se rilasciato, le paltinelas ritornano a suonare liberamente. Comunque sul mio canale youtube sono presenti dei video di spiegazione.

Quali sono gli altri strumenti che costruisci?

Principalmente le percussioni brasiliane del samba: surdos, chocalho, quica, repinique, tamborim, ma anche shakers, bodhran e tamburi a cornice.

Ti occupi anche di laboratori musicali e di costruzione di strumenti se non erro… Parlacene brevemente!

Sì, da anni collaboro con l’associazione Parada Par Tucc di Como (www.paradapartucc.it che significa “parata per tutti”) che si occupa di promuovere l’arte in ogni sua forma: ogni anno vengono attivati dei laboratori gratuiti. Io mi occupo del laboratorio di percussioni samba e del laboratorio di costruzione strumenti.

Infine ti chiediamo i link dove possiamo trovare i tuoi recapiti, le schede dei tuoi strumenti e le recensioni!

Beh, c’è l’imbarazzo della scelta: per informazioni visitate pure il mio sito internet www.luapandeiro.com o le mie pagine social G+, Facebook  e il mio canale youtube. Per quanto riguarda le recensioni potete andare sempre sulla pagina Facebook o cercate la mia attività su Google maps.

Grazie mille davvero! Spero di poter suonare ancora altri dei tuoi strumenti e spero che sempre più persone ti conoscano e apprezzino il suono e la qualità delle tue creazioni artigianali!

Sono io che devo ringraziare te per quello che stai facendo, non ci sono molte persone che si dedicano alla divulgazione di informazioni nel mondo delle percussioni!

Grazie per l’attenzione! Commentate e condividete!!! A presto con un nuovo articolo!

Giuberto

“Toccos de Ballu”: il nuovo lavoro di Emanuele Garau

Ciao a tutti voi e bentornati sul mio Blog!

Considero l’articolo di oggi davvero speciale perché è dedicato a “Toccos de Ballu”, l’ultimo lavoro di Emanuele Garau, studioso di cultura e tradizioni sarde e cantante con il quale collaboro dal 2009. In questo disco compaiono le mie percussioni e sono inoltre orgoglioso di aver curato la grafica della copertina e del disco. Emanuele Garau è uno dei maggiori rappresentanti della musica e delle tradizioni sarde grazie al suo pluriennale lavoro di ricerca, rielaborazione, pubblicazione e divulgazione: sono ormai numerosi i suoi libri e i suoi dischi, tantissime le serate in piazze e teatri nelle quali come cantante e presentatore interpreta e diffonde la “storia” musicale della nostra Isola.

Stampa

Il lavoro “Toccos de Ballu”, recentemente pubblicato dall’editore NOR, si articola in un libro e in un CD musicale allegato. Il libro si presenta come una sorta di guida che espone le varie tipologie coreutiche della tradizione sarda: vengono fornite per ogni “genere” di ballo delle informazioni essenziali, corrette e al contempo esaustive. Si analizzano nello specifico: Ballu lestru, Ballu campidanesu, Danza, Dillu, Passu Torrau, Scottis, Ballu tundu logudoresu, Ballu brincu, Ballu de Ottana, Passu ‘e trese, Baddu a passu, Ballu aristanesu, Ballu ‘e ischina, Ballu tundu iscanesu e Ballittu.

Il disco allegato contiene ben 18 tracce suonate dai musicisti che collaborano da anni con Emanuele Garau e da numerosi ospiti. Si possono così ascoltare una varietà di sonorità, stili personali e generi che – tra strumentali e cantati – rivelano le varie anime della Sardegna e dei suonatori che ne interpretano il patrimonio musicale. Nel disco si possono ascoltare: Emanuele Garau (voce), Valentino Serra (chitarra), Giuseppe Roberto Atzori (percussioni), Antonello Carta e Augusto Ibba (fisarmonica), Efisio Puddu (organetto diatonico e trunfa), Massimo Congiu (launeddas), Gianluca Piras (sulittu), Mattia Murru, Samuele Meloni e Matteo Chessa (organetto diatonico).

Il lavoro verrà presentato in due distinti appuntamenti:

-Lunedì 11 luglio alle ore 20.00 nella piazza San Domenico a Cagliari;

-Mercoledì 13 luglio alle 19.30 presso il cortile del Palazzo Municipale di Cagliari in via Roma.

