Breve cronaca di un laboratorio didattico

Bentornati!
Vorrei dedicare qualche riga all’ultimo laboratorio didattico che ho tenuto alla  Ludoteca Bimbirimbò di Sestu lo scorso lunedì 20 giugno 2016.

Anche se si è trattato solo dell’ultimo dei numerosi incontri di questo tipo che ho tenuto nel corso degli anni, in questa occasione ho provato una serie di emozioni particolari; l’esperienza mi ha regalato numerosi spunti di riflessione. Come saprete, o come avrete visto sul mio sito, mi occupo di attività per bambini, ragazzi ed adulti nelle quali unisco la promozione della lettura all’avvicinamento al suono e alla musica con lo scopo di sviluppare nei partecipanti le capacità espressive dell’individuo e le sue competenze relazionali.

Il laboratorio si intitolava “Suoni bestiali” e aveva come tematica gli animali e i loro versi: una serie di racconti, canzoni e attività di musica d’insieme portavano i partecipanti a divertirsi con le storie di bestie simpatiche e curiose, a giocare con i materiali di recupero per costruire degli strumenti, a muoversi a ritmo, a cantare e ballare.
I partecipanti… erano solo quattro: tre bimbi di quattro anni e uno di un anno!
Il fatto che gli iscritti fossero così pochi mi ha portato a dover ripensare sul momento il programma previsto e ad andare “a braccio”… Tuttavia il gruppo ristrettissimo mi ha permesso di osservare con attenzione ogni reazione, emozione e gesto. Ognuno dei piccoli ha avuto il tempo e lo spazio per percepire gli stimoli, avvicinarsi e accogliere gli spunti con il giusto tempo, elaborare e interpretare da sè con grande libertà. Sono certo infatti che lo stimolo proposto debba lasciare al destinatario lo spazio e il tempo di adeguata rielaborazione e di libera espressione; il coordinatore deve avere la sensibilità di comprendere e apprezzare ogni risultato e di coglierlo come “una nuova soluzione” alla quale non va dato un giudizio di valore.

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Piccole mani curiose, inizialmente timide, hanno presto pizzicato le corde della chitarra, frizionato i “guiros” di tubo
corrugato per ottenere il gracidio della rana, picchiato il “cajon”…
Occhi sgranati e sorrisi smaglianti si sono rivelati pian piano, mentre scoprivano la moltitudine di fruscii, schiocchi, battiti, che potevano essere prodotti semplicemente a mani nude…
E poi la voce e la sue espressione, le dinamiche piano/forte/fortissimo…
Contare e camminare, contare e cantare, battere piedi, mani e pancia…
Racconti e canzoni suscitavano partecipazione, interesse e grandi risate!
Mi ha colpito la capacità manuale dei bimbi più grandi: questo è un aspetto che avevo sempre trovato molto carente durante le precedenti esperienze. Stavolta non c’era timore nel maneggiare plastica e carta, nell’impugnare legni e bacchette, ottima poi l’impugnatura nell’uso del nastro adesivo nella costruzione del “tubo del barrito dell’elefante”. Sembrerebbe banale questa osservazione, ma sono davvero sempre di più i piccoli totalmente disabituati a toccare, prendere, piegare, strappare, rompere… per paura di farsi del male, di sporcarsi, di fare danni o di essere rimproverati.

L’ironia non è mai mancata e nonostante fossero pochi e piccoli loro “stavano sempre sul pezzo” anche quando abbiamo suonato il pavimento, l’armadio, le porte e le sedie!
Pure l’aspetto motorio è stato soddisfacente: si muovevano con scioltezza utilizzando con sicurezza tutto lo spazio disponibile. Insomma, bel pomeriggio ricco di soddisfazioni e spunti per il futuro.

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Un ringraziamento a Stefania Bicchiri per avermi dato la possibilità di tenere questo laboratorio e per le foto.

Vi aspettiamo ai prossimi due appuntamenti che si terranno sempre alla Ludoteca Bimbirimbò lunedì 18 luglio e lunedì 1 agosto.

Commentate e condividete!!!
Grazie mille, a presto!

Giuberto

Intervista a Paolo Sanna, percussionista sardo di fama internazionale

Benvenuti alla prima intervista del mio Blog!