“Toccos de ballu” è dunque un pezzo prezioso che non può mancare nella libreria degli appassionati di balli, canti e tradizioni sarde! Non mancate inoltre alle presentazioni durante le quali avrete modo di conoscere di persona Emanuele Garau, i suoi musicisti, la pubblicazione e potrete partecipare in prima persona ai momenti di ballo collettivo.

Troverete ulteriori info su www.emanuelegarau.it e cercando su facebook Emanuele Garau

Grazie ancora una volta per l’attenzione e vi invito a condividere e commentare!

Alla prossima!

Giuberto

Intervista a Bubi Staffa, il re del Pandeiro “Universatile”

Bentornati!

Oggi voglio parlarvi di un musicista italiano che grazie alla sua tecnica e alla sua sensibilità ha elevato il pandeiro brasiliano* a strumento di estrema espressività e versatilità. Vi parlo di Bubi Staffa, autore del magnifico “Metodo per Pandeiro Autodidatta” edito da Volontè e Co.

*(Apro una parentesi per descrivere in pillole cosa è il pandeiro: si tratta di un tamburo a cornice tipico della cultura musicale brasiliana, l’unico al mondo ad essere suonato in posizione orizzontale. E’ costituito da una cornice circolare di legno sul quale è tesa una pelle naturale o sintetica e lungo il diametro della cornice vibrano dei piattini metallici)

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Ciao Bubi! Sei riconosciuto a livello nazionale, e non solo, come uno dei maggiori interpreti del pandeiro moderno. Potresti spiegare a chi legge, in poche parole, che differenza esiste tra il pandeiro suonato con la tecnica moderna e quello suonato con la tecnica tradizionale?

Innanzi tutto grazie di cuore per le belle parole e per avermi concesso questo spazio.

Ciò che differenzia le due tecniche è fondamentalmente il tipo e la posizione dei colpi che vengono portati, mi spiego meglio, la tecnica tradizione nasce e si sviluppa per suonare essenzialmente ritmi che fanno parte della tradizione musicale brasiliana (samba, choro, coco, baiao, frevo, embolada, ecc.) e prevede un numero limitato di colpi portati con determinate parti della mano che percuote lo strumento, ad esempio il suono grave viene suonato esclusivamente dal pollice e lo slap dalla parte alta della mano, in oltre la mano che regge no strumento rimane ferma.

La tecnica moderna invece nasce nei primi anni novanta grazie a Marcos Suzano, che per primo ha intuito le potenzialità dello strumento, ed è stata poi ulteriormente sviluppata negli ultimi anni da Sergio Krakowski. Presenta due caratteristiche particolari che la differenziano dalla tradizionale e che hanno ampliato esponenzialmente le possibilità ritmiche ed espressive dello strumento: tutti i suoni (gravi, slaps e accenti sugli acuti) vengono portati sia con la parte bassa che con quella alta della mano che percuote, ciò da la possibilità di poterli inserire in qualsiasi posizione della “griglia” di ottavi o sedicesimi dando così la possibilità di suonare molteplici melodie ritmiche; la mano che impugna lo strumento diventa il vero motore ritmico dello strumento, ruotando sotto la mano che percuote, è lei che “decide” le velocità, le dinamiche, gli accenti e il tipo di “griglia” dando una notevole spinta e velocità all’esecuzione.

Per le rispettive tecniche in cosa differiscono gli strumenti dal punto di vista costruttivo?

Il pandeiro usato con la tecnica moderna solitamente ha la corsa delle platinelas più corta e la pelle (naturale) più grossa in modo da avere un suono più grave, asciutto e preciso, più adatto a ritmiche “batteristiche”.

Ci parli del tuo pandeiro Officine Quantum (dei quali spero di poter fare una recensione specifica in futuro)?

Il pandeiro che suono nasce dalla collaborazione con Enrico Spiga delle Officine Quantum e dal desiderio comune di creare uno strumento dalla qualità superiore che avesse uno spettro di frequenze specifico per un utilizzo moderno: ha quindi una pelle naturale di capra piuttosto spessa (0,4mm) ma soprattutto delle platinelas dal profilo particolare, di ottone e bronzo termo trattate, con un abafador sovradimensionato in alluminio e con all’interno due tappini di bottiglia martellati. Tutto ciò mi conferisce una pasta, una miscela di frequenze bilanciatissima, gravi profondi e corposi, slaps potenti e aperti e un suono di platinelas perfetto, né troppo squillante e né troppo scuro, ideale per suonare qualsiasi genere musicale. In oltre il fusto, in noce tanganica, è alto 5cm, il che mi conferisce una presa salda e sicura.

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Hai coniato l’aggettivo “universatile” per descrivere il pandeiro…

…esatto, e direi che rende l’idea di quello che questo piccolo tamburo può fare!

Dove hai studiato durante la tua formazione? (scuole e maestri) A parte il pandeiro suoni anche altre percussioni e strumenti in genere?

Quando mi sono avvicinato allo strumento, nel 1999, non esisteva nessuno, o quasi che lo suonasse o lo insegnasse qui in Italia e internet era ancora una cosa piuttosto lontana. Ho cominciato così da solo, con un pandeiraccio pesantissimo rifacendomi alle spiegazioni elementari di un mio amico che aveva visto una volta un percussionista che lo suonava. Capite che in queste condizioni, se non avessi avuto la motivazione (che ho tutt’ora) ad andare avanti avrei mollato dopo tre giorni. Invece, supplendo con la mia logica alle lacune tecniche che avevo e suonando sui dischi di Carlinhos Brown, Jackson do Pandeiro, Gilbero Gil ma soprattutto James Brown e Maceo Packer, piano piano sono riuscito a tirare fuori qualcosa di simile ad una accompagnamento samba prima e funk più tardi. Poi nel 2000 ho ascoltato per la prima volta Marcos Suzano e vidi la luce. Cominciai a cercare di suonare a modo mio, con la mia tecnica auto costruita, quello che faceva lui e in quel modo la sviluppai ulteriormente. Ma tutto cambiò nel 2003 quando partecipai ad un suo seminario a Milano e mi scontrai con la tecnica moderna e soprattutto con il movimento della mano sinistra. Piano piano ho rivisto tutta la mia “proto tecnica” (con la quale ero già in grado di fare cosine carine) e, con notevole fatica, ho imparato ad usare la mano sinistra e portare i colpi con tutte le parti della mano destra, così come avevo visto fare da Suzano. Da allora non mi sono più fermato e ho continuato a progredire e a scoprire sempre nuove soluzioni e possibilità.

Suono solo il pandeiro, posso dire di essere uno specialista. Poi suono anche la chitarra, il basso e il banjo….ma non lo dico a nessuno.

Quali sono stati all’inizio della tua carriera i riferimenti artistici? Chi sono i percussionisti del presente che apprezzi maggiormente? Quali quelli del passato?

Per quello che riguarda il pandeiro, come dicevo qui sopra, i primi che mi hanno “guidato” sono stati Jackson do Pandeiro, Carlinhos Brown e Marcos Suzano, poi è venuto Sergio Krakowski e ascoltandolo e vedendolo in azione ho capito e messo in pratica altre cose. Per quel che riguarda i percussionisti, non essendo io un percussionista, non ne conosco tanti, mi piace piuttosto capire e cercare di riprodurre col pandeiro quello che le percussioni fanno nei vari generi (medio orientale, irlandese, indiano, caraibico, nord americano, jazz ecc.). Anche certi batteristi hanno influenzato il mio modo di suonare come Zigaboo Modeliste dei Meaters o Clyde Stubblenfield di James Brown.

Parliamo del tuo “Metodo per pandeiro autodidatta” corredato da un DVD. Io ho trovato il tuo lavoro estremamente chiaro ed esaustivo. Come nasce questo progetto e come ha preso forma?

Nasce dall’idea di insegnare un metodo di studio il più naturale possibile, basato essenzialmente sull’ascolto e sulla riproduzione prima vocale e poi strumentale dei più svariati ritmi, esattamente come si imparava a suonare prima dell’avvento della notazione e delle scuole di musica moderne, cioè cantando, “dicendo” e imitando quello che poi si sarebbe suonato sullo strumento. Per fare ciò ho sviluppato il metodo “bi-vocale” attraverso il quale intendo il pandeiro come strumento che emette due voci sovrapposte, la prima cioè la griglia dei sedicesimi affidata alla mano che impugna lo strumento, che sta sotto e da la direzione; e la seconda che è ciò che fa la mano destra, che canta che da vita alle varie melodie ritmiche scegliendo e posizionando i colpi che diventano “TUM”, “PA” e “CI” (rispettivamente gravi medi/slaps e accenti acuti) Col mio metodo invito a pensare al pandeiro come strumento attraverso il quale cantare le ritmiche cantare le proprie improvvisazioni, ascoltare e riprodurre, sperimentare. Ritengo questo il modo più semplice e diretto per imparare ad esprimere la propria musicalità, e fino ad ora direi che ha riscosso un buon successo.