Per inaugurare questa “serie” di articoli ho scelto un grande personaggio della Sardegna, un artista che dal suo piccolo centro del Medio Campidano si è spostato in giro per il mondo per poter prima studiare, imparare e ricercare e ha poi continuato a viaggiare per diffondere i risultati del suo lavoro in maniera creativa. Paolo è una persona dalla grande preparazione culturale e di enorme sensibilità. Il suo studio è un luogo di meraviglie musicali, le sue lezioni individuali e di gruppo si configurano come dei momenti di conoscenza – non solo di ritmi, tecniche e strumenti – ma anche di Storia, storie di popoli e di tradizioni. Per voi a seguire un’approfondita intervista che aiuterà a conoscerlo e a capirlo a fondo! Buona lettura!

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(Giacomo Salis / Paolo Sanna Percussion Duo – foto di Mauro Medda)

Ciao Paolo: a te il mio migliore benvenuto! Grazie per essere il primo ospite del mio blog “giubertoatzori.it” Averti qui per me è un immenso onore, oltre che un piacere! Partiamo con le domande…

Dove hai studiato durante la tua formazione?

Mi sono avvicinato alla batteria e alle percussioni in modo istintivo da ragazzino. Allora non c’erano certo i materiali che facilmente troviamo oggi e men che meno c’era internet, quindi comprai una copia del Gene Krupa (unico manuale in italiano allora disponibile e che ancora conservo) ed iniziai a studiare  da solo, ero veramente “preso” da tutto ciò che era batteria e percussioni. Ho iniziato a studiare batteria al C.P.M. di Milano nel 1985 con Alfredo Golino, un grande musicista e batterista, ma non posso certo considerarmi un suo allievo, anche perché andai via dalla scuola per poter viaggiare e portare le ricerche nella direzione che mi interessava di più. Ho poi studiato percussioni arabe per due anni alla scuola di percussioni Timba di Roma con Ahmed Yaghi, eccellente percussionista libanese. Sempre a Roma ho studiato percussione persiana con Siamak Kalili Guran, Kurdo iraniano, concentrandomi sul daff persiano. Siamak, cantante, percussionista e suonatore di tar e utar (cordofoni di area persiana) è laureato in canto, tar e utar al conservatorio di Teheran. Parallelamente, sempre a Roma, nello stesso periodo (parlo dei primi anni 90) ho preso lezioni di berimbau dal percussionista brasiliano di Bahia Marcos Rodrigues (ero rientrato dal mio primo viaggio in Brasile poco tempo prima), ho anche frequentato diversi laboratori, dal CIAK sempre a Roma, con Rosario Jermano per conoscere la sua tecnica slide usata col berimbau, a altri laboratori sia di batteria che di percussioni, con Celso Machado e altri… Sono sempre stato interessato ad argomenti particolari che spesso non vengono trattati  sui testi. Ho poi una schiera di quelli che io chiamo i miei “maestri inconsapevoli”… sono i musicisti che con i loro esempi, anche di vita, mi hanno dato degli input importanti.

Lo studio della batteria e delle percussioni è andato di pari passo, o le percussioni sono arrivate dopo?

Non ho mai separato le due cose. Fin dall’inizio  è stato del tutto naturale portare avanti lo studio della batteria e delle percussioni, studiando con vari battenti e con le mani le tecniche relative di ogni strumento… credo nasca anche da questo il fatto che normalmente suono su dei set “ibridi”.

Hai viaggiato in vari Paesi del mondo per imparare le tecniche, conoscere gli strumenti, i ritmi e le culture. Dove hai studiato, con chi e quali strumenti? Ai tuoi allievi raccomandi sempre di avere “rispetto”: cosa significa esattamente?

Ho “incontrato” il berimbau nel mio primo viaggio in Brasile e li potei apprendere da vicino i primi rudimenti sullo strumento: questo primo viaggio durò poco più di un mese, non potevo fermarmi oltre, ma venivo da tre mesi trascorsi in Mexico,  dove ebbi la possibilità di avvicinare dei musicisti locali. Si trattava di un trio tromba, contrabbasso, marimba. Il suonatore di marimba suonava anche le maracas in modo pazzesco, così chiesi delle lezioni, riuscii a convincerlo e per tre mesi non feci altro… Dopo aver comprato un paio di maracas in cuoio fu un continuo lavorare sulla tecnica (strumento a torto poco considerato in occidente) e sul gesto. Dopo i tre mesi in Messico mi spostai in Brasile, come dicevo, e mi avvicinai al berimbau,  ai caxixi di varie misure e forme e altre piccole percussioni. Sono tornato a Bahia l’ultima volta qualche anno fa per raccogliere altro materiale musicale, cd, percussioni per portare avanti studi e ricerche. Gli altri luoghi dove sono stato sono il nord Africa, Algeria, poi l’estremo oriente, South Korea, Japan, dove ho ricercato e raccolto materiali relativi a sciamanismo, musica, percussioni. Da queste esperienze ho capito che il rispetto per le “culture altre” deve essere il primo elemento che ti porta verso il confronto, verso ciò che può interessarti. Ai miei allievi parlo di rispetto,  cioè quel tipo di rispetto che nasce dalla conoscenza, ma parlo anche di onestà.