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Se non sbaglio il metodo è stato tradotto anche in lingua inglese… A che pubblico vuole rispondere?

A settembre uscirà la versione in inglese per tutti i tedeschi, francesi, nord americani, e giapponesi che in questi ultimi tre anni mi hanno chiesto di pensare anche a loro.

Tra le tecniche esposte nel metodo c’è quella della “mano alta”. Da suonatore di musica popolare del sud Italia so dirti che esiste qualcosa di simile nella tecnica del tamburello: “la mano alta” è una tua invenzione o è l’elaborazione di qualcosa già presente nella tradizione panderistica?

Non so se sia una mia invenzione, sta di fatto che la mia mano destra col tempo ha cominciato da sola a comportarsi in modo diverso in certi passaggi molto veloci. Non ho fatto altro che cavalcare l’onda e sviluppare quella che poi ho chiamato tecnica della “mano alta”. In pratica la mano che percuote non sta sullo sullo strumento suonando tutti i colpi, ma rimane leggermente alta (mentre sotto il pandeiro continua a suonare grazie alla rotazione) e scende solo per produrre i gravi, medi o accenti acuti della melodia. Ciò comporta un minor dispendio di energie a favore di una maggior velocità e agilità esecutiva. Io la uso soprattutto per passaggi e grooves molto veloci e per improvvisare.

Potresti dire qualcosa sul “pandeiro muto” del quale sei sublime esecutore?

Si tratta semplicemente di un pandeiro senza platinelas. Non ricordo come il nome “pandeiro muto” sia venuto fuori, sta di fatto che non si tratta affatto di uno strumento muto ma di un pandeiro con una voce propria ben definita e ricca di sfumature. L’ho sentito suonare per la prima volta da Scott Feiner sul suo primo disco e da Krakowski in seguito e sono rimasto colpito dal fascino che esprimeva. Può essere suonato come un pandeiro normale, chiaramente tutto il suono che ne uscirà sarà prodotto solo dalle vibrazioni della pelle per cui può ricordare un bodhran, un rebolo, un atabaque, un surdo, una kanjira, un adufe o un bendir. Ma la vera novità secondo me è data dallo “strisciato” sulla pelle che trasforma il muto in un rullante suonato con le spazzole.

Quali sono i tuoi progetti attuali sia nel live, che nella didattica e anche per quanto riguarda eventuali lavori discografici?

Per quello che riguarda i live suono (come unico “ritmista”) in formazioni di jazz, pop/funk, latin, folk e samba/Bossa Nova. Mi piace spingere il pandeiro sempre più in là, nei più svariati stili e generi musicali. La tecnica moderna mi da la possibilità di avere infinite frecce al mio arco. Recentemente ho musicato dal vivo col pandeiro la proiezione di un film muto di Buster Keaton e sto lavorando con un mio amico chitarrista alla realizzazione di una colonna sonora di un altro film dei primi anni ’20 anche questa suonata rigorosamente dal vivo. In oltre mi interessa molto coniugare il pandeiro alla danza (soprattutto contemporanea), all’Hip Hop e al teatro, sono idee che in futuro cercherò di concretizzare. Per quello che riguarda l’insegnamento continuo a fare corsi on-line su Skype corsi intensivi e workshops in giro per l’Italia. Per ora non ci sono progetti discografici all’orizzonte.

Domanda conclusiva: quali sono i tuoi progetti e le tue ambizioni come musicista? Cosa consigli a chi vorrebbe suonare a livello professionale e inizia da zero con il pandeiro?

La mia ambizione più grande non riguarda me, che comunque mi auguro di suonare il mio strumento sempre di più e sempre meglio, riguarda piuttosto il pandeiro che spero si diffonda sempre di più, soprattutto qui in Italia, dove il concetto di ritmo e percussione è ancora molto (troppo) legato alla batteria e alle percussioni latine, e che venga riconosciuto e apprezzato come strumento a se stante, con una sua storia, una sua voce e un suo specifico impiego. Io nel mio piccolo sto cercando di farlo conoscere il più possibile, ma sento che c’è ancora tanto lavoro da fare.

Potrete trovare materiali e informazioni su Bubi ai seguenti Link: (ti chiedo di aggiungere per favore dei riferimenti)

su facebook come Bubi Staffa

su youtube come bubi staffa dove ho postato vari video che dimostrano l’enorme versatilità del pandeiro

Grazie mille!!!

GRAZIE A TE!!!

Alla prossima cari lettori! Intanto commentate e condividete!

Giuberto