Il tuo studio è una “bottega” di strumenti e sei un profondo conoscitore della provenienza e della storia di ognuno di essi. Che tipo di legame hai con questi oggetti? Anche se la domanda potrebbe essere banale: hai uno o più strumenti che preferisci o con i quali riesci ad esprimerti al meglio?

Credo fermamente che dentro ogni strumento, ogni percussione, ci sia la storia di un popolo, che qualche volta può essere anche tragica: penso alla deportazione dei neri africani nelle Americhe. Dentro uno strumento può esserci il rito, la gioia, il pianto e il dolore, ci può essere la festa, il gioco… ecco perché parlo di “rispetto” che nasce dalla conoscenza. Sono molto legato alle mie percussioni, che spesso ho raccolto nei miei viaggi… Non ho degli strumenti preferiti, credo però ci siano degli strumenti che permettono un uso più “intimo”, penso ad una kalimba o allo stesso berimbau che per essere suonato deve quasi essere abbracciato, giusto per fare degli esempi.

Passiamo all’anello di giunzione che permette meglio di comprendere la tua arte. Hai acquisito tecniche e ritmi di svariata origine, ma non ti esibisci in pubblico con strumenti come la darbouka e il berimbau dei quali sei un superbo esecutore… Come è avvenuto il passaggio all’improvvisazione sperimentale radicale? In breve potresti dire a chi non ne è a conoscenza i suoi caratteri fondamentali?

Non c’è stato un vero e proprio passaggio verso la sperimentazione, anche in questo caso mi sono interessato da subito a chi sperimentava col suono, il silenzio, il rumore; ho assemblato i miei set con quello che avevo. Sono totalmente immerso nella musica sperimentale, gong, lamiere e metalli vari, tamburi e gli oggetti trovati per caso fanno parte dei miei set sin dall’inizio. Dico questo perché inizialmente ho studiato batteria jazz e anche attraverso l’ascolto di musica di ricerca, sperimentale (chiamiamola come ci pare) ho ricercato e studiato gli stili più moderni avvicinandomi anche alla musica contemporanea. Per fare dei nomi: credo che musicisti USA come Milford Graves, Rashied Ali, Andrew Cyrille, Sunny Murray, giusto per citare velocemente i primi che mi vengono in mente , ma in realtà sono molti di più, abbiano indicato una strada precisa possibile da seguire proprio perché sono stati tra i primi a scardinare idee e concetti aprendo nuove strade. Subito dopo il free jazz americano in Europa è nata una “scuola” di sperimentatori che praticava la libera improvvisazione non idiomatica, penso ai primi musicisti che filtrando il free americano, (ma non solo quello naturalmente), hanno creato una musica con identità propria: parlo di  AMM con Eddie Prevost, Tony Oxley o Spontaneus Music Ensemble gestito da John Stevens, ma anche Paul Lovens e molti altri musicisti arrivati subito dopo e totalmente immersi nella libera improvvisazione non idiomatica.

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(Paolo Sanna – foto di Mauro Medda)

Due parole su: strumenti preparati, tecniche estese, importanza del gesto esecutivo.

Fu John Cage che parlò di pianoforte preparato dando chiare indicazioni per un possibile utilizzo dello stesso, in modo allargarne le possibilità. Quando mi riferisco alle tecniche estese vorrei che fosse molto chiaro un concetto: per usare le tecniche estese bisogna avere una conoscenza precisa e completa delle tecniche “standard” …e da queste aprirsi alle tecniche estese, sperimentando e ricercando su uno strumento che può essere preparato o non preparato. Trovare nuove soluzioni (e quindi ripensare lo strumento con nuove idee) è fondamentale nel mio fare musica. Qui entra in gioco anche l’idea di gesto esecutivo che aiuta ad arrivare ai risultati cercati. Credo che la creatività sia elemento fondamentale e credo anche che la creatività debba essere alimentata continuamente con input quali ascolti, letture, scambi con musicisti e altro.

Appartieni ad una nicchia di musicisti e di ascoltatori molto stretta e nel tuo specifico ambito sei stato definito una figura di punta a livello internazionale: dove e da chi sei stato menzionato? Quanti dischi hai pubblicato finora? Quali sono i Paesi nei quali è più facile trovare degli spazi per il genere che pratichi?

Sì, spesso si usa la parola nicchia quando si parla di libera improvvisazione non idiomatica. Io stesso mi considero un musicista “non allineato” e  indipendente, infatti tutti i miei lavori li produco io e vendo i miei cd nei concerti o spedisco a chi è interessato. Sento verso me e il mio lavoro molta attenzione e interesse oltre che rispetto e stima da parte di diversi percussionisti e musicisti in genere, sia italiani che stranieri. Basta cercare in rete le recensioni e le interviste che parlano dei miei lavori per farsi un’idea più precisa; ho avuto e ho con una certa regolarità recensioni in Italia, Spagna e in USA. Per quanto riguarda gli spazi: in Italia sono pochi, credo sia vincente l’autogestione tra musicisti che si uniscono per creare eventi, piccoli festival e scambi. In questo periodo sono in uscita diversi miei lavori: un live in trio con Elia Casu e Giacomo Salis per Floating Forest (una piccola label e collettivo indipendente di Verbania), i miei lavori in solo e diversi progetti sono usciti per Setola di Maiale (label indipendente  di Pordenone). Altri lavori che mi vedono presente sono usciti due anni fa in Usa: sono stato coinvolto come unico europeo in un progetto nato dalla scena dei percussionisti creativi di Los Angeles… Nel progetto ogni percussionista presentava un solo; il tutto è uscito per Castor and Pollux Music, del percussionista californiano Nathan Hubbard. In Italia sono uscito per Ticonzero di Cagliari e per la siciliana Improvvisatore Involontario e sono presente in altre label come ospite nei lavori di alcuni amici musicisti. Credo di aver suonato in circa 40 dischi…

Mi capita di suonare in Europa in festival indipendenti e sempre legati a musiche di ricerca. Forse la nazione dove ho fatto più performance, oltre l’Italia naturalmente, è la Spagna, dove torno periodicamente… ma ho suonato e spero di continuare a farlo, in tutte le nazioni dell’Europa occidentale.

In Sardegna collabori con alcuni musicisti: chi sono? Anche a raggio più ampio condividi progetti live e discografici, scambio di strumenti, informazioni e tecniche con un insieme di musicisti come te che è una sorta di “carboneria”: spiega un po’ di chi si tratta!

In Sardegna ho collaborato e incontrato un numero considerevole di musicisti. Da Alessandro Olla, docente in Conservatorio di musica elettronica, col quale collaboro da tanti anni, a Simon Balestrazzi, che mi ha ospitato in due suoi lavori, senza dimenticare il MOEX, un collettivo di sperimentatori sardi che invitava negli anni novanta importanti musicisti europei per fare dei laboratori e concerti. Parlo di musicisti del calibro di Tim Hodgkinson, Jean Marc Montera o Victor Nubla, con i quali si improvvisava e si suonava. Quella del MOEX fu un’esperienza molto importante allora, che permise un confronto e uno scambio continuo, gli stessi Olla e Balestrazzi ne facevano parte. Oggi il mio progetto in solo è centrale. In Sardegna sto lavorando in duo con Giacomo Salis, percussionista creativo di San Sperate molto interessante: Giacomo ha una curiosità che raramente  trovo in altri musicisti. Il duo è in continua crescita ed è stato documentato per ora con un live nel lato B di una cassetta uscita in Germania per Gravity’s Rainbow Tapes, una label che pubblica musica sperimentale (il lato A della stessa è un importante e interessante progetto in solo di Giacomo, My Problem Child). Presto usciranno dei nuovi lavori che documenteranno le nostre performance. Con Giacomo c’è uno scambio continuo di musica, testi e impressioni, siamo convinti che alimentando la nostra creatività in questo modo e condividendo il più possibile si arrivi ad avere un linguaggio comune …lavorando in area estrema è fondamentale fare in questo modo. Ho poi diversi progetti fuori Sardegna, sempre documentati su cd: il duo col cornettista Luca Santini, di Rovereto (un creativo visionario con un approccio personale e interessantissimo alla cornetta), la collaborazione con Luca Pissavini e Antonio Mainenti documentata su Bunch Records di Milano (label dello stesso Pissavini che sta anche facendo uscire dei miei lavori in solo), ci sono poi lavori usciti in trio con Mauro Basilio, violoncellista che sta a Parigi e Fabrizio Bozzi Fenu che fa base tra Marsiglia e Cagliari, un lavoro in trio con Mauro Sambo, grande polistrumentista di Venezia, in trio con Giacomo Salis uscito per la norvegese Petroglyphe music il mese scorso, senza dimenticare OnGaku2 e il Collettivo di Resistenza Culturale gestiti insieme al chitarrista Elia Casu. Ho poi dei contatti continui con molti musicisti, percussionisti, che condividono idee e meccanismi legati al fare libera improvvisazione, ma questo credo sia normale tra creativi con la giusta apertura mentale!

Sei una persona molto riservata. Non mi pare che ami troppo la pubblicità e che ti interessi ottenere l’appoggio dei grandi sponsor o riscuotere clamori mediatici e del grande pubblico.  Trovo curioso notare come un artista del tuo spessore, pur essendo profondamente rispettato e conosciuto, sia quasi totalmente “fuori” dalle cerchie dei musicisti e degli spettacoli della Sardegna… Come mai? E’ solo una scelta personale o forse qualcosa potrebbe funzionare diversamente tra gli artisti dell’Isola?

Si, credo che il mio carattere mi porti verso quel tipo di riservatezza che dicevi, per me è normale, non sento proprio il bisogno di ostentare, ci sono i miei lavori, i progetti, i concerti, le interviste e le recensioni che testimoniano chiaramente quello che sono. Ma sarebbe stupido negare che questi aspetti non debbano essere curati. Non sono interessato a sponsor perché preferisco comprare e suonare gli strumenti che mi interessano e piacciono veramente: ho dei piatti fatti a mano in Turchia che compro direttamente dagli artigiani locali e molte delle mie percussioni sono artigianali, sono dei pezzi unici. Non mi interessa avere uno strumento costruito in serie con un suono standard, lo trovo poco interessante, ma naturalmente sono gusti personali. Entro in difficoltà se devo comprare, ad esempio, uno strumento brasiliano costruito in Cina: si possono infatti reperire degli strumenti originali che suonano meglio.

Il fatto di essere poco presente dentro la cerchia dei musicisti sardi credo sia un caso. Io, come ho detto più volte, mi muovo in un’area particolare e sono poco o nulla interessato a suonare in contesti quali la piazza. Comunque il tutto è legato anche al fatto che ho diversi progetti fuori Sardegna.

Nel tuo modo di vivere la musica è presente anche una componente spirituale?

Sono profondamente ateo, ho un grande rispetto per tutte le religioni e vorrei che lo stesso rispetto ci fosse verso chi è ateo: sono convinto che “una certa componente spirituale” sia presente in ogni persona. Gli studi e le ricerche mi portano spesso ad avvicinarmi al rito, sia esso sciamanico o terapeutico; mi trovo a studiare spesso forme animistiche di religioni considerate a torto primitive e che io invece trovo logiche e giuste. Mi piace immergermi in letture zen e considero la poesia zen, sia antica che moderna, molto interessante.

Quali sono i tuoi progetti futuri e cosa vorresti per il futuro della nostra Sardegna dal punto di vista musicale?

Come dicevo prima ci sono dei lavori in uscita per diverse etichette indipendenti, quindi… stay tuned! Poi porterò in giro i lavori e i progetti che mi vedono coinvolto nel circuito indipendente sia in Italia che all’estero. Sono sempre molto attento a ciò succede in area free impro e sono disponibile per collaborazioni varie …se rientrano nel mio modo di vivere la musica.

Per la Sardegna vorrei che ci fossero più occasioni e possibilità, più opportunità per i musicisti di far conoscere i propri progetti fuori dall’Isola, in modo particolare quei lavori di qualità che spesso stentano a trovare la visibilità che meriterebbero!

Vorrei infine ringraziarti per questa intervista e ringraziare chi ha speso qualche minuto per leggerla.

Grazie a te Paolo! Ci vedremo presto per nuove lezioni, chiacchierate e interviste!

Potrete trovare materiali e contatti su Paolo Sanna ai seguenti link:

